domenica, 28 Febbraio 2021
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Dobbiamo vergognarci del nostro passato coloniale?

Dobbiamo vergognarci del nostro passato coloniale? Possibile che dopo più di 70 anni dalla chiusura di quella pagina della nostra storia, essa rappresenti ancora un “nervo scoperto”, che bisogna far di tutto per tenere nascosto di Francesco Lamendola  

Fra i numerosi complessi di colpa che la stessa storiografia italiana alimenta incessantemente nell’anima del nostro popolo, e che i giovani bevono facilmente a causa dell’ignoranza in cui sono tenuti circa la sua storia proprio da chi, come la scuola, li dovrebbe invece informare, c’è quello di aver partecipato alle avventure coloniali europee e di aver condotto guerre “ingiuste” e sottomesso popoli di colore con la violenza. Un intero filone storiografico si è specializzato nel rigirare il coltello in questa piaga e fare in modo che gli italiani non si scordino mai, neppure per un momento, di avere molti scheletri nel proprio armadio coloniale, per ciò che hanno fatto in Africa (l’Asia e il Pacifico hanno molta meno importanza: in pratica si tratta solo della spedizione contro i Boxers e delle concessioni cinesi di Tientsin, Shangai e Amoy e di qualche timido tentativo verso il sultanato di Sabah e la Nuova Guinea) e di cui si devono perennemente vergognare: dalle repressioni del maresciallo Graziani nell’interno della Libia all’uso dei gas venefici da parte dell’aviazione durante la guerra d’Etiopia. Uno storico africanista molto conosciuto, Angelo Del Boca, ha fatto di questo rimprovero il filo conduttore di tutte le sue ricerche sulla nostra passata storia coloniale (cfr. il nostro articolo: Angelo Del Boca e la “sua” Africa, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18/11/17).

Il grado di obiettività dei suoi libri è pari a quello che si può riscontrare nel film Il leone del deserto, commissionato nel 1981 dal colonnello Gheddafi, e finanziato con 35 milioni di dollari, al regista Mustafa Akkad, e interpretato da star hollywoodiane come Oliver Reed (il generale Graziani, nei panni del “cattivo”), Rod Steiger (Mussolini, il cattivissimo), Anthony Quinn (il protagonista, cioè l’eroe) e l’intramontabile Irene Papas, per celebrare le gesta patriottiche di Omar al-Mukhtar, capo militare dei Senussi che contrastò l’occupazione effettiva della Cirenaica da parte italiana e che venne infine catturato, processato e impiccato nel 1931. Sia nel film di propaganda voluto dal dittatore libico, sia nei libri di Del Boca si respira la stessa atmosfera satura di manicheismo ideologico: tutto il bene sta dalla parte dei popoli africani, tutto il male è dalla parte dei biechi colonialisti italiani; e quanto al colonialismo in se stesso, va da sé che è una delle pagine più brutte dalla storia mondiale. 

Tutti questi luoghi comuni dovrebbero essere rivisti uno per uno allo scopo di ristabilire un po’ di equanimità in sede di giudizio storico; senza contare che dal giudizio storico discende anche, almeno in parte, l’idea che un popolo si forma di se stesso, del suo passato, dei suoi pregi e delle sue virtù, ma anche dei suoi difetti e delle sue colpe. E dunque, è proprio vero che il colonialismo italiano è stato un unico, grande errore? Noi non ne siamo così sicuri come lo sono Del Boca, o Walter Markov con il suo Sommario di storia coloniale, o, in genere, tutti gli storici di sinistra; e nemmeno siamo sicuri che il colonialismo italiano sia stato peggiore di quello delle altre grandi potenze, a cominciare da quella che pretese di ergersi a modello supremo e insuperabile, la Gran Bretagna (cfr. i nostro articoli: C’era qualcosa di sbagliato nel colonialismo italiano?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 09/03/10 e su quello dell’Accademia Nuova Italia il 05/12/17, e Il confronto tra colonialismo inglese e italiano, rispettivamente il 16/11/13 e il 03/12/17). In realtà, l’esperienza coloniale italiana in Africa è durata poco più di sessant’anni: dal 1882, con l’acquisto della baia di Assab da parte della Compagnia Rubattino, al 1943, quando l’ultima bandiera italiana venne ammainata al termine della campagna di Tunisia (Paese che peraltro non era una colonia italiana, in quanto la Francia l’aveva occupato sin dal 1881, precedendo di pochi giorni un’analoga iniziativa del governo Depretis). In quel breve periodo di tempo, non vi è alcun dubbio che l’Italia investì cospicue somme di denaro, avviò una agricoltura moderna e costruì notevolissime infrastrutture in tutte le sue colonie africane, e con ciò diede un contributo determinante ad avviare in quelle società un impulso di rinnovamento che si è prolungato ben oltre la conquista dell’indipendenza.

Nessuno storico serio ha mai potuto obiettare che l’Italia ha ricavato dalle sue colonie molto meno di ciò che vi ha investito, a differenza di ciò che si può dire delle maggiori potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, ma anche delle minori, sia antiche, come l’Olanda e il Portogallo, sia recenti, come il Belgio. Certo, è impossibile dimostrare che ciò fu dovuto a una particolare generosità dei colonizzatori italiani, mentre è sicuro che vi ebbe una parte decisiva il crollo subitaneo dell’impero, così come era accaduto per le colonie tedesche con la scoppio della Prima guerra mondiale. L’impero coloniale germanico, anzi, ebbe vita ancor più breve: nato con Bismarck nel 1884, si chiuse ufficialmente col trattato di Versailles del 1919, sicché la Germania non ebbe il tempo di mettere a frutto i suoi investimenti. Per il colonialismo vale la regola di qualsiasi altra impresa: metter su un’attività economica richiede dei finanziamenti iniziali che solo in un secondo tempo potranno essere recuperati sotto forma di utili. Il caso più caratteristico, per l’Italia, è quello dell’Impero di Etiopia: in quel caso, il dominio coloniale durò appena cinque anni e in un tempo così breve è più che ovvio che i capitali investiti non poterono fruttificare; in compenso, ha del miracoloso ciò che l’Italia riuscì a costruire in termini di strade, ponti, ferrovie, scuole, ospedali, per non parlare dello svecchiamento giuridico e amministrativo, dall’abolizione della schiavitù alla creazione di un embrione di Stato moderno (mentre l’Impero di Hailé Selassié era ancora, per molti aspetti, un residuato del feudalesimo medievale). In pratica, e contrariamente alla vulgata oggi corrente, bastarono cinque anni perché l’Italia aiutasse l’Etiopia a entrare nella storia moderna, facendo quello che nessun sovrano indigeno aveva mai fatto, né mai avrebbe fatto, neppure in cento anni; ragion per cui il popolo etiopico, e questo è il dato realmente probante, non conserva un cattivo ricordo dell’Italia, nel complesso, nonostante pagine fosche, come la repressione sanguinosa dell’insurrezione di Addis Abeba nel febbraio 1937. Del resto, la stessa conquista dell’Etiopia, nel 1935-36, che viene sempre presentata come un’aggressione a freddo voluta da Mussolini per “vendicare Adua” e per dare al nostro Paese “un posto al sole”, forse non fu così studiata in anticipo come oggi si dà, quasi sempre, per scontato (cfr. il nostro articolo Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l’Italia ad aggredire deliberatamente l’Etiopia?, sul sito di Arianna Editrice il 07/06/11 e su quello dell’Accademia Nuova Italia il 20/11/17).

Chi ha letto il bel libro di Franco Bandini Gli italiani in Africa. Storia delle guerre coloniali, 1882-1943, scritto da un autore che non può certo essere accusato di tendenze colonialiste o di simpatie fasciste, ma che discute i fatti storici, e anche i loro retroscena, col buon senso dei numeri alla mano, delle date, degli interessi in gioco, tutte cose che, se correttamente poste, parlando già da sole, sa che l’Italia, dopo l’infausta pace di Addis Abeba del 1896 e fino alla guerra del 1935-36, più che a prendersi la rivincita su Adua e a sottomettere l’Etiopia, badava a proteggere le sue colonie della Somalia e dell’Eritrea, poste costantemente sotto minaccia dalla politica espansionista dei Negus. Tanto è vero che aveva bensì dei piani difensivi approntati a tale scopo, ma non dei piani offensivi, che vennero preparati solo a partire dal 1935, dopo e non prima l’incidente ai pozzi di Ual Ual del 5 dicembre 1934; mentre le bande di alcuni ras si tenevano pronti da tempo all’invasione delle due colonie italiane, con l’obiettivo strategico di aprire all’Etiopia la via fino al mare, il Mar Rosso nel caso dell’Eritrea e l’Oceano Indiano in quello della Somalia. Per cui, alla fine, l’incidente di Ual Ual convinse Mussolini a cogliere l’occasione, non cercata, ma presentatasi per caso, di eliminare una volta per tutte la minaccia gravante su di esse, e a causa della quale l’Italia doveva tenere ad Asmara e a Mogadiscio delle forze militari sproporzionatamente grandi, e assai costose, per parare in qualsiasi momento una puntata offensiva etiopica; oppure doveva rassegnarsi, prima o poi (e anche questa possibilità era stata a suo tempo ventilata) ad abbandonarle, perché tenervi un esercito permanente era troppo costoso, ma non farlo equivaleva a rischiare di essere gettati in mare da una improvvisa offensiva etiopica.

Osserva il giornalista e saggista Waldimaro Fiorentino nel suo libro L’Italia in Africa e un Degasperi sconosciuto (Trento, Manfrini Editori, 1991, pp. 27-32):

Chissà perché Gheddafi non ha mai chiesto alla Turchia i risarcimenti che ha più volte reclamato dall’Italia? La nostra campagna di Libia, in effetti, fu un episodio di colonizzazione atipica; l’Italia non privò la Libia della sua libertà, ma la sottrasse al dominio della Turchia, che l’aveva colonizzata per secoli, limitandosi a sfruttarla senza farla progredire assolutamente, anzi facendola vistosamente regredire, e che la colonizzava tuttora. L’Italia, al contrario, restò in Libia soltanto per una trentina d’anni e lasciò opere pubbliche ed istituzioni imponenti che trasformarono letteralmente quel Paese e ne resero possibile il passaggio senza traumi al regime di indipendenza; per questo Re Idriss, che fu il primo capo dello Stato della Libia indipendente, dimostrò amicizia e simpatia per i 25 mila italiani che rimasero in Tripolitania e Cirenaica, dopo la partenza dell’Italia dalla Libia.

L’Italia, sin dai primi giorni della campagna di Libia, soppresse il commercio degli schiavi, che aveva il suo mercato principale a Bengasi, realizzando così un’opera di liberazione civile e di umanità, prima ancora che un’occupazione militare. Di questo provvedimento ci fu grata, per un interesse egoistico, anche la Francia, che vedeva ostacolata la sua penetrazione nella regione del lago Tchad dai guerriglieri, armati con le armi acquistate attraverso la vendita degli schiavi operata, appunto, a Bengasi. Ne dava notizia il quotidiano parigino “Le Matin”, scrivendo: “Finora i trafficanti di schiavi andavano ad esitare a Bengasi la loro triste merce ed a comprarvi armi e munizioni, delle quali si servivano contro le  nostre truppe. Ora che l’occupazione dell’Italia chiuse la porta dalla quale operavasi questo abominevole commercio, sventando così le fosche manovre contro la nostra occupazione nell’Africa centrale, il nostro compito sarà facilitato singolarmente”. (…) Ma di quel provvedimento si dimostrò soddisfatta soprattutto la popolazione locale più povera esposta ai rischi della schiavitù (…).

Le motivazioni diplomatiche che determinarono il nostro intervento contro l’Impero ottomano in Libia vennero riassunte in una nota che “Il Trentino”, quotidiano diretto da Alcide Degasperi, pubblicò nel n. 224 di lunedì 2 ottobre 1911; essa assicura che “La misura era colma”, poiché negli ultimi anni della dominazione turca si erano verificate numerose “sopraffazioni di cui furono oggetto gl’italiani fino ai massacri di Adana e al saccheggio dell’agenzia di navigazione generale italiana di Santi Quaranta e dei reclami eternamente insoluti. Il nuovo regime [ossia quello dei Giovani Turchi, nota nostra] peggiorò la situazione ed è noto fra le infamie il ratto di Giulia Franzoni, la sedicenne figlia di onesti operai  delle ferrovie di Adana, alla quale fu imposto con la violenza l’islamismo. È pure nota la lunga storia delle piraterie ottomane nel Mar Rosso. Brevemente accennato il fatto del 5 giugno 1909 quando la cannoniera “Nurakad” a 40 chilometri dalla costa turca si impossessò con atti di violenza della somma di 2340 talleri del sambuco italiano “Selima”; vero atto di pirateria senza attenuanti. Il Governo ottomano si è reso pure complice di fatti delittuosi; si ricorda ancora Pade Giustino caduto a Derna sotto il ferro assassino e Gastone Terrini assassinato a Tripoli. Questi ed altri fatti rimasti impuniti, malgrado i reclami dei consoli.

E vale anche la pena ricordare che, tra i più accaniti sostenitori dell’intervento dell’Italia in quel Paese vi era anche Hassuna Pascià, all’epoca sindaco di Tripoli e discendente della Dinastia dei Caramanli, che aveva regnato sulla Libia dal 1711 al 1835, per essere rovesciati proprio dai turchi, i quali avevano già privato i libici della loro volontà nei secoli precedenti, così come fatto dal 1835 sino al 1911, prima dello sbarco dell’Italia. Di quella occupazione, Hassuna pascià, come del resto la parte prevalente della popolazione libica, fu sempre molto grato all’Italia, con la quale collaborò attivamente, assumendo anche l’incarico di vicegovernatore della Libia. (…)

Taher Bey [uno dei suoi figli] frequentò l’Accademia militare di Modena, uscendone con il grado di sottotenente, appena in tempo per prendere parte alla seconda guerra mondiale, distaccato ai servizi logistici nell’area nordafricana; in questo compito, si distinse per fedeltà e perizia. Catturato dagli inglesi, venne internato in un campo di concentramento in India sino al termine delle ostilità.

La sua fedeltà all’Italia non gli venne rimproverata dai suoi compatrioti, i quali, evidentemente condividendone i sentimenti, lo elessero dopo il conflitto, sindaco di Tripoli, incarico che era già stato di suo padre.

Scommettiamo che moltissime di queste cose lo studente italiano, anche di livello universitario, raramente le viene a conoscere. La maggior parte degli storici, degli intellettuali e degli uomini di cultura ha troppa paura d’esser tacciato di neocolonialismo, per dirle. Eppure la verità è questa: in Libia ci andammo, nel 1911, per delle buone ragioni; una bella fetta della popolazione araba accolse con gratitudine l’occupazione italiana, ricordandola poi con affetto e persino con qualche nostalgia: valga per tutti l’episodio del sindaco di Tripoli, Hassuna Pascià, e della sua famiglia) Eppure, non pago d’aver cacciato i nostri laboriosi coloni, nel 1970, il presidente Gheddafi chiese cospicui “risarcimenti” per la dominazione italiana e sostanzialmente li ottenne, dal governo Berlusconi, col Trattato di Bengasi del 2008. Ma perché non chiese alcun risarcimento alla Turchia? Forse per non ricordare al mondo che il colonialismo non è stato un’invenzione europea, né una “vergogna” tutta italiana? O per far dimenticare che se i turchi lo praticavano da secoli, gli arabi, per parte loro, da secoli praticavano il commercio degli schiavi? E che la prima iniziativa giuridica importante dell’Italia in Libia fu la sua abolizione, così come lo sarebbe stata, nel 1936, l’abolizione della schiavitù nell’Impero di Etiopia?

No: non di tutto il nostro passato coloniale abbiamo motivo di vergognarci; ed è sospetta la fretta con cui si è voluta porre una pietra tombale anche sul ricordo di quella esperienza nazionale. Eppure, anche in letteratura essa non è scivolata via senza lasciare alcuna tracia: dalla quadrilogia di Guglielmo Ferrero La terza Roma, formata dai romanzi Le due verità (1926), La rivolta del figlio (1927), Sudore e sangue (1930) e Liberazione (1936), fino a Tempo di uccidere (1947) di Ennio Flaiano, dal quale è stato tratto un film di Giuliano Montaldo (1989) interpretato da Nicolas Cage: ma quanti studenti sanno della loro esistenza? E quanti italiani delle ultime due generazioni li hanno mai letti? Possibile che dopo più di settant’anni dalla chiusura di quella pagina della nostra storia, essa rappresenti ancora un nervo scoperto, che bisogna far di tutto per tenere nascosto al grosso pubblico?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Agosto 2019

Del 01 Novembre 2020

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