giovedì, 23 Settembre 2021
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È giusto considerare il genocidio degli Ebrei come un crimine collettivo del popolo tedesco?

Religione dell’Olocausto? è giusto considerare il genocidio degli Ebrei come un crimine collettivo dei tedeschi: per generazioni il senso di colpa è stato alimentato anche per convincerlo che non era degno della riunificazione di Francesco Lamendola  

Il grande storico francese François Furet, nel suo peraltro pregevolelibro «Il passato di un’illusione» (titolo originale: «Le passé d’une illusion», Paris, Laffont, 1995; traduzione italiana a cura di Marina Valensise, Milano, Mondatori, 1995, pp. 383-4), si lascia sfuggire un giudizio pesantissimo sull’intero popolo tedesco, a proposito del genocidio degli ebrei perpetrato dal regime nazista:

«[…] il 22 giugno 1941 segna una frattura nel corso della guerra, che in nome d’una ideologia razziale assume un carattere sterminatorio. Questo tratto probabilmente era già presente nel 1939-40 nella deportazione verso est di polacchi ed ebrei polacchi da parte dei nazisti. Ma da un lato, la persecuzione per quanto fosse stata atroce non si poneva come fine dichiarato il massacro; dall’altro, la guerra era avvenuta essenzialmente nell’Europa dell’ìOvest, dove la vittoria di Hitler aveva avuto un aspetto più tradizionale. La guerra nazista, nel senso pieno del termine, rivela la sua vera natura soltanto con le istruzioni di Hitler nella primavera 19141. Non è più una specie di fatalità che spinge periodicamente le nazioni a battersi, sottoponendo i loro cittadini soldati a fatiche interminabili, ma che offre loro anche un glorioso teatro dove dar prova di patriottismo. La guerra nazista segue un’ideologia più ampia della nazione, è prodotta da una deliberata ambizione di dominio universale, in lotta contro un avversario più generale del soldato o del paese confinante, persegue la vittoria con tanta maggior ferocia quanto più astratto è il suo contenuto ed è presente nella volontà di Hitler prima ancora di cominciare. Resterà tragicamente fedele alle intenzioni del suo promotore, poiché il popolo tedesco agirà come se le facesse proprie. È un  immenso crimine collettivo perpetrato da tanti individui, con tanta minuzia, al punto che la sua stessa intelligenza conserva una parte di mistero.»

Definendo il genocidio degli Ebrei (ma non, chissà perché, quello degli Zingari) come un immenso crimine collettivo e affermando che il popolo tedesco, nel suo insieme, ha agito come se avesse fatto proprie le intenzioni di sterminio hitleriane, Furet emette una sentenza inappellabile contro la nazione più colta d’Europa, la patria di Bach, Beeethoven, Wagner, Leibniz, Kant, Hegel, e getta su settanta milioni di Tedeschi un marchio d’infamia dal quale i loro discendenti faticheranno a liberarsi «in saecula saeculorum».

Un giudizio ancora più netto è quello emesso da Leon Poliakov e che egli stesso sintetizza nella formula: «reazioni individuali e responsabilità collettiva»; nel senso che, come la città di Gomorra alla vigilia della distruzione divina (paragone alquanto significativo circa lo stato d’animo di colui che lo istituisce), la Germania ebbe i suoi cinquanta giusti, anzi li ebbero ogni ambiente e ogni classe sociale, ma, nel complesso, il popolo tedesco fu correseponsabile col regime nazista di quanto accadde agli Ebrei dopo l’ascesa al potere di Hitler

Nel suo famoso studio «Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei» (titolo originale: «Bréviaire de la haine, Le IIIe Reich et les Juifs», Paris, Calmann-Lévy; traduzione italiana di Anna Maria Levi, Torino, Einaudi, 1955), appoggiandosi agli studi meticolosi di Müller-Claudius, giunge alla conclusione che nella società tedesca vi furono un novanta per cento di indifferenti, un cinque per cento di entusiasti sostenitori della politica antisemita e un altro cinque per cento che la disapprovarono senza esitazioni.

Poi, dopo aver notato che la coscienza morale del popolo tedesco si ribellò di fronte all’applicazione del programma di eutanasia per i disabili e i malati cronici, Poliakov non si perita di sferrare un attacco in piena regola contro tutto un modo di essere dei Tedeschi, e non solamente contro la loro adesione al nazismo o alle tendenze antisemite culminate nella «soluzione finale» del 1941-45, affermando (Op. cit., pp. 381-83):

«Quante altre vite, e questa volta di Ebrei, avrebbero potuto essere salvate contrariamente ai desideri del dittatore, lo dimostrò l’esempio eloquente dell’Italia fascista.

Torniamo così a certi modi di pensare e di vivere, a un insieme di caratteri  specifici tipicamente tedeschi: proprio quelli che, condizionando lo sviluppo storico o traendo da esso conferma e preparando il terreno, resero possibile l’avvento di Hitler e del nazismo. Bizzarro miscuglio di morboso razionalismo e di esaltazione nazionalistica; non occorre rammentare a questo proposito che certi problemi, come, ad esempio, il recupero dei denti d’oro dai cadaveri, venivano già pubblicamente discussi nelle colonne della stampa tedesca del 1925, nella Germania di Weimar. E neppure occorre rammentare come in quegli stessi anni l’eutanasia fosse già propugnata e ardentemente difesa con l’aiuto degli stessi speciosi argomenti. E, per tornare all’argomento che più ci interessa, non è necessario rammentare che “l’antisemitismo è venuto d’oltre Reno, dalla vecchia Germania sempre pronta alle dispute confessionali ed eternamente imbevuta dello spirito di casta; dalla nuova Germania tutta gonfia dell’orgoglio di razza e sdegnosa di tutto quanto non sia germanico”. Lo storico Anatole Leroy-Beaulieu, conservatore della vecchia scuola, scriveva queste righe nel 1893. In quegli stessi anni il grande Mommsen, esprimendo un lucido giudizio sul proprio paese, confessava nel suo testamento spirituale: “Con la parte migliore di me stesso ho sempre desiderato di essere un cittadino. Ciò non è possibile nella nostra nazione, dove l’uomo isolato, anche il migliore, non può uscire dalle file, non può superare il feticismo politico. Questo profondo disaccordo col popolo al quale appartengo mi ha fatto decidere a non comparire in pubblico davanti ai Tedeschi, poiché non provo per essi il minimo rispetto”.

Cose ben note, e tuttavia facilmente dimenticate. Quando il Mommsen scriveva queste righe, l’eccitazione pangermanista era in pieno sviluppo tra i Tedeschi. Da decenni innumerevoli filosofi, pubblicisti ed educatori  esaltavano l’ideale prussiano, fatto d’inflessibile durezza e di obbedienza cieca, mentre persino il grande Hegel deificava lo Stato; da secoli, uomini come Jahn, Arnndt, List, Treitschke, Bernhardi proclamavano la superiorità della razza germanica, invitando la Germania a guerre franche e gioiose. E il messaggio pericolosamente sottile di Nietzsche entusiasmava le folle tedesche le quali l’interpretavano e lo deformavano a modo loro, ritenendo di esso quanto poteva loro convenire: in primo luogo, la glorificazione della “bestia bionda”. Ciò significa che da gran tempo si era venuto preparando il terreno sul quale poté prodursi la catastrofe hitleriana; e allorché, prima di lanciare le legioni naziste alla conquista dell’universo, il Führer le sottoponeva a un sapiente ammaestramento, sforzandosi di rendere i suoi uomini duri, crudeli e violenti, d’estirpare dal loro cuore ogni pietà, di far tacere la loro coscienza, questa “invenzione ebraica”, egli non faceva altro che dar vita e profilo a un antico sogno fluttuante e diffuso.»

Che dire di questi giudizi, che hanno fatto testo dal 1945 in poi, creando una sorta di quarantena morale intorno al popolo tedesco e respingendone intere generazioni nel senso di colpa per un crimine orrendo commesso dai loro padri, TUTTI i loro padri, o, almeno, la stragrande maggioranza di essi?

In pratica, a meno che un cittadino tedesco potesse dimostrare di aver avuto dei legami con il gruppo di Stauffenberg, dopo la fine della seconda guerra mondiale egli si trovava, rispetto al resto dell’Europa e al mondo intero, press’a poco nelle condizioni di un lebbroso, evitato da tutti o guardato con diffidenza e sospetto. La domanda inespressa, che si poteva leggere negli occhi del suo interlocutore non tedesco, era sempre la stessa: «Anche tu eri uno sterminatore di Ebrei? Anche tu eri un membro delle SS? Anche tu hai denunciato il tuo vicino di casa ebreo, non lo hai nascosto, non lo hai aiutato?»

Specialmente dopo il processo di Norimberga, nel corso del quale vennero proiettati alcuni drammatici filmati relativi ai campi di concentramento (sul genere di quello girato dagli Inglesi a Bergen-Belsen e montato con la supervisione di Alfred Hitcock, che mostrava cumuli di cadaveri, peraltro deceduti di tifo e di stenti negli ultimi giorni di guerra, non essendovi camere a gas), «nazista» e «sterminatore di Ebrei» divennero pressoché sinonimi; anzi, il genocidio contro gli Ebrei divenne la pietra del paragone del regime hitleriano, condannandolo a una condanna definitiva  e senza appello, quale mai nella storia si era vista, né si vedrà in seguito.

Perfino i crimini dello stalinismo dovettero attendere decenni prima di essere conosciuti e altri decenni prima di essere creduti, senza che neppure oggi abbiano avuto la capacità di attirare su quel regime politico lo stesso biasimo totale e generalizzato che ha colpito il Terzo Reich, definito anche da storici illustri «regime diabolico» per eccellenza; anzi, a ben guardare, l’unico vero regime diabolico della storia.

Nella visione dell’opinione pubblica mondiale, un alone sulfureo circonda Hitler, il suo governo e i suoi sostenitori; dimenticando che una tale condanna equivale a una condanna inesorabile di quasi tutto il popolo tedesco, reo, anch’esso, di aver approvato la politica nazista o, quanto meno, di non esservisi opposto.

Nessuno dei grandi maledetti della storia, dall’antichità ad oggi, ha ricevuto un simile trattamento: al confronto di quanto fecero Hitler e i suoi, ogni orrore precedente sfuma e tende a scomparire: l’erba che più non cresce dietro il cavallo di Attila in marcia; la montagna di teschi davanti a Baghdad dopo la conquista di Tamerlano; le migliaia di cuori strappati ed offerti dai sacerdoti aztechi alla divinità solare Huitzilopochtli: tutto appare, in paragone, accettabile e quasi artigianale, se non addirittura frutto di leggende e dicerie esagerate.

È chiaro che la questione, da un punto di vista storiografico, presenta due aspetti, entrambi meritevoli di un serio approfondimento.

Primo aspetto: è lecito appiattire tutto il nazismo sulla «soluzione finale» del problema ebraico, o, comunque, sugli aspetti criminali che certamente quel regime ebbe; o non ci si dovrebbe sforzare di studiare con maggiore serenità anche gli altri aspetti di esso, ad esempio la straordinaria capacità che esso ebbe di assorbire, in soli sei anni, dal 1933 al 1939, qualche cosa come sei milioni di disoccupati, frutto della grande crisi di Wall Strett del 1929?

A questo atteggiamento, ossia quello di uno studio imparziale di tutti gli aspetti del regime nazista, sia negativi che positivi, si oppone, appunto, l’enormità dei crimini da esso compiuti: e tuttavia, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che un simile atteggiamento è emotivo e non scientifico.

Con nessun altro sistema politico della storia si è adottata una linea di questo genere: al punto che, se uno studioso osa pendere in considerazione anche gli aspetti postivi del nazismo, immediatamente viene sospettato, o apertamente accusato, di simpatie naziste, cosa che lo riduce al silenzio e lo spinge a rientrare in fretta nei ranghi della Vulgata ortodossa.

Come minimo, lo studioso che si senta disposto a prendere in esame anche gli aspetti non criminali del nazismo, deve premettere al proprio lavoro una dichiarazione di antinazismo totale e incondizionata, ciò che non viene richiesto, poniamo, allo studioso del regime sovietico, il quale non intenda tacere le realizzazioni positive di quel regime, oltre a considerare, e giustamente, i suoi aspetti criminali.

Tutto questo ci ha avvertiti che l’antifascismo, e la sua variante dell’antinazismo, sono stati eretti al rango di religione, o meglio, a un aspetto della religione oggi imperante nel campo degli studi storici: la religione dell’Olocausto. Altre implicazioni di essa sono l’impossibilità di muovere qualunque critica al sionismo, o allo Stato di Israele, senza incorrere immediatamente nei fulmini della censura morale e, da qualche anno, anche di quella penale, con la prospettiva di dover scontare anni di carcere per aver sminuito l’Olocausto, come è toccato a David Irving.

Ora, è chiaro che se la storia è dominata da una censura di tipo religioso, ogni sua aspirazione alla imparzialità e alla obiettività è bruciata in partenza. Vale a dire che lo storico odierno del nazismo e della seconda guerra mondiale si trova più o meno nelle condizioni in cui si trovava Paolo Sarpi quando scriveva la sua «Istoria del Concilio tridentino», o anche peggio.

È umiliante, ma resta il fatto che nessuno storico accademico oserebbe prendere la penna in mano per raccontare le vicende della Germania dal 1933 al 1945, senza prima sottostare al rito della solenne dichiarazione di condanna incondizionata di tutto quanto fece il regime tedesco allora al potere (e andato al potere, non dimentichiamolo, con libere elezioni democratiche, sia pure inficiate da un clima di violenza diffusa).

Eppure, un rito del genere non viene richiesto, ad esempio, allo storico della Turchia moderna, il quale si accinga a ricostruire il governo dei Giovani Turchi e specialmente il genocidio degli Armeni, perpetrato fra il 1915 e il 1916. Anzi, a quasi un secolo di stanza, bisogna ammettere che solo una parte dell’opinione pubblica mondiale è a conoscenza di quel genocidio; ed è appena da qualche anno che si è iniziato, timidamente, a parlarne, mediante la pubblicazione di libri ed articoli e la proiezioni di film. Ma resta il fatto che parlarne apertamente, in Turchia, a tutt’oggi non è possibile; di più: che si rischia la condanna al carcere, sotto l’imputazione di vilipendio dello Stato. E questo, sia detto fra parentesi, è il Paese che l’Unione europea si accinge ad accogliere nel proprio seno, fra il plauso generale degli statisti e degli intellettuali illuminati, auspice l’inquilino della Casa Bianca…

Analogamente, chi si ricorda ancora del genocidio commesso dagli Statunitensi a danno degli Indiani d’America, o quello commesso dai Britannici a danno degli Aborigeni australiani e dei Tasmaniani, nel corso dei quali le autorità pagavano un tanto per ogni persona uccisa: uomo, donna o bambino?

Il secondo aspetto è l’impossibilità di comprendere l’atteggiamento del popolo tedesco negli anni del nazismo, dato che nei suoi confronti, e solo nei suoi confronti, ci si rifiuta di adottare un criterio storiografico sereno e imparziale. Nessuno si sogna di addebitare all’insieme del popolo turco, per continuare l’esempio precedente, il genocidio degli Armeni; mentre, nel caso del popolo tedesco, tutti trovano naturale che esso avrebbe dovuto sapere ed opposi a quanto avveniva nei confronti degli Ebrei; e, visto che non lo fece, anch’esso deve essere ritenuto responsabile.

A questo proposito crediamo sia giunto il tempo di farla finita con troppe ipocrisie che, fino ad oggi, hanno reso impossibile valutare obiettivamente il comportamento collettivo dei Tedeschi riguardo alla «soluzione finale».

Prima ipocrisia: che, prima del 1933, vale a dire prima della salita al potere di Hitler, non vi fosse alcun problema ebraico in Germania; e, per dire la verità, anche in altri Paesi d’Europa, primo fra tutti, quella Polonia, per amore della quale venne scatenata la seconda guerra mondiale.

La verità, anche se il discorso non piace, è che l’integrazione (per usare una parola oggi anche troppo di moda) di molti Ebrei tedeschi lasciava parecchio a desiderare; senza contare che la loro presenza nel campo della finanza e delle professioni era percepita come abnorme e potenzialmente minacciosa per la società tedesca. E questo spiega come la gran parte del popolo tedesco, non nutrendo alcuna simpatia per gli Ebrei, non si oppose ai primi provvedimenti antisemiti, fino alle leggi di Norimberga ed oltre. Né si dimentichi che, fino al 1941, lo stesso regime nazista non pensava ad una eliminazione di massa degli Ebrei, ma piuttosto a una loro deportazione in qualche area lontana («progetto Madagascar»).

Ma da qui a dire che i Tedeschi sapevano quel che accadde nei campi di concentramento dopo il 1941, ce ne corre. Sì, essi vedevano i treni dei deportati arrivare ad Auschwitz, Dachau, Buchenwald; sapevano che squadre di operai ebrei erano messe a lavorare nelle fabbriche o a ripristinare le vie di comunicazione dopo le micidiali incursioni aeree alleate; ma nessuno può affermare che sapessero esattamente in quali condizioni, né, tanto meno, che vi fosse una deliberata politica di sterminio da parte del loro governo.

Né è necessario ricordare, in proposito, il tradizionale ossequio del popolo tedesco per l’autorità e la sua secolare abitudine ad una rigida disciplina. La Germania era in guerra: una guerra totale, una guerra di annientamento, come non se n’erano mai viste in passato, nemmeno nel 1914-18. E, dal 1940, i cieli della Germania erano sempre più spesso invasi da stormi di micidiali bombardieri inglesi, specializzati nelle incursioni notturne, i quali, nel corso di quattro lunghi ani, ridussero deliberatamente a un cumulo di macerie tutte le grandi e medie città tedesche, causando la morte di centinaia di migliaia di persone e la distruzione di milioni di abitazioni civili. Tutti gli uomini validi erano al fronte, e non c’era famiglia che, a un certo momento, non avesse ricevuto le fatali  cartoline annuncianti il decesso di uno o più dei propri cari, sui vari fronti di combattimento.

Tutto questo non giustificherebbe una eventuale connivenza con lo sterminio egli Ebrei; serve però a ricordare che le preoccupazioni del popolo tedesco, dopo il 1941, erano quelle legate alla pura e semplice sopravvivenza; e, inoltre, che una capillare propaganda inculcava loro l’idea che la causa di ogni loro sofferenza fosse da ascriversi agli Ebrei medesimi.

La seconda ipocrisia che è necessario smascherare è che i Tedeschi, cattivi, non avrebbero mosso un dito per aiutare gli Ebrei; mentre gli Alleati, buoni, si sarebbero prodigati per soccorrerli. Una variante di questa ipocrisia è il giudizio, duramente negativo, espresso da gran parte degli studiosi sul cosiddetto silenzio del papa, Pio XII.

Si dimentica, o si finge di dimenticare, che, mantenendosi formalmente al di fuori della mischia, il Vaticano era in grado di fare, e di fatto fece, molto di più per aiutare gli Ebrei braccati dai nazisti dopo l’8 settembre del 1943, a Roma e in tutta Italia, di quanto non sarebbe stato in condizione di fare se avesse denunciato apertamente lo sterminio; mentre Churchill e Roosevelt, che non correvano alcun rischio e che erano bene informati circa quanto avveniva agli Ebrei sia in Germania, che nei territori occupati dalla Wehrmacht, mai si espressero chiaramente a proposito del genocidio, e l’unica cosa che fecero, aggravando la posizione degli Ebrei, fu la dichiarazione di Casablanca del gennaio 1943, con la quale intimavano alle potenze dell’Asse la capitolazione senza condizioni («unconditional surrender»).

Perché nessuno storico ha mai parlato del «silenzio» di Churchill o del «silenzio» di Roosevelt? E perché nessuno ha mai parlato del «silenzio» del compagno Stalin? Forse perché la realtà dei lager tedeschi ricordava un po’ troppo da vicino quella dei gulag siberiani? O forse perché, dopo la scoperta delle fosse di Katyn, nel 1943, si sarebbe visto che i metodi criminali adoperati dai Sovietici verso i potenziali avversari (in quel caso, l’intellighenzia polacca) non differivano in nulla, nella sostanza, da quelli del regime di Hitler?

E perché è stato necessario attendere fino al 1989 che lo storico canadese James Bacque sollevasse la cortina di silenzio omertoso sul destino dei prigionieri di guerra tedeschi nei campi alleati, che furono lasciati morire a milioni dopo il 1945: circa un milione solo nei campi di prigionia occidentali, e senza contare tutti quelli che morirono nei campi sovietici o che non fecero mai più ritorno in patria?

Eppure, fin dalla metà degli anni Sessanta, il bel libro di Josef Martin Bauer «Finché i piedi ci portano» aveva ricordato all’opinione pubblica mondiale l’amaro destino dei prigionieri tedeschi in Unione Sovietica, pochissimi dei quali erano riusciti a fuggire, attraverso la Mongolia o la Persia, dai campi di prigionia di Stalin in Siberia e in Asia centrale, per rientrare in patria e raccontare la propria odissea dimenticata.

Dunque: non occorre invocare né l’esagerato spirito di disciplina prussiano, né la propensione dei Tedeschi a fidarsi ciecamente delle proprie autorità, né il lavaggio del cervello da essi subito, e specialmente dai giovani, ad opera della propaganda di Goebbels; e nemmeno una loro deliberata mancanza di sensibilità e di compassione verso il destino degli Ebrei, per spiegare il silenzio della società civile rispetto alla «soluzione finale».

Tutti questi elementi esistettero certamente, ma non furono, a nostro avviso, determinanti, anche se certamente possono concorrere a riportare il problema entro una giusta prospettiva storica. Il fatto veramente decisivo è che la stragrande maggioranza del popolo tedesco non sapeva esattamente cosa avvenisse nei campi di concentramento e non lo seppe se non dopo il maggio del 1945. Perfino all’interno del partito nazista è lecito supporre che solo una piccola minoranza fosse a conoscenza del terribile segreto, tanto più che – come è noto – Hitler ed i suoi più stretti collaboratori furono molto cauti quanto a redigere una documentazione scritta, da cui risulti inoppugnabilmente che, dopo il 1941, il regime nazista stava perseguendo una deliberata politica di genocidio sia verso gli Ebrei, sia verso gli Zingari.

Questo è il punto su cui dovremmo riflettere, anche in vista del nostro stesso futuro. Non solo nelle società pre-moderne, ma anche in una società industriale avanzata, caratterizzata da un largo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, è possibile che un regime totalitario riesca a perpetrare crimini su una scala mai vista, senza che l’opinione pubblica ne venga a conoscenza, se non attraverso voci dubbie e isolate e fughe di notizie non verificabili. Questo è quanto accadde in Germania nella seconda fase della seconda guerra mondiale, dopo l’attacco all’Unione Sovietica e soprattutto dopo il fallimento della campagna invernale davanti a Mosca, preludio alla svolta che avrebbe condotto inevitabilmente alla sconfitta.

E qui giungiamo alla terza ipocrisia che dovrebbe essere sfatata.

In un certo senso, la natura umana è cosiffatta, che ha bisogno di poter individuare chiaramente, e in forma personale, la responsabilità delle cose negative che si verificano sia nella vita del singolo, sia in quella delle comunità e dei popoli. Ci sentiamo meglio se possiamo addossare a una persona precisa, o ad un gruppo di persone, o perfino ad un intero popolo, la colpa di un crimine di guerra particolarmente efferato. Ma ciò non significa che tale nostro bisogno psicologico coincida con la verità storica.

Nell’era della società di massa, le responsabilità tendono a diventare anonime. John Steinbeck, nel romanzo «Furore», descrive lo sconcerto dei contadini americani, sfrattati dalle loro terre, davanti alla impossibilità di individuare il colpevole della loro tragedia. Sparare all’uomo che si presenta avanti alla loro casa, con un potente bulldozer, per abbatterla senza pietà? Ma ne verrebbe un altro, verrebbe lo sceriffo; e nessuno potrebbe trovare il responsabile dello sfratto, perché ogni decisione proviene da una banca, che non è fatta di persone fisiche, ma di meccanismi impersonali, dominati, a loro volta, dalle ferree leggi dell’economia.

E se fosse stato possibile sparare in fronte al pilota che sganciò la bomba su Hiroshima, forse che la distruzione atomica sarebbe stata scongiurata? Sarebbe giunto un secondo aereo, e poi un terzo, e così via. Perfino gli atti più atroci, nella società di massa, diventano anonimi e non riconducibili a delle singole persone. O, almeno, non riconducibili unicamente a delle persone singole. Chi ha scatenato la prima guerra mondiale? Chi ha scatenato la seconda? E chi ha scatenato la guerra del Vietnam?

Con questo, non vogliamo dire che le grandi tragedie collettive, provocate dalla malvagità di una certa politica o di una certa finanza, non abbiano alcun colpevole. Le responsabilità individuali rimangono: nel caso del genocidio degli Ebrei, è corretto imputarle in primo luogo a Hitler ed ai suoi stretti collaboratori. Ma sarebbe semplicistico e inverosimile pensare che sia sufficiente scaricare tutte le colpe su quelle persone, per mettersi a posto la coscienza.

D’altra parte, il mestiere dello storico non è quello di caricare o scaricare la coscienza di nessuno, ma semplicemente (si fa per dire) quello di capire come e perché si sono verificati certi fatti, e si sono svolti in un determinato modo.

Anche l’idea che il popolo tedesco, nel suo insieme, sia da ritenersi corresponsabile del genocidio degli Ebrei, è una di quelle idee che nascono dal bisogno emotivo di individuare dei colpevoli di un tremendo crimine, e non da quello, razionale, di comprendere come e perché certi eventi hanno avuto luogo.

Giungiamo così alla conclusione che, per tre o quattro generazioni, il senso di colpa è stato alimentato con zelo implacabile nell’insieme del popolo tedesco, forse anche per convincerlo che esso non era degno della riunificazione della propria patria, e che poteva essere riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale, solo a condizione di sentirsi perpetuamente colpevole di quanto era successo agli Ebrei fra il 1933 e il 1945.

Sia le due superpotenze, che si erano divise le spoglie del terzo Reich (compresa la sua sofisticata tecnologia, che rese possibile ad entrambi il balzo verso la conquista dello spazio), sia il neonato Stato d’Israele (che ottenne cospicui risarcimenti materiali), avevano tutto l’interesse a mantenere questa spada di Damocle morale sospesa sopra il capo del popolo tedesco. E la stessa cosa può dirsi degli Stati confinati, specialmente Polonia e Cecoslovacchia, sebbene entrambe si fossero già rivalse, espellendo milioni e milioni di Tedeschi dalle province orientali del Reich, da loro annesse; ma, in una certa misura, anche dalla Francia, dal Belgio e dall’Olanda.

E non è stato sulla base di questo ricatto morale che si è rinnovata l’ultima grande ipocrisia: che l’Austria, cioè, nel marzo 1938, fosse stata la prima vittima di Hitler, e non già il soggetto di una unione volontaria; allo scopo di proibirle, come già si era fatto nel 1919, di ricongiungersi alla più grande patria tedesca?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/11/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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