giovedì, 25 Febbraio 2021
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Due italiani in India (non i marò)

Due italiani in India (non i marò). Il porto indiano di Kochi nello stato del Kerala dovrebbe figurare sugli atlanti internazionali con il nome eloquente di «Porto del Tradimento» fu qui che nel febbraio del 2012 . . di Francesco Lamendola  

Se fosse ancora in uso, nella cartografia moderna l’usanza settecentesca di attribuire alle località geografiche lontane i nomi ispirati dalle prime esperienza che gli Europei ebbero nel contatto con le popolazioni indigene, il porto indiano di Kochi, nello stato del Kerala, dovrebbe figurare sugli atlanti internazionali con il nome eloquente di «Porto del Tradimento». Fu qui,  infatti, che, nel febbraio del 2012, le autorità indiane attrassero, con l’inganno (ossia con la richiesta all’equipaggio di collaborare nella identificazione di alcuni pirati arrestati), la petroliera italiana «Enrica Lexie” e riuscirono facilmente a catturare e mettere in stato di arresto i due fucilieri di marina Salvatore Girone e Massino Latorre, accusati di avere ucciso due marinai indiani.

Ebbene, in quello stesso porto di Kochi, nell’ormai lontano 1962, sostarono, nel corso di una vacanza nel subcontinente indiano, due scrittori italiani, che erano anche amici: Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini (anzi, tre, considerato che con loro c’era pure la moglie di Moravia, la scrittrice Elsa Morante): ed entrambi vollero raccontare l’esperienza di quel viaggio scrivendo, ciascuno, un libro, nel quale giunsero a fornire al lettore due chiavi interpretative diametralmente opposte di quel Paese e di quella cultura.

Così hanno ricordato questo episodio Michael Hardt e Antonio Negri nel loro libro «Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale» (titolo originale dell’opera: «Multitude», USA, Penguin Group, 2004; tradizione a cura di Alessandro Pandolfi, Milano, RCS Libri, 2004, pp.153-155):

«Una volta, due scrittori italiani andarono in vacanza insieme in India, e ognuno di loro scrisse poi un libro su questo viaggio. Uno colse nell’India soltanto la diversità, mentre l’altro vide le stesse cose che aveva lasciato in Italia.

In “Un’idea dell’India”, Moravia cerca di spiegare la diversità dell’India, ma è frustrato dal non poter andare mai oltre gli aspetti più astratti, dal non riuscire a superarla terminologia metafisica e non potere evitare le tautologie. L’esperienza gli ha mostrato perché gli europei sono europei e gli indiani sono indiani, ma è difficile esprimere questa differenza attraverso le parole più appropriate. Moravia ritiene che la differenza religiosa potrebbe aiutarlo. L’India è per eccellenza la terra della religiosità, scrive Moravia. Le religioni degli indiani sono non soltanto diverse dalle nostre, ma pervadono tutti gli aspetti della vita. L’IDEA religiosa impregna completamente l’esistenza. Gli indiani regolano la loro quotidianità con una serie di incomprensibili rituali religiosi. E, tuttavia, egli ritiene che questa idea di una religiosità vivente non sia veramente in grado di cogliere la differenza tra noi e l’India, differenza che è molto più profonda. In conclusione, l’estrema difficoltà a esprimere il fondamento di questa differenza è la conferma della sua ineffabilità. Miei cari amici italiani, conclude Moravia, non sono in grado di spiegarvi che cos’è l’India. Dovete andarci e fare diretta esperienza di questo enigma. Tutto quello che posso dire è che l’India è l’India.

L’altro scrittore, Pasolini, ha intitolato il suo libro “L’odore dell’India”, e cerca di spiegare quanto l’India sia simile a noi. Nelle strade affollate di Bombay, di notte, l’aria è ricca di odori che gli ricordano quelli di casa: le verdure che stanno marcendo dopo il mercato del mattino, l’acre odore dell’olio fritto di un venditore che cucina del cibo all’angolo della strada, le esalazioni opprimenti delle acque di scolo. Lo scrittore si avvicina a  una famiglia che sta svolgendo un complicato rituale sulla sponda del fiume con offerte di frutta, riso e fiori. Ma per lui non c’è nulla di nuovo. I contadini friulani hanno costumi molto simili: rituali agrari di antica origine pagana che sono sopravvissuti lungo i secoli. Poi, naturalmente, vengono i giovani. Lo scrittore discorre allegramente in un inglese improbabile con un gruppo di ragazzi che si sono riuniti all’angolo della strada. A Kochi, va in soccorso di Revi, un piccolo orfano in lacrime sistematicamente tormentato e derubato dai più grandi. Prima di lasciare la città, Pasolini convince un sacerdote cattolico a prendersi cura di un bambino e a proteggerlo, promettendogli che appena tornato in patria, gli avrebbe inviato regolarmente del denaro. Questi ragazzi, riconosce Pasolini, assomigliano a quelli delle periferie povere di Napoli o di Roma. Cari amici, conclude lo scrittore, gli indiani sono proprio come noi. Di fronte ai suoi occhi, tutte le differenze dell’India si confondono e tutto quello che rimane è un’altra Italia.

Sembra quasi che i due compagni di viaggio non abbiano visitato lo stesso paese. E tuttavia, sebbene diano agi antipodi, le loro risposte combaciano perfettamente come un racconto dei due volti dell’eurocentrismo: “sono assolutamente diversi da noi”; “sono proprio come noi”. La verità, si potrebbe dire anche questa volta, sta nel mezzo – in un certo senso gli indiani sono come noi, anche se sono molto diversi – ma questo compromesso nasconde il vero problema. Nessuno dei due scrittori può sfuggire alla necessità di adottare l’identità europea come un’unità di misura universale per stabilire l’identità e la differenza. Anche gli indiani (come gli indonesiani, i peruviani e i nigeriani) devono misurarsi in base agli standard dell’identità europea. È il potere dell’eurocentrismo.

L’India non è tuttavia  semplicemente diversa. L’India(con tutte le sue realtà) è una SINGOLARITÀ, e cioè non è diversa rispetto a uno standard universale, ma è già differente in se stessa, in quanto tale. Moravia, se avesse potuto abbandonare l’eurocentrismo, avrebbe potuto cogliere questa singolarità. Questa singolarità non significa però che il mondo sia una mera collezione di realtà locali in comunicanti. Quando riconosciamo la singolarità, comincia ad emergere anche il comune. Le singolarità comunicano tra loro, e possono farlo grazie al comune che esse condividono. Tutti abbiamo corpi con una stessa morfologia, abbiamo in comune la vita su questo pianeta; condividiamo il regime capitalistico di produzione e di sfruttamento; ci accomunano gli stessi sogni di u mondo migliore. Inoltre, la nostra comunicazione, la nostra cooperazione e le nostre relazioni non si fondano soltanto sul comune che già esiste ma, a loro volta, lo producono. Produciamo e riproduciamo quel comune che condividiamo giorno dopo giorno. Se Pasolini avesse potuto congedarsi dall’eurocentrismo, avrebbe potuto comprendere questa relazione dinamica del comune.»

Dunque, sia Moravia che Pasolini ci hanno dato, dell’India, quel che hanno visto attraverso le loro particolari lenti: un Paese alieno, incommensurabile, e perciò incomprensibile, il primo; un Paese straordinariamente simile al nostro, quasi uguale al nostro, il secondo.

Sorvoliamo sulla assurdità di entrambe le interpretazioni, che sono, poi, il diretto e scoperto prolungamento della filosofia esistenziale di entrambi gli autori. La vita, per Moravia, è un enigma indecifrabile, una sciarada pazza e capricciosa, un labirinto beffardo, nel quale non si dà alcun filo di Arianna, ad eccezione di una ricerca ostinata,  inesausta, ossessiva, del piacere sessuale, che finisce per diventare una specie di anestetico per non sentire la disperazione d’una condizione umana intollerabile. Per Pasolini, la vita è la ricerca affannosa, nostalgica, imperiosa, dell’autenticità e di una non meglio specificata “innocenza”; e l’autenticità, o l’innocenza, non si trovano nella borghesia egoista e decadente, benpensante ed ipocrita, ma nei “poveri”, negli ultimi, negli emarginati, fieri della loro diversità: e, più specificamente ancora, nella gioventù (maschile) che erompe, vigorosa e prepotente, da questi strati sociali negletti, ma non ancora contaminati dal bacillo del conformismo consumista.

Nessuna meraviglia, quindi, che l’India risulti incomprensibile a Moravia: ma sarebbe forse più giusto domandarsi se lo interessi veramente; anzi, se ci sia qualcosa, una qualsiasi realtà umana, ad eccezione del sesso, che lo interessi davvero. Per i suoi “indifferenti”, in fondo, tutto è uguale, nessuno di loro possiede lo sguardo curioso, lo sguardo incantato, che nasce dalla volontà di scoprire cose nuove e di confrontarsi, mettendosi in gioco, con nuove dimensioni del reale. Tutto è noioso, nulla è interessante; nulla è degno di uno sguardo prolungato, anche perché lo sguardo di Moravia non è benevolo, non è compassionevole, non è veramente umano: è freddamente distaccato, insensibile come il ghiaccio, anaffettivo, quasi disumano, come quello dell’entomologo che sta vivisezionando, senza un fremito di commozione, gli insetti nel suo laboratorio.

E nessuna meraviglia che Pasolini “creda” di capirre l’India così bene, da non notarvi alcuna differenza sostanziale con l’Italia: al punto che s’immagina, farneticando, di vedere chi sa quale analogia fra un rito religioso celebrato da una famiglia indù e certi non precisati riti agresti pagani del suo Friuli: laddove non è l’osservatore dei fatti che parla, ma l’ideologo, tutto compreso della propria ideologia, della propria Weltanschauung. Qui non ci sono soltanto le sdolcinatezze di Rousseau a proposito dello stato di natura e il mito del “buon selvaggio”, che poi coincide con il “buon sottoproletario”, cioè con il ragazzo di vita delle borgate romane; qui c’è anche il tragico malinteso del cristianesimo cosiddetto progressista, vale a dire l’errata conclusione che, se Dio è il padre di tutti gli uomini (e questo sottofondo cristiano è fortissimo nell’ateo Pasolini), allora tutti gli uomini sono simili, per non dire uguali, e tutta la terra appartiene a ciascuno di loro: che è, poi, l’idea proto-comunista di Thomas Müntzer, proclamata all’epoca della guerra dei contadini tedeschi del 1525 (le radici del “comunismo” di Pasolini sono qui, nel cristianesimo evangelico ed egualitario, dunque più nel protestantesimo luterano che nel cattolicesimo tridentino; oltre che nell’impossibile connubio con il marxismo, per cui il Gesù del suo «Vangelo secondo Matteo» è essenzialmente un predicatore rivoluzionario, un Che Guevara “ante litteram”, e non un maestro spirituale).

Ora, Antonio Negri e Michael Hartdt ritengono di avere individuato, nelle due letture dell’India, opposte e speculari, di Moravia e Pasolini, le due facce di un unico atteggiamento “scorretto”, l’eurocentrismo. «Vedete?, essi dicono, questi scrittori giungono a conclusioni diametralmente opposte, perché partono da uno stesso pregiudizio: quello che, per capire il resto del mondo, sia inevitabile partire da una concezione europea, presa come pietra del paragone di qualsiasi altra cosa e come metro di giudizio di qualunque realtà». Forse, però, le cose non sono proprio così semplici: forse, Negri e Hardt si sono fermati alla superficie delle cose, sostenendo che, dopotutto, basta “spogliarsi” del modo di pensare e di giudicare europeo, per riuscire a comprendere le altre culture e società.

Prima di tutto, si può osservare che, per un europeo, non esiste alcuna possibilità di “spogliarsi” del proprio bagaglio culturale, e, più ancora, del proprio modo di sentire, di vedere e giudicare: egli non potrebbe, neanche volendolo, fare in se stesso “tabula rasa”, esattamente come non lo potrebbe un indiano, un peruviano o un nigeriano. E, a proposito: non esistono gli “indiani”, né i “peruviani”, e nemmeno i “nigeriani”, se non in senso esteriore e politico; esistono, semmai, i Bengalesi, i Quechua, gli Ibo, ecc.: insomma, esistono le tante, innumerevoli etnie, lingue, culture e religioni che quei Paesi, figli del colonialismo e perciò artificiali, annoverano al proprio interno. Dunque non esiste nemmeno “l’India”, ma esistono dieci, cento, mille Indie diverse; mentre di Italie, se proprio vogliamo fare un raffronto, ne esistono due o tre al massimo, almeno in senso forte (è chiaro che, in senso debole, ne esistono molte di più: nulla di paragonabile, comunque, al mosaico e al caleidoscopio dell’India, del Perù, della Nigeria).

In secondo luogo, è perfettamente inutile spogliarsi di qualcosa, se non si è capaci, o se non si è disposti, a riconoscere che l’alterità, certamente, esiste, ma che essa, in quanto tale, ci è irraggiungibile e indecifrabile (e allora avrebbe ragione Moravia), ma qualcosa di essa, dopotutto, possiamo capire, o almeno sforzarci di capire, ascoltandola per quel che essa ha da dirci, senza la fretta e la smania di collocarla subito, neutralizzandola, entro le categorie rassicuranti del “simile” (come fa Pasolini) o dell’incomprensibile (come fa Moravia). Nel primo caso si farebbe violenza ai fatti per amore dell’ideologia; nel secondo si rinuncerebbe, kantianamente, alla “cosa in sé”, in cambio del “fenomeno”: ma un fenomeno di cui nulla potremmo dire, ma che dovremmo limitarci a registrare passivamente e meccanicamente. È questo, tuttavia, il compito dello scrittore, dell’uomo di cultura: alzare barriere e dichiarare la bancarotta della comunicazione? Non sarebbe più onesto, in tal caso, se tacesse del tutto? Che cosa parla a fare? E qui vene in mente il «non sono un poeta» di Sergio Corazzini, o il «non chiederci la parola» di Montale: è onesto un tal modo di porsi nei confronti di quel che si sta dicendo?

Moravia, esistenzialista ed erede della «nausea» sartriana, pensa che gli altri ci sono estranei, incomprensibili, e, per giunta, che essi limitano la nostra libertà: pertanto rappresentano, per noi, niente di meno che l’inferno; sarebbero semplicemente inaccettabili, se non ci offrissero il surrogato del piacere sessuale. Nei romanzi di Moravia, infatti, la spregiudicatezza sessuale si riduce a un cinismo egoistico, nel quale non trovano posto, non diciamo la coscienza dell’uomo come persona, e quindi come valore, ma nemmeno il rispetto della sua dignità fondamentale, in quanto esso viene ridotto a cosa, a parti anatomiche, a pura e semplice fonte di godimento pornografico.

Pasolini, primitivista e cantore del sottoproletariato nostrano ed esotico, cerca, nella realtà umana, qualche cosa di molto simile a Moravia, pur partendo da premesse completamente diverse: cerca la vitalità dei corpi maschili, la giovinezza erotica dei sottoproletari, che ammira e che desidera, per cui non ha mai l’atteggiamento distaccato del suo amico, ma, anzi, si lascia coinvolgere fino a confondere la realtà con i propri desideri; anche per lui, tutto si riduce al piacere sessuale (omoerotico), anche se, in apparenza, il suo discorso è molto più ambizioso e la sua visione più ampia, perfino “spirituale”. Ma è una spiritualità posticcia (con buona pace di quei cattolici “moderni”, e alquanto strabici, che hanno intessuto, di recente, delle lodi sperticate nei confronti de «Il Vangelo secondo Matteo»), perché il tema dominante, ossessionante, onnipervasivo, di Pasolini, è il sesso, inteso soprattutto come violenza: nessuna delle sue opere cinematografiche è più rappresentativa di ciò, quanto «Salò o le 120 giornate di Sodoma», strano miscuglio di ideologia politicamente corretta (fascismo uguale depravazione morale, antifascismo uguale virtù e innoenza) e di pornografia brutale, sadica, fine a se stessa.

Al paragone, è infinitamente più onesto Sandro Penna, che del suo desiderio omoerotico perenne, bruciante, inestinguibile, ha parlato schiettamente e distesamente, senza girarci tanto intorno e, soprattutto, senza abbellirlo (o imbruttirlo) con i veli dell’allegoria politica, della denuncia sociale, della predicazione etica.

Quanto a Negri e Hardt, è curioso come le loro parole, scritte già nel III millennio, rispecchino un giudizio che poteva essere valido nel 1962, all’epoca del viaggio in India di Moravia e Pasolini, ma che, oggi, appare totalmente inadeguato e fuorviante. Negri e Hartd suggeriscono che il vizio peggiore degli Europei è la sopravvalutazione della loro cultura e della loro civiltà: ma la verità è che, ai nostri giorni, gli Europei non possiedono più né cultura, né civiltà, né fierezza, e tanto meno superbia: sono pronti, anzi, per essere colonizzati e acculturati.

A favore di chi? Ma degli Indiani, naturalmente, e dei Peruviani, e dei Nigeriani, i quali hanno elaborato un razzismo a rovescio, un suprematismo etnico, una intolleranza e una xenofobia che restituiscono all’Europa, con gli interessi, tutto il fardello di pretesa superiorità dell’uomo bianco. Oggi, tra un africanismo e l’altro, tra una negritudine e l’altra, è arrivato il tempo dei Kipling terzomondisti: il tempo in cui gli Africani, gli Asiatici, i Latinoamericani, si vantano di essere quel che sono, senza addurre una ragione speciale, nello stesso tempo in cui pretendono che gli Europei si vergognino di essere quel che sono, senza una ragione speciale. E la vicenda dei due “marò” italiani, sequestrati in India da tre anni, senza nemmeno una formalizzazione dell’accusa, mentre l’opinione pubblica indiana vorrebbe, se possibile, la loro condanna a morte, e mentre l’Europa, da parte sua, tace o balbetta, è un buon esempio di questo capovolgimento dei ruoli.

Possibile che Negri e Hardt non abbiano capito questo?

Possibile che non abbiano compreso che non l’Europa, oggi, ha bisogno di una cura dimagrante della propria arroganza intellettuale, ma che ne hanno bisogno i popoli ex coloniali?

Possibile che, mentre l’Europa, sprofondata nel vuoto e nel nulla, dimentica o perfino vergognosa della propria tradizione, ammaina la bandiera e si predispone all’occupazione straniera, inerme, rassegnata, ci sia ancora bisogno che intellettuali come Negri e come Hardt seguitino a farle la morale, come se essa stese ancora vivendo i tempi di Kipling e della regina Vittoria?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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