domenica, 19 Settembre 2021
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Esiste una responsabilità individuale per i crimini collettivi perpetrati in guerra?

Esiste una responsabilità individuale per i crimini collettivi perpetrati in guerra? fino a dove arriva la responsabilità individuale di chi deve obbedire a degli ordini in tempo di guerra e sottoposto alle regole militari di Francesco Lamendola 

A Oradour-sur-Glane, un villaggio francese nel cuore della Francia rurale, nella regione storica del Limosino, il 10 giugno 1940 si scatenò l’inferno.

La Terza Compagnia (comandata dal capitano Otto Ohan) del Primo battaglione (maggiore Dickmann) del Reggimento «Das Führer» (colonnello Stadtler), facente parte della Divisione corazzata «Das Reich» (generale Lammerding), in marcia di trasferimento dalla Francia sud-occidentale ai campi di battaglia della Normandia (lo sbarco alleato era avvenuto il 6 giugno, appena cinque giorni prima) si rese responsabile di un episodio particolarmente efferato: la cattura e l’esecuzione dell’intera popolazione civile: 200 uomini adulti, 240 donne e 205 bambini; infine, l’incendio e la totale distruzione dell’abitato.

Gli uomini vennero portati in sei diversi fienili e falciati con raffiche di mitragliatrice; le donne e i bambini, che erano stati condotti nella chiesa del villaggio, vi trovarono la morte tra le fiamme: in un primo tempo si disse che i nazisti avevano deliberatamente appiccato il fuoco all’edificio, abbattendo con le armi automatiche coloro che tentavano di fuggire; poi, che la chiesa era stata distrutta da un’esplosione, e che i prigionieri erano periti sotto le macerie.

La dinamica e le stesse finalità dell’episodio, degno di stare accanto a quelli similari di Lidice o di Marzabotto, non sono state a tutt’oggi interamente chiarite. Non si sono messe in piena luce le ragioni di tanta ferocia, né della scelta di quel particolare villaggio per effettuare una rappresaglia di tali dimensioni.

Qualcuno ha tirato in ballo perfino la ricerca del Sacro Graal da parte dei nazisti «magici», Himmler in testa, che era il capo supremo delle SS; e ciò a dispetto del fatto, che si può ben verificare su di  una qualsiasi carta geografica, che la distanza fra Oradour e il paese di Rennes-le-Chateau, ove il ben noto abate Sauniére aveva fatto costruire una chiesa a dir poco insolita, e che certi studiosi di occultismo collegano con la custodia del Graal, sia davvero eccessiva.

Certo è che un alto ufficiale tedesco, il maggiore Kämpffe (amico personale del maggiore Dickmann, comandante del battaglione che si accingeva a transitare per Oradour) era stato catturato dai partigiani francesi poco prima dell’eccidio, e che la zona del Limosino prospicente il villaggio di Oradour, non che essere quel luogo ameno e pacifico che da taluno si è voluto descrivere, pare pullulasse addirittura di «maquisards»; per cui gli uomini della colonna tedesca, già preoccupati all’idea della prossima battaglia da sostenere contro gli Anglo-americani sulle coste della Normandia, erano anche oltremodo tesi per il timore di cadere in qualche imboscata durante la marcia di trasferimento.

Il processo che si tenne, a guerra finita, contro i responsabili dell’eccidio – e sul quale non ci soffermeremo, perché ciò esula dalla riflessione che intendiamo ora svolgere – fu reso particolarmente imbarazzante, per il tribunale francese che lo istruì,  dal fatto che fra gli esecutori materiali della strage, vi erano tredici soldati alsaziani, vale a dire, secondo la nuova geografia politica emersa dai trattati di pace, tredici soldati che avevano vestito l’uniforme tedesca perché la loro patria era stata annessa alla Germania nel 1940, ma che, dal 1945, venivano ad essere, a tutti gli effetti, cittadini francesi.

Diciamo subito, ma senza soffermarvici, che la «soluzione» escogitata per uscire dalla spinosa contraddizione fu quella di erogare delle pene, nel complesso, lievi, che furono inoltre sospese da un provvedimento di amnistia: la giustizia francese non volle esasperare i sentimenti dei propri cittadini alsaziani, che – secondo la tesi elaborata dagli avvocati difensori – si erano trovati costretti ad agire in stato di necessità, arruolati a forza in un esercito che odiavano, e obbligati ad obbedire a degli ordini criminali, pena la loro stessa vita.

Si trattò, peraltro, di un caso meno eccezionale di quanto non si pensi, dati i notevoli rimaneggiamenti di frontiera che ebbero luogo fra il 1938 e il 1945. È noto, ad esempio, che la colonna di soldati «tedeschi» che subirono l’attentato di Via Rasella, a Roma, organizzato da alcuni membri del Partito comunista italiano per innescare una rappresaglia (che fu l’eccidio delle Fosse Ardeatine) e una insurrezione popolare (che non ci fu), e che costò la vita a 33 di essi, erano, in realtà, soldati sudtirolesi, o altoatesini che dir si voglia, e quasi tutti padri di famiglia; vale a dire, tecnicamente e a tutti gli effetti, cittadini italiani.

E che cosa si dovrebbe dire degli Ustascia di Ante Pavelic i quali, dopo aver combattuto per la loro patria, proclamatasi indipendente nel 1941, la Croazia, vennero poi, al termine della guerra, trattati da traditori e collaborazionisti dal governo comunista jugoslavo del maresciallo Tito, e fucilati a migliaia, infoibati, gettati nei fiumi, o rinchiusi in spaventosi campi di concentramento, ove le malattie e le privazioni si incaricarono di falcidiarli?

Discorso analogo bisognerebbe fare per i Cosacchi del Kuban, insediatisi nel 1944 nella zona della Carnia e consegnati, nella primavera del 1945, dalle truppe britanniche che ne avevano accolto la resa, in Carinzia, alle autorità militari sovietiche; e, più in generale, per tutti i Russi «bianchi» che, dopo aver militato sotto le insegne del generale Vlasov, nel 1945 vennero riconsegnati all’Armata Rossa e fatti sterminare per ordine di Stalin.

Nel caso della vicenda di Oradour, un ulteriore elemento di difficoltà, sul piano del giudizio storiografico (lasciamo quello giuridico ad altri, più esperti di noi e più interessati al versante legale che a quello strettamente morale) è venuto dalle ricerche di uno storico revisionista, Vincent Reynouard, che, nel suo libro «Il massacro di Oradour-sur-Glane, oltre mezzo secolo di messa in scena» (pressoché introvabile, perché sequestrato dalle autorità francesi), ridimensiona fortemente le responsabilità tedesche, negando che l’eccidio fosse stato pianificato in anticipo, enfatizzando il ruolo svolto dai partigiani, che avrebbero impegnato le SS in una vera e propria battaglia, e sostenendo che la chiesa fu distrutta da un’esplosione accidentale, probabilmente perché il Maquis l’aveva adibita a deposito clandestino di armi e munizioni.

Nemmeno su questo terreno ci vogliamo tuttavia addentrare, pur dopo aver ricordato, per dovere di cronaca, le testi di Reynouard (dapprima espulso dall’istituzione scolastica, ove svolgeva la professione d’insegnante di matematica e fisica; quindi condannato a un anno di reclusione da un tribunale francese e da uno belga, per aver negato la Shoah).

Al di là della matassa intricata di controverse fedeltà alla patria (qual è la patria degli Alsaziani?) e di controverse interpretazioni storiografiche (quanta verità possiamo dire di conoscere, ancor oggi, sui crimini di guerra del secondo conflitto mondiale: quelli del Tripartito e quelli, non meno odiosi, dei cosiddetti Alleati?), la vicenda delle SS che, in divisa tedesca, ma di cultura francese, perpetrarono materialmente l’eccidio di Oradour, ci riconduce a una antica e mai veramente chiarita «vexata quaestio»: fino a dove arriva la responsabilità individuale di chi deve obbedire a degli ordini criminali, in tempo di guerra e sottoposto alla disciplina militare?

Non vogliamo in alcun modo ridurre la portata delle atrocità di talune rappresaglie tedesche; anche se vi sarebbe molto da dire, ad esempio, sulla modalità criminale dei bombardamenti aerei delle città tedesche da parte degli Anglo-americani, culminati nell’apocalittico rogo di Dresda: e ci piacerebbe sapere come si sarebbe regolata la giustizia militare alleata, se alcuni di quei piloti avessero rifiutato di sganciare le micidiali bombe al fosforo liquido, destinate a bruciare vivi centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini: centinaia di migliaia di vittime, ripetiamo, e non centinaia soltanto, come avvenne a Lidice, Oradour o Marzabotto).

E nemmeno vogliamo condurre la presente riflessione prevalentemente sul piano storico; benché riteniamo che, per poter comprendere, o tentare di comprendere,  i fatti, per quanto atroci essi siano (comprendere, si badi, e non giudicare, e tanto meno assolvere), sia indispensabile fornire un quadro completo e obiettivo dell’intero contesto, e non limitarsi a presentare solo un aspetto della vicenda; cosa che, in questo tipo di eventi bellici, generalmente non è stata fatta.

Quante persone, fra il grosso pubblico, sanno – tanto per fare un esempio – che l’eccidio di Cefalonia (certamente barbarico e ingiustificabile) trovò, comunque, una sorta di appiglio giuridico nel fatto che, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre, il governo Badoglio non ebbe la chiarezza di dichiarare la guerra alla Germania (lo fece solo molto più tardi), esponendo così le nostre truppe a una rappresaglia che, dal punto di vista tedesco, non può apparire del tutto immotivata? Eppure, le autorità alleate che sottoscrissero col generale Castellano l’armistizio di Cassibile,  avevano fatto presente a Badoglio che, astenendosi dal dichiarare guerra alla Germania, egli metteva automaticamente i suoi soldati nella veste di nemici non dichiarati degli ex alleati germanici, esponendoli a conseguenze estremamente gravi; ma il maresciallo d’Italia fece orecchi da mercante al saggio avvertimento, e non se diede per inteso.

Ma lasciamo stare – lo ripetiamo – il terreno storico-giuridico e concentriamo la nostra attenzione sull’aspetto morale e filosofico della questione, che può essere così sintetizzato: esiste una responsabilità personale del singolo soldato allorché, in tempo di guerra, si trova a dover obbedire a ordini superiori di natura criminale, che lo trasformerebbero in un esecutore di efferate crudeltà ai danni della popolazione inerme, o di città indifese, o anche dei militari nemici fatti prigionieri nel corso di azioni belliche?

Prima di proseguire nella nostra riflessione, vediamo in quali termini essa venne posta all’epoca del processo per i fatti di Oradour; laddove la complessa situazione politica che fece da cornice all’evento giudiziario (ossia il fatto, invero imbarazzante, che gli autori della strage erano adesso cittadini francesi) contribuì ad evidenziare le circostanze attenuanti a favore degli imputati; attenuanti non solo sul piano del dirtitto, ma specialmente su quello etico.

Ha scritto il saggista danese Jens Kruuse nel suo ben noto libro-inchiesta «Il massacro di Ordour» (titolo originale: «Som vanvid»; traduzione di Olimpio Cescatti, Milano, Sugar, 1970; Milano, Longanesi & C.,1974, pp. 174-182):

«L’Alsazia fu conquistata dai tedeschi nel 1870. La Francia la riebbe indietro dopo la prima guerra mondiale. Fu poi riconquistata dai tedeschi nel 1940. Non occupata, ma conquistata» rilevata, annessa. Tutti questi anti-tedeschi che parlano mezzo tedesco, tutti questi antinazisti che parlano in francese, improvvisamente appresero di non essere un popolo soggiogato vivente in territorio occupato, no, erano tutti diventati autentici tedeschi. Per esempio, non potevano più essere tenuti in Germania quali prigionieri di guerra, anche se erano stati catturati in uniforme francese nel 1940. Erano tedeschi ritornati alla madrepatria.

La svastica ora sventolava sopra la loro patria, e i bambini andavano a scuola a studiare la storia e la civiltà tedesca come materia principale e vi apprendevano nozioni sul nazismo e sulla religione.  I cattolici di stretta osservanza furono obbligati ad adorare i nuovi dei. I ragazzi furono arruolati nella gioventù hitleriana e poco per volta furono creati  importanti campi di concentramento.

Il servizio militare tedesco! Un problema allarmante e terrificante per un giovane. Poteva scegliere fra diverse alternative, nessuna delle quali offriva una soluzione felice. Poteva indossare la disprezzata uniforme; poteva disertare dopo averla indossata; o poteva scappare prima di farlo. Se prendeva una delle ultime strade, avrebbe attirato tremende disgrazie sulla sua famiglia e sulla sua casa.

130.000 furono arruolati a forza nell’esercito tedesco, 42.000 dichiarati morti o dispersi durante il servizio coi tedeschi e indossando l’odiata uniforme, e un grandissimo numero riuscì a scappare.

Dopo la guerra formarono una associazione. È degna di menzione perché indicativa di qualcosa di importante. È significativo il fatto che essa sia stata chiamata Association des Déserteurs,  Evadés et Incorporés de Force (associazione dei disertori, evasi e arruolati a forza). Questa organizzazione, la ADEIF, ci dice che chi aveva potuto sfuggire al servizio o abbandonarlo, parteggiava coraggiosamente per i suoi compatrioti re camerati che per una ragione o per l’altra avevano dovuto restare nell’uniforme nemica.

Fu questa associazione che per prima ebbe sentore di ciò che stava per accadere. Il suo presidente entrò in contatto con i muratori, i postini e i contadini che le autorità francesi stavano progettando di accusare di un terribile delitto, servendosi di una legge crudele. Sei di loro erano membri del gruppo di disertori dell’ADEIF.  Tutti e dodici erano stati costretti al servizio militare con le SS, nove di loro prima di raggiungere il diciottesimo anno.

L’ADEIF decise di difenderli.

Il loro ragionamento era semplice e chiaro: quando fu sconfitta la nostra patria, la Francia,  essa ci consegnò alla mercé del nemico. Non avevamo difesa contro l’arruolamento forzato nell’esercito nemico, anche se ciò significava combattere contro la Francia, nostra patria, e i francesi, nostri compatrioti.  I nostri giovani vi furono costretti con minacce di deportazione per le loro famiglie.

Il decreto a tal fine fu emesso dal terribile Gauleiter che ci fu preposto. Si chiamava Robert Wagner, e la sua opera di violenza su francesi costretti al servizio militare tedesco fu un crimine, definito tale da una corte francese che il 25 agosto 1942 lo condannò a morte.

Furono vittime. Furono sfortunati. E ora la loro patria aveva emesso una legge  (quella riguardante la responsabilità collettiva) che li avrebbe puniti appunto per essere state vittime.

Era non soltanto ingiusto, era insieme incompatibile con gli obblighi della nazione verso alcuni suoi figli che erano passati attraverso le più dure esperienze.

Per gli alsaziani questa linea di ragionamento era molto semplice. Nel resto della Francia essa sollevò stupore e indignazione. Durante la guerra si era saputo così poco su quel che realmente era accaduto in Alsazia e Lorena, e dopo la guerra tutti erano stati troppo occupati con la ricostruzione e la denazificazione per interessarsi di questo.

E all’improvviso ecco l’Alsazia, duramente provata (ora di nuovo parte della Francia) che parlava con una passione che solo quella terra sapeva suscitare.

Nel dicembre del 1952 venne annunciato che il processo avrebbe avuto luogo a Bordeaux.

“Finalmente!”, gridò la gente della Francia sudoccidentale.

“Mai!”, fu la risposta dell’Alsazia.

Una lettera aperta del presidente dell’ADEIF ai deputati rappresentanti dei dipartimenti alsaziani dell’alto e del basso Reno obiettò che il processo non avrebbe dovuto aver luogo. Poi tutto si era calmato e l’opinione pubblica che non si era particolarmente interessata di “quella vile legge”, come l’eminente filosofo cattolico Gabriel Marcel aveva chiamato lo statuto retroattivo concernente la responsabilità collettiva si era quasi calmata, riposando su una grande fiducia nell’idea piuttosto elementare della punizione da assegnarsi a un tale crimine: un grave crimine, una severa punizione.

Certo era difficile immaginare questi giovani padri di famiglia convocati davanti a una corte che doveva condannarli a morte per enormi delitti.

Certo tutti si rendevano conto che sarebbe stato assai difficile convincere ognuno di loro del suo debito individuale con la società. È vero: erano stati spinti a forza in una unità militare che aveva commesso il crimine, ed erano sfati sotto la costrizione quotidiana dei loro ufficiali:

“Chiudi il becco, alsaziano!”.

Ma molti alsaziani, molti francesi, dissero no. Nonostante tutto questo, non si sarebbe dovuto permetterlo. Non c’erano circostanze attenuanti per un simile atto d’infamia.

Ma su, presso il Reno, si ripeteva la cosa che per loro era più importante e decisiva, ciò su cui dovevano insistere senza riguardo alla questione della colpa. I tredici alsaziani sotto processo erano vittime del 10 giugno 1944 né più né meno delle persone uccise a Oradour.  Erano vittime della stessa potenza criminale, che si era resa responsabile delle enormità perpetratevi. Se li condannate, gettare onta e disonore su tutti i nostri uomini che furono costretti al servizio militare, tutti coloro che perdettero la vita mentre vestivano l’odiata uniforme nemica, quando avrebbero dovuto essere  anche loro nominati nell’atto di accusa.

No, molti replicarono: noi non li accusiamo perché successe loro di essere lì, ma perché presero personalmente parte al crimine.

Non comprendiamo a che mirate, fu la risposta dell’Alsazia.

Poi le cose si allargarono a tutta la nazione. Non era più questione di principi legali, ma di relazioni umane, di problemi filosofici  e psicologici, e di nobili ideali.

Mentre i futuri difensori si occupavano delle loro faccende senza capire molto di ciò che si stava discutendo, la nazione intera venne coinvolta in un dibattito sui fattori umani inerenti alla particolare situazione. Continuarono a coltivare i loro giardini, a sbrigare la posta, a pulire le botti, a sarchiare le viti e a far crescere le carote. Sulle loro schiene curve infuriava un dibattito nazionale. Ancora una volta venne fuori il termine “morale” del concetto complicato ed elusivo che per la prima volta si incontrava in un diario di guerra. Non era più il problema del morale dei soldati tedeschi, come un generale tedesco lo intendeva: non si trattava del problema morale di uomini che stavano di fronte a un fienile di Oradour o a camminare accanto a una la di bambini che con i loro zoccoli andavano verso la chiesa.

Gli avvocati che difendevano i tredici accusati accennavano all’obbligo che incombeva su di loro e sostenevano che, secondo la loro opinione, ciò escludeva la possibilità di incriminarli. Questi uomini sapevano che, se avessero disubbidito agli ordini, sarebbero stati immediatamente fucilati. Inoltre sapevano che le loro famiglie sarebbero state soggette a repressioni immediate e senza pietà. Poi erano stati sottoposti a un rigoroso addestramento, ed era stata così con i mezzi più feroci la possibilità di poter esercitare la propria volontà. Era il militarismo di vecchia maniera, intensificato mille volte nelle SS, dove l’obiettivo era semplicemente di liberare i propri satelliti dal pensiero di avere una responsabilità umana, di essere un individuo, per essere trasformato invece in una macchina che avrebbe automaticamente obbedito a un ordine, non solo senza sollevare obiezioni sulla moralità dell’ordine stesso, ma anche senza che gli capitasse di porsi una tale domanda.

Erano molto giovani. Parecchi di loro all’inizio erano starti arruolati di forza nella gioventù hitleriana. Più tardi, diciassettenni, erano stati allevati nello spirito delle SS. E in quale periodo erano stati addestrati! Avevano appena quattordici anni quando l’Alsace era stata ribattezzata Elsass; come potevano avere esperienza di una discussione libera e aperta, il requisito di gente che di loro proprio volontà prende una posizione indipendente su problemi di tale importanza? Chiamarli ritardati sarebbe un peccato, ma si dovrebbe almeno prendere in considerazione quanto è possibile chiedere e aspettarsi da questi giovani privi di una più nobile educazione e maturità

Contro questa linea di pensiero si potevano citare una infinità di esempi (dalla loro esperienza, da quella dei loro più prossimi parenti e conoscenti), e persino dalla resistenza, dove essi avevano acquistato gloria), esempi d idealismo e di sacrificio, centinaia e centinaia di esempi di individui che, per senso di giustizia, per la patria, per la libertà, perla loro propria coscienza e per i principi che amavamo, avevano sacrificato la vita in situazioni del tutto prive di speranza e forse per nessuno scopo terreno.

E c’era gente adesso che, per motivi psicologici, si era abbassata fino a quel livello? In una parola, si deve dire così: non è ammissibile parlare d gente trasformata in macchine; non si può essere esonerati dalla responsabilità di un crimine quando c’è una strada per evitarlo: vi sono cose che un uomo non può permettere solo per poter sopravvivere.

Dietro questo elevato idealismo noi sentivamo la forza di un argomento decisivo. Che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima? C’era, e c’è ancora, il fatto sconcertante che un tale idealismo era stato messo in atto durante gli anni dell’occupazione nazista. Allora si moriva senza nessun vantaggio e spesso con grandi perdite per le famiglie, solo per affermare qualcosa di intangibile che forse potremmo chiamare anima.

Qui ci sono due modi fondamentalmente diversi di sentire le cose. Si possono denominare il modo tollerante e quello idealistico. A questo punto nasce un problema personale, un problema che nessuno ancor oggi può evitare: a quella età, in quelle condizioni e in quelle circostanza, io che cosa avrei fatto?

So realmente quello che avrei fatto?

Gli idealisti davano questa risposta: “No – dicevano – noi non sappiamo se avremmo avuto il coraggio  di fare il nostro dovere. Ma allora saremmo pronti ad andare di fronte a una corte di giustizia e accettare la nostra punizione.

Così ora abbiamo tre infuocati dibattiti che procedono contemporaneamente:  la controversia forense sulla validità delle leggi, il disaccordo fra patrioti alsaziani e patrioti francesi e il dibattito sul problema morale.»

Senza avere la pretesa di mettere la parola «fine» ad un dibattito teorico che durerà quanto il mondo, o almeno finché ci saranno le guerre, ci sembra che una considerazione di massima potrebbe essere che non si può fare carico ad alcuno di una azione compiuta in stato di assoluta necessità, ossia in immediato pericolo di vita.

Certo: vi sono stati, e probabilmente vi saranno sempre, degli individui eroici, capaci di affrontare non la probabilità, ma l’assoluta certezza della morte, pur di non venire meno ai propri principi etici;  e, quindi, capaci di disobbedire a un ordine ingiusto e criminale, rifiutando di farsi strumento del male e negandogli il proprio assenso.

Si tratta di atti eroici che hanno il valore della testimonianza e non, generalmente, una reale efficacia pratica; poiché, in un contesto di guerra, vi sono sempre altri soldati disposti ad eseguire il suddetto ordine, e quindi non esiste la possibilità di impedire che l’azione criminale venga messa in opera, ma solo quella di non partecipare ad essa.

Si tratta di una questione estremamente delicata, anche perché non sempre, al momento di prendere una decisione, esiste, per il singolo soldato, la possibilità di avere un quadro completo ed esatto della situazione, come possono averlo, invece, i superiori che hanno emesso un determinato ordine; e ciò è particolarmente vero in un contesto di guerra partigiana, condotta da forze irregolari contro un esercito organizzato.

I membri di un esercito organizzato giudicano sleale la guerra partigiana, perché condotta da uomini che non vestono alcuna uniforme e che adottano tattiche subdole, come quella di mettere una carica di esplosivo entro un cassonetto dei rifiuti, per colpire a tradimento una colonna militare che avanza in territorio nemico occupato: è il caso dell’attentato di Via Rasella, che la storiografia resistenziale ha sempre difeso come moralmente e militarmente legittimo, benché i suoi esecutori ben sapessero che avrebbero esposto la popolazione inerme ad una inevitabile rappresaglia.

Di conseguenza, i membri di una forza armata regolare non sono portati, per ragioni psicologiche oltre che strettamente militari, ad avere la benché minima comprensione per le motivazioni dei partigiani che combattono contro di loro: e tale, anche se – oggi – il discorso non piace, è precisamente la situazione nella quale vennero a trovarsi le forze armate italiane in Jugoslavia, Albania e Grecia dopo l’aprile del 1941, a conclusione dell’occupazione dei Balcani.

Ma perché limitarsi a parlare del passato, e non vedere che circostanze molto simili si ripresentano ogni qual volta un esercito regolare si trova ad operare sul terreno, in un contesto di guerra civile e di guerriglia da parte di forze locali che non accettano la presenza militare straniera?

Senza voler sollevare la questione politica delle missioni militari italiane all’estero, sotto bandiera O.N.U. – o, come nel caso dell’Iraq e dell’Afghanistan, sotto bandiera N.A.T.O. -, è evidente che, quale che sia il giudizio che si vuol dare delle forze di guerriglia locali, queste ultime si sentono legittimate ad agire contro i nostri soldati, così come i partigiani europei della seconda guerra mondiale si sentivano legittimati ad agire contro gli occupanti tedeschi (e anche contro quelli italiani, almeno fino alla data dell’8 settembre 1943).

Il giudizio sulla legittimità delle azioni di una guerra partigiana è sempre un giudizio politico: c’è bisogno di ricordare che, in genere, gli storici del Risorgimento sono portati a guardare con indulgenza perfino l’attentato di Felice Orsini contro l’imperatore francese Napoleone III, che pur fece numerose vittime innocenti, perché utile alla nostra causa nazionale, anche se venne eseguito in un contesto che non era affatto di guerra, gettando delle bombe in una strada affollata del centro di Parigi, in tempo di pace?

Mai, come dopo l’11 settembre e le Torri Gemelle di New York, è apparsa evidente la schizofrenia  occidentale nel porsi di fronte al problema, teorico e pratico, del terrorismo internazionale; nemmeno casi clamorosi degli anni Settanta e Ottanta, come il sequestro della nave «Achille Lauro» (1985), avevano sortito un simile effetto; e meno ancora lo aveva avuto il terrorismo interno ai singoli Stati occidentali, come quello delle Brigate Rosse in Italia, della R.A.F. nella Repubblica Federale Tedesca, dell’I.R.A. in Gran Bretagna, o dell’E.T.A. in Spagna.

Tuttavia, non addentriamoci in questo discorso e torniamo a domandarci: il singolo soldato deve essere considerato moralmente responsabile di aver obbedito ad un ordine criminale impartitogli dai superiori, magari in un contesto intricato di guerriglia partigiana?

Abbiamo già avanzato una risposta di massima; dobbiamo ora aggiungere che, oltre alle questioni morali, sono qui implicate anche delicate questioni di ordine religioso. Per gli antichi cristiani, ad esempio, il fatto stesso di militare nell’esercito romano costituiva un ostacolo insormontabile; non tanto per quegli ufficiali di carriera che già prestavano servizio prima della conversione, ma per i neofiti che venivano chiamati a prestare il servizio di leva e specialmente in zona di guerra, cosa che rendeva inevitabile l’esercizio della violenza.

Possediamo un suggestivo documento, gli atti del martirio di Massimiliano, giustiziato dal procuratore romano in Nord Africa,  nel III secolo, appunto per avere rifiutato di vestire l’uniforme: «Milita, ne pereas», continuava a ripetergli il magistrato («Arruolati, se non vuoi morire»), giungendo al punto di far chiamare il padre del giovane per esercitare una ulteriore pressione su quest’ultimo; ma ottenendo sempre la medesima risposta, simile a un ritornello: «Non possum; non possum male facere».

Per Massimiliano, dunque, il solo fatto di indossare la corazza e di impugnare il gladio, equivaleva a commettere il male; e dello stesso parere, ma ad un livello teologicamente più elaborato, era il grande Tertulliano, una delle figure più eminenti del cristianesimo dei primi secoli, annoverato tra i massimi esponenti della Chiesa di Occidente, prima di incorrere nell’eresia montanista. Di tutto questo abbiamo già parlato ampiamente nel saggio «È lecito a un cristiano militare? Alcune riflessioni sul caso di Massimiliano» (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice e su alcuni altri siti, come «Ars militaris»), al quale perciò rimandiamo il lettore.

Qui aggiungeremo soltanto che la questione della responsabilità individuale in un contesto bellico investe problematiche estremamente sottili, che difficilmente trovano riscontro in altre situazioni, e sia pure di violenza istituzionalizzata.

È noto, ad esempio, che padre Massimilano Kolbe offrì spontaneamente la propria vita per salvare la vita di un padre di famiglia, allorché gli aguzzini del campo di Auschwitz misero in atto una rappresaglia per la fuga di alcuni prigionieri. In quel caso, l’eroico sacerdote aveva almeno la certezza che il suo sacrificio non sarebbe stato vano; mentre ciò non sarebbe accaduto nel caso che uno dei soldati tedeschi impegnati nell’eccidio di Oradour (o in quello delle Fosse Ardeatine, o in qualsiasi altra situazione analoga, e senza escludere i piloti dei bombardieri alleati che devastavano deliberatamente le inermi città nemiche) si fosse rifiutato di eseguire gli ordini. La strage, infatti, sarebbe stata condotta ugualmente sino in fondo, con la sola differenza che tra i fucilati vi sarebbe stato anche il soldato reo d’insubordinazione.

Certo, anche in quel caso, la scelta di non obbedire a un ordine criminale non è priva di effetti, principalmente sul piano della testimonianza; in ogni modo, è un fatto di coscienza estremamente personale, dato che solo pochi individui possiedono la forza d’animo, veramente eccezionale, a ciò necessaria.

Ora, il contegno tenuto da tanti militari in occasione di crimini di guerra, non ci sembra si possa misurare sul metro di tali rarissime personalità eccezionali. Il comportamento degli esseri umani va giudicato secondo i parametri etici della maggioranza: non si può pretendere da tutti la santità o l’eroismo, come cosa dovuta. Non ci si può aspettare che delle persone comuni, che hanno ricevuto una rigida educazione militare e sono state abituate all’obbedienza incondizionata, siano in grado di volare improvvisamente al di sopra dei parametri etici della maggioranza, esponendo la propria vita per la difesa di un principio morale che nessuno ha insegnato loro.

Il fatto che le SS impegnate nell’eccidio di Oradour fossero di origine alsaziana, ossia di cultura e tradizione più francese che tedesca, ma che avessero ricevuto la loro istruzione nei ranghi dell’esercito tedesco, e, prima ancora, in quelli della Gioventù hitleriana, rende il loro caso particolarmente amletico (anche se, lo ripetiamo, non unico: basti pensare ai Danesi dello Schleswig settentrionale, annessi a loro volta nel Reich tedesco e, quindi, incorporati nella Wehrmacht o nelle SS), ma non modifica la sostanza della questione.

Diciamola tutta: la guerra è, per sua stessa natura, il crimine per eccellenza contro la pace, contro il diritto, contro l’umanità. Una guerra civile, o una guerriglia irregolare contro forze di occupazione regolari, è la forma estrema e più brutale di tale crimine per eccellenza.

Di conseguenza, il tentativo di fissare regole e limiti alla violenza della guerra, se è lodevole sotto un certo punto di vista, perché tende a salvaguardare vite e un livello minimo di rispetto della dignità umana, è però, da un altro punto di vista, una forma di suprema ipocrisia: sia perché tenta di regolamentare ciò che eccede, per definizione, ogni regola del vivere civile, sia perché, fatalmente, tali regole verranno applicate dalla legge del vincitore a carico del vinto, a dispetto del fatto che anche il primo può averle violate, in forma palese o sottile.

Tale ipocrisia è apparsa evidente nel processo di Norimberga, durante il quale i vincitori della seconda guerra mondiale non esitarono a vestire i panni del giudice del nemico sconfitto, arrivando a rendere retroattivi alcuni reati, che non esistevano come tali all’epoca dei fatti e calpestando, così, le norme più elementari del diritto (e passando, ovviamente, del tutto sotto silenzio i crimini commessi dai propri vertici politico-militari, dalle stragi di Katyn alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki): pur di infliggere una condanna esemplare ai principali dirigenti politici e militari della Germania nazista.

Anche recentemente, un tribunale internazionale ha condannato a pene severe alcuni responsabili, politici e militari, dei crimini di guerra commessi durante la guerra civile in Bosnia degli anni Novanta (peraltro, quelli di una parte sola: i serbi; non i croati,  che pure ne commisero di non meno efferati); il governo di Belgrado, infatti, si è visto praticamente costretto a consegnarli, sotto le fortissime pressioni della comunità internazionale e in presenza di un vero e proprio ricatto economico (sanzioni e boicottaggio contro aiuti e prestiti).

Ma chi mai istituirà un processo contro i responsabili, politici e militari, del governo americano che scientemente scatenarono una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano, l’Iraq, sulla base di menzogne prefabbricate; una guerra che è costata centinaia di migliaia di morti, forse un milione, in grandissima parte civili, e specialmente bambini; una guerra e una occupazione nel corso delle quali l’esercito statunitense e quello britannico si sono macchiati di efferatezze documentate in tutto il mondo, quali la tortura di prigionieri di guerra, in violazione di tutte le norme del diritto internazionale?

Esiste, comunque, una differenza fra l’eseguire un ordine malvagio, al quale il singolo soldato non ha alcun modo per opporsi, e l’abbandonarsi a violenze gratuite e ingiustificate, con la protezione dell’uniforme: una differenza enorme. I militari statunitensi, uomini e donne, che torturavano i prigionieri iracheni nel carcere di Abu Grahib, e immortalavano le loro prodezze in fotografia, atteggiandosi felici e sorridenti sopra mucchi di corpi martirizzati, hanno agito in maniera infinitamente più abietta delle SS tedesche che rasero al suolo il villaggio di Oradour: perché agirono spinti unicamente dalla loro malvagità gratuita e dal loro sadismo, certi di godere dell’impunità da parte dei superiori che non vedevano o che, addirittura, li istigavano; mentre gli aguzzini di Oradour, pur macchiandosi di atti atroci, non fecero che sottostare a degli ordini ben precisi, opponendosi ai quali avrebbero perso la vita.

Tanto andava detto, ci sembra, non certo per alleggerire le responsabilità, o, meno ancora, per scagionare i criminali di guerra del secondo conflitto mondiale; ma soltanto per ricordare a tutti che il vero imputato è pur tuttavia l’uomo di ieri, di oggi, di sempre: capace di compiere le azioni più infami, quando la ragion di Stato o le esigenze della guerra lo spingono a calpestare ogni senso morale e a dare libero sfogo alla violenza sadica che si annida in qualche oscuro recesso della sua anima.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/08/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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