domenica, 13 Giugno 2021
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I Poli nella letteratura: Fridtjof Nansen, Ernest Shackleton ed Edmund Hillary

Intendiamo qui occuparci di tre autori che sono stati, oltre che autori di celebri libri di argomento polare, anche grandi esploratori delle due estremità della Terra: Fridtjof Nansen, Ernest Shackleton ed Edmund Hillary di Francesco Lamendola

Intendiamo qui occuparci di tre autori che sono stati, oltre che autori di celebri libri di argomento polare, anche grandi esploratori delle due estremità della Terra: Fridtjof Nansen, Ernest Shackleton ed Edmund Hillary. Sebbene una rassegna sulla presenza dei Poli nella storia della letteratura deve privilegiare, com’è naturale, gli scrittori “puri”, non ci è sembrato giusto escludere a priori quegli esploratori che, pur essendo essenzialmente uomini d’azione o di scienza, hanno dimostrato di possedere anche discrete doti letterarie nella narrazione delle proprie imprese. Senza volerci addentrare, in questa sede, in una lunga discussione su ciò che s’intende per opera letteraria, rimane il fatto che essa può fluire non solo dalla penna dello scrittore “di professione” o del poeta, ma anche da quella di chiunque possieda naturalmente determinati requisiti di scrittura, anche di coloro i cui intenti non siano stati in primo luogo di tipo letterario. È per questo che alla storia della letteratura appartengono di diritto filosofi come Platone, storici come Giulio Cesare, scienziati come Galilei. Quindi, fra i molti nomi che avremmo potuto scegliere nell’ambito degli esploratori polari, ci siamo soffermati su quelli di Nansen, Shackleton ed Hillary perché i libri da loro scritti – rispettivamente Fra ghiacci e tenebre, Sud Appuntamento al Polo Sud si segnalano per le loro qualità letterarie e sono stati accolti favorevolmente dal pubblico di tutto il mondo, dando un poderoso contributo alla conoscenza e alla passione per le tematiche polari anche al di fuori dell’ambiente specialistico di geografi, geologi, oceanografi e, in genere, cultori delle scienze della Terra.

  1. FRIDTJOF NANSEN E “FRA GHIACCI E TENEBRE”.

Fridtjof Nansen, uno dei più grandi esploratori norvegesi (degno di stare accanto al grandissimo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud), nasce il 18 ottobre 1861a Store Froen presso Cristiania – oggi Oslo -, la capitale della Norvegia e muore a Lysaker il 13 maggio 1930, all’età di sessantotto anni. Scienziato di formazione, nel 1882 si reca sulle coste della Groenlandia con una baleniera per studiare da vicino la vita delle foche; e, cinque anni dopo, nel 1887, realizza un’impresa notevolissima: l’attraversamento dell’interno della grande isola artica, eseguendo fondamentali studi scientifici sulla sua calotta glaciale. Ma un grande sogno lo accompagna da anni, quello di penetrare lungo la costa settentrionale dell’Asia e di lasciarsi catturare volontariamente, con una nave attrezzata allo scopo, nella morsa dei ghiacci, per sfruttare una corrente marina che, a quanto sembra, si dirige a settentrione; indi, con le slitte, tentar di raggiungere il Polo Nord.. In un certo senso si tratta di mettersi nella scia di quanti erano andati alla ricerca del favoloso passaggio di Nord-est, croce e miraggio di generazioni e generazioni di navigatori ed esploratori; poiché nessuno aveva osato costeggiare l’estremità settentrionale della Siberia in tutta la sua lunghezza, fino al 1878  (il viaggio verrà effettuato invece a ritroso, ossia partendo dallo Stretto di Behring, dalla Maud di Amundsen fra il luglio del 1922 e l’agosto del 1925). Nel 1878 la nave Vega, al comando dell’esploratore svedese Otto Nordenskjöld, riesce a condurre a termine,finalmente, la prima navigazione dall’Atlantico al Pacifico, costeggiando a nord la Siberia, sia pure al prezzo di uno sverno nella morsa dei ghiacci. E nel 1879 una nave americana, la Jeannette, partita da San Francisco, tenta a sua volta di penetrare nel Mar Glaciale Artico dallo Stretto di Behring, facendo al contrario il viaggio della Vega, ma fa miseramente  naufragio e l’equipaggio perisce di stenti e di freddo nel tentativo di raggiungere a piedi dei luoghi abitati.

Nel 1893 – scrive Silvio Zavatti – [Nansen] mise in atto l’ardito progetto di farsi imprigionare dai ghiacci con una nave e di raggiungere il Polo Nord lasciandosi trasportare da una corrente che egli riteneva esistesse a nord delle regioni siberiane. La nave, armata a spese dello stato e del re, era la Fram, comandata dal capitano Otto SverdrupLa nave venne fermata dai ghiacci a 70°45′ di latitudine Nord e 133° di longitudine Est e lentamente portata fino a 84° di latitudine nord. Allora Nansen, accompagnato dal luogotenente J. H. Johansen, abbandonò la nave e con slitte trainate da cani si diresse verso il Polo, raggiungendo 86°13′ di latitudine Nord, punto fino allora mai toccato. Le avversità lo consigliarono al ritorno e nell’estate del 1896 raggiunse Capo Flora incontrandosi con una spedizione inglese. Il 13 agostoi ritornò in Norvegia e pochi giorni dopo anche la Fram. I risultati scientifici furono importantissimi, primo fra tutti la sicurezza che la Terra di Francesco Giuseppe era formata da innumerevoli isole e non da una terra unica come allora si credeva. Dopo questa spedizione si dedicò a vita politica e solo nel 1913 fece un importante viaggio nel Mare di Kara.” (1)

Aggiungiamo solo che, dal 1897, Nansen è nominato professore di zoologia nell’Università di Oslo e, dal 1901, di oceanografia; che, nel 1900, naviga dalla Norvegia alle isole Svalbard (Spitzbergen); e che nel 1913 compie la traversata, parte per via fluviale e parte per ferrovia, dal Mar di Kara all’Estremo Oriente, pubblicando su questi viaggi una serie di volumi di notevole valore scientifico.  Come uomo politico, favorisce lo scioglimento dell’effimera unione fra Svezia e Norvegia e dapprima svolge funzioni di ambasciatore a Londra, dal 1906 al 1908, indi negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale; e svolge poi un ruolo non secondario nella fondazione della Società delle Nazioni. In tale organismo si segnala per l’attività dispiegata a favore dei profughi, specialmente gli Armeni reduci dal genocidio turco e i Russi reduci dalla guerra civile nel loro paese, nonché a favore del ritorno a casa dei prigionieri di guerra. Tutte queste attività gli valgono il conferimento, nel 1922, del premio Nobel per la pace; mentre, dopo la sua morte, viene costituito l’Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati, un organismo autonomo delle Nazioni Unite per proseguire l’opera da lui iniziata a favore dei profughi di tutte le guerre. (2)

Ma torniamo al viaggio della Fram degli anni 1893-96. Il piano ideato da Nansen tiene conto delle recenti esperienze sia della Vega che della Jeannette ed è al tempo stesso semplice e geniale, oltre che notevolmente coraggioso.

“Qualche tempo dopo il naufragio della Jeannette – scrivono Guido Petter e Beatrice Garau – i resti della nave stritolata dai ghiacci vennero ritrovati dal grande esploratore norvegese Nansen in un luogo molto lontano dal punto del naufragio, e cioè sulle coste della Groenlandia, vale a dire proprio nella parte opposta del Mar Glaciale Artico.

“Abbiamo già veduto che il banco di ghiaccio in cui la Jeannette era rimasta intrappolata era in movimento; e il fatto che i resti della nave venissero ritrovati così lontano dal punto in cui la nave si era sfasciata stava a significare che il ghiaccio aveva compiuto, sotto la spinta dei venti o delle correnti, tutta la traversata del Mar Glaciale Artico.

“Questa constatazione suggerì a Nansen un’idea geniale. Egli pensò che sarebbe stato possibile recarsi con un’altra nave nella zona in cui la Jeannette era stata bloccata dai ghiacci, e lasciare che la nave venisse imprigionata aspettando poi che venisse trascinata anch’essa, come la Jeannette, lungo una rotta polare, nella direzione della Groenlandia. Così facendo, essa sarebbe probabilmente passata nelle vicinanze del Polo.

“Per affrontare una simile impresa erano tuttavia necessarie alcune cose. Nessuno poteva sapere se il campo di ghiaccio avrebbe seguito proprio un itinerario abbastanza simile a quello percorso dai resti della Jeannette, senza finire invece in altre zone dalle quali fosse poi impossibile ritornare: occorreva dunque una certa fiducia nella regolarità con la quale certi grandi fenomeni si ripetono (in questo caso, una certa fiducia nella regolarità dei venti e delle correnti del Mare Artico), che nessuno conosceva ancora. E Nansen aveva questa fiducia, perché aveva una mentalità da scienziato. Era inoltre indispensabile progettare e costruire una nave che fosse in grado di resistere alla pressione dei ghiacci, e dotarla di attrezzature e viveri sufficienti per trascorrere fra i ghiacci un periodo che poteva anche essere lunghissimo e per compiere osservazioni sistematiche nelle varie regioni che la nave avrebbe attraversato.

“Nansen riuscì a realizzare il suo progetto. Costruì una nave, la Fram (che in norvegese vuol dire ‘Avanti’, che aveva la chiglia tutta arrotondata, quasi come una saponetta. Se i ghiacci intorno a essa avessero cominciato a premere, la nave sarebbe sgusciata fuori, verso l’alto, sfuggendo così alla loro pressione.

“Durante questo lungo viaggio, che Nansen ha descritto nel suo libro Fra ghiaccie tenebre, furono compiute numerose ed importanti osservazioni scientifiche, in un ambiente nel quale nessuno prima di quel tempo aveva soggiornato a lungo. Nansen, inoltre, ad un certo momento decise di abbandonare la nave, che seguiva una rotta obbligata, per raggiungere a piedi il Polo, da cui non era più molto distante. Egli infatti si era ormai reso conto che la nave non sarebbe passata dal Polo. Con un solo compagno, utilizzando delle slitte e delle leggere imbarcazioni, necessarie per attraversare i canali che durante la buona stagione si aprono di tanto in tanto nella banchisa, nell’estate del 1895 si diresse verso il Polo Nord giungendo sino a 86° e 13′ di latitudine, e cioè a poco più, di 400 chilometri dal Polo […] Ad una così breve distanza dal Polo nessuno, prima di Nansen, era mai riuscito ad arrivare.

“Respinti dalle bufere e dal freddo, che l’inizio della cattiva stagione rendeva sempre più difficile sopportare, i due esploratori, non potendo più, evidentemente, ritornare alla nave che avevano lasciato da varie settimane e che aveva continuato a spostarsi insieme ai ghiacci,  decisero di passare l’inverno nell’Artico. Nella primavera seguente, parecchi mesi dopo avere abbandonato la Fram, e dopo avere corso molti pericoli, fra i quali quello di perdere le loro due imbarcazioni con tutte le provviste, si imbatterono  per caso in un’altra nave, che li raccolse e li riportò in patria.” (3)

La formazione e la mentalità da scienziato di Nansen traspaiono nello stile e nell’impostazione generale del volume Tra vento e ghiacci, senza però che la precisione e l’oggettività della narrazione diventino aride o noiose; anzi, un soffio di poesia percorre le pagine, abbellite d’altronde da una serie di illustrazioni dell’autore: acquarelli che rivelano in lui un inaspettato temperamento d’artista. È, il suo, uno degli ultimi libri dedicati alle esplorazioni polari in cui l’incisione e il dipinto facciano le veci della fotografia, ricollegandosi idealmente alle relazioni dei grandi navigatori-scienziati del 1700, come Cook, La Pérouse e Bougainville, ed immergendo il lettore in un’atmosfera fascinosa e suggestiva. Nel complesso si può dire che Nansen, come scrittore, è sempre piacevole e non di rado affascinante; ha il gusto per la parola precisa ma al tempo stesso semplice, e sa dosare la cronaca di quel mitico triennio con una vena di senso dell’ironia che non dispiace e, anzi, dona brio e leggerezza a una lettura che altrimenti potrebbe risultare, talvolta, monotona.

“Il Fram – scrive Anton Mayer – lasciò il porto di Cristiania il 25 giugno 1893 con dodici uomini di equipaggio, fra cui Sverdrup e il luogotenente Johansen, e si portò senza incidenti fino alle acque a Nord del delta della Lena; presso le isole della Nuova Siberia fu seguita la direzione Nord e il 25 settembre il Fram era chiuso dai ghiacci. Fino allora tutto era andato bene, ma purtroppo la corrente non si comportò come Nansen aveva sperato; al contrario, con grande disappunto di tutti i partecipanti alla spedizione, trascinò la nave a Sud-Est.  Dopo alcune settimane si constatò che il Fram si trovava suppergiù dove era cominciato il viaggio. Poi, tra la soddisfazione generale, il battello si diresse verso il Nord. Quindi il perfido giuoco della corrente ricominciò e portò il Fram in strane giravolte; naturalmente era impossibile di portare un ordine qualsiasi nello strano intrico di questi continui zig-zag. Trascorso un anno, il Fram era lontano appena 150 chilometri dal punto di partenza. Questo giuoco poteva rendere nervoso anche l’uomo più calmo, ma invece non dispiacque per nulla all’equipaggio; Nansen ci ha descritto la vita dei prigionieri dei ghiacci in un modo molto vivo e divertente. Dopo che le prime pressioni dei ghiacci furono sopportate bene e si fu certi che il Fram meritava piena fiducia, solo qualche avventura inevitabile nel mondo polare interruppe la monotonia del viaggio. Per il nutrimento si era provvisto nel modo migliore; Nansen fece addirittura servire nei giorni di festa qualche pranzo succulento, e nella nave si stava comodi e al caldo: dev’essere stato un viaggio polare piacevolissimo.” (4)

Un esempio della capacità di sorridere anche nelle situazioni che, di per sé, non sarebbero prive di risvolti drammatici, lo abbiamo nella descrizione di come un orso bianco riesce a penetrare a bordo della nave, uccidendo alcuni cani da slitta e aggredendo, per fortuna senza conseguenze, alcuni degli uomini della spedizione; descrizione che, nel sottile velo di umorismo, può ricordare lo stile di un romanzo d’avventure a lieto fine, piuttosto che quello di una seriosa spedizione scientifica. E tutta la scena della lotta con l’orso è arricchita, nel testo, da alcuni simpatici schizzi dello stesso autore, altrettanto briosi della pagina scritta.

“Che peccato che un animale così bello e robusto avesse dovuto fare una fine simile! – scrive Nansen, alludendoa uno dei cani chiamato ‘Negro’. – Non aveva che un difetto: era selvatico, e sentiva una speciale antipatia per Johansen, e ringhiava e mostrava i denti ogniqualvolta questi montava in coperta o solo s’affacciava alla porta. Quando Johansen stava zufolando a riva, sul barile, nelle oscure notti d’inverno il ‘Negro’ gli rispondeva da lontano, sul ghiaccio, con urli di rabbia. Johansen si chinò  col fanale sui miseri resti. – Johansen, è contento lei, ora che il suo nemico non è più al mondo? -. – No, me ne rincresce -. – E perché? -. – Perché non abbiamo fatta la pace prima che morisse- Non trovando altre orme d’orso, caricammo quei carcami sulle spalle e ci avviammo a bordo. Strada facendo, domandai a Hendriksen i particolari del suo incontro con l’orso. – Dunque, vedi, quando io e Mogstad salimmo colla lanterna, vidi due macchie di sangue vicino al barcarizzo, e dapprima pensai che potesse essere un cane che si fosse ferito. Ma sul ghiaccio, sotto il barcarizzo, trovammo le orme di un orso, e allora andammo verso ponente con tutti i cani avanti, capisci? A qualche distanza da bordo, sentii a un tratto un baccano d’inferno e, ecco venirci incontro una bestiaccia grossa grossa inseguita dai cani, capimmo subito cos’era, e ci mettemmo a correre verso il bastimento con tutta la forza delle nostre gambe. Mogstad che aveva i komager (scarpe lapponi) e conosceva meglio la strada arrivò a bordo prima di me, capisci. Io invece sai, non potevo correr tanto coi miei scarponi di legno, e nella confusione mi trovai a metà del gran cumulo a levante della prua. Mi voltai e feci chiaro indietro, per vedere se l’orso mi seguiva. Ma non vedendo nessun orso, tirai innanzi come potevo, e per causa di queste scarpacce andai a cadere lungo disteso in mezzo ai blocchi. Mi alzai, più che di fretta, e via, ma quando arrivai al ghiaccio liscio vicino al bordo, vidi a mano dritta qualcosa che mi veniva incontro, e che io dapprima credetti che fosse un cane, perché, sai, non è facile vederci all’oscuro. Ma non ebbi tempo di pensarci su, che l’orso mi fu sopra e mi morse qui nell’anca. E intanto grugniva -. – E tu cosa pensasti allora, Peder? -. – Cosa pensai? Pensai: qui è bell’e finita, pensai. Armi non ne avevo, cosa dovevo fare? Alzai il fanale, e con tutta la mia forza diedi un colpo tale sulla testa dell’orso che il fanale andò in tanti pezzi. Appena ricevuto il colpo, si accosciò, e si mise a guardarmi. Io stavo per darla a gambe, quando l’orso si rizzò non so se per saltarmi addosso o se per altro. In quel momento ecco venire un cane: l’orso gli si volta contro, ed io me ne monto a bordo -. – E dimmi, Peder, gridavi? -. – Se gridavo? Gridavo con quanto fiato avevo in corpo -. E doveva esser vero perché aveva ancora la voce rauca. – E frattanto, Mogstad dov’era? -. – Ma, sai, lui era venuto a bordo molto prima di me: ma che avesse mai pensato di scendere a dar l’allarme? Che! Prende il suo fucile nella cassetta, convinto e persuaso che lui solo bastava a sbrigarci dell’orso. Non gli riuscì però di far fuoco, sicché l’orso avrebbe potuto sbranarci sotto il suo naso, chissà quante volte -. Così chiacchierando eravamo giunti vicini al bordo, e Mogstad che dalla coperta aveva sentito l’ultima parte del dialogo, volle scagionarsi, e disse che egli era appena arrivato sotto il barcarizzo, quando Peder cominciò ad urlare. Aveva cercato tre volte di saltar su, e tre volte era caduto indietro prima di poter salire in coperta, dimodoché  non aveva avuto tempo che di afferrare il fucile e di correre in aiuto del compagno.

“Quando l’orso s’allontanò da Peder, per scagliarsi sul cane, tutto il branco gli fu intorno. Ne azzannò uno e se lo mise sotto; ma, attaccato dagli altri che lo addentavano di dietro, dovette lasciar la preda e porsi sulla difensiva. Piombò addosso a un altro, e di nuovo l’intero branco fu sopra a lui. E così, scorrazzando avanti e indietro sul ghiaccio, si avvicinarono di nuovo al fianco della nave. Lì, al barcarizzo, c’era un cane che tentava di arrampicarsi a bordo. L’orso d’un balzo gli si avventò contro, e fu lì appunto che il mostro trovò un degno castigo. Dall’esame fatto a bordo, risultò che l’uncino a molla del collare del ‘Negro’ era stato drizzato; il guinzaglio del ‘Vecchio’ spezzato; mentre l’uncino del terzo cane era stato soltanto un po’ torto, così non era certo che ciò fosse opera dell’orso, e mi restava una debole speranza che il cane fosse ancora vivo. Ma per quanto cercassimo non fu possibile rintracciarlo. Una brutta storia, in complesso. Lasciar montare un orso a bordo, e perdere così tre ani in una volta. Andava assai male coi nostri cani: ormai erano ridotti a ventisei. Che orso terribile, pur essendo così piccolo! Era salito a bordo per il barcarizzo, spingendo a lato una cassa che vi stava davanti; aveva afferrato il cane più vicino, e via. Dopo aver placato la prima fame, era ritornato di bel nuovo a prendersene un secondo, ed avrebbe continuato, se glielo avessero permesso, fino a sbarazzare tutta la coperta.” (5)

Un’altra situazione drammatica in cui Nansen si è trova coinvolto – questa volta in prima persona – è quella in cui, per un attinìmo di distrazione, le due scialuppe stanno per andare alla deriva, il che lascerebbe lui e il suo compagno, col quale sta tentando di avvicinarsi al Polo Nord a piedi, in una situazione assolutamente disperata. Questa volta, nel raccontare l’episodio, Nansen non sa trovare risvolti umoristici, tuttavia questa pagina ha il dono di una meravigliosa semplicità e  naturalezza; e vi traspare la modestia dell’esploratore che neanche per un attimo è sfiorato dalla tentazione di inorgoglirsi per un’impresa – il recupero delle imbarcazioni a nuoto nel mare gelato – su cui altri, più vanitosi, avrebbero tessuto un piccolo monumento autocelebrativo.

“Sbarcammo e ci mettemmo a camminare in su e in giù, vicino ai caiachi. Il vento s’era calmato molto, girando più a ponente, sicchè era da dubitare se avremmo potuto utilizzarlo più a lungo. Salimmo sopra un’eminenza per assicurarcene. A un tratto Johansen esclamò: – Oh, i caiachi, i caiachi che se ne vanno! – Scendemmo a precipizio: la barbetta s’era strappata, e i caiachi s’erano già scostati un buon tratto, e s’allontanavano rapidamente.

“- Qua, il cronometro! -, dissi a Johansen, porgendoglielo. E in tutta fretta mi levai una parte degli abiti, per poter nuotare più facilmente: spogliarmi del tutto non osavo, temendo di gelare. E mi gettai a nuoto.

“Il vento, che soffiava verso il largo, spingeva velocemente le leggere imbarcazioni che, quasi vacanti e coll’alberatura alta, gli offrivano buona presa. In quell’acqua diaccia e cogli abiti indosso che mi toglievano la libertà dei movimenti, facevo ben poco cammino. I caiachi s’allontanavano sempre più da me, e mi pareva quasi impossibile poterli raggiungere. E con essi s’allontanava ogni speranza di salvezza: tutto ciò che possedevamo era lì a bordo; non ci restava neanche un coltello! Tanto valeva affogare, quanto tornare senza di loro. Epperò facevo sforzi supremi.

“Quando mi sentii stanco, mi voltai per nuotare sul dorso, e in quella posizione vidi Johansen  che correva di qua e di là, in preda alla maggiore inquietudine.

“Povero giovine! Non poteva star fermo: gli pareva orribile la sua inazione e nutriva ben poca speranza che riuscissi a recuperare i caiachi. Ma a nulla sarebbe giovato ch’egli pure si fosse gettato a nuoto. Mi disse dopo che quelli furono i più brutti momenti della sua vita.

“Quando mi voltai di nuovo a nuotar dritto e vidi che mi ero avvicinato, mi sentii crescere il coraggio e raddoppiai gli sforzi. Sentivo però che i muscoli mi s’irrigidivano e andavano perdendo ogni sensibilità, e capii che ben presto non sarei più stato in grado di muovermi. Ma la distanza era poca: se potevo resistere ancora qualche momento eravamo salvi. E continuai a nuotare. I movimenti si facevano sempre più deboli, ma la distanza diminuiva: ormai ero sicuro di arrivare. Finalmente stendo la mano e afferro un pattino che spunta a poppa, mi accosto al fianco, e cerco di montar su; ma, irrigidito dal freddo, non posso. Per un momento credetti che fosse troppo tardi. Ma poco dopo riesco finalmente ad alzare una gamba sopra la slitta, ch’era attraverso la coperta, e a tirarmi su. Eccomi lì seduto, ma così intorpidito, da poter appena muovere la pagaia. Non era facile far avanzare i due caiachi legati insieme e non potevo pensare a slegarli perché, prima che l’avessi fatto, sarei gelato del tutto: non mi restava che vogare a tutta forza per riscaldarmi. E così andai avanti adagio adagio, controvento, verso l’orlo del ghiaccio. Il freddo mi aveva tolto ogni sensibilità; ma quando venivano le folate di vento mi penetravano nell’ossa attraverso alla camicia di lana sottile e tutta bagnata. Tremavo e battevo i denti, ma pure potevo maneggiare la pagaia: mi sarei riscaldato quando fossi arrivato al banco.

“Di prua c’erano due alche e, corti com’eravamo a provviste, l’idea di averle per cena era troppo seducente. Afferrai il fucile e le ammazzai d’un colpo. Johansen mi raccontò dipoi che, a quello sparo, s’era riscosso; non capiva che diavolo facessi là fuori, e credeva che fosse accaduta una disgrazia.

“Quando mi vide vogare e raccogliere i due uccelli, temette che il cervello m’avesse dato volta. Finalmente riguadagnai l’orlo del ghiaccio; ma la corrente m’aveva trasportato a un buon tratto dal punto in cui m’ero buttato in mare. Johansen che m’era venuto incontro, saltò sui caiachi e presto vi fummo di ritorno. Durai fatica a sbarcare; ero spossato e tremavo a verga a verga. Johansen mi tolse gli abiti  bagnati e mi mise indosso quei pochi cenci asciutti che ancora possedevamo, distese il sacco sul ghiaccio e, insaccato che fui, mi buttò addosso le vele e ogni cosa che potesse ripararmi dall’aria fredda. Per qualche tempo fui agitato da un gran tremito, ma poco a poco andai riacquistando il calore; e mentre Johansen preparava la tenda e faceva cuocere le alche, mi addormentai placidamente. Mi lasciò dormire in pace, e quando mi svegliai la cena era pronta da un pezzo e gorgogliava sul fornello. Il brodo caldo e le alche presto cancellarono le ultime tracce di quella brutta nuotata.” (6)

Notiamo, di sfuggita, che dall’impresa di Nansen e specialmente dal nome della sua nave, ha tratto ispirazione un importante scrittore romeno del Novecento, Cézar Petrescu, per scrivere il suo romanzo Fram, ursul polar (Fram, l’orso polare), tradotto anche in Italia e rivolto prevalentemente – ma non solo – a un pubblico di bambini.

  1. ERNEST SHACKLETON E “SUD”.

Ernest Shackleton è uno dei massimi esploratori antartici dei tempi moderni: la sua figura è degna di starea accanto a quelle di Scott e Amundsen. Nato a Kilkee, in Irlanda, il 15 febbraio 1874, muore nella Georgia Australe – ove tutta riposa il suo corpo – il 5 gennaio 1922. Il suo nome è legarto a quattrospedizioni nel continente antartico. La prima, del 1900-01, lo vede come compagno di Robert Falcon Scott che, con la nave Discovery, si reca in Antartide e poi, in slitta, si spinge verso sud, fino a raggiungere latitudini mai prima toccate dall’uomo. La seconda spedizione, da lui organizzata e capeggiata, si svolge nel 1907-09 e si propone di raggiungere il Polo Sud, mediante slitte trainate da cani e da cavalli siberiani. L’epica impresa, dopo una traversata a bordo della nave Nimrod,, deve interrompersi il 9 gennaio 1909, quando gli ardimentosi esploratori sono giunti ad appena 170 chilometri dal Polo Sud. L’assoluta mancanza di viveri non consente loro di procedere oltre; anche i piccoli cavalli siberiani sono periti, l’uno dopo l’altro, per sfinimento o precipitando nelle fenditure del ghiaccio; ed è stato necessario finirli. Shackleton, sempre sobrio e misurato nel suo diario quotidiano, annota i fatti e le impressioni di quei giorni.

25 dicembre. Giorno di Natale.  Da -40° a -42°. Turbini di neve; un vento mordente da Sud. Questo lo stato meteorologico di oggi. Abbiamo marciato dalle sette del mattino alle sei di sera, sopra una delle salite  più ripide finora incontrate, rotta da precipizi.”

“1° gennaio 1909. Il capo mi duole troppo e non mi permette di scrivere a lungo. Camminiamo sempre faticosamente in ascesa sopra neve molto soffice. Ciascuno di noi è esausto per insufficienza di cibo.

“9 gennaio. Ultima giornata di avanzata a Sud. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre ultime forze con i seguenti risultati: 88°, 23′ di latitudine Sud e 162° di longitudine Est. Abbiamo alzato la bandiera di Sua Maestà e quella nazionale, prendendo possesso dell’Altopiano in nome del re. Domani riprendiamo la via del ritorno. Il nostro rincrescimento è molto vivo, ma abbiamo la coscienza di aver fatto quanto era in nostro potere.” (8)

La terza spedizione ha luogo nel 1914-16 e si propone di ritentare l’impresa, traversando tutto il continente antartico dal mare di Weddell al Mare di Ross. Con la nave Endurance Shackleton e i suoi compagni si portano dapprima in Sud America, dopo che lo scoppio della prima guerra  mondiale ha rischiato di far saltare tutto il programma.  Shackleton ha offerto all’Ammiragliato di mettersi a disposizione della marina con la nave e tutto l’equipaggio; ma la risposta è stata laconica e liberatoria: “Proseguite”.

L’8 agosto l’Endurance salpò per Buenos Aires, da dove raggiunse la Georgia Australe, ripartendone il 5 dicembre per l’Antartide. Dopo poche miglia di navigazione, la nave incontrò i primi ghiacci galleggianti che in quell’anno, contrariamente alle previsioni dei balenieri, si erano spinti molto al Nord, e la navigazione divenne sempre più difficile. L’Endurance si aprì faticosamente la via attraverso i canali, ma ormai l’estate antartica era finita e bisognava prepararsi allo sverno.  Il 24 febbraio 1915 la nave venne definitivamente stretta dai ghiacci e andò alla deriva con essi verso il Nord, anche se molto lentamente. La pressione era fortissima, ma la nave resistette magnificamente per alcuni mesi. Poi, il 27 ottore, si sentì un tremendo scricchiolìo e in poco tempo dell’Endurance non rimase che un relitto informe. Gli uomini fecero in tempo a sbarcare sui ghiacci con molti viveri  e si costruirono capanne di ghiaccio dove vissero per qualche tempo.

“La terra più vicina era a 1.300 chilometri e non c’era altra possibilità che quella di farsi trasportare alla deriva insieme con i ghiacci.

“Per dieci mesi il lastrone su cui erano i relitti della nave e il campo dei naufraghi (battezzato Ocean Camp)  andò alla deriva e gli uomini poterono salvare a più riprese viveri e vestiario dalla nave e uccidere foche e pinguini che servivano magnificamente  a variare la dieta giornaliera. Il 24 novembre l’Endurance si inabissò  per sempre e, la vigilia di Natale, Shackleton annunciò  all’equipaggio che aveva intenzione di iniziare una marcia  di avvicinamento all’isola Paulet; tutti furono felici della determinazione del loro capo perché l’inerzia cominciava a pesare ormai troppo sugli animi di tutti. Caricate le slitte, la marcia cominciò sui ghiacci  fra ostacoli innumerevoli, specialmente per coloro  che dovevano trascinare le pesanti scialuppe.  Si pensò di abbandonarle, ma poi il progetto venne accantonato perché senza scialuppe  sarebbe stata sicuramente la morte. Quando gli uomini furono sfiniti, Shackleton decise di accamparsi e il nuovo campo venne battezzato  Patience Camp. I viveri cominciarono a mancare  e il cibo caldo venne distrubuito una sola volta al giorno, fino a quando ci si dovette nutrire esclusivamente di carne di foca  e di pochi biscotti. Il tempo intanto andò migliorando e la deriva continuò verso l’isola Clarence, che venne avvistata il 7 aprile, all’alba. Il ghiaccio cominciò a frantumarsi e la minaccia di essere inghiottiti dalle onde si fece incombente per i naufraghi. Agirono con prontezza e decisione e il 9 aprile si imbarcarono  sulle scialuppe e remarono disperatamente per oltre 100 ore per allontanarsi dal pericolo.  Riuscirono a issarsi su in piccolo icerbeg, ma dovettero ripartire quasi subito  e tesero con ogni sforzo all’isola Elefante che raggiunsero dopo una furiosa tempesta. Per giungere alla Georgia Australe mancavano ancora 1.400 chilometri! Shackleton studiò con i suoi uomini il da farsi e furono tutti d’accordo  nel decidere di tentare la traversata su una sola scialuppa.  Aggiustarono la migliore, la James Caird, e Shackleton scelse  gli uomini che dovevano accompagnarlo nel disperato tentativo. Gli altri li avrebbero attesi nell’isola Elefante. Uccisa una foca, la scialuppa fu provvista di viveri per un mese, a razioni ridottissime, di un albero e una piccola vela di fortuna.

“Il 18 maggio (erano partiti il 23 aprile), gli uomini della James Caird riuscirono ad approdare in una piccola spiaggia deserta della Georgia Australe e otto giorni dopo, dall’alto di una collina, scorsero un raggruppamento di pescatori ai quali Shackleton chiese aiuto per i compagni. L’avventura parve incredibile e impossibile ai pescatori che, comunque, partirono subito con la baleniera Southern Sky.  Ma a pochissima distanza dall’isola Elefante, le pessime condizioni dei ghiacci consigliarono il comandante a invertire la rotta. Allora Shackleton si recò nelle Falkland e il 10 giugno ne partì col peschereccio uruguaiano Insitituto de Pesca, ma anche questa volta venne fermato dai ghiacci a 20 miglia dall’isola. Il Cile offrì il suo rimorchiatore Yelcho  che poté raggiungere i naufraghi il 30 agosto. Da molti mesi erano in condizioni disperate e soffrivano la fame; furono, almeno moralmente, ricompensati dalle accoglienze trionfali che ricevettero ovunque giunsero.” (9)

Nei due anni successivi Shackleton partecipa, come del resto tutti i suoi uomini, alla prima guerra mondiale; ma non ha rinunziato ai suoi sogni di esplorazione antartica e, a guerra finita, si adopera per organizzare una nuova spedizione verso il Polo Sud. La quarta spedizione di Shackleton, tuttavia, si conclude tragicamente quasi prima di incominciare. Salpato dall’Europa nel 1921, a bordo della nave Quest, l’esploratore chiude gli occhi per sempre mentre fa tappa nella Georgia Australe, teatro della sua memorable traversata di cinque anni prima, per un attacco di angina pectoris. È il 4 gennaio del 1922: il suo cuore affaticato non ha retto agli strapazzi di una traversata orribile, con mare agitato. La sua salma viene riportata in Sud America; ma la vedova, donna forte e coraggiosa, la fa riportare nella Georgia Australe, là dove lui avrebbe desiderato riposare, e viene sepolta nel piccolo cimitero dell’isola. I suoi uomini e quanti l’hanno conosciuto non possono fare a meno di rimpiangerlo: egli aveva in grado eminente le doti del capo. Tenacia, perseveranza, coraggio, ottimismo ma anche sollecitudine verso tutti i suoi compagni; ambizione e senso patriottico, ma senza esagerazioni; e una vena di romanticismo che lo caratterizza come l’ultimo, probabilmente, degli eroi della stagione epica delle esplorazioni polari. Le sue grandi doti umane emergono proprio nelle cicostanze più sfavorevoli, come è proprio dei veri leader. (10)

Ma diamo la parola direttamente a Shackleton. Come scrittore, le sue doti sono, in fondo, le stesse che ha dimostrato come uomo e come esploratore: semplicità, schiettezza, realismo, buon senso; il lettore non deve aspettarsi da lui voli lirici o effusioni sentimentali. Ciò nonostante affiora, qua e là, una timida vena di commozione, quando egli deve narrare i momenti più sofferti e drammatici della sua vicenda. Ecco, ad esempio, come descrive la perdita finale della nave Endurance, rimasta stritolata fra i ghiacci verso la fine di novembre del 1915:

È difficile scrivere quello che sento. Per un marinaio la propria nave è qualcosa di più di una casa galleggiante – e sull’Endurance io avevo concentrato ambizioni, speranze e desideri. Affaticata e gemente, con le ossa spezzate e le ferite aperte, ora che la sua storia è appena cominciata, essa sta lentamente rinunciando alla sua vita senziente. Dopo essere andata alla deriva per più di 570 miglia in direzione nord-ovest, nel corso dei 281 giorni, durante i quali è rimasta intrappolata nel pack, ora l’Endurance è annientata e abbandonata.” […]

“Questa mattina – la nostra ultima mattina sulla nave – il tempo era limpido, con una leggera brezza che spirava da sud-sud-est a sud-sud-ovest. Dalla coffa non s’intravedeva alcun segno di terra, di nessun tipo.  La pressione stava lentamente aumentando, e il trascorrere delle ore  non arrecò alla nave nessun sollievo né le concedette tregua. L’attacco sferratole dal pack raggiunse l’apice alle 16. La pressione sollevò la poppa della nave, il banco di ghiaccio che premeva, muovendosi lateralmente a poppa, spezzò il timone e strappò il dritto di poppa e il dritto di poppa ausiliario. Poi, sotto i nostri occhi, il ghiaccio aumentò la stretta e l’Endurance si abbassò un poco. I ponti stavano esplodendo aprendosi verso l’alto e l’acqua si riversava all’interno. La pressione ricominciò, e alle 17 ordinai a tutti gli uomini di scendere sul pack. I ghiacci che si deformavano stridendo per la tensione avevano infine imposto la loro volontà alla nave. Faceva star male sentire i ponti schiantarsi sotto i piedi, quando i grandi bagli si piegavano e infine cedevano spezzandosi con un rumore che faceva pensare a un colpo artiglieria. L’acqua stava sopraffacendo le pompe e quindi, per evitare un’esplosione quando avesse raggiunto le caldaie, dovetti dar ordine di spegnere i fuochi e far sfogare il vapore. I piani per abbandonare la nave in caso d’emergenza erano stati fatti con molto anticipo; uomini e cani scesero sul ghiaccio e si guadagnarono la relativa sicurezza offerta da un banco di pack integro, senza che avesse luogo un solo incidente. Proprio prima di lasciare la nave, mentre stavo sul ponte che sussultava, guardai nel lucernario della sala macchine e vidi i motori rovesciarsi di lato mentre i sostegni ed i basamenti cedevano. Non posso descrivere la sensazione di implacabile distruzione che mi prese quando mi guardai intorno. Il pack, premuto da milioni di tonnellate di ghiaccio, stava annientando la nave” (11)

La traversata dall’isola Elefante alla Georgia Australe, sulla scialuppa scoperta James Caird, è un’impresa nautica veramente eccezionale e trova in Shackleton, il suo protagonista, un narratore sobrio e sincero, un testimone che lascia parlare i fatti nella loro nuda, terribile evidenza; sono pagine che meiterebbero un posto nelle antologie epiche.

“Confinati in quello spazio angusto, schiaffeggiati sena sosta dagli spruzzi, soffrivamo terribilmente il freddo. Dovevamo lottare contro i vento e le onde e cercare di restare in vita. E di pericoli ne incontrammo molti. Ci sosteneva la consapevolezza di avvicinarci alla terraferma, ma c’erano giorni e notti in cui bisognava deporre ogni speranza e lasciarsi andare alla deriva, contemplando con occhi più interessati che impauriti le ruggenti masse d’acqua. Infinitamente profonde sembravano le valli che si spalancavano fra un’onda e l’altra; altissime le creste spumeggianti su cui ci trovavamo momentaneamente appollaiati. Tanto piccola era la nostra barca e tanto potente il mare,  che spesso le nostre vele pendevano inerti nella quiete che si instaurava fra due marosi, ma subito dopo tornavamo ad arrampicarci su una cresta, esposti alla furia della bufera e circondati di spuma bianca. Ci succedeva perfino di ridere – di rado, certo, ma in quei momenti ridevamo di cuore, e anche se spesso labbra screpolate e bocche gonfie impedivano le manifestazioni esteriori del divertimento, non mancavamo di cogliere gli aspetti comici della situazione. È soprattutto lo spettacolo delle piccole sfortune altrui a risvegliare negli uomini il senso dell’umorismo, e personalmente non scorderò mai i comici sforzi  di Worsley che cercava di rimettere  la casseruola sulla lampada Primus da cui era scivolata. La prendeva con le dite irrigidite dal freddo,  la lasciava cadere, tornava a raccoglierla, maneggiandola quasi fosse un fragile articolo destinato alla toilette d’una signora.  Noi ridemmo, o meglio, gorgogliammo una risata.

“Il terzo giorno il vento cominciò a soffiare più forte, tramutandosi in una vera e propria tormenta. La crescente forza del mare evidenziò la debolezza del rivestimento del ponte, i continui urti finirono per spostare le casse e le rotaie, e i teli cedettero e si riempirono d’acqua. Oltre agli spruzzi, ora anche rivoli ghiacciati si riversavano all’interno da prua e da poppa. I chiodi che il carpentiere aveva estratto dalle casse e usato  per fissare le assi, erano troppo corti  e rendevano instabile il rivestimento.  Cercammo di rimediare in qualche modo, ma disponevamo di pochissimi attrezzi  e l’acqua continuò a entrare da una dozzina di punti diversi.

“Bisognava sgottare di continuo, e non potemmo evitare che le nostre cose si infradiciassero.  Rigagnoli che precipitavano dai teli erano di gran lunga più spiacevoli degli spruzzi e durante le ore di veglia ci sdraiavamo sotto i sedili per evitarli. Sulla scialuppa non c’era quasi più un angolo asciutto e alla fine non potemmo far altro che coprirci la testa con i Burberry e sopportare. Le operazioni di svuotamento erano di competenza della vedetta, ma non c’era riposo per nessuno. Eravamo infreddoliti, sofferenti e pieni di timori. Sotto il rivestimento, nella semioscuriutà del giorno dovevamo muoverci carponi; verso le 18 il buio era completo e non rivedevamo la luce che alle 7 del mattino seguente. Accendevamo i pochi mozziconi di candela rimasti solo all’ora dei pasti. Di fatto, c’era un solo luogo asciutto a bordo, il punto sottostante il rivestimento originale a prua, e lì conservavamo parte delle gallette, ma credo che nessuno riuscisse mai a liberarsi del tutto dal gusto del sale.

“La difficoltà di muoversi a bordo avrebbe avuto un lato umoristico se non l’avessero accompagnata tanta sofferenza e tanto disagio. Dovevamo strisciare sotto i sedili e le nostre ginocchia ne risentivano non poco. Al cambio dei turni di guardia, ero costretto a dirigere gli uomini chiamandoli per nome e segnalando loro gli ostacoli; muovendoci tutti contemporaneamente, avremmo provocato una gran confusione e ci saremmo riempiti di lividi. I turni di guardia duravano quattro ore ciascuno e vedevano impegnati tre uomini alla volta. Uno badava ai fornelli, il secondo era addetto alle vele e il terzo svuotava il fondo della barca.” […]

“Lasciando le vedette a tremare di freddo, gli altri si affrettavano a infilarsi nei sacchi a pelo ancora tiepidi, ma non sempre potevamo offrirci quel conforto. Bisognava  spostare in continuazione i sassi che fungevano da zavorra per garantire l’accesso alla pompa, spesso otturata dalla peluria che la pelle di renna dei sacchi a pelo perdeva senza sosta. Spostare i sassi era un compito estenuante; col tempo eravamo arrivati a conoscerli uno per uno, e per distinguerli ci bastava saggiarli con le dita. Ancora oggi ne ricordo perfettamente le forme e gli angoli. In condizioni meno disagiate, uno scienziato li avrebbe trovati interessanti dal punto di vista geologico, e come zavorra erano sicuramente efficaci. Ma come pesi da spostare in quel poco spazio erano terrificanti. Non risparmiavano neppure un angolino dei nostri poveri corpi. Un altro disagio che vale la pena menzionare era lo sfregamento sulle gambe degli indumenti bagnati che non cambiavamo ormai da sette mesi. Avevamo l’interno delle coscie piagato e il tubetto di crema Hazeline che avevamo a disposizione poteva ben poco contro il dolore, ulteriormente accresciuto dall’acqua salata. Ci sembrava di non dormire mai, ma la verità era che ci appisolavamo solo a tratti, e solo per essere svegliati di continuo da nuovi disagi o dalle incombenze consuete. Io, poi, soffrivo a causa della sciatica che aveva cominciato a tormentarmi mesi addietro sul ghiaccio.” (12)

Il drammatico realismo di questa narrazione è temperato e per così dire alleggerito da fini osservazioni psicologiche, come quella che sono le piccole sfortune altrui a destare principalmente il nostro senso dell’umorismo; osservazione degna di un osservatore pensoso dell’animo umano, più che di un semplice uomo d’azione. (13) Ma le pagine più avvincenti del libro sono quelle in cui Shackleton racconta l’epica marcia attraverso le montagne della Georgia Australe, un’impresa ritenuta irrealizzabile dagli stessi balenieri di Grytviken che pure erano i migliori conoscitori di quell’isola selvaggia e lontanissima da ogni altra terra del mondo abitato. Si è trattato, in effetti, di un’impresa pressoché disperata, che solo la coscienza di costituire l’ultima possibilità di salvezza per i compagni rimasti all’isola Elefante (e anche per quelli lasciati sul versante opposto della Georgia, e incapaci di proseguire a piedi) ha dato loro la forza di compiere, contro tutti i pronostici. Un’impresa che, da sola, meriterebbe di essere ricordata negli annali dell’alpinismo e che invece, nel corso di quella drammatica spedizione antartica, non è stata che un singolo episodio, per quanto luminoso, di una serie di altre imprese non meno spettacolari, compresa la traversata su una barca scoperta attraverso uno dei mari più infidi e tempestosi del globo. (14)

“La giornata si preannunciava bella, e la marcia sulla neve soffice ci aiutò a scaldarci. Davanti a noi si estendevano i crinali e gli speroni di una catena montuosa, la catena trasversale che avevamo individuato dalla baia.” […]

“Un gradino dopo l’altro, ci spostammo lateralmente intorno alle pendici di una dolomia che bloccava la visuale a nord. Ci trovammo davanti lo stesso precipizio. In lontananza a nord-ovest sembrava esserci un declivio innevato che forse ci avrebbe condotto più in basso. Ridiscendemmo quindi la pendenza che avevamo impiegato  tre ore a risalire, e benché nel giro di un’ora fossimo in fondo, a quel punto cominciavamo a sentire la fatica. Da gennaio non avevamo quasi più camminato, ed eravamo fuori allenamento” […]

“Ci dirigemmo nuovamente verso la cresta e un’altra faticosa arrampicata ci portò in cima. Lo strato di neve era sottile sul ghiaccio bluastro e nelle ultime 50 iarde dovemmo praticare dei gradini. Invano i miei occhi scandagliarono le profondità del precipizio in cerca di un passaggio che ci portasse in fondo. Il sole aveva sciolto la neve, costringendoci a procedere con molta cautela. Alle nostre spalle la nebbia andava di nuovo infittendosi, per incontrarsi nella valle con quella proveniente da est. Il grigiore del cielo ci disse che dovevamo scendere al più presto, se volevamo evitarla.

“Il crinale era tempestato di picchi che ci impedirono di vedere con chiarezza su entrambi i lati; non potevamo far altro che proseguire nella stessa direzione. Il pomeriggio era alla fine e la nebbia si avvicinava minacciosa da est. Eravamo a 4.500 piedi di altezza, e la notte sarebbe stata fredda. Non avevamo tende né sacchi a pelo e le traversie di quei mesi avevano logorato i nostri abiti. In lontananza, nella vallata che si apriva sotto di noi,  scorgemmo chiazze erbose nei pressi della costa. Se fossimo riusciti a scendere , avremmo potuto scavare una buca nella neve e foderarla d’erba per farne un giaciglio di una qualche comodità. Tornammo indietro, e dopo una deviazione raggiungemmo la sommità di un altro crinale. La luce stava sbiadendo e dopo un’occhiata mi girai  a chiamare gli uomini che mi guardavamo ansiosi. Mi raggiunsero rapidamente. Davanti a noi, la terra digradava in una ripida pendenza di cui la nebbia e la poca luce impedivano di vedere il fondo, ma proprio a causa della nebbia non potevamo perdere tempo. Iniziammo la discesa, e la neve via via sempre più  morbida ci disse che la pendenza si andava addolcendo. Ormai tornare indietro era impensabile, così ci slegammo e scendemmo seduti, come fanno i bambini. Un banco di neve in fondo al pendio ci fermò, e lì scoprimmo di essere scesi di almeno 900 piedi in appena due o tre minuti. Alle nostre spalle, le dita grigie della nebbia spuntarono da dietro il crinale, protese quasi a voler catturare gli intrusi. Ma le eravamo sfuggiti.” […]

“La notte ci fu sopra e per un’ora procedemmo in un’oscurità quasi completa, facendo attenzione ai crepacci. Verso le otto, il chiarore che avevamo scorto dietro le cime irregolari si tramutò in una luna piena che disegnò per noi un sentiero argentato. Potemmo così avanzare con maggior sicurezza, fermandoci di tanto in tanto a riposare su tratti di neve più dura rivelati dalla luce. Verso mezzanotte avevamo nuovamente raggiunto un’altitudine di 4.000 piedi, sempre assistiti dalla luna che ci indicava il percorso. Non avremmo potuto desiderare una guida migliore per i nostri stanchi passi.

“La mezzanotte ci trovò nei pressi dell’orlo di un vasto nevaio, costellato qua e là da nunatak che proiettavano lunghe ombre simili a fiumi neri. Un leggero declivio ci attirò a nord-est, nella speranza che in fondo a esso si stendesse Stromness Bay. Eravamo scesi di circa 300 piedi quando il vento ci aggredì. Ormai eravamo in marcia da più di venti ore, una marcia interrotta solo dalle soste per i pasti. Riccioli di nubi veleggiavano sopra le vette di sud-ovest, segnalandoci l’arrivo imminente di neve e vento. Passata l’una, scavammo una buca e dopo averci impilato intorno neve fresca, accendemmo la Primus. Il cibo caldo ci infuse nuove energie e mentre la stufa scoppiettava allegramente Crean e Worsley intonarono vecchie canzoni. Se non con le labbra, aride e screpolate com’erano, ridevamo certamente col cuore.

“Mezz’ora dopo riprendemmo la discesa verso la costa. Ormai eravamo talmente certi di essere sopra Stromness Bay che identificammo come Mutton Island, al largo di Huvik, una sagoma scura che si profilava ai piedi del pendio. Immagino che fosse il desiderio a mettere le ali alla fantasia, prchè ci indicammo a vicenda vari punti di riferimento svelati dalla luce ormai incostante della luna. Ma le nostre speranze dovevano rivelarsi prive di ogni fondamento. Nuovi crepacci ci fecero capire che eravamo su un altro ghiacciaio e presto ci trovammo a guardare verso il suo orlo esterno. Sapendo che non c’erano ghiacciai a Stromness, non impiegai molto a concludere che quello era il Fortune. La delusione fu immensa. Tornammo indietro, di nuovo su per il ghiacciaio, non ripercorrendo esattamente i nostri passi bensì muovendoci verso sud-ovest. Eravamo stanchissimi.

“Alle 5 del mattino eravamo ai piedi degli speroni rocciosi della catena montuosa. Eravamo esausti, e il vento che soffiava dalle vette ci gelava fin nelle ossa. Decidemmo di ripararci sotto una roccia per riposare un po’. Ci sedemmo uno vicino all’altro, stringendoci il più possibile. Quel po’ di neve trasportata dal vento ci lasciò addosso un candido strato sottile. Pensavo che avremmo potuto concederci una mezz’ora di riposo, e di lì a pochi minuti i miei compagni dormivano già. Mi rendevo conto che sarebbe stato pericolosissimo seguire il loro esempio, perché in simili condizioni il sonno diventa spesso l’anticamera della morte. Di conseguenza, cinque minuti dopo provvidi a svegliarli e dopo aver loro assicurato che avevano dormito mezz’ora, diedi il segnale di partenza. Eravamo così irrigiditi che per le prime 200 o 300 iarde procedemmo con le ginocchia flesse. Davanti a noi, s’innalzava una linea irregolare di vette tra cui si apriva un varco. Era il crinale che da Fortuna Bay si allunga verso sud; la nostra strada vi passava attraverso. Una ripida salita ci portò alla cresta e al vento gelido che soffiava attraverso il passaggio.” […]

“Mentre Fean e Worsley scavavano una buca, io mi arrampicai su un vicino rialzo per dare un’occhiata. Alle 6,30 mi sembrò di sentire il fischio di una sirena a vapore. Non volevo illudermi, ma sapevo che era più o meno a quell’ora che i cacciatori di balene presenti nella stazione si svegliavano. Tornai dagli altri per avvertirli, e pieni di eccitazione aspettammo le 7, ora in cui la stazione entrava in atività. Alle 7 in punto risuonò il fischio, trasportato fino a noi dal vento che soffiava tra le rocce e la neve. Non avevamo mai udito una musica più dolce. Era il primo suono creato dall’uomo  che sentivamo dal dicembre del 1914, quando avevamo lasciato Stromness Bay.” […]

“Quando ripenso a quei giorni non dubito che la Provvidenza ci abbia guidati non solo attraverso i nevai, ma anche attraverso il mare irrequieto che separa Elephant Island dal luogo del nostro approdo finale. So che durante quelle lunghe, estenuanti trentasei ore di marcia su montagne e ghiacciai senza nome, mi sembrò spesso che fossimo in quattro, e non in tre. Non ne parlai ai miei compagni, ma in seguito Worsley ebbe a dirmi: ‘Sa, capo, avevo la strana sensazione che ci fosse un altro con noi’, e Crean fece una confessione analoga. Si percepisce ‘la povertà delle parole umane, la rozzezza della favella mortale’ quando si cerca di descrivere realtà intangibili, ma la cronaca del nostro viaggio non sarebbe completa senza un riferimento a un tema tanto caro ai nostri cuori.” (15)

  1. EDMUND HILLARY E “APPUNTAMENTO AL POLO SUD”.

Edmund Hillary è nato nel 1919 ad Auckland, in Nuova Zelanda. Apicultore di professione, sposato con tre figli, durante la seconda guerra mondiale presta servizio nell’aviazione, come ufficiale di rotta, a bordo di idrovolanti che operano nel settore dell’Oceano Pacifico, contro le forze armate  giapponesi. Animato da due grandi passioni, la montagna e l’avventura, si unsce alla spedizione himalaiana del colonnello J. Hunt e raggiunge per primo, insieme alla guida nepalese Tenzing, la vetta dell’Everest (in lingua indigena: Chomolungma, “la montagna degli déi”), che con i suoi 8.848 metri d’altitudine s. l. m. è la vetta più alta della Terra. È il 29 maggio del 1953 e un altro grande mito è caduto, appena sedici anni prima del primo sbarco umano sulla Luna; l’impresa lo rende improvvisamente celebre in tutto il mondo.(16) Lo stesso Hillary rievocherà la sua impresa nel corso di pubbliche conferenze organizzate dalla Royal Geographical Society e dal Club Alpino, insieme a sir John Hunt:

“Il 22 maggio [1953] effettuammo il primo grande  trasporto fino al Passo Sud: quattordici carichi di circa 14 kg. ciascuno, di cibi essenziali, equipaggamento e ossigeno erano pronti a nostra disposizione” […]

“A ottomila trecento metri trovammo il deposito lasciato lì parecchi giorni prima da Hunt. Legammo riluttanti questo equipaggiamento extra ai nostri pesanti fardelli.  Ang Nyma aveva solo circa 18 kg., tutti noi altri portavamo invece dai 24 ai 29 kg. circa ciascuno. Ci arrampicammo movendo assai lentamente e cosumando ossigeno a una media di quattro litri al minuto. Avevamo creduto di scoprire, sopra di noi, un posto adatto per accamparci ma, da vicino, si rivelò illusorio. Eravamo tutti stanchissimi, e un po’ scoraggiati, quando finalmente trovammo una cengia nevosa che, per quanto non livellata, era sufficientemente spaziosa per piantarvi una tenda.”[…]

“Ci organizzammo rapidamente e alle sei e mezzo ci avviammo su per la montagna. Coprimmo i primi centocinquanta metri lentamente ma sicuri, superando senza difficoltà i problemi che ci si presentarono. Ma, quando ci trovammo davanti alla grande parete di centoventi metri che sale fino alla vetta, il problema cambiò aspetto. La parete era ripidissima, non solo, ma sentii che la neve era pericolosa. Mentre ci tracciavamo faticosamente una pista, sprofondando fino alle ginocchia e in certi punti anche di più, eravamo costantemente consci del tremendo salto del ghiacciaio Kangshung, a tremilatrecento metri più sotto. A metà via chiesi a Tenzing il suo parere. Mi rispose che era preoccupato e che la salita gli sembrava assai pericolosa. Alla mia richiesta se riteneva consigliabile di procedere, replicò con la sua frase abituale: ‘Come desidera’. Sentivo che le nostre probabilità erano favorevoli, sicché risolsi di perseverare.” […]

“La cresta s’allungava in un’interminabile successione di sporgenze a cornice; mentre continuavo a tracciare la pista mi chiesi quanto tempo avremmo dovuto continuare in quel modo. Incominciavamo a sentire la stanchezza. Avevo scavato di continuo gradini per quasi due ore e mi chiedevo, alquanto scioccamente, se ci sarebbe rimasta l’energia sufficiente per farcela. Scavai ancora nel ghiacciaio, dietro un’altra sporgenza e vidi che la cresta terminava bruscamente, permettendoci di spaziare con l’occhio sul Tibet. Alzai lo sguardo: sopra di noi c’era un cono arrotondato, coperto di neve. Pochi colpi di piccozza, alcuni cauti passi e Tenzing e io eravamo sulla vetta. Erano le undici e trenta del mattino.” (17)

Passano pochi anni e la passione dell’avventura lo afferra nuovamente, strappandolo alla sua tranquilla esistenza di apicoltore neozelandese. Questa volta si tratta di partecipare alla Spedizione Transantartica del Commonwealth, guidata  dall’esploratore e geologo inglese Vivian Edwin Fuchs, che Hillary ha conosciuto nel 1953. Questi organizza varie stazioni scientifiche nel corso di essa, e guida personalmente il gruppo che, partendo il 24 novembre 1958 dalla base Shackleton, sul Mare di Weddell, raggiunge il Polo Sud e prosegue fino alla base Scott, sul Mare di Ross, raggiungendola il 2 marzo 1958 e realizzando così il grande sogno che era stato di Shackleton: la prima traversata dell’intero continente antartico, da costa a costa.

Hillary raggiunge il suo capo al Polo Sud, in aereo, e con lui compie il viaggio via terra dal Polo al Mare di Ross. Due libri nasceranno da questa notevolissima impresa scientifica e sportiva: The Crossing of Antarctica, scritto a quattro mani dai due esploratori (18), e No latitude for error (tradotto in italiano con il titolo Appuntamento al Polo Sud), che è il diario della spedizione del solo Hillary. Nelle pagine di quest’ultima opera la spedizione rivive in modo al tempo stesso naturale e drammatico. In effetti, la spedizione può avvalersi di mezzi tecnologici altamente sofisticati: aerei, speciali trattori da neve cingolati e, naturalmente, la radio per mantenere i collegamnenti con le basi e con l’esterno; eppure l’elemento umano vi svolge ancora una volta la parte preponderante, come nei tempi eroici delle esplorazioni polari. Nel resoconto di Hillary traspaiono il coraggio, la perseveranza e la tenacia che hanno reso possibile la vittoria su tutti gli ostacoli, non solo quelli fisici ma anche quelli psicologici: perché in Antartide le condizioni sono estreme e nel suo ambiente particolarissimo un gran peso giocano pure i fattori legati allo straordinario logorìo psicologico cui sono sottoposti gli uomini. Il pericolo più grave che i membri della spedizione devono affrontarre è quello dei crepacci nascosti sotto uno strato relativamente sottile di ghiaccio, formante dei “ponti” che le slitte a trazione animale possono agevolmente oltrepassare, ma che rischiano di cedere sotto il peso considerevole dei grandi trattori cingolati.

“Proseguimmo verso sud, su un fondo piuttosto accidentato, senza badare troppo ai gemiti e ai cigolii del Weasel [uno dei trattori]. Eravamo a sedici chilometri dal deposito mediano e io mi ero ritirato nella cambusa a riposarmi un poco, quando il convoglio si fermò. Già rassegnato al fatto che il Weasel fosse arrivato alla fine dei suoi giorni, corsi fuori per dare una mano a sistemare le slitte. Nessuno però si preoccupava del Weasel, mentre tre persone si radunavano in atteggiamento pensieroso dietro il trattore di testa. Mi unii a loro e mi resi conto che questa volta non si trattava del Weasel ma dei crepacci preannunciati da Bob. Dietro il trattore di testa si apriva una buca enorme della quale non si vedeva il fondo e che non assomigliava affatto al tipo di crepacci ‘inoffensivi’ descritti da Bob. A uno o due passi dalla buca, del resto, erano visibilissime le rocce delle slitte tainate dai cani, e passate senza difficoltà sopra il ponte di neve, in mezzo al quale si vedevano nettissime impronte di passi.

“Quella brusca esperienza confermò la nostra crescente convinzione che fosse poco saggio tener conto delle opinioni dei guidatori di cani circa la sicurezza di una rotta. Troppo sovente era accaduto che i cani passassero sopra i crepacci senza che i loro guidatori nemmeno se ne avvedessero, perché ponti capaci di sostenere senza sforzo le slitte trainate dai cani risultavano assolutamente insufficienti a sostenere  il peso ben maggiore dei trattori e delle loro slitte.

“Deviai un poco più verso ovest, per tagliare perpendicolarmente i crepacci e proseguii con estrema cautela. Qualche volta il ponte di neve reggeva, ma più sovente il trattore ondeggiava in maniera minacciosa., lasciandosi dietro una buca immensa. I crepacci andavano facendosi sempe più larghi e quando ci imbattemmo in uno largo circa un metro e mezzo, decisi che fosse venuto il momento di fare un’accurata ricognizione prima di proseguire. Era l’una di mattina, e ci dibattevamo tra i crepacci ormai da parecchie ore.

“Murray, Peter e io ci legammo con una fune e partimmo con un fascio di bandierine, saggiando il ghiaccio con la piccozza ed esaminando ogni crepaccio, alla ricerca di un ponte resistente che lo attraversasse. Le nostre bandierine tracciarono ben presto una rotta serpeggiante alle nostre spalle. Murray stava esaminando un ponte, quando fece un passo di troppo e sparì di botto nella neve fino alla cintola. Per fortuna, la corda lo trattenne e un attimo dopo egli era di nuovo  sul ghiaccio solido. Dopo circa due chilometri, i crepacci parvero diminuire di larghezza e poiché avevamo finito le bandierine, tornammo in fretta verso i trattori.

“Eravamo tutti piuttosto stanchi e nervosi, ormai. Quei crepacci erano fra i peggiori che ci fossero capitati: lucide pareti a picco delle quali non si vedeva la fine, e benché fino a quel momento ci fosse andata bene, sussisteva sempre il pericolo che un ponte crollasse in pieno, facendo sprofondare irrimediabilmente il trattore. I veicoli erano legati uno all’altro, e fidavamo che l’intelaiatura della cabina avrebbe protetto il guidatore, ma i nostri nervi erano ugualmente tesi al massimo. Uno dei nostri timori più grandi era la possibilità di un incendio, e ci eravamo ficcati bene in mente la necessità di spegnere il motore, se mai fossimo caduti in una buca.” (19)

Il pericolo, però, lo spettro di una caduta improvvisa e di una morte subitanea e spaventosa, è sempre in agguato; e Hillary ne sente il soffio pauroso quando sfugge di misura ai suoi artigli.

“Diedi agli altri trattori il segnale della partenza, riaccesi il motore e mi avviai verso il ponte, coi nervi tesi fino a spezzarsi. Ero arrivato felicemente a mezza via, quando sentii sotto di me un tonfo e il mio trattore s’inalberò col cofano all’aria. Fui quasi sbalzato dal sedile, ma mi rimase presenza di spirito sufficiente a farmi chinare in avanti e dare tutto gas. Il ponte era sprofondato e io sprofondavo con lui! Per qualche terrificante momento, il trattore rimase in bilico sull’orlo del crepaccio, con i cingoli che artigliavano la neve e il naso all’aria., poi parve arrampicarsi letteralmente sull’orlo del burrone, e finalmente mi ritrovai di nuovo in posizione orizzontale.

“Piuttosto scosso, spensi il motore e saltai dal Ferguson per andare a vedere. La buca era una bellezza, grande abbastanza per inghiottire comodamente il trattore e non capivo come avessi potuto cavarmela. Se il motore avesse rallentato un attimo, non avrei avuto scampo. Ma era inutile stare a rimuginare su quel che era o non era accaduto, perciò mi guardai in giro alla ricerca di un ponte più resistente. Ne trovai uno qualche metro a est, ma non si poteva certo dire che fossimo gai e spensierati mentre vi facevamo passare gli altri due trattori e le slitte.” […]

“I turni di guida cambiavano a intervalli di un’ora, per dar modo a ciascuno di alternare i periodi di tensione con periodi di riposo, e in quel momento alla guida del trattore di testa c’era Jim Bates. Peter e io ci scostammo un poco e restammo a guardare i veicoli che avanzavano pesantemente verso quell’ultima barriera. In fondo alla mia mente, c’era sempre una lieve pungente preoccupazione, come accadeva a ogni crepaccio, del resto. Al limite del pone, Jim si fermò e la sua faccia ansiosa apparve sopra la cabina, girò intorno qualche occhiata dubbiosa, poi scomparve. Un attimo dopo il motore riprese a rombare con violenza e partì d’un balzo: Jim aveva certo pensato: ‘O la va o la spacca!’. Lo seguimmo intenti mentre avanzava verso il centro del ponte. Le ruote anteriori toccarono il lato opposto del crepaccio e le pesanti ruote posteriori si trovarono al centro. Un attimo dopo si udì uno schianto e il trattore prese a scivolare lentamente all’indietro, affondando nel crepaccio.

“Per un terribile minuto credetti che sarebbe precipitato, poi l’estremità della cabina si appoggiò sull’orlo del crepaccio e il trattore restò sospeso sull’abisso. Il mio primo pensiero fu per Jim, guidatore deciso, ma che probabilmente nutriva per i crepacci simpatie ancora minori di tutti noi. Figurarsi se gli piaceva restare sospeso su di uno! Mi precipitai sull’orlo del crepaccio e gridai: ‘Come va, Jim? Stai bene?’. Seguì un attimo di silenzio, poi, con voce un po’ strozzata, Jim rispose: ‘Sì, sto benone, ma non mi piace il panorama!’. Dal suo sedile, guardava dritto in fondo all’abisso, e la vista non era certo rassicurante. Poi la testa di Jim sbucò dal trattore e un momento dopo egli era in salvo accanto a noi.

“Il crepaccio era senza dubbio bellissimo, con ripide pareti di ghiaccio che si perdevano in un nero fondo sena fine, ma questo non facilitava certo l’impresa di recuperare il trattore. Non vedevo proprio come avremmo potuto fare. Ci radunammo a discutere il problema e concludemmo che qualunque tentativo avrebbe potuto essere effettuato soltanto sul davanti, perché la parte posteriore era troppo giù. Prima di tutto bisognava dunque trovare il modo di portare dall’altra parte i due trattori superstiti, perciò mi avviai di nuovo a piedi alla ricerca di un ponte, e questa volta avrebbe dovuto essere a prova di bomba! Parecchie centinaia di metri oltre il punto al quale ero arrivato prima, il crepaccio spariva improvvisamente, oppure proseguiva in profondità, e nemmeno i più decisi sondaggi trovarono più alcun vuoto. L’intera zona era però una rete di piccoli crepacci, perciò non sprecammo altro tempo nel tentativo di portare a sud del crepaccio più grande i due trattori. Ci limitammo a legarli al loro disgraziato compagno perché non precipitasse del tutto e concretammo un piano d’azione.

“Bisognava spalare la neve davanti al veicolo impennato, in modo da fare una sorta di rampa che esso potesse risalire con facilità. Non sarebbe stato prudente avviare il suo motore, ma speravamo che gli altri due trattori avrebbero avuto forza sufficiente a riportarlo in piano. Frenando il trattore con una robusta fune, cominciammo a spalare la neve sotto le ruote anteriori; tremando e traballando, il veicolo si adagiò in posizione meno verticale, ma parve in equilibrio più precario che mai. Dopo un lungo, faticoso lavoro, la rampa fu pronta e decidemmo di tentare il salvataggio.

“Anzitutto bisognava disinnestare la frizione e, nonostante la rischiosa posizione del trattore, Peter si offrì volontario per quell’operazione. S’infilò con un volteggio nella cabina e sparì. Un attimo dopo il veicolo ondeggiò minacciosamente e arretrò di qualche centimentro. Mi pareva che da un momento all’altro dovesse andarsene per sempre, perciò urlai a Peter di venir fuori al più presto possibile, ma quello uscì dopo un poco, con la massima calma.

“Ora eravamo pronti. Sapevamo che, se il primo tentativo fosse fallito, non avremmo potuto ripeterlo. Se non fossimo riusciti al primo colpo, il trattore sarebbe senza dubbio sprofondato tanto da escludere ogni possibilità di recupero. Murray salì a bordo del trattore più vicino a quello pericolante e io mi arrampicai sull’altro. Avevamo studiato bene i nostri rispettivi compiti: quello di Murray consisteva nell’esercitare una frazione supplementare sulla vittima per tenerla ferma fino al momento cruciale, quando io, con l’altro trattore, avrei dato lo strattone improvviso che, speravamo, l’avrebbe riportata alla superficie.

“Avviai il motore e aspettai che si riscaldasse, poi feci marcia indietro finché sfiorai il trattore di Murray e il cavo di rimorchio fu tutto allentato. Avevo deciso di partire in seconda, per poter acquistare maggior velocità prima dello strattone finale, perciò innestai la frizione, feci il segnale a Murray e partii rombando a tutto gas per tutta la lunghezza del cavo. Un attimo dopo il trattore subì uno strattone che quasi mi scaraventò fuori dal sedile, parve esitare un secondo, poi riprese ad avanzare. ‘O si è rotto qualcosa, o il trattore è venuto fuori’, pensai. Era venuto fuori. Murray si era mosso con tempestività perfetta. Nell’attimo stesso in cui il cavo si tendeva, era partito a tutto gas e la forza combinata dei due veicoli aveva strappato dal crepaccio il trattore affondato, riportandolo in piano.

“Decisamente soddisfatto, balzai dal trattore e andai a ispezionare i danni: nonostante l’urto violentissimo, il Ferguson sembrava assolutamente indenne: un bel complimento per la sua resistenza.” (20)

Come scrittore Hillary possiede freschezza, linearità, ma soprattutto chiarezza e semplicità di espressione. Pur lasciando intravedere, qua e là, una discreta capacità di adoperare colori drammatici (quel nero abisso verticale spalancato nel ghiaccio, di cui non si riesce a vedere il fondo, è una perla descrittiva gettata quasi con noncuranza), egli ama un tono disteso e pacato, alieno da ogni esagerazione. Forse la sua vita di allevatore di api, nella sua verde isola (com’egli chiama la Nuova Zelanda, ripensandovi fra le bianchi solitudini di ghiaccio) gli ha insegnato il valore della ponderatezza, della calma tenace e indirizzata a un fine concreto e ben definito, della perseveranza nonché della bucolica semplicità, come il grande Virgilio ha insegnato nel quarto libro delle Georgiche, dedicato appunto all’apicoltura. (21) O forse le sue caratteristiche di scalatore metodico, paziente, fornito di un istintivo buon senso nella valutazione del rapporto ottimale tra mezzi e fini, già mostrate nell’ascensione al Monte Everest, si riflettono nel suo modo di affrontare la pagina scritta, di raccontare a un pubblico le sue imprese. Certo è che Hillary, sia come alpinista che come scrittore, dà la caratteristica impressione di essere sempre a suo agio, com modestia eppure con competenza e con passione: the right man in the right place, “l’uomo giusto al posto giusto”.

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NOTE

  • ZAVATTI, Silvio, Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche, Milano, Feltrinelli, 1967, pp.203-204.
  • voce Nansen dell’Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, 2007, vol. 14, p. 65.
  • PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, La conquista del Polo Nord, Firenze, Giunti- Marzocco, 1976, pp. 27-32.
  • MAYER, Anton, Seimila anni di esplorazioni e scoperte, Milano, Bompiani, 1936, p. 336.
  • NANSEN, Fridtjof, Fra ghiacci e tenebre, Roma, Voghera ed., 1697 (2 voll.), trad. di Cesare Norsa, vol. I, pp. 239-242.
  • Ibidem, II, pp. 317-320.
  • PETRESCU, Cézar, Fram, l’orso polare, Milano, Edizioni Paoline, 1966; ved. anche LAMENDOLA, Francesco, L’opera narrativa di Cézar Petrescu, in Atti della Società Dante Alighieri a Treviso, 4 (2003-2006), Treviso, 2006, pp. 348-378.
  • in STOCCHETTI, Francesco, Alla conquista del Polo Sud, Bologna, Malipiero, 1966, pp. 61-63.
  • ZAVATTI, Silvio, L’esplorazione dell’Antartide. Storia di un continente, Milano, Mursia, pp. 129-131.
  • FORBES, Lachlan Maxwell, voce Shackleton in Encyclopedia Britannica, 1961, vol. XX, p. 432.
  • SHACKLETON, Ernest, Ghiaccio, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 100-101.
  • Idem, 191-194.
  • LAMENDOLA, Francesco, Sulla natura del riso, in Alla Bottega, Milano, 1988, n. 5, pp. 21-23.
  • Un apparato iconografico relativo alla traversata con la James Caird è contenuto in PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, L’esplorazione dell’Antartide, Firenze, Giunti-Marzocco, 1977, pp. 106-111.
  • SHACKLETON, Ernest, Ghiaccio, , pp. 217-227.
  • Nel 2005 è stata pubblicata la sua biografia curata dallo scrittore A. Johnston: Sir Edmund Hillary. An extraordinary life (v. Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, vol. 9, p. 535).
  • HILLARY, Edmund, La scalata dell’Everest, in I grandu esploratori, a cura di Helen Wright e Samuel Rapport, Roma, Le Maschere, s.d., pp. 828-830 (da The descent of Mount Everest, in The Geographical Journal, 1953).
  • HILLARY, Edmund, Appuntamento al Polo Sud (trad. di Elsa Pelitti), Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1962, pp. 194-195.
  • Ibidem, 201-205.
  • FUCHS, Vivien- HILLARY, Edmund, The Crossing of Antarctica, London, Cassell, 1958.
  • LAMENDOLA, Francesco, Virgilio e le Georgiche, capolavoro ispirato alle api, in Apitalia, Roma, Melitense ed., 9 del 2005, pp. 8-11.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Settembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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