venerdì, 17 Settembre 2021
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I bombardamenti di Milano nell’agosto 1943: una inutile crudeltà di Churchill

I bombardamenti di Milano nell’agosto 1943: una inutile crudeltà di Winston Churchill. Gli abitanti non se li sarebbero mai aspettati perché una cosa del genere non rientrava “nel modo di fare la guerra degli Italiani” di Francesco Lamendola 

Per tre volte, di notte, nell’agosto del 1943 – fra il 7 e l’8, fra il 12 e il 13 e fra il 14 e il 15, giorno di ferragosto – i Milanesi furono svegliati dalle sirene dell’allarme aereo e, correndo a rifugiarsi nelle cantine e negli appositi rifugi, e sentendo tremare la terra e gli edifici sopra le loro teste, sperimentarono i più violenti bombardamenti che avessero mai conosciuto (compresi quelli della prima guerra mondiale), bombardamenti che giunsero del tutto inattesi, sia per l’assoluta mancanza di obiettivi militari legittimi e ragionevoli, sia per il particolare momento politico che l’Italia stava allora attraversando.

Il fascismo era caduto dopo la seduta del Gran Consiglio e il successivo arresto di Mussolini, ordinato da Vittorio Emanuele III, il 26 luglio; e il nuovo capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio, chiaramente stava cercando la maniera di portare l’Italia fuori dalla guerra, anche se, a parole, assicurava i suoi alleati tedeschi di non averne alcuna intenzione – senza peraltro essere creduto, cosa che rendeva delicatissimi i suoi approcci segreti verso gli Alleati. Di fatto, il generale Castellano fu inviato il 16 agosto a Lisbona per prendere i contatti preliminari con le autorità alleate, in vista dell’armistizio, che poi sarebbe stato firmato il 3 settembre, a Cassibile, in provincia di Siracusa; ma reso noto, come tutti sanno, per iniziativa unilaterale degli Anglo-americani, l’8 settembre, alle 18,30 di sera, da Radio Algeri, e poi confermato dalla radio italiana, alle 19,45, mediante un messaggio registrato dello stesso Badoglio.

Il primo bombardamento di Milano, la notte fra il 7 e l’8 agosto, fu effettuato dai “Lancaster” con bombe incendiarie, e provocò 160 morti e 280 feriti; nel secondo, nella notte dal 12 al 13, mezzo migliaio di aerei scaricarono sulla città 2.000 tonnellate di bombe e poco meno di 400.000 spezzoni incendiari, causando la distruzione di una metà della metropoli nel cosiddetto “vortice di fuoco” (il cielo era limpidissimo e la reazione della contraerea fu quasi insignificante), cui si aggiunse una “coda” nella notte successiva, da parte di 140 fortezze volanti che, guidate dagli incendi che ancora divampavano – le tubature dell’acquedotto erano saltate e, pertanto, spegnere le fiamme diventava un’impresa quasi impossibile – sganciarono un altro carico di morte; il terzo, nella notte dal 14 al 15, da parte di 200 apparecchi britannici (non tutti giunti sulla città, questa volta, a causa delle non favorevoli condizioni meteorologiche durante il volo; in compenso su Milano brillava la luna piena) vide la distruzione di interi quartieri e il danneggiamento, ancora una volta, del centro storico, Duomo e teatro della Scala compresi.

Si calcola che il 50% delle case vennero danneggiate dai bombardamenti dell’agosto, parte delle quali (circa il 17%) in modo totale o molto serio, e che 400.000 milanesi rimasero senza un tetto sotto il quale ripararsi; che da 250.000 a 300.000 persone, in gran parte a piedi e in bicicletta (le automobili erano ormai rarissime, e così la benzina), sfollarono dalla sventurata città verso le campagne e i paesi circostanti; che le vittime furono circa 2.000, e cadaveri straziati giacevano ovunque insepolti. Tale fu il bilancio delle incursioni volute da Arthur Harris, il comandante del Bomber Command, e avallate dal premier Winston Churchill, entrambi animati da un feroce spirito vendicativo per i bombardamenti subito da Coventry e da Londra (ma la partecipazione dell’Aeronautica italiana alla Battaglia d’Inghilterra, decisa da Mussolini, fu molto limitata e tardiva: a partire dalla fine di ottobre 1940 , e decisi a non ammettere più alcuna distinzione fra obiettivi militari e obiettivi civili, nonché fra bersagli militarmente, politicamente e moralmente legittimi e quelli che non lo erano.

Arturo Tofanelli (nato a Cerreto Guidi, presso Firenze, nel 1908; spentosi a Milano nel 1994), un giornalista e scrittore alquanto dimenticato dalla cultura italiana contemporanea, ma giustamente noto e alquanto apprezzato ai suoi tempi, in quei giorni si trovava a Milano, e così ha rievocato i bombardamenti effettuati dai “Lancaster” e dagli “Halifax” della Royal Air Force (in: A. Tofanelli, «Memorie imperfette», Milano, Gei/Rizzoli, 1986, pp. 101-110):

«Del tutto inattesi si scatenarono su Milano, tra il 10 e il 15 agosto tre bombardamenti terrificanti, le cui conseguenze sono ancora vergognosamente visibili nel centro storico della città, per l’inettitudine delle amministrazioni che l’hanno governata. Il perché di quei bombardamenti anglo-americani ad armistizio firmato e mentre il governo Badoglio cercava una via d’uscita, non è stato mai spiegato. A Milano non c’era nulla che valesse lo spreco di una sola bomba, né concentramenti di truppe, in quel momento neanche tedesche, né depositi di munizioni e di armi né i fantasmi di una postazione antiaerea, tanto meno un caccia disponibile nei suoi campi d’aviazione. I milanesi potevano aspettarsi di tutto ma non che gli alleati, verso i quali i loro cuori erano protesi, piombassero a farne salsiccia. Lo scopo era quello di terrorizzare, questo si capì. Ma a che pro? In guerra la psicologia non conta, e pochi sono capaci di usarla. Altrimenti Churchill e compagni avrebbero capito che quei bombardamenti alla causa alleata non portavano nulla; potevano soltanto scavare odio nell’animo di una cittadinanza che loro sapevano amica, e sbattere via soldi dato che quelle montagne di bombe avevano pure un costo. E anche le guerre hanno un bilancio, del quale i responsabili devono tener conto. I comandanti delle fortezze volanti avevano ricevuto istruzioni che non ebbero difficoltà a rispettare: colpire il centro della città, risparmiando i beni religiosi. Il Duomo fu salvato con un lavoro di ricamo, incendiando tutto intorno ad esso. L’unica grande costruzione che poteva legittimare l’ipotesi di un obiettivo militare, la stazione centrale, restò intatta con molto rammarico della città che dovrà subire il suo monumento funerario probabilmente per secoli. Fino ai giorni di agosto Milano se l’era cavata abbastanza bene durante quegli anni. La guerra la sentivamo lontana e bombardamenti seri non ce n’erano stati. Ne ricordo uno del primo anno. Per festeggiare la marcia su Roma il 28 ottobre 1940 in pieno giorno e a bassa quota una decina di apparecchi inglesi venne a sganciare un po’ di bombe  a casaccio. Dal tetto di una casa assistetti alle loro evoluzioni durante una mezz’ora e vidi grossi fagotti scuri uscire dal ventre degli aerei: potevano essere graziosi doni per le camicie nere in festa, fatti cadere dal cielo., Ma le bombe di cento e duecento chili non uccisero nessuno né fecero grossi danni. Fu un saluto ironico. Nessun caccia li contrastò e li inseguì. […]

La sera dell’undici agosto 1943 Milano era afflitta da una preoccupoante luna piena in un cielo terso come raramente si vede in Lombardia, dove un velo di opacità non manca mai. Ma quella sera una leggera brezza oltre che attenuare l’oppressione dell’afa rendeva incredibilmente cristallina la volta celeste. L’allarme non si fece attendere, e mi parve che le sirene suonassero più forte e più a lungo. Come dire: questa volta è una cosa seria. Mi avviai al rifugio abituale, proprio davanti all’albergo Europa, ricavato nello scantinato del caffè-ristorante Hagy. Si raggiungeva scendendo un’acrobatica sala a chiocciola come calandoci in un pozzo. Feci appena in tempo a sedermi su una panca appoggiata al muro, che cominciarono a cadere le bombe. Di solito là sotto i rumori arrivavano molto attenuato. Ci sentivamo al sicuro, eravamo dei tranquilli sepolti vivi. Ma quella sera fu subito diverso. Le esplosioni le sentivamo sulle nostre teste, i muri massicci e potenti tremavano e qualcosa si staccava dal soffitto basso di grezzo cemento, sassolini sempre più grossi ci ruzzolavano tra i piedi. Ogni tanto la porta di ferro si apriva e con folate di vento entrava gente bianca di povere e di calcinacci, oltre che dal terrore. […]

I bombardamenti su Milano dell’agosto 1943, ebbero effetti materiali e psicologici disastrosi. Dopo la terza incursione in meno di una settimana, la città restò paralizzata e mezzo vuota. Rimaneva acuta in tutti noi l’incomprensione di quella barbara impresa; anche i più decisi sostenitori della causa alleata erano incapaci di trovare una giustificazione a lume di logica. Evidentemente dopo quattro anni non avevamo ancora capito che la guerra è un mostro che non ragiona. La sua logica è quella di non averne, con il romantico obiettivo di raggiungere il diapason della spietatezza, il delirio della carneficina. In seguito, di questa verità, del gratuito, dello sperpero nel diabolico, avremmo avuto altre testimonianze di gran lunga più convincenti della punizione inflitta a Milano. Quella di Dresda, per esempio. Migliaia di fortezze volanti, partite da basi lontane, forse lo spiegamento più spettacolare offerto nei sei anni di guerra, rasero al suolo ad ondate successive, la Firenze della Germania. Gli abitanti di Dresda stavano più morti che vivi ad aspettare quello che ritenevano il vero nemico implacabile, l’esercito sovietico, che nella sua travolgente avanzata stava per raggiungerli. Agli occidentali, così lontani, neanche ci pensavano. Fu per aiutare l’avanzata dei russi, per spianare il terreno davanti a loro che gli alleati misero in atto il terrificante raid? I sovietici hanno sempre affermato di non averlo né sollecitato né gradito. E c’è da crederli, se si pensa che Berlino qualche mese dopo vollero prenderla da soli, subendo gravi perdite, che sarebbero state minime se l’avessero concertata con gli anglo-americani. Ma in guerra la cosa che conta meno è la vita umana. Conta una cosa sola: il prestigio della vittoria…»

Certo, il prestigio della vittoria, che conferisce al vincitore una sorta di superiorità spirituale e culturale: si pensi che, fino a quel momento, la lingua straniera studiata in Italia, e in quasi tutti i Paesi d’Europa, era prevalentemente il francese; fu dopo la guerra e dopo la vittoria schiacciante delle potenze anglosassoni (mentre la Francia, nel 1945, riebbe lo ”status” di grande potenza per il rotto della cuffia, e solo per gentile concessione di  queste), che l’insegnamento della lingua inglese cominciò a dilagare nelle scuole del continente, fino all’estinzione, in pratica, dei corsi di francese, (sostituiti, in questi ultimi anni, dal tedesco e dallo spagnolo). Ma, oltre al prestigio della vittoria, contano anche, naturalmente, e contano moltissimo, i vantaggi materiali – politici, economici e finanziari – che da essa derivano.

Gli Inglesi, ad esempio, sapevano molto bene perché erano entrati in guerra, nel 1939: non certo per difendere la Polonia semi-fascista, antisemita, follemente sciovinista (mentre avevano abbandonato al suo destino, senza fare una piega, la democratica Cecoslovacchia); tanto è vero che non mossero un dito per reagire all’attacco a tradimento di Stalin contro la Polonia stessa, né per difendere la Finlandia, anch’essa aggredita dal dittatore sovietico, e meno ancora sollevarono delle serie rimostranze allorché questi si annetté, in un solo boccone, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, oltre alle province romene (l’appetito vien mangiando) della Bessarabia e della Bucovina settentrionale. No: non era per “difendere “ Danzica – oltretutto, città decisamente tedesca -, né per soccorrere qualche piccolo Paese dell’Europa centro-orientale, che la nazione britannica affrontava i rischi e i costi di una nuova guerra mondiale; ma per stroncare la rinascita economica e politica tedesca, per distruggere il pericoloso esempio della sua spettacolare ripresa economica dopo l’ondata devastante della Grande crisi del 1929 (e ciò valeva, in qualche misura, anche per l’esempio dell’Italia fascista), e, soprattutto, per difendere e continuare a sfruttare, indisturbata e senza rivali, il suo immenso impero coloniale, con buona pace dei nobili principi wilsoniani e delle encomiabili intenzioni della Società delle Nazioni, le quali ultime erano state così sollecite nel condannare l’aggressione italiana contro l’Etiopia, ma nulla avevano da eccepire sulle usurpazioni britanniche in Egitto, in Iraq, in Palestina, appena velate dietro trasparenti finzioni giuridiche: obiettivi che non era possibile perseguire se non a condizione d’impedire in ogni modo, a qualsiasi prezzo, la formazione d’un blocco europeo abbastanza forte, come lo era l’Asse, da poter mettere in crisi “l’ordine” di Versailles e porre all’ordine del giorno la questione di una generale, vigorosa redistribuzione del potere mondiale e delle risorse mondiali.

Ora, quando si sa perché si sta facendo una guerra, quando si comprende la ragione dei sacrifici che essa richiede al cittadino, si è anche sufficientemente motivati per combatterla con determinazione, con grinta, diciamo pure con una giusta dose di cattiveria: perché fare una guerra non è cosa da gentiluomini, e chi non è disposto a sporcarsi abbondantemente le mani, in ogni senso, è meglio che non ci pensi nemmeno e si batta per la difesa della pace ad ogni costo: anche al prezzo di veder soccombere il proprio Paese in una questione che riguarda i suoi interessi vitali. Gli Inglesi avevano certamente questa chiarezza concettuale; questo spiccato senso pratico, fino al limite del cinismo; questa concezione apertamente utilitaristica della guerra, senza tanti romanticismi (le giaculatorie di Churchill contro la  brutalità nazista e in difesa della “libertà” del mondo erano pura e semplice propaganda, ad uso di chi fosse talmente ingenuo da prenderle sul serio), e ciò dava ad essi, a prescindere da altre considerazioni sul loro carattere nazionale (cfr. il nostro articolo: «Una pagina al giorno: Sono buoni gli Inglesi?, di Concetto Pettinato», pubblicato sul sito d Arianna Editrice in data 21/12/2008), una carica adeguata di “cattiveria”, come si vide, appunto, nei bombardamenti aerei contro le città tedesche e italiane. Non risulta che tutte quelle migliaia di piloti della Royal Air Force abbiano avuto soverchie crisi di coscienza, quando andavano a scaricare le bombe incendiarie sulle sventurate, inermi città piene di vecchi, donne e bambini; né risulta che, nel Parlamento di Londra, si siano levate voci di critica o di dissenso riguardo alla saggezza e alla legittimità di quel modo di fare la guerra.

Ora, tornando ai bombardamenti di Milano, gli abitanti del capoluogo lombardo non se li sarebbero mai aspettati, perché una cosa del genere non rientrava nel modo di fare la guerra degli Italiani, complice il fatto che nessuno aveva spiegato loro sufficientemente il perché di quella guerra, e quanto vi fossero implicati gli interessi vitali della nazione: ossia, in poche parole, l’eredità del Risorgimento e la possibilità, per il nostro Paese, di affrancarsi da quello stato di subalternità in cui, purtroppo, è ripiombato dopo l’8 settembre del 1943. Anche a causa della fretta con cui Mussolini prese la fatale decisione, il 10 giugno del 1940, sotto l’impressione delle folgoranti vittorie tedesche (egli si era cullato nell’idea di poter diventare l’ago della bilancia, illudendosi che le forze tedesche e quelle anglo-francesi sarebbero rimaste a lungo in equilibrio sul fronte occidentale), il popolo italiano non si era reso conto che non si trattava di una guerra fascista, ma di una guerra nazionale: perfino più nazionale delle tre guerre d’indipendenza dell’Ottocento, e di quella del 1915-18. Del resto, lo stesso Mussolini pensava, sbagliando, che la guerra mondiale, nel giugno del 1940, fosse ormai alle ultime battute, e aveva paura che l’Italia non facesse in tempo a sedere al tavolo della pace, per reclamare la sua parte di bottino e un ruolo internazionale di maggior peso, preparandosi a gettare sul piatto delle trattative l’ottimo argomento che i vincitori hanno sempre ragione, mentre gli sconfitti (e i neutrali) hanno sempre torto.

E non si venga a dire che, se erano stati capaci di adoperare i gas nel 1936, durante la campagna d’Etiopia, gli Italiani erano pronti a “sporcarsi le mani” come chiunque altro nel contesto della Seconda guerra mondiale. Noi Italiani siamo troppo propensi a denigrarci, a calunniarci, a flagellarci per tutte le nostre colpe, vere o presunte. La verità è che, anche senza l’uso dei gas, la campagna d’Etiopia si sarebbe conclusa allo stesso identico modo, al massimo con qualche giorno di ritardo; affermare il contrario, come pure taluno storico, anche italiano, non si è peritato di fare, sarebbe come sostenere che, senza l’uso dei gas asfissianti, gli Austro-tedeschi non sarebbero riusciti a rompere il nostro fronte a Caporetto. Quanto alla Seconda guerra mondiale, è un fatto – e un fatto ampiamente documentato da tutti gli storici, che le nostre Forze Armate presero sotto la loro protezione tutti gli Ebrei che vivevano, o che vennero a cercare rifugio, nei territori europei da esse occupati, non di rado sottraendoli alle grinfie dei Tedeschi e dei regimi collaborazionisti, dai Francesi di Vichy agli Ustascia croati di Ante Pavelic. Non vogliamo dire, con questo, che anche qualche reparto italiano non possa essersi macchiato di atrocità, specialmente nei Balcani; ma affermiamo che si trattò comunque di singoli episodi, non di uno stile abituale. E così come il nostro esercito, la nostra marina e la nostra aviazione, allo stesso modo anche la nostra popolazione visse gli anni della guerra mostrando un altissimo senso di umanità: come ben sanno quelle migliaia di cittadini di religione ebraica e quelle migliaia di prigionieri di guerra, a cominciare dagli Inglesi, i quali, dopo l’8 settembre 1943, fuggirono dai campi ove erano detenuti e trovarono sollecita e generosa accoglienza presso famiglie di poveri contadini, le quali fecero grandi sacrifici e si esposero a notevoli rischi per tenerli nascosti finché il pericolo, per loro, non fosse passato.

Nessuno ha potuto dire che i nostri soldati, e tanto meno i nostri cittadini, si siano macchiati di crimini raccapriccianti: come quei soldati polacchi che tagliavano le mani ai nostri prigionieri di guerra, mentre cercavano di salire a bordo delle scialuppe di salvataggio, allorché le navi che li trasportavano dal fronte nordafricano venivano silurate dai sommergibili tedeschi; e nessuno ha potuto affermare che lo stupro fosse il loro comportamento abituale verso le donne dei Paesi nemici, come invece si poté dire delle truppe coloniali francesi, prima, durante e dopo la battaglia di Montecassino, nel 1944. Il fatto è che la bontà del carattere nazionale italiano si spinse sovente fino alla ingenuità: un rischio cui certo non si esposero mai i nostri avversari britannici.

È ormai noto, ad esempio, come i vecchi “amici” inglesi del duca d’Aosta sfruttarono la sua buona fede e, diciamolo pure, la sua colossale ingenuità, facendogli credere che il loro Paese si sarebbe accontentato di lasciarlo in un “ridotto” etiopico, in attesa che finisse la guerra europea, purché egli non si impegnasse a fondo sui fronti dell’Africa Orientale: ed è anche ben noto come lo ripagarono, prima con l’assedio dell’Amba Alagi, poi con la prigionia in Kenya. Ed è altrettanto noto, soprattutto per merito dei lavori dello storico Franco Bandini, come i Britannici, ben prima che l’Italia entrasse in guerra, impedirono lo sbarco nel porto di Massaua di materiale bellico moderno, fra cui parecchie mitragliatrici, aerei, autocarri e materiali di ricambio, di cui il nostro Impero africano aveva estrema necessità, il tutto sotto il naso del fiducioso duca d’Aosta, che non avrebbe mai potuto neanche immaginare una simile slealtà da parte dei suoi vecchi compagni di collegio. Non sarà bello, e tuttavia – pur senza arrivare agli estremi teorizzati da Machiavelli – lo ripetiamo: per fare una guerra ci vuole una certa dose di cattiveria; e, per averla, bisogna avere ben chiari gli scopi per cui la guerra si combatte, e per cui vengono chiesti ai cittadini dei durissimi sacrifici. Se queste condizioni mancano, la guerra sarebbe meglio non farla. Meno ancora si dovrebbe farla nella convinzione che ci si potrà limitare a far finta di combatterla: precisamente quel che accadde allorché l’Italia, impreparata militarmente e psicologicamente incerta, si trovò gettata nella mischia, il 10 giugno del 1940, pensando che fosse già quasi terminata.

Quello che accadde poi: la scarsa convinzione con cui gli Italiani si batterono, perfino quando si trattò di difendere il suolo della Patria invasa, come si vide in Sicilia nel luglio del 1943; e, viceversa, l’estrema determinazione dei Britannici, di cui sono espressione gli “inutili” e crudeli bombardamenti di Milano, con i piloti da caccia che scendevano talvolta fino a pochi metri dal suolo per divertirsi a mitragliare le persone terrorizzate, bambini compresi, tutto ciò non è stato che una conseguenza di questo sbilanciamento iniziale. Da una parte c’era una nazione dal sentimento patriottico ben consolidato, che aveva chiari gli scopi della guerra, un esercito e dei servizi segreti ricchi di esperienza e di capaci, storicamente, di ogni spietatezza (dalle coperte infettate di vaiolo regalate ai Pellerossa nordamericani, alle battute di caccia all’uomo in Tasmania, fino a portare all’estinzione gli aborigeni, al blocco marittimo di un intero continente, l’Europa, finalizzato a ridurre alla fame centinaia di milioni di persone) e capaci di ricorrere anche ai colpi bassi, se necessario, per mettere al tappeto gli avversari. Dall’altra parte c’era una nazione – la nostra –  ancora patriotticamente immatura, piena di soggetti politici (e perfino militari) intenzionati a favorire il nemico, pur di vedere la caduta del regime allora esistente; una nazione ricca di senso umanitario, incapace di concepire una guerra senza quartiere, che fosse diretta contro le popolazioni inermi, né disposta a tutto pur di vincere: e si comprenderà perché l’esito della lotta fosse scontato in partenza, anche a prescindere dall’enorme divario nel potenziale finanziario e industriale, nonché nella disponibilità di materie prime e carburante (la nostra potente flotta rinchiusa nei porti, per mancanza di nafta!). E si aggiunga il peso determinante degli Stati Uniti d’America, i quali, pur non avendo dichiarato la guerra all’Asse, di fatto agivano come una nazione in guerra al fianco della Gran Bretagna: vedi la legge Affitti e prestiti del marzo 1941; l’incontro fra Roosevelt e Churchill dell’agosto 1941 e la stesura della Carta Atlantica; nonché, «last, but non least», gli accordi finanziari e commerciali di Bretton Woods, del luglio 1944.

La guerra, dunque, doveva andare come è andata, e finire come è finita. Moralmente, crediamo sia preferibile che episodi come i bombardamenti di Milano dell’agosto 1943 li abbiano sulla coscienza altri. Ma la guerra è una faccenda sporca: difficile farla, conservando le mani pulite: solo don Chisciotte può illudersi del contrario. E, infatti, aveva qualcosa del Don Chisciotte quel professor Berto Ricci che, lasciando moglie e figli, si arruolò volontario e partì per l’Africa, andando a morire sotto il fuoco delle mitragliatrici d’un aereo britannico (2 febbraio 1941), dopo aver scritto ai genitori: «Sono qui anche per i miei figli, perché vivano in un mondo meno ladro; e perché sia finita con gli Inglesi e con i loro degni fratelli d’Oltremare, oltre che con qualche Inglese d’Italia».

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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