venerdì, 18 Giugno 2021
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«Hitler, caro amico, ti scrivo»; firmato: «Gandhi»

«Hitler, caro amico ti scrivo» firmato: «Gandhi». Le aspirazioni all’indipendenza dell’India e dei vari “Popoli coloniali” e la questione di quale atteggiamento debbano tenere poiché il Tripartito poteva anche vincere la guerra di Francesco Lamendola 

Il 24 dicembre 1941, alla vigilia di Natale, mentre si combatte la decisiva battaglia di Mosca fra tedeschi e sovietici, e dopo che i giapponesi hanno sferrato l’attacco contro la flotta americana a Pearl Harbor, il Mahatma Gandhi prende carta e penna e scrive una lettera – che non sarà resa pubblica – ad Adolf Hitler, incominciandola così: caro amico… Non era neppure la prima volta: ne aveva già scritta un’altra, due anni prima, nel 1939, subito dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale, chiedendo al Führer germanico di sospendere l’invasione della Polonia e di ispirarsi piuttosto, nella sua azione politica, alla non collaborazione basata sulla non violenza: la Sathyagraha, traducibile come “resistenza passiva” o, più letteralmente, “insistenza per la verità”. Ma la lettera del dicembre 1941, anche se in linea con la prima, mostra fra le righe dei caratteri meno utopistici e delle finalità più politiche, o, quanto meno più pratiche. A quell’epoca la guerra si è estesa al mondo intero: tutti e cinque i continenti sono in fiamme, e così i tre oceani; tutte le maggiori potenze, nessuna esclusa, vi sono coinvolte con ogni loro risorsa, materiale e morale, e la bilancia appare in bilico, per l’ultima volta: coi tedeschi alle porte di Mosca e i giapponesi davanti a Singapore, e presto davanti alle frontiere dell’India stessa, si pone seriamente la questione di quale atteggiamento debbano tenere i nazionalisti dei vari popoli coloniali, poiché il Tripartito potrebbe anche vincere la partita e in questo caso il dominio delle vecchie potenze europee, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, cadrebbe miseramente ed essi potrebbero approfittare della buona occasione per realizzare le loro aspirazioni all’indipendenza.

È un momento assai drammatico e quasi di sospensione: in attesa di vedere da che parte peseranno i piatti della bilancia, i nazionalisti africani e asiatici si interrogano e fanno le prime mosse per tenere aperta la strada alla realizzazione delle loro aspirazioni nazionali. È una questione che si pone, e con urgenza, per i popoli arabi, quando l’armata italo-tedesca si affaccia alle frontiere dell’Egitto, e i nazionalisti egiziani si preparano ad accoglierla a braccia aperte, come la liberatrice dal giogo britannico (cfr. i nostri articoli: Quando Hitler voleva assegnare l’Egitto all’Italia, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18/09/19; e Quando Sadat attendeva Rommel con impazienza, il 01/10/19).  E la questione si pone anche per i patrioti marocchini, algerini, tunisini, siriani, libanesi, iracheni, birmani, malesi, indonesiani, indocinesi, filippini. Le opzioni possibili fondamentalmente sono tre: appoggiare le rispettive potenze coloniali, sperando di riceverne in premio, al termine della guerra, l’indipendenza, o almeno un forte grado di autonomia; schierarsi con le potenze del Tripartito, offrendosi di collaborare con esse in vista del medesimo obiettivo; rimanere in attesa di vedere quale piega prenderanno gli eventi e prepararsi a sfruttare ogni eventualità favorevole. In pratica, le cose non sono sempre così ben definite ed esistono anche delle opzioni subordinate: ad esempio i leader nazionalisti algerini non si fanno molte illusioni sulla disponibilità dei francesi a concedere loro l’indipendenza, senza contare che esistono due governi francesi contrapposti, quello di Vichy e quello di De Gaulle; però ripongono molte speranze nel governo americano, dopo l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. I patrioti vietnamiti, invece, o almeno quelli inquadrati nel partito comunista di Ho-Chi-Minh, ripongono le loro speranze nell’Unione Sovietica, oltre che nei loro colleghi comunisti cinesi, mentre temono l’espansionismo del governo di Chiang-Kai-Shek. I leader nazionalisti indiani si trovano alle prese con lo stesso problema: di chi fidarsi, su quale cavallo puntare?

Gandhi, Nehru e Chandra Bose hanno lo stesso obiettivo: l’India indipendente; differiscono nei metodi e nelle scelte tattiche, non nell’idea di fondo. I britannici, dal canto loro, si sentono in una situazione simile a quella fronteggiata in Irlanda durante la Prima guerra mondiale: temono un’insurrezione che coglierebbe alle spalle, proprio mentre i giapponesi si avvicinano alla frontiera della Birmania e gli italo-tedeschi sono a meno di 100 km. da Alessandria d’Egitto e il Delta del Nilo, di dove potranno facilmente raggiungere e superare il Canale di Suez, mentre la armate tedesche dal sud-est della Russia, lungo la valle del Volga, sembrano capaci di spingersi verso il Caucaso ed oltre, fino al Medio Oriente. Giudicano quindi che qualsiasi agitazione degli indiani in un simile momento sarebbe una specie di tradimento e non vogliono sentir parlare di riforme di alcun genere, se non, eventualmente, a guerra finita; ma né Gandhi né gli altri leader del Congresso s’ingannano sulle loro reali intenzioni, di non lasciare mai il loro Impero indiano se non vi siano in qualche modo costretti. Gandhi pensa di poterveli costringere con la non collaborazione; Bose più impaziente, va in Giappone a bordo d’un sommergibile tedesco e poi organizza coi prigionieri indiani  alcune divisioni che andranno a combattere contro i britannici, una addirittura di SS che sarà impiegata dai tedeschi in Europa e in Africa, mentre lui proclama, da Singapore prima, indi da Port Blair, nelle Isole Andamane, un governo indiano indipendente, nei giorni in cui gli inglesi sono così stupidi da arrestare Gandhi e da farne un martire della libertà del suo Paese.

Queste cose tuttavia accadranno fra il 1942 e il 1943; nel dicembre del 1941, le sorti della guerra sono in bilico, Gandhi non ha lanciato ancora il suo invito ai padroni coloniali ad andarsene (Quit India, 13 aprile 1942), non è stato ancora arrestato e quindi gode di una relativa libertà d’azione. Egli si rende conto che i britannici mirano a guadagnare tempo, creando divisioni nel  Partito del Congresso e facendo leva sui contrasti fra indù e musulmani; d’altra parte, non può escludere del tutto, anche se lui personalmente ci crede poco, che il Tripartito vinca la guerra, nel qual caso bisogna che i possibili vincitori siano informati di quale sia la linea che terranno gli indiani nei loro confronti. La decisione di scrivere direttamente a Hitler, possibile anche se non probabile vincitore della guerra, nasce da questa necessità. Gandhi afferma inoltre che avrebbe voluto scrivere simultaneamente anche a Mussolini, da lui personalmente incontrato il 9 luglio 1930 a Palazzo Venezia, e per il quale nutre sentimenti di stima (ne fa fede la sua lettera a Romain Rolland, nella quale esprime un giudizio sostanzialmente positivo sulle riforme sociali del fascismo, pur con qualche riserva sull’uso della forza), ma poi decide di rivolgersi al solo Hitler, chiedendogli però di farsi latore del medesimo messaggio presso il suo alleato italiano.  

Ed ecco il testo della lettera (da: Robert Payne, Gandhi, Paris, Seuil, 1972, pp 312-313; cit. in Marc Ferro, La Seconda guerra mondiale. Problemi aperti; titolo originale: Questions sur la Seconde guerre mondiale, Paris, Casterman, 1993; trad. dal francese di Giovanni Campari, Firenze, Giunti, 1997, pp. 136-137): 

Caro amico,

Se vi chiamo amico, non è per formalismo. Io non ho nemici. Il lavoro della mia vita da più di trentacinque anni è stata quella di assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo. Spero che avrete il tempo e la voglia di sapere come una parte importante dell’umanità che vive sotto l’influenza di questa dottrina di amicizia universale considera le vostre azioni. Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari. Ma i vostri scritti e le vostre dichiarazioni, come quelli dei vostri amici e ammiratori, non permettono di dubitare che molti dei vostri atti siano mostruosi e che attentino alla dignità umana, soprattutto nel giudizio di chi, come me, crede all’amicizia universale. È stato così con la vostra umiliazione della Cecoslovacchia, col rapimento [sic] della Polonia e l’assorbimento della Danimarca. Sono consapevole del fatto che, secondo la vostra concezione della vita, quelle spoliazioni sono atti lodevoli. Ma noi abbiamo imparato sin dall’infanzia a considerarli come atti che degradano l‘umanità. In tal modo non possiamo augurarci il successo delle vostre armi.

Ma la nostra posizione è unica. Noi resistiamo all’imperialismo britannico, quanto al nazismo. Se vi è una differenza, è una differenza di grado. Un quinto della razza umana è stato posto sotto lo stivale britannico con metodi inaccettabili. La nostra resistenza a questa oppressione non significa che noi vogliamo del male al popolo britannico. Noi cerchiamo di convertirlo, non di batterlo sul campo di battaglia. La nostra rivolta contro il dominio britannico è fatta senza armi. Ma che noi si riesca a convertire o no i britannici, siamo comunque decisi a rendere il loro dominio impossibile con la non cooperazione non violenta. Si tratta di un metodo invincibile per sua natura. Si basa sul fatto che nessuno sfruttatore potrà mai raggiunge il suo scopo senza un minimo di collaborazione, volontaria o forzata, da parte della vittima. I nostri padroni possono possedere le nostre terre e i nostri corpi, ma non le nostre anime. Essi non possono possedere queste ultime che sterminando tutti gli indiani, uomini, donne e bambini. È vero che tutti non possono elevarsi a tale gradi di eroismo e che la forza può disperdere la rivolta, ma non è questa la questione perché se sarà possibile trovare in India un numero di uomini e di donne pronti, senza alcuna animosità, verso gli sfruttatori, a sacrificare la loro vita piuttosto che piegare il ginocchio di fronte a loro, queste persone avranno mostrato il cammino che porta alla liberazione dalla tirannia violenta. Vi prego di credermi quando affermo che in India trovereste un numero inaspettato di uomini e donne simili. Essi hanno ricevuto questa formazione da più di vent’anni.

Con la tecnica della non violenza, come ho detto, la sconfitta non esiste. Si tratta di un “agire o morire” senza uccidere né ferire. Essa può essere utilizzata praticamente senza denaro e senza l’aiuto di quella scienza della distruzione che voi avete portato a un tale grado di perfezione. Io sono stupito dal fatto che voi non vediate come questa non sia monopolio di nessuno. Se non saranno i britannici, sarà qualche altra potenza a migliorare il vostro metodo e a battervi con le vostre stesse armi. Non lascerete al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Non potrà andare orgoglioso raccontando atti crudeli, anche se abilmente preparati. Vi chiedo dunque in nome dell’umanità di cessare la guerra.

In questa stagione in cui i cuori dei popoli d’Europa implorano la pace, noi abbiano sospeso anche la nostra stessa lotta pacifica. Non è troppo chiedervi di fare uno sforzo per la pace in un momento che forse non significherà nulla per voi, ma che deve significare molto per i milioni di europei di cui io sento il muto clamore per la pace, perché le mie orecchie sono abituate a sentire le masse silenziose. Avevo intenzione d’indirizzare un appello congiunto a voi e al signor Mussolini, che ho avuto l’onore d’incontrare dall’epoca del mio viaggio in Inghilterra come delegato alla Conferenza della tavola rotonda. Spero che egli vorrà considerare questo come se gli fosse stato indirizzato, con i necessari mutamenti.

Il modo in cui è stata raccontata la Seconda guerra mondiale fa sì che pochi sappiano che questa lettera è mai stata scritta, e che quei pochi ne restino sconcertati, se non turbati. I vincitori hanno raccontato quella vicenda come un gigantesco scontro tra le forze del Bene e del Male, e quindi il pubblico si aspetta che i Buoni non abbiano avuto mai nulla a che fare coi Cattivi, neanche per tentare di distoglierli dai loro piani o per giungere a una qualche forma di reciproca comprensione. Lo stesso Gandhi, del resto, quando invita Hitler a fare la pace al più presto, sembra non rendersi conto che la Germania aveva già fatto, fin dall’estate del 1940, delle concrete offerte di pace alla Gran Bretagna, e che a non voler negoziare in alcun modo un armistizio, alla fine del 1941 erano soprattutto gli Alleati, decisi a porre come scopo di guerra la resa delle potenze nemiche senza condizioniE sarà proprio questa clausola, che verrà resa esplicita alla Conferenza angloamericana di Casablanca del gennaio del 1943, dopo gli sbarchi statunitensi sulle coste del Nord Africa francese, ma che era già palese alla fine del 1941, a spingere le nazioni del Tripartito a una resistenza militarmente insensata, che terminerà solo con la distruzione di Berlino, Tokyo e delle principali città tedesche e giapponesi (anche le città italiane subirono terribili devastazioni dal cielo, tuttavia meno gravi, a causa dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e della cobelligeranza del governo Badoglio; cosa che non risparmiò ai centri del Nord il trattamento riservato ai nemici). Tornando alla lettera di Gandhi a Hitler, abbiamo detto che essa denota, fra le righe, una finalità più concreta di quella, assai velleitaria e irrealistica, dell’estate 1939.

Infatti, mentre la prima si limitava a una generica esortazione alla pace, allo sgombero dei territori occupati e ad una improbabile adozione della pratica della non violenza da parte dei nazisti, la seconda lascia intravedere la ragione di fondo di quell’iniziativa: far sapere a Hitler che gli indiani e i tedeschi hanno, sì, lo stesso nemico, la Gran Bretagna; però, nello stesso tempo, che i nazisti non devono contare sugli indiani come pedine del loro gioco. In altre parole: comunque finirà la guerra, patti chiari e amicizia lunga. Gli indiani non hanno alcuna voglia di cambiare il dominio britannico con quello tedesco (o giapponese), proprio come gli egiziani daranno il benvenuto a Rommel, purché sia chiaro che l’Egitto è degli egiziani…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Gennaio 2020

Del 01 Novembre 2020

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