martedì, 22 Giugno 2021
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Geopolitica: il Cile guarda verso l’Antartide

Geopolitica: il Cile guarda verso l’Antartide. Uno spazio geografico particolarissimo, “alla fine del mondo”: il Cile sullo scenario mondiale. Gli studenti cileni imparano, fin dai banchi di scuola, che esistono ben tre ”Cile” di Francesco Lamendola 

Probabilmente gli studenti europei di geografia nemmeno se l’immaginano, ma gli studenti cileni imparano, fin dai banchi di scuola, che esistono, in realtà, ben tre ”Cile”: il Cile continentale, ossia quello che tutti conoscono e riconoscono come tale: una stretta e lunghissima fascia di terra lungo il versante occidentale delle Ande, affacciato sull’Oceano Pacifico, fra il Deserto di Atacama e Nord e il Capo Horn a Sud; poi un “Cile oceanico”, formato da alcuni piccoli arcipelaghi disseminati nelle smisurate vastità del Pacifico orientale: le isole Juan Fernandez (Robinson Crusoe e Alejandro Selkirk, già denominate Mas a Tierra e Mas a Fuera; le Isole Desventuradas (San Felix e San Ambrosio) e l’isola di Pasqua, con la sua remota “appendice” di Sala-y-Gomez, poco più d’un semplice scoglio; e, da ultimo, un “Cile antartico”, comprendente una bella fetta dell’Antartide Occidentale, compresa, innanzitutto, la Penisola Antartica – rivendicata a loro volta, e questo è il problema, sia pure con estensione diversa, sia dalla Gran Bretagna, già installata alle Falkland, alle Orcadi, alle Shetland e alla Georgia Australi, sia dall’Argentina, che rivendica, inoltre, tutte quelle isole e arcipelaghi – e poi giù, seguendo i meridiani, fino al mare di Weddell e oltre, fino al cuore del continente ghiacciato, cioè fino al Polo Sud geografico.

Nella Repubblica del Cile, uscita vittoriosa, fin dai primi anni della sua indipendenza dalla madrepatria spagnola, da una serie di guerre con i suoi vicini, la Bolivia e il Cile (cfr. il nostro articolo Gli interessi industriali inglesi dietro gli orrori della guerra del Pacifico, ripubblicato sul sito Nuova Italia. Accademia Adriatica di Filosofia il 17/11/2017) è sempre esista, più o meno esplicita, più o meno strisciante, come esiste, del resto, in tutte o quasi tutte le altre nazioni sudamericane, una forte tendenza nazionalista, a livelli che le nazioni europee, ai nostri dì, o almeno le nazioni dell’Europa occidentale, considererebbero un po’ sconvenienti, per non dire pericolosi; tendenza che, ovviamente, ha ricevuto un forte impulso durante il lungo e crudele periodo della dittatura militare presieduta dal generale Augusto Pinochet, dal 1973 al 1990. La chiusura di quella stagione e il ritorno alla democrazia non implica, di per sé, un decisivo mutamento d’indirizzo nelle dottrine geopolitiche; infatti la geopolitica è l’espressione di un nodo di linee di tendenza nella politica estera al livello dello spazio geografico “naturale”, ed è solo una grave sconfitta di ordine militare che può interrompere o modificare le tendenze geopolitiche di una nazione, cosa che è avvenuta per l’Italia nel 1943, ma non per il Cile dopo la caduta di Pinochet. Infatti, mentre Mussolini cadde per effetto di una disfatta militare, Pinochet non è caduto, ma ha organizzato la successione di se stesso, restando al vertice delle Forze Armate per altri otto anni, fino al 1998, senza che il Paese subisse delle serie ripercussioni internazionali o, in ogni caso, senza ripercussioni negative per la sua sovranità e per la sua immagine estera.

Le propensioni della politica estera cilena verso l’Antartide sono comunque di vecchia data e iniziano praticamente nel 1843, allorché, anticipando di pochi giorni un’analoga iniziativa francese, il governo cileno proclamò la sua sovranità sullo Stretto di Magellano, aprendo, nel contempo, un serio contenzioso con l’Argentina, che si sarebbe trascinato per tutto il XX secolo, per la spartizione della Patagonia e della Terra del Fuco. Dopo due storici accordi, nel 1881 e nel 1902, quest’ultimo con l’intervento arbitrale del re d’Inghilterra, si verificò una nuova crisi, tanto grave quanto più  inaspettata, nel 1978, per il possesso delle isole di Picton, Nueva e Lennox, all’imbocco del Canale Beagle, che venne definitivamente risolta, stavolta con la preziosa mediazione del papa Giovani Paolo II, il 29 novembre 1984.

Il professor Jack Child, docente di Studi spagnoli e latinoamericani presso la American University di Washington, scrive nel saggio Le mani sull’Antartide (in: Limes. Rivista italiana di geopolitica, n. 4 del 2003, Panamerica latina, Gruppo Editoriale L’Espresso, pp. 198-99):

Terra dalla “geografia accidentata”, questo Paese [il Cile] ha una tradizione geopolitica, soprattutto in campo marittimo, che ha sempre sottolineato l’esigenza di rafforzare la sua sovranità su quella parte dell’Antartide che considera un proprio territorio così come su numerose isole. Questo orientamento si è affermato soprattutto durante il lungo regime del generale-presidente Augusto Pinochet (1973-‘90), che si recò due volte di persona nelle basi antartiche cilene, e può senz’altro essere considerato un leader (sia pure non decorativo) la cui politica interna ed estera è stata profondamente influenzata dalle sue idee geopolitiche.

Il Cile si considera “il Paese più a Sud del mondo” (“Terra Australis”) con la città più antartica che esista sulla faccia della terra. E in quanto tale è il “guardiano” geopolitico della via di accesso che domina lo Stretto di Magellano, il Canale di Beagle, Capo Horn e lo Stretto di Drake. Queste sono le uniche vie di navigazione sgombre dai ghiacci fra l’Atlantico e il Pacifico (tolto il Canale di Panamà e l’insidioso Passaggio a Nord-Ovest ghiacciato lungo le coste settentrionali del Canada e dell’Alaska). Ciò è importante, secondo i cileni, poiché il potere economico e politico del mondo si sta spostando dall’Europa e dall’America ai bordi del Pacifico, e il loro Paese si affaccia su quest’Oceano che domina le uniche vie di comunicazione marittime con l’Atlantico.

Questa visione geopolitica spinge anche il Cile a considerarsi una nazione tricontinentale – con una sovranità sulla terraferma del Cono Sud, le isole del Pacifico (quelle di Pasqua e di Jesús Fernandez [errore grossolano per Juan Fernandez]) e il territorio antartico che rivendica e a sviluppare una “coscienza australe” al pari dell’Argentina, sua antagonista. I rapporti geopolitici cin quest’ultima, tuttavia, talvolta tesi a causa di dispute diplomatiche e di confine, non sono soltanto conflittuali ma anche cooperativi. Ne è un esempio l’accordo raggiunto nel 1948 per il reciproco riconoscimento e sostegno dei diritti avanzati sui rispettivi territori antartici (sebbene i confini fra di essi non siano mai stati ben definiti). Come pure le trattative, avviate in epoca più recente, per una spedizione congiunta via terra al Polo Sud, dove probabilmente, con loro gran fastidio, i due alleati troveranno una delle principali basi statunitensi.

L’estrema posizione meridionale del Cile ha reso Punta Arenas e Puerto Williams due avamposti strategici per le spedizioni antartiche e le operazioni di soccorso. La più importante di queste imprese fu il salvataggio di Sir Shackleton all’inizio del secolo scorso, e le più recenti sono state l’evacuazione di due medici americani dalle loro basi del Polo Sud nel 1999 e nel 2000. Queste due località cilene svolgono inoltre una funzione chiave come punti di partenza delle escursioni nella Penisola antartica (gli altri due sono Ushuaia, in Argentina, e le Isole Falkland). Gli aerei trasportano i turisti verso sud, dove vengono imbarcati su navi dirette verso i mari di ghiaccio dell’Antartide.

Un altro fattore geopolitico è costituito dalla pretesa del Cile di aver creato la prima “città australe”: Villa Las Estrellas, vicino alla base Teniente Marsh sull’isola Re Giorgio. Un villaggio abitato da poche famiglie, con un piccolo centro commerciale, una banca, un ufficio postale, un negozio di souvenir e un albergo. La base vanta inoltre l’unica pista esistente in quest’area utilizzabile dagli aerei da trasporto G-130 dell’aviazione cilena, che svolgono molte funzioni, dal rifornimento dei cargo al trasporto di scienziati, personale, ufficiali e turisti.

E che, nella cultura cilena, e quindi nell’opinione pubblica, si stia formando, in effetti, una certa qual “coscienza australe”, come auspicato dai propugnatari delle dottrine geopolitiche che guardano insistentemente all’estremità Sud del mondo, è confermato, fra le altre cose, dal successo, nazionale e internazionale, ottenuto presso il pubblico dai libri dello scrittore Francisco Coloane (Quemchi, isola di Chiloé, 19 luglio 1910-Santiago del Cile, 5 agosto 2002), il quale, più ancora di quanto aveva fatto Pablo Neruda, ma col vigore avventuroso di un Jack London o di un Herman Melville, ha descritto la potenza e lo splendore della natura nell’estremità meridionale del Paese e nella stessa Antartide. Fra i suoi romanzi più noti si annoverano, infatti, titoli come Cabo de Hornos, 1941; Los conquistadores de la Antártica, 1945; Tierra del Fuego, 1956, tutti ambientati nelle vaste solitudini australi, che hanno familiarizzato il lettore cileno, e non lui soltanto, a considerare tali spazi come naturalmente appartenenti all’area geografica, e anche sentimentale, del Cile.

Naturalmente, una cosa è che un popolo sviluppi una propria coscienza territoriale, specialmente se si tratta di un popolo che abita uno spazio geografico particolarissimo, “alla fine del mondo”, come quello cileno; e un’altra cosa, e ben diversa, è che quello Stato nazionale riesca a far valere, sullo scenario mondiale, le sue ambizioni e rivendicazioni politiche. La “coscienza australe”, nel caso del Cile, è la necessaria premessa, ma non è affatto la condizione sufficiente perché il Cile si affermi, effettivamente, come un Paese bicontinentale, anzi, addirittura tricontinentale; come la diffusione di una certa qual vocazione africana, sostenuta anche da istituzioni geografiche e scientifiche ufficiali, non fu sufficiente, all’Italia crispina e umbertina, per affermarsi come potenza imperiale africana, specie dopo l’infausta battaglia di Adua; perché, alla fine, è la forza, non solo militare, ma anche e soprattutto economico-finanziaria, a decidere questioni del genere, in un senso o nell’altro. Nel caso delle aspirazioni e ambizioni antartiche del Cile odierno, aspirazioni e ambizioni, peraltro, che sono in competizione con quelle di numerosi altri Pesi sudamericani, non solo l’Argentina, sua rivale, ma anche il Brasile, l’Uruguay, il Cile e perfino l’Ecuador – il quale, come dice il suo nome, giace sul parallelo zero – la questione non è tanto, o non  solo, se quel Paese abbia le carte in regola, geograficamente e spiritualmente, per candidarsi a svolgere un ruolo da protagonista in quel remoto ma strategico scacchiere, cioè, sostanzialmente, per il controllo dello Stretto di Drake, principale via d’acqua fra il l’Atlantico e il Pacifico, oltre allo Stretto di Magellano (sempre da esso controllato) e il Canale di Panama, ma se abbia le risorse per farlo. E qui viene a galla un limite intrinseco della geopolitica in quanto tale, poiché essa nasce, come disciplina scientifica, alla fine del XIX secolo, principalmente per una intuizione del geografo svedese Rudolf Kjellen, ed ha avuto il suo momento di gloria soprattutto nella prima metà del XX, specialmente nell’area culturale di lingua tedesca (cfr. il nostro articolo La geopolitica di Karl Haushofer ha ancora qualcosa da insegnare al mondo attuale?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 01/04/2010); ma dopo l’avvento dell’era atomica, per non parlare delle possibilità della guerra chimica e di quella batteriologica, essa ha perso molto del suo smalto iniziale e, in ogni caso, non può più essere pensata alla maniera classica, essendo totalmente cambiati, insieme alle nuove tecnologie militari e alla ridefinizione complessiva della mappa dei poteri mondiali,  alcuni dei suoi presupposti di fondo.

Immaginiamo, sempre per fare un paragone chiarificatore, che la Spagna, rivendicando il possesso di Gibilterra, intenda riaffermare la propria “vocazione” bi-continentale, cioè di ponte fra Europa e Africa, e bi-oceanica, di passaggio fra l’Atlantico e il Mediterraneo/Oceano Indiano; oppure, meglio ancora, che l’Indonesia, rivendicando la sua sovranità sulla Malaysia e su Singapore (cosa che, in parte, ha fatto, ai tempi di Sukarno, nel 1962-66), intenda candidarsi a svolgere un ruolo da protagonista nello spazio marittimo che mette in comunicazione il Pacifico con l’Oceano Indiano. È chiaro che, nel mondo attuale, né la Spagna, né l’Indonesia, potrebbero affermare i loro “diritti” con un semplice atto d’imperio, e che non avrebbero le risorse concrete per imporlo; e questo vale altrettanto per il Cile. Una squadra sottomarina statunitense o russa, dotata di missili atomici, potrebbe tranquillamente forzare lo Stretto di Drake, anche ammesso che le navi cilene lo presidiassero giorno e notte, in barba a tutte le pretese del Cile di sovranità antartica. In caso di forza maggiore, cioè di un conflitto militare, nessuno chiede il permesso ad alcuno e solo chi detiene la forza può imporre la propria “geografia”. Non siamo più al tempo delle navi a vapore e non è più nemmeno necessario dominare materialmente un tratto di mare per interdirne il passaggio alle altre nazioni; oggi le guerre si fanno a livello finanziario, si può mettere in ginocchio qualunque Stato con una serie di manovre speculative al livello delle borse mondiali; tranne, forse, le nazioni che sono realmente bicontinentali, come gi Stati Uniti e la Russia, ma non tanto perché esse si affacciano su due mari, bensì perché dispongono di risorse pressoché inesauribili di materie prime per alimentare le loro industrie, di petrolio e minerali strategici, per cui, anche in caso di fallimento finanziario, esse potrebbero continuare a resistere, nonostante tutto, e sarebbe materialmente quasi impossibile occuparne il territorio. Perciò, i cileni possono continuare a fondare “città” antartiche e inseguire “primati” un po’ patetici, come quello dei primi bambini nati vicino al Polo Sud, ma esso è e resta, nel mondo attuale, dominato dagli USA da un lato, dai BRICS dall’altro, solo un piccolo Paese, che la natura ha dotato d’una posizione strategica invero assai curiosa, e nulla più di questo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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