domenica, 28 Febbraio 2021
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Essere contro la guerra vuol dire essere disfattisti? Il caso di Umberto Cosmo dopo Caporetto

Essere contro la guerra vuol dire essere disfattisti? Il caso di Umberto Cosmo dopo Caporetto. Fino a che punto lo Stato può tollerare la critica alla conduzione della guerra, o alle ragioni stesse della guerra di Francesco Lamendola 

Quale atteggiamento deve tenere un intellettuale, o semplicemente un cittadino qualunque, il quale,  dopo avere avversato l’entrata in guerra del proprio Paese, assista a un gravissimo rovescio militare e veda in ciò la conferma delle proprie ragioni a favore del mantenimento della neutralità? Deve tacere, in nome della solidarietà nazionale, in un momento di grave pericolo per le sorti della Patria, oppure conserva intatta la propria libertà di pensiero e di parola, e può levare la voce contro gli errori che a quel rovescio hanno condotto?

Oppure se non lui, ma quanto sostennero la necessità della guerra, lo chiamassero in causa, affermando che la sua sfiducia nell’azione intrapresa, insieme a quella di tutti gli altri che si opposero all’intervento, ha indebolito il morale della nazione e dell’esercito e ha provocato la sconfitta: dovrà egli tacere davanti a simili accuse, o potrà difendersi, ribadendo le proprie ragioni a favore della neutralità?

E, più in generale: fino a che punto lo Stato può tollerare la critica alla conduzione della guerra, o alle ragioni stesse della guerra, una volta che il Paese vi sia entrato e il suolo patrio sia minacciati di invasione, con la conseguente minaccia all’indipendenza nazionale?

Nel precedente articolo Che cosa dovrebbero fare gli uomini di cultura in tempi di guerra totale (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), partendo dalla famosa lettera di Romain Rolland del 1914 Al di sopra della mischia, ci eravamo interrogati su quale sia il dovere di un intellettuale,  allorché la propria nazione si trovi coinvolta in una guerra di esaurimento; se, cioè, egli debba considerare suo dovere primario quello di servire il proprio Paese, mettendo il suo ingegno al servizio della causa della vittoria; oppure quello di servire l’umanità (come ai tempi di Erasmo da Rotterdam), considerandosi impegnato a difendere la causa del bene di tutti i popoli: e quindi, inevitabilmente, quella della pace.

Il problema che intendiamo trattare qui, invece, è diverso.

Qui, ci domandiamo se un uomo di cultura, dopo essersi battuto affinché il proprio Paese rimanga fuori della guerra, quando ciò non avviene, e quel Paese si trova scagliato nella mischia, egli debba considerarsi vincolato prima di tutto alla causa generale della Patria, astenendosi da ogni parola di recriminazione per la decisione presa dal governo e da ogni critica a quanto sta avvenendo; oppure se debba sentirsi vincolato innanzitutto alla causa della libertà intellettuale e della verità storica, conservando, perciò, il diritto – se non anche il dovere – di continuare a difendere le ragioni della pace (in questo caso, di una pace di compromesso), e auspicando una rapida conclusione delle ostilità.

È il caso che si presentò ai molti uomini di cultura ed anche ai molti uomini politici italiani i quali, nel 1914-15, avevano sostenuto le ragioni del neutralismo (liberali giolittiani, cattolici e socialisti: ciascuno con le sue particolari motivazioni e prospettive); e che, all’indomani del disastro di Caporetto, si trovarono nell’occhio del ciclone, a causa della rabbia dei nazionalisti e degli interventisti più esaltati, i quali li reputavano «moralmente» responsabili» del cedimento verificatosi nel fronte interno e anche nelle forze armate.

In effetti, il Paese stava pagando, allora, il prezzo di una forzatura: quella di esser stato trascinato in guerra, contro la volontà della netta maggioranza della popolazione e dello stesso Parlamento, da una minoranza animosa e, talvolta, faziosa, come si era visto allorché Gabrele D’Annunzio aveva inviato la folla, senza mezzi termini, a linciare Giolitti, definendolo venduto all’oro tedesco e ricoprendolo degli insulti più volgari, solo perché l’uomo politico piemontese aveva interpretato il diffuso sentire della nazione, sostenendo l’opportunità che l’Italia – la quale, unica fra le grandi potenze, aveva il privilegio di poter liberamente decidere se intervenire o no – rimanesse neutrale e continuasse a trattare con l’Austria-Ungheria per la cessione pacifica delle terre «irredente».

Ora, davanti alla catastrofe militare che aveva dimezzato l’esercito italiano e portato gli eserciti austro-germanici fin nel cuore del Veneto, sul Grappa e sul Piave, con la perdita di tutte le conquiste fatte in due anni e mezzo di guerra e al prezzo terribile di così tante vite umane, quegli stessi interventisti – o, quanto meno, le loro frange più scalmanate ed estremiste – cercavano affannosamente un colpevole, sul quale far ricadere la responsabilità di quanto era accaduto alla fine di ottobre sul fronte dell’alto Isonzo, con lo sfondamento della conca di Plezzo e l’invasione del Friuli e di una parte del Veneto.

Ma Caporetto era stata davvero una disfatta di ordine morale e psicologico; oppure era stata, in misura determinante, una sconfitta di ordine tecnico-militare?

Come è noto, mentre cadevano le teste eccellenti – quella del generale in capo, Luigi Cadorna, sostituito dal generale Diaz; e quella del capo del Governo, Boselli, sostituito da una coalizione di unità nazionale, presieduta da Vittorio Emanuele Orlando – il Parlamento istituì una Commissione d’inchiesta sui fatti del 24 ottobre fra Tolmino e Plezzo e sulla rotta dei giorni successivi, proprio per accertare e punire eventuali responsabilità.

Tale Commissione chiuse i suoi lavori solo a guerra terminata, il 13 agosto 1919, e stabilì che la sconfitta di Caporetto andava attribuita  a ragioni di ordine militare: l’intervento delle divisioni germaniche rimaste «libere» dopo la fine delle operazioni attive sul fronte russo (presa di Riga e delle isole di Ösel, Dagö e Mohn nel Golfo omonimo) e alcuni errori nella condotta tecnica della guerra e in quella morale dell’esercito (ma, stranamente, non si censurava l’operato, o piuttosto l’inspiegabile mancanza d’iniziativa, del maggior responsabile di quanto avvenuto sul fronte dell’alto Isonzo: il generale Pietro Badoglio). La Commissione non parlò affatto del disfattismo dei neutralisti e non spostò il giudizio su quella sconfitta dal piano militare a quello morale, se non ricordando la trascuratezza degli aspetti umani legati al terribile logorio, materiale psicologico, delle truppe impiegate al fronte, con poche licenze e con poco riguardo al loro stato d’animo.

Però, molto prima che la Commissione terminasse i suoi lavori, anzi, non appena l’esercito riuscì a contenere l’avanzata nemica sulla linea degli Altipiani, del Grappa e del Piave (cfr. F. Lamendola, La prima battaglia del Piave, novembre-dicembre 1917, sul sito di Arianna Editrice), l’ala più estrema degli interventisti scatenò una violentissima campagna denigratoria nei confronti dei neutralisti del 1914-15, incolpandoli di una sorta di collasso morale della nazione, il cui effetto sarebbe stato, appunto, la rotta di Caporetto.

In Senato, nel marzo del 1918, il senatore Ruffini parlò apertamente di responsabilità morali e politiche prima ancora che militari e istituì un paragone tra la disfatta subita dall’esercito piemontese a Novara nel 1849, e quella subita dall’esercito italiano a Caporetto nel 1917. Secondo lui, così come i partiti estremi avevano provocato la disfatta del 1849, dopo l’eroismo del 1848, allo stesso modo i neutralisti avevano provocato quel clima di disfacimento morale, da cui era stata resa possibile la disfatta di Caporetto.

La stampa interventista, guidata dal Corriere della Sera, riprese queste affermazioni e le divulgò ampiamente nel Paese, alimentando una polemica sempre più arroventata.

Il professor Umberto Cosmo, eminente figura di intellettuale, di educatore e di studioso di Dante (cui aveva dedicato alcuni volumi di esegesi della Divina Commedia), liberale giolittiano e neutralista della prima ora,  fino a quel momento aveva taciuto, come pure la grande maggioranza degli intellettuali che si erano battuti, tre anni prima, affinché l’Italia si tenesse al di fuori della mischia.

Quando, però, lo slogan della fatal Novara divenne una parola d’ordine per infangare e vilipendere i neutralisti, all’inizio del 1918, accusandoli di essere i responsabili morali del cedimento dell’esercito a Caporetto, Cosmo ritenne di non essere più vincolato all’obbligo del silenzio e, per tutelare la dignità politica e morale della sua parte e per ristabilire una equa visione dei fatti, decise di scendere in campo con tre articoli: Come ci avviammo a Novarala fatal Novara e Dopo Novara: le due versioni.

I primi due apparvero su La Stampa di Torino (giornale da sempre neutralista), il 16 e il 17 marzo 1918, sia pure pesantemente censurati; il terzo fu soppresso integralmente. Sembra che quest’ultima decisione sia stata preso dalla censura perché Cosmo, in quell’ultimo articolo, sosteneva che, per salvare il Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II si era risolto a firmare l’armistizio di Novara col Radetzky. Una verità storica che, in quel momento, poteva suonare come inopportuna: in quanto avrebbe potuto far pensare che l’unica via d’uscita per l’Italia, dopo il disastro di Caporetto, fosse che il re Vittorio Emanuele III firmasse un armistizio separato con gli Imperi Centrali, abbandonando – come stava facendo la Russia – i suoi alleati dell’Intesa.

Ha scritto Pier Paolo Brescacin nell’articolo su Umberto Cosmo e la polemica sulla sconfitta di Caporetto (su Il Flaminio. Rivista di studi della Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane, Vittorio veneto,  n. 8, maggio 1995, pp. 69-74):

Tre i leitmotiv della difesa del neutralismo negli articoli di Cosmo: a) smascherare i falsi esempi della storia, primo fra tutti quello che attribuisce la sconfitta di Novara ai partiti estremi, avversi alla guerra; 2) confutare, a partire da Novara, il sillogismo che avversare in generale la guerra significhi fare disfattismo; 3) suggerire una diversa ipotesi di lettura sulle cause della disfatta di Caporetto.

«Il governo (piemontese) – dirà Cosmo – credeva di avere (a Novara) 135 mila uomini, ma in effetti la sua forza arrivava a mala pena a 120 mila, dei quali però quindicimila giacevano negli ospedali od erano lontani dalle bandiere; dodicimila stavano sulle frontiere; di modo che non si avevano neppure novantamila da mettere in campo. E questi per di più che la metà uomini troppo avanzati negli anni, padri di famiglia, anelanti a tutt’altro che a tornare a casa, e poco sottoposti a cimentarsi per la vita». E tutti male armati ed equipaggiati: si erano infatti operate «inutili riforme nelle monture, senza che il soldato venisse in sostanza rifornito di migliori mezzi, di attrezzi più acconci, di armi più efficaci».

Ma non solo: mancava anche un generale di prestigio, carismatico, che guidasse l’esercito alla vittoria.

«Il più indicato era senza dubbio il generale Bava. Aveva l’esperienza della guerra passata, conosceva il proprio terreno, sapeva per pratica quello occupato dall’inimico;, era capace di formulare un buon sistema di guerra; godeva della stima dell’esercito, ed era tale uomo, ove le alte influenze si fossero taciute, atto a disciplinarlo a dovere. Ma egli aveva mandato per le stampe le Relazioni delle operazioni militari del 1848, ed in esse crudelmente svelato le molte piaghe dell’esercito; e colla protesta breve e recisa dell’uomo d’arme, urtato negli asti freddi e inesorabili dei colleghi. Bisognava dunque cambiare».

E così «si prese un polacco in esilio e disoccupato (…), conosciuto solo per lavori di gabinetto, d’una taglia ridicola, e portante un nome che mai nessun soldato avrebbe saputo pronunciare: Chrzanowski.

E si assunse in servizio un altro emigrato che aveva combattuto in Polonia: il generale Ramorino, un uomo senza carattere e senza convinzione, un vero avventuriero rivoluzionario, incapace nello stesso tempo di assumere in realtà un comando qualsiasi e di sopportare le responsabilità, che preparava i suoi ufficiali passando con essi i giorni e particolarmente le notti or nelle bettole, or nelle piazze, a schiamazzare a schiamazzare e a blaterare contro il Governo, che non aveva il coraggio (a detta di Ramorino) di chiedere la pace».

In questo modo – dirà Cosmo – ci avviammo a Novara; e per questo si patì allora, dopo l’eroismo del 1848, quella vergognosa sconfitta.

Ma la sconfitta di Novara, oltre a smascherare chi pretende «di tagliarsi fuori dalla storia l’abito che vuole senza pensare che per ritagliarlo bene ci vuole una particolare abilità», insegna secondo Cosmo un’altra verità: e cioè quella che avversare la guerra non significa fare del disfattismo.

Nel 1848 molti parlamentari erano contrari alla guerra – ricorda Cosmo – e fra questi va annoverato lo stesso Cavour, uno dei padri del Risorgimento, uno dei fautori della nascita dello Stato italiano, che per l’appunto proponeva l’indugio, la mediazione, la preparazione «per sconfiggere quel terribile quadrilatero formato dalle fortissime rocche di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago». Cavour stesso, in tale occasione, dovette patire l’onta di essere reputato traditore della Patria, nemico dell’Italia..  ma si può forse ritenere che egli sia stato un nemico, un traditore della Patria, un lavoratore dello straniero, un venduto all’Austria? Certamente no! Ben altre erano state le considerazioni che avevano persuaso il conte di Cavour – e con lui numerosi autorevoli personaggi politici del Piemonte – a dissentire dalla ripresa della guerra. Ragioni di valutazione realistica degli elementi in gioco, desiderio di risparmiare alla Patria una iattura. «Fatti che – come conclude Frassati a difesa di Cosmo – hanno un valore ben altrimenti decisivo che non le opinioni del senatore Ruffini.»

Ma allora – sembra suggerire Cosmo tra le righe – se Novara dimostra che avversare la guerra non implica essere disfattisti e responsabili della sconfitta – non più di quanto lo fu a suo tempo Cavour – non può darsi che ciò sia vero anche per Caporetto? Non sono forse le cause dell’attuale rovescio militare da ricercarsi piuttosto in una errata conduzione tecnica della guerra, come a suo tempo avvenne per Novara?

Le argomentazioni di Cosmo, nonostante i tagli della censura che ne impedirono la piena e ampia esplicitazione, trovarono ampi consensi nell’opinione pubblica. Lo steso Croce, più tardi, in occasione di una testimonianza resa a favore di Cosmo, dirà che esse «sono ben ispirate», anche se si riservò il giudizio «se sia stata o no opportuna la loro utilizzazione come casistica politica per i convincimenti attuali».

Anche lo stesso Ruffini e il Corriere della Sera, che aveva amplificato la tesi dei nazionalisti, riconobbero «la giustezza delle argomentazioni di Cosmo», dichiarando pubblicamente l’erronea valutazione data degli avvenimenti di Novara, e riservandosi un più cauto giudizio sulla disfatta di Caporetto, quanto meno alla luce delle conclusioni della Commissione d’inchiesta. (…)

Le ragioni di Cosmo non ebbero invece buon accoglimento presso quell’ala oltranzista degli interventisti, che fin dal 1917 si era riunita nel Fascio Parlamentare, e aveva costituito quei Comitato di Difesa allo scopo di denunciare all’autorità pubblica i disfattisti, i traditori e le spie.

Indipendentemente dalle nobili intenzioni che avevano mosso Cosmo e dalla bontà delle argomentazioni avanzate negli scritti, venero lanciati dal Comitato di Difesa di Torino (nella persona del presidente Vittorio Cian) pesanti attacchi contro l’autore degli articoli e contro il giornale che li aveva pubblicati. Umberto Cosmo così venne denunciato per propaganda disfattista al Provveditore agli Studi e al Prefetto.

Sembrò che il livore e l’odio dei nazionalisti ottenessero soddisfazione: Cosmo venne sospeso  a tempo indeterminato dal grado e dallo stipendio e dovette sostenere un duplice processo: amministrativo e penale.

Fortunatamente la magistratura si rivelò aliena alle imposizioni della piazza: l’inchiesta amministrativa, anche grazie alle testimonianze di Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis, si risolse in nulla di fatto, e quella penale con la sua assoluzione in istruttoria.

Ma una decina d’anni dopo, in tempi più propizi alla calunnia politica e alla delazione, per una simile denunzia Cosmo verrà destituito dall’insegnamento, dal giornalismo, e bandito dal mondo della cultura.

La vicenda di Umbero Cosmo (una interessante figura d’intellettuale, della quale ci ripromettiamo di tornare ad occuparci in apposita sede) ci ricorda quanto sia cosa ardua tentar di rispondere ai quesiti che ponevamo all’inizio.

Sotto il profilo politico, vi sono pochi dubbi circa il fatto che quanti sono stati contrari all’intervento in guerra del proprio Paese, costituiscono, quando la cosa sia avvenuta, un fattore oggettivo di debolezza per la patria, a meno che non mettano completamente a tacere le loro perplessità e si stringano agli altri come un solo uomo, in nome dell’interesse generale: che è, evidentemente, quello di vincere. Gli Inglesi possiedono una frase lapidaria per esprimere questo concetto: Right or wrong, it’s my country!; giuste o sbagliate (le ragioni della guerra), questo è il mio Paese (e quindi mi batterò per esso con tutte le forze).

D’altra parte, questo principio generale conosce almeno due valide eccezioni: l’una di fatto, l’altra di principio.

La prima è che esso sembra valere solo nei Paesi che possiedono un forte sentimento nazionale. In quelli che, come l’Italia, non lo possiedono altrettanto forte, le polemiche interne non cessano mai del tutto nemmeno davanti a una difficoltà comune o ad un pericolo, anche grave, all’indipendenza nazionale.

La seconda è che, per ragioni contingenti, vi può essere chi considera che la vittoria del proprio Paese non costituirebbe il bene supremo per esso; ma che, al contrario, quest’ultimo possa scaturire solo da una sconfitta, consentendo, ad esempio il ripristino della libertà. In questo caso, adoperarsi – più o meno attivamente – per la sconfitta del proprio Paese in guerra, potrebbe corrispondere all’idea che alcuni cittadini hanno del bene autentico desiderabile per esso. Ed è appunto quel che è avvenuto in Italia nel corso del secondo conflitto mondiale.

Qualcuno, forse, ricorderà la polemica sorta anni fa quando, dopo la pubblicazione dei diari di Togliatti allorché questi si trovava in Unione Sovietica, si è appreso con quanta freddezza egli considerasse la sorte dell’esercito italiano sul fronte russo, nonché la sorte dei nostri soldati fatti prigionieri. Polemica veramente ipocrita e strumentale, da parte di coloro che non vogliono ammettere che tutta la Resistenza è stata ispirata al concetto di affrettare la sconfitta dell’Italia per affrettare la caduta del fascismo.

Perciò, invece di discettare sul cinismo di Togliati (il quale, certamente, era un uomo politico estremamente cinico: altrimenti uno come Stalin non gli avrebbe accordato tanta fiducia, né gli sarebbe stata dedicata niente meno che una città sovietica), il dibattito storiografico avrebbe dovuto orientarsi subito, fin dal 1945, sulla attitudine di tanti Italiani a considerare più importante la caduta del proprio governo che la vittoria della propria patria: al punto da accogliere con fiori e grida di gioia l’arrivo dei carri armati di quegli stessi americani, che avevano così crudelmente e, spesso, inutilmente, straziato le nostre città con i bombardamenti aerei indiscriminati; ciò che sarebbe stato semplicemente inconcepibile in altre nazioni.

Vi è anche un altro punto di vista sotto il quale giudicare di che genere dovrebbe essere il comportamento giusto da tenere da parte di quei cittadini, e specialmente di quegli intellettuali, i quali disapprovino la politica di guerra condotta dal proprio governo: ed è, ovviamente, quello morale.

Dal punto di vista morale, è chiaro che ciascun individuo deve essere libero di sostenere la propria opinione in merito a questioni di così vitale importanza per la comunità nella quale egli vive, come lo è la scelta tra la pace e la guerra. Dice un’aurea sentenza di san Tommaso d’Aquino che, in caso di conflitto fra le leggi degli uomini e la propria coscienza, è quest’ultima che deve prevalere: ed è un principio, come si può facilmente intuire, non negoziabile.

Vi è qui una inconciliabilità e una evidente conflittualità potenziale tra la sfera dell’etica e quella della politica: per cui l’individuo che voglia essere un leale cittadino della propria patria terrena, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di essere un cittadino altrettanto leale della sua patria spirituale, ossia della propria coscienza: e, se si vuole essere franchi ed onesti, bisognerà ammettere che, in un caso del genere, non vi sono mediazioni possibili che possano reggere a lungo, specie nelle particolari condizioni che caratterizzano le guerre moderne (con le stragi di civili, il disprezzo della diplomazia internazionale, la persecuzione delle minoranze interne spinta fino al genocidio, ecc.).

Che altro si potrebbe dire, sa conclusione di tutto ciò?

L’essere umano – lo abbiamo già più volte sostenuto – possiede una doppia cittadinanza, terrena e ultraterrena. Da sempre, le ragioni della politica lo vorrebbero interamente devoto alla prima; e, quanto alla seconda, esse sono disposte a lasciargli tutta quella libertà che sia compatibile con gli interessi dell’altra, ma non un passo al di là di quelli. Il massimo teorico di questa statolatria brutale e onnipervasiva è stato Hegel, il quale, nel suo delirio di potenza, è giunto fino al punto di far coincidere la somma moralità con lo Stato prussiano.

Eppure, i diritti della città ultraterrena non sono di una tal natura, che si possa accordare loro un ossequio solamente formale. Arriva il momento in cui essi divergono radicalmente da quelli della città terrena e impongono, senza mezzi termini, una scelta chiara e vincolante.

Anche in questo caso, può darsi che si presenti la situazione-limite in cui la sconfitta della propria patria, impegnata in guerra, appaia come il vero bene, o – quanto meno – come il male minore, per il suo futuro. Ciò presenta una evidente analogia con la situazione più sopra esaminata, di quanti giungono a desiderare la sconfitta della propria patria per affrettare la caduta di un governo ritenuto ingiusto e oppressivo.

Si tratta, però, di una analogia tutta esteriore.

Chi desidera la sconfitta del proprio Paese per ragioni etiche superiori (ad esempio, un cittadino tedesco che, nel 1944, avesse auspicato la fine dei crimini nazisti) e chi la desidera per ragioni politiche contingenti (ad esempio, per sostituire a un governo di altra parte politica, quello della propria, e non necessariamente migliore del primo), agiscono in base a delle ragioni e a una logica che solo in apparenza sono le stesse.

Nel tumulto dell’azione, però, e in mezzo ai clamori della violenza e dell’odio, questa differenza tende a passare inosservata; e può accadere anche che, per ragioni di opportunità e di convenienza, la storiografia e la riflessione etica stendano un velo su questa uniformità solo esteriore, anche per molto tempo dopo che la guerra si è conclusa.

In questo caso, si presenta più che mai palpabile una semplice verit, troppo spesso trascurata: che la fine della guerra non significa, automaticamente, il ritorno della vera pace; specie se quanti combatterono, dall’una e dall’altra parte, contro il nemico esterno e, soprattutto (nel caso della guerra civile) contro il nemico interno, non riescono a fare chiarezza sino in fondo circa le proprie motivazioni di allora, e a ricavare le ragioni di una rinnovata concordia e volontà di armonia, proprio dalle terribile lezione delle vicende  passate.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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