lunedì, 14 Giugno 2021
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È tempo di sfatare la leggenda della «pugnalata alla schiena» di Mussolini alla Francia

È tempo di sfatare la leggenda della «pugnalata alla schiena» di Mussolini alla Francia. Divulgata dal presidente statunitense Frankin Delano Roosevelt è una delle più tenaci e ingiustificate leggende nella storia di Francesco Lamendola  

Quella della «pugnalata alla schiena» che Mussolini avrebbe sferrato alla Francia moribonda, il 10 giugno del 1940, divulgata dal presidente statunitense Frankin Delano Roosevelt, è una delle più tenaci e più ingiustificate leggende nella storia della seconda guerra mondiale.

Gli intellettuali italiani – storici, saggisti, giornalisti – l’hanno fatta propria dopo il 1945, con il tipico accanimento autodenigratorio che sembra essere l’unico vero sport nazionale nel quale gli Italiani eccellono, e avallata con tutti i crismi di una sentenza definitiva e inappellabile. Ancora oggi, a quasi settant’anni di distanza, chi voglia compendiare in un’unica espressione tutte le infamie, vere o supposte, del regime fascista, basta che sussurri a mezza voce: «la pugnalata alla schiena della Francia»; e non occorre che aggiunga altro. Ogni possibile obiezione è sbaragliata, ridotta al silenzio, seppellita sotto una montagna di riprovazione morale.

Ebbene, forse è giunto il tempo di rivedere quel giudizio, sia sotto il profilo propriamente storico e politico, sia sotto quello morale; e ci si accorgerà, non senza qualche stupore, che le cose stanno assai diversamente da come la Vulgata della cultura ufficiale le ha descritte, per la bellezza di sette decenni, in Italia e all’estero.

Si vuole che la dichiarazione di guerra del 10 giugno, da parte di Mussolini, sia stata un atto di opportunismo senza precedenti; e, inoltre, che sia equivalsa ad un atto di viltà inqualificabile, dato che il suolo della Francia era ormai invaso e i Tedeschi puntavano vittoriosamente verso quegli obiettivi strategici risolutivi che, nel 1914, non erano riusciti a raggiungere per un soffio, a causa del «miracolo» della Marna.

È opportuno istituire un parallelo con le vicende della prima guerra mondiale, perché solo così si potrà comprendere quello che appariva evidente a quasi tutta l’opinione pubblica mondiale nel maggio-giugno del 1940: che la Francia, scarsamente sostenuta dalla Gran Bretagna e privata, questa volta (a differenza che nel 1914) della cooperazione russa, stava per crollare; e che ciò avrebbe spalancato orizzonti politici e strategici completamente nuovi, ridefinendo l’intero assetto del sistema di potere mondiale.

Pochi si resero conto che un conflitto come quello iniziato il 3 settembre 1939, con la dichiarazione di guerra anglo-francese alla Germania, sarebbe stato, anche più del precedente, un conflitto di logoramento, in cui la parola decisiva sarebbe stata scritta dal fattore tempo. Pochi rifletterono che l’80% delle materie prime mondiali necessarie all’industria bellica erano detenute da due sole potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica (tanto più che Stalin, in quel momento, era alleato di Hitler), e dunque esse sole avevano fondate speranze di una vittoria finale, se la guerra si fosse allargata. E pochi intuirono che, essendo assai mutati i rapporti di forza tra la flotta britannica e quella germanica rispetto al 1914, a tutto svantaggio della seconda, l’Inghilterra sarebbe stata in grado di istituire un blocco marittimo ancora più rigoroso del precedente, provocando l’inevitabile strangolamento economico della Germania.

Pertanto, la somma di questi due fattori – la strapotenza energetica e industriale americana e russa, e la strapotenza navale britannica – rendeva assolutamente certa la vittoria di queste tre nazioni, se esse avessero unito le proprie forze. Ora, nel 1940, l’unico elemento incerto era quello di una eventuale alleanza fra l’Unione Sovietica e le democrazie occidentali; perché, quanto al fatto che gli Stati Uniti avrebbero gettato tutto il loro enorme potenziale a sostegno dei «cugini» inglesi, non vi era il benché minimo dubbio; e bastava rileggersi la storia del primo conflitto mondiale per farsene assolutamente certi e persuasi.

Ma quando, nel maggio del 1940, le armate corazzate tedesche travolsero l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo e, con una audacissima manovra nel cuore della Foresta delle Ardenne, ritenuta da tutti intransitabile ai carri armati, aggirarono il fianco sinistro alleato e sfondarono la stessa Linea Maginot, che gli esperti militari di tutto il mondo avevano giudicato imprendibile, il grosso dell’opinione pubblica ebbe la nettissima sensazione che si stesse mettendo in scena una replica, a parti rovesciate, di quanto accaduto nell’agosto-settembre 1914: che la storia si stesse «vendicando» e che la Germania avesse ormai a portata di mano una vittoria clamorosa, imprevista, pressoché totale.

Nel 1914, il sacrificio russo di Tannenberg aveva salvato Parigi; ma, nel 1940, i Sovietici non pensavano affatto a salvare Parigi; erano in tutt’altre faccende affaccendati: arraffare quanti più Stati e regioni dell’Europa centro-orientale fosse stato loro possibile, dal Baltico al Mar Nero, dalla Finlandia alla Romania. Nessun «miracolo» della Marna era più possibile; anche se un «miracolo» vi fu, ma meno vistoso e tale, anzi, da passare quasi inosservato agli occhi dei più: quello di Dunkerque. Ne fu causa l’ingenuità di Hitler, il quale si illuse che gli Inglesi gli sarebbero stati grati di non aver distrutto il loro corpo di spedizione sul continente, e, anzi, di avergli permesso di reimbarcarsi; e credette che ciò li avrebbe resi disponibili ad accogliere favorevolmente le proposte di pace, che si accingeva a fare loro, subito dopo il crollo definitivo della Francia.

Tuttavia, bisogna tenere presente quello che all’opinione pubblica mondiale tendeva a sfuggire, nella tarda primavera del 1940: e cioè che, anche senza il «miracolo» di Dunkerque, la guerra sarebbe continuata, e con prospettive di vittoria sempre più esigue per la Germania.

Infatti, anche se le armate hitleriane avessero potuto invadere le Isole Britanniche ormai sguarnite di difensori, il governo inglese non avrebbe rinunciato alla lotta; si sarebbe trasferito in Canada, e da lì, forte di una schiacciante superiorità navale e delle risorse umane ed economiche del suo immenso impero (un quarto delle terre emerse!), avrebbe preparato la riscossa. Tutt’al più, l’invasione delle Isole Britanniche avrebbe affrettato l’inevitabile intervento americano, costringendo Roosevelt a gettare la maschera della neutralità prima del tempo, e, obbligandolo a cercarsi un altro pretesto, diverso da quello dell’attacco giapponese di Pearl Harbor.

Ma queste cose sfuggivano alla maggior parte dell’opinione pubblica, che, non abituata all’idea di un nuovo genere di guerra, davanti alle spettacolari vittorie tedesche in Polonia, Norvegia e Francia,  ebbe l’impressione – a livello puramente emotivo – che la guerra stesse ormai per finire, con un vero e proprio trionfo della Germania.

Era necessaria questa premessa, altrimenti non si riuscirebbe a mettere nella giusta prospettiva la decisione di Mussolini di entrare in guerra nel giugno del 1940; e, di conseguenza, non si arriverebbe a capire quanto sia pretestuosa, infondata e denigratoria la leggenda della pugnalata alla schiena che l’Italia avrebbe inferto alla propria «sorella» latina.

Ora, senza pretendere di sviscerare tutte le ragioni che spinsero Mussolini alla dichiarazione di guerra, ma limitandoci alla parte relativa alla Francia, non ci stancherà mai di sottolineare abbastanza che, quando il fronte occidentale venne rotto e le armate tedesche puntarono vittoriosamente verso Calais, Mussolini vide andare in fumo la carta sulla quale aveva deciso di giocare tutto: aspettare che i due avversari si logorassero in una guerra di posizione, come nella prima guerra mondiale, e poi intervenire quando fosse stato sicuro di poter esercitare un peso determinante, in un senso o nell’altro.

Adesso, invece, con l’esercito francese in rotta e la Linea Maginot sbaragliata, bisognava elaborare in tutta fretta un piano alternativo, ovviamente senza dimenticare l’impreparazione dell’esercito italiano, la mancanza di materie prime e specialmente di carburanti (che assicurava libertà di movimento alla flotta solo per pochi mesi), la debolezza complessiva del nostro sistema produttivo e finanziario.

A torto o a ragione, ma non per una miope politica di sciacallaggio, Mussolini optò per l’intervento immediato, ma con la direttiva ben chiara della «guerra parallela»: ossia non con la Germania e meno ancora per la Germania, ma accanto alla Germania, per la difesa degli interessi nazionali e con un occhio rivolto ai futuri equilibri strategici in Europa.

Bisogna essere onesti quando si valuta la decisione del Duce di dichiarare la guerra alle democrazie occidentali. Aveva egli la possibilità di mantenere la neutralità? Che cosa avrebbe dovuto aspettarsi da Hitler, quando, vittoriosa sui franco-inglesi, la Germania si fosse trovata padrona del continente? Il suo alleato del Patto d’Acciaio non avrebbe cercato di vendicarsi del suo mancato intervento? E, viceversa, che cosa avrebbe dovuto aspettarsi dalle democrazie occidentali, se fossero state loro a prevalere?

Da qualunque parte si giri intorno al problema, se si possiede un minimo di obiettività, bisogna riconoscere che i margini di manovra dell’Italia erano minimi; e che la decisione di entrare in guerra, anche se arrischiata, rispondeva sia al giudizio di quasi tutti gli esperti di politica internazionale circa la vittoria imminente e definitiva di Hitler, sia alla necessità di non lasciare quest’ultimo arbitro unico dei destini dell’Europa futura. Solo se avesse potuto sedere al tavolo della pace, Mussolini avrebbe potuto conservare all’Italia una posizione di prestigio, e, soprattutto, una funzione di mediazione, così come aveva già fatto alla Conferenza di Monaco del 1938.

Può sembrare paradossale, ma è così: era nell’interesse dell’Italia e dell’Europa  che la Germania non stravincesse e non rimanesse senza altri interlocutori che dei popoli vinti e dei governi collaborazionisti, privi di ogni reale spazio di autonomia. Insomma, era nell’interesse dell’Italia che la Germania vincesse, ma che non stravincesse; e che gli Alleati perdessero, ma non venissero disfatti.

In quest’ottica, e solo in quest’ottica, si può comprendere l’inerzia militare italiana nelle prime settimane di guerra, che portò a sprecare delle eccellenti occasioni e che, dal punto di vista strategico, appare semplicemente folle. La flotta inglese aveva già messo in preventivo di dover evacuare il Mediterraneo, e il minuscolo esercito britannico presente in Egitto (in violazione della sua sovranità e indipendenza), appena 36.000 uomini, si preparava a sgomberare Alessandra da un giorno all’altro; per non parlare di Malta, la spina nel fianco delle comunicazioni marittime tra Italia e Libia, che allora era pressoché sguarnita e che si sarebbe potuta occupare con un rapido colpo di mano dei paracadutisti, in cooperazione con la flotta. Anche Tunisi e la Corsica erano obiettivi realistici, se non proprio facili; e più ancora Gibuti, chiave del Bab el Mandeb, tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Infine, il Sudan era presidiato da una forza inglese addirittura ridicola, mentre nell’Africa Orientale Italiana erano concentrati ben 300.000 uomini: se mai vi fu un momento in cui era pensabile e fattibile realizzare un collegamento fra Libia ed Etiopia nella valle del Nilo, quello fu nel giugno del 1940; e non si sarebbe più ripetuto.

Invece, come è noto, non accadde nulla.

Graziani, coi suoi 230.000 uomini, si decise di malavoglia ad avanzare fino ad Sidi el Barrani, a 100 km. oltre la frontiera egiziana, solo molto dopo la dichiarazione di guerra (in settembre), sotto la minaccia di Mussolini di silurarlo; e, una volta giuntovi, si affrettò a trincerarsi, come ai tempi della prima guerra mondiale, dando al nemico tutto il tempo di concentrare moderni mezzi corazzati per spazzarlo via: come regolarmente accadde.

Il viceré Amedeo d’Aosta, dopo aver disperso a ventaglio le sue forze per occupare Cassala nel Sudan, Moyale nel Kenya e la Somalia Britannica, non mosse un passo in direzione del Nilo; rimase inerte ad aspettare la controffensiva britannica, che avrebbe spazzato via l’Impero come un castello di carte, nei primi mesi del 1941.

La flotta diede prove assai mediocri fin dall’inizio, per mancanza di spirito d’iniziativa oltre che per le deficienze tecniche e per la pesantezza burocratica di Supermarina, che, volendo pianificare tutto a tavolino, non lasciava ai comandanti in mare la minima libertà d’iniziativa; e, quanto a Malta, lo sbarco non fu nemmeno tentato. Insomma la flotta italiana, temibile sulla carta nonostante la mancanza di portaerei e quella, ancor più significativa, del radar, si comportò come se avesse il fattore tempo dalla sua, mentre era vero l’esatto contrario: più la guerra si protraeva, più l’occasione di riportare un successo decisivo si allontanava.

Ebbene, c’è una sola maniera per spiegare questo comportamento incredibile dei nostri comandi, almeno per le primissime settimane di guerra: ammettendo, cioè, che Mussolini non volesse infliggere gravi danni all’avversario, per non pregiudicare la possibilità non solo di una pace senza troppi rancori, ma anche di futuri equilibri internazionali nei quali, bene o male, si ricostituisse il clima di collaborazione che era esistito all’epoca di Monaco e anche prima (Conferenza di Stresa), ma che era fallito per la miopia della politica anglo-francese, che aveva letteralmente sospinto l’Italia nelle braccia della Germania, in particolare con l’accordo navale anglo-tedesco del giugno 1935.

Di fatto, vi erano state consultazioni sia fra Mussolini e l’ambasciatore francese a Roma, Poncet, sia fra Badoglio e l’addetto militare Parisot, perché il fronte italo-francese rimanesse tranquillo anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Non solo: ambienti diplomatici francesi vicini a Casa Savoia avevano letteralmente scongiurato che l’esercito italiano prendesse l’offensiva dopo la metà di giugno 1940, perché la valle del Rodano non fosse occupata dai Tedeschi e perché il governo di Bordeaux non si trovasse a dover sedere da solo davanti ai plenipotenziari tedeschi, al momento della firma dell’armistizio.

Era stato perfino concordato che né l’aviazione italiana, né quella francese avrebbero bombardato le città avversarie; tanto è vero che, quando una squadriglia britannica si alzò in volo da Lione per bombardare Torino, i Francesi tentarono – senza successo – di impedirne il decollo. L’aviazione italiana rispose bombardando località di secondaria importanza, e la flotta francese bombardando Genova.

Poi, il 21 giugno, per il precipitare della situazione militare nella Francia settentrionale (Parigi era stata occupata il 14 giugno), l’esercito italiano venne lanciato all’assalto frontale della frontiera alpina più munita d’Europa e, nel giro di due giorni, ebbe 600 morti, 2.600 feriti, 600 dispersi; conquistò il forte delle Traversette e la città di Mentone. Poi sopraggiunse l’armistizio del 24 giugno, in cui l’Italia non chiese e non ottenne niente di niente: né Gibuti, né la Corsica, né la Savoia, né Nizza: solo la smilitarizzazione di un tratto di 50 km. lungo il confine alpino e lungo quello della Tunisia, e l’uso del porto di Gibuti. L’Italia non chiese neppure la restituzione dei propri concittadini che erano emigrati in Francia per motivi politici (a differenza di quanto fece la Germania): così gli antifascisti italiani poterono rimanere indisturbati ad adoperarsi per la sconfitta della madrepatria.

Altro che pugnalata alla schiena! Tutto si può dire di quella breve campagna militare, tranne che fu una pugnalata alla schiena della Francia. Ben diversamente si comportò verso la Francia l’alleata Inghilterra, che attaccò e distrusse la flotta francese a Dakar e a Mers el Kebir, provocando la morte di 1.300 marinai francesi (mentre i caduti francesi sul fronte italiano, in quei pochi giorni di guerra, erano stati appena qualche decina). Tuttavia, bastò che il presidente Roosevelt parlasse alla radio della «pugnalata alle spalle del proprio vicino», perché l’Italia rimanesse bollata d’infamia per più generazioni.

Ma cosa si dovrebbe dire dell’Unione Sovietica, che aveva invaso la Polonia il 17 settembre 1939, quando l’esercito della nazione vicina era già stato distrutto dalle armate tedesche, e gli Stukas avevano già ridotto Varsavia a un cumulo di rovine fumanti? E cosa si dovrebbe dire, sempre dell’Unione Sovietica, allorché essa dichiarò guerra al Giappone, col quale era in buoni rapporti diplomatici, l’8 agosto 1945, ossia dopo che gli americani avevano già sganciato le loro bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki?

Eppure, il risentimento della Francia nei confronti dell’Italia sarebbe stato lungo e tenace; e, oltre alla cessione di Briga e Tenda col Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, quasi certamente esso ci costò anche la perdita della Venezia Giulia; perché il governo francese fu, tra quelli delle democrazie occidentali, il più favorevole alle richieste annessionistiche di Tito, spalleggiato dall’Unione Sovietica.

A proposito di questo aspetto della questione, sono – a nostro avviso – estremamente interessanti le riflessioni svolte da una delle teste più fine espresse dal ventennio fascista: quella dell’ex ministro dell’Educazione nazionale, Giuseppe Bottai.

Ha scritto, infatti, Bottai nel suo Diario, in data 18 dicembre 1945, con il distacco di chi non ha più nulla da difendere, a guerra ormai finita e perduta («Diario, 1944-1948», a cura di Giordano Bruno Guerri, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 233-34):

«”Il colpo di pugnale alle spalle”: ecco la formula con la quale ancora, per molti francesi, s’esprime lo stato dei rapporti psicologici tra Francia e Italia. Ogni tentativo di chiarificazione s’arresta, anche coi più benevoli interlocutori. Per anni e anni noi resteremo per il popolino di quel paese, mentalmente tra i più pigri d’Europa, quelli del colpo di pugnale.

Non vale invitarlo alla meditazione storica. Villafranca e Mentana, rispondo, sono storia passata; e della politica francese verso l’Italia, alleata nella guerra del ’14-’18, ignorano tutto. Vogliono, oggi, “partager” la Germania; e non ricordano che la Francia lasciò l’Italia sola ad opporsi all’Anschluss, nel 1936. Si dolgono che la Francia non sia accolta tra i “Grandi”; e non ricordano che fu il Parlamento francese a sabotare quel “patto a quattro” di Mussolini, che anticipava la responsabilità delle grandi potenze (trovarono, allora, il tempo di riderci su: e di “pact-à.-quatre” fecero “patatras”).

Così non vedono che la loro alleata dell’est, la Russia, ha battuto in questa guerra il record dei colpi di pugnale. Prima, il patto di non aggressione germano-russo, concluso mentre i negoziatori alleati sedevano a Mosca. Eppoi: l’aggressione della Finlandia; della Polonia già battuta dalla Germania; della Lettonia; dell’Estonia; del Giappone, già a terra.

E non si rallegrarono, quando la Turchia dichiarò guerra alla Germania, il cui destino eera già segnato? O la politica internazionale è per tutti fuori dei comuni criteri morali, e non si capisce perché la dichiarazione di guerra alla Francia da parte dell’Italia, nel 1940, debba essere giudicata nulla più di un disgraziato e inutile atto politico; o rientra per tutti nell’ambito della morale, e non si vede come possano essere giudicati morali gli atti proditori di cui ci siamo giovanti.

Ma c’è di più, ché, se le più sottili lezioni della storia non fossero perdute, nel colpo di pugnale del ’40 si potrebbe indovinare una delle sue astuzie più sottili: e, più che la volontà di infierire sul vinto, s’avrebbe a scorgervi la volontà di non lasciare solo il vincitore. Il che avrebbe potuto essere anche pel vantaggio della Francia, e dell’Europa.

Ma non è con la dialettica, che si vincono certi stati d’animo collettivi. E in quello francese a nostro riguardo c’è un che di antico e di radicato.  Par quasi che il colpo di pugnale sia intervenuto a offrirgli un desiderato pretesto.  Un po’ di “vercingetorismo” è sempre sensibile nella coscienza dei Galli.»

Si potrà pensare quel che si vuole della coerenza politica di Bottai, uno dei «congiurati» del 25 luglio che votarono l’ordine del giorno Grandi, provocando la caduta di Mussolini (e che venne poi condannato a morte in contumacia dal tribunale fascista di Verona); ma non che fosse uno stupido, come Starace, o un vanesio, come Ciano.

Era un uomo di pensiero e un uomo di cultura; e ci sembra difficile dissentire dalle sue valutazioni, se si vuole considerare le cose in modo spassionato.

Ma questa, che dovrebbe essere una cosa assolutamente normale per chi si accinga allo studio della storia, è appunto la cosa più difficile, nell’ambito di una società e di una cultura che non hanno ancora saputo fare onestamente i conti con il proprio passato; e in cui una versione addomesticata e di comodo ha sostituito la faticosa, disinteressata ricerca della verità.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/06/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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