martedì, 21 Settembre 2021
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Il fantasma dell’uomo di Hammamet incombe su una politica dalla memoria corta

Il fantasma dell’uomo di Hammamet incombe su una politica dalla memoria corta. La politica italiana non ama gli «uomini forti», anche se di tratto in tratto sente di averne bisogno, li invoca, li osanna e se ne innamora di Francesco Lamendola

La politica italiana non ama gli «uomini forti», anche se di tratto in tratto sente di averne bisogno, li invoca, li osanna e se ne innamora; per poi gettarli nella polvere, seppellirli sotto montagne di disprezzo e maledirne perfino il ricordo.

Fatto significativo, questi «uomini forti» sono venuti sempre dalla sinistra, e sempre hanno finito per creare dei sistemi, se non dei regimi, più o meno esplicitamente di destra; sempre, comunque, hanno lasciato dei rimpianti fra la destra, mai fra la sinistra; anzi, la sinistra è sempre stata la parte politica a volerne più accanitamente la damnatio memoriae. Il che ha dispensato la sinistra, ogni volta, dal fare i conti sino in fondo con se stessa: dal chiedersi come mai essa sia sempre stata la fucina degli «uomini forti» di destra.

Il primo di essi è stato Francesco Crispi: mazziniano e repubblicano divenuto, come presidente del Consiglio, esponente di una concezione fortemente autoritaria del governo. Grande ammiratore di Bismarck e della sua politica del “pugno di ferro”; grande nemico del sovversivismo in tutte le sue forme, dal Fasci siciliani ai cavatori di marmo della Lunigiana; grande sostenitore del colonialismo italiano in Africa Orientale. E fu appunto il contraccolpo parlamentare (e non solo parlamentare) della sconfitta di Adua, avvenuta il 1° marzo del 1896, a provocarne la caduta ingloriosa e senza remissione; dopo che una serie di scandali politico-finanziari, specialmente quello legato alla Banca Romana, ne avevano seriamente indebolito l’immagine e minato la credibilità.

In quei giorni, per le strade italiane, si assistette a delle scene alquanto inusitate: con le folle in tumulto che gridavano “viva Menelik!”, dopo che un nostro esercito di quasi 20.000 uomini (il più grande corpo di spedizione europeo che si fosse mai visto addentrarsi nel Continente Nero) era stato letteralmente fatto a pezzi dai 100.000 abissini del Negus Menelik, generosamente armati di fucili moderni della Francia; non paga, evidentemente, quest’ultima, di averci fatto lo sgambetto a Tunisi, nel 1881, allorché aveva preceduto di pochi giorni la dichiarazione del nostro protettorato su quel Paese africano, ove vivevano 30.000 nostri connazionali.

Così era caduto Crispi, nella vergogna e nel disonore: perché tutto si può perdonare a un «uomo forte», anche il sospetto della corruzione; ma non di lasciarsi battere sul terreno della forza, per di più da un’orda di “selvaggi” decisi a rifiutare i benefici della sottomissione volontaria al dominio dell’uomo bianco.

Eppure quelle grida di “Viva Menelik” stanno a indicare qualche cosa d’altro: un contrasto troppo stridente fra le ambizioni della politica di grandezza e un tessuto sociale percorso da infinite tensioni e contraddizioni. Se in Francia o in Gran Bretagna il proletariato non inneggiò mai ai sovrani africani o asiatici che, in singoli fatti d’armi, inflissero qualche dura lezione agli eserciti coloniali di quelle nazioni (in Tonchino o in Sud Africa, ad esempio, rispettivamente), ciò non dipese dal fatto che francesi e britannici fossero più “nazionalisti” degli italiani, quando dal fato che, in quelle due nazioni, i contrasti sociali – che pure esistevano – non erano così laceranti come nel nostro; e che il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni, malgrado tutto, vi era relativamente sviluppato, al contrario che nel nostro.

La morale che se ne può ricavare è che, per fare un «uomo forte» di successo, bisogna che egli abbia alle spalle un Paese forte, ossia una società relativamente coesa e un alto livello di integrazione fra politica e società. Diversamente, tutto quel che si può fare è un «mezzo grand’uomo» di Stato, destinato a finire miseramente.

La controprova di questa nostra affermazione viene dal confronto tra il contraccolpo della battaglia di Adua, e quello del tragico assalto dei resistenti iracheni alla base militare italiana di Nasiriya, in Iraq (ed è storia, si può dire, di ieri). Ancora abbiamo sentito risuonare, nelle strade di casa nostra, lo slogan: “Dieci, cento, mille Nasiriya”, che è un po’ l’equivalente del “Viva Menelik” di fine Ottocento; ma a scandirlo, questa volta, non erano folle tumultuanti in stato pre-rivoluzionario, bensì esigue minoranze, subito riprese e sommerse da una larghissima disapprovazione (a prescindere, beninteso, dalla valutazione politica dell’intervento italiano in Iraq a fianco degli Stati Uniti d’America, voluto dal governo Berlusconi).

Il secondo «uomo forte» della storia italiana recente è stato Benito Mussolini.

Ex socialista massimalista e rivoluzionario, aveva conosciuto il carcere per essersi strenuamente battuto contro la guerra di Libia e, ancora nella “settimana rossa” del 1914, vi aveva giocato un ruolo non secondario. Espulso nel 1915 dal Partito Socialista e cacciato dalla direzione dell’Avanti! per essere passato all’interventismo, aveva fondato, nel 1919, i Fasci di combattimento, con una piattaforma repubblicana, anticlericale e antiborghese. Eppure, fra il 1922 e il 1925, egli instaurò una dittatura di destra che divenne un modello mondiale di successo per tutte le forze conservatrici, ammirato e imitato dall’Ungheria di Horty alla Spagna di Franco, dalla Germania di Hitler all’Argentina di Peron.

La sua caduta e la sua fine, checché se ne dica, resta legata all’errore di valutazione commesso nel 1940, con la dichiarazione di guerra alle potenze occidentali, quando la vittoria tedesca pareva (e non a lui solo) certa e imminente. Mussolini non sarebbe caduto per ragioni interne, se non avesse commesso quell’errore : conseguenza, a sua volta, di una serie di errori di politica estera, non meno gravi da parte inglese e francese che da parte italiana. La sua popolarità, questo è innegabile, aveva toccato l’apice nel 1936, riuscendo – con la conquista dell’Etiopia – appunto là dove Crispi aveva fallito, quarant’anni prima. Ma già del 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, la sua posizione interna si era definitivamente consolidata, portandogli il consenso dei cattolici e l’appoggio ufficiale della Chiesa; e fino al 1935, con il “fronte di Stresa”, egli era stato considerato un alleato affidabile tanto dalla Francia che dalla Gran Bretagna (ancora l’anno prima, aveva impedito a Hitler, schierando al Brennero le sue divisioni, di annettersi l’Austria).

Piaccia o non piaccia, Matteotti era stato dimenticato dalla grande maggioranza del popolo italiano; e, con lui, l’unico seria e possibile alternativa politica al fascismo, in quelle date circostanze storiche. E ciò sia detto indipendentemente dal discorso sulle responsabilità personali di Mussolini nel delitto Matteotti; che, forse – come sostiene Carlo Silvestri – sono state assai minori di quel che, poi, la Vulgata antifascista e repubblicana ha voluto far credere.

Questa, pertanto – piaccia o non piaccia -, è la pura e semplice verità. Se la guerra non avesse preso, dopo Stalingrado ed El Alamein, la piega che sappiamo, Mussolini non sarebbe caduto; come non cadde il prudentissimo Franco, che aveva resistito alla lusinga di farsi trascinare in guerra da Italia e Germania. Così come non sarebbe caduto Crispi, se il generale Baratieri non si fosse lasciato sorprendere dall’esercito abissino, nella conca di Adua, in piena crisi logistica, durante quella ch’egli credeva una semplice ricognizione in forze. In entrambi i casi, il malcontento politico-sociale esisteva, ma non sarebbe mai stato sufficiente a provocare la caduta del sistema di governo dall’interno. Per questo, era necessaria una sconfitta militare.

Il terzo «uomo forte» della politica italiana contemporanea è stato, senza dubbio, Bettino Craxi. Anche lui veniva da una cultura politica di sinistra; anche se proprio con il suo avvento alla segreteria del Partito Socialista Italiano – e, in particolare, dopo la sconfitta della “sinistra” interna di Claudio Signorile – diviene sempre più esplicito il processo di integrazione nel sistema di potere democristiano, che era iniziato fin dagli anni Sessanta, con il varo del primo governo di centro-sinistra.

Il craxismo è stato un fenomeno complesso e, per molti aspetti, contraddittorio, che nessuno, finora, ha ritenuto di poter fare oggetto di un serio studio storico. La società italiana, quanto a fare i conti col proprio passato, è sempre stata particolarmente lenta e ritrosa: basti dire che solo adesso, a oltre sessant’anni di distanza, si comincia ad ammettere che quella del 1943-45 fu una guerra civile, nel senso sia tecnico, sia morale del termine. Ad ogni modo, pur nella sua complessità e contraddittorietà, il craxismo è stato il segno di un progressivo spostamento a destra della cultura e della pratica politica italiana, ma sotto una certa quale apparenza di sinistra.

Non solo: il craxismo ha visto il ritorno a un modello politico (stava per scivolarci dalla penna: a una mitologia politica) di tipo personalistico, incentrato sulla figura del capo lungimirante e paternalistico, infallibile o quasi, capace di prendere decisioni difficili in solitudine, e di portarne la responsabilità sulle spalle. Insomma, una riedizione – riveduta e corretta – della figura crispina e mussoliniana dell’«uomo forte»: tanto è vero che un certo vignettista non smise mai di rappresentare Craxi, dalle pagine del più diffuso quotidiano italiano dell’epoca, in fez, camicia nera e stivaloni; e tale egli rimase nella percezione emotiva di milioni di connazionali, a metà strada fra viscerale antipatia e sotterranea (o esplicita) ammirazione.

Il caso di Bettino Craxi, invero, è un caso particolare di «uomo forte» della politica nostrana, che presenta analogie, ma anche significative differenze con i due precedenti. Applaudito e osannato per un tempo relativamente lungo (rispetto ai parametri italiani), precipitò nell’onta e nel disonore come Crispi; ma, a un certo momento – alla fine di aprile del 1993, se vogliamo essere precisi -, se non ci fossero state le forze dell’ordine a difenderlo, poco mancò che facesse la fine di Mussolini a Piazzale Loreto: tanto la folla era inferocita contro di lui. Per cui si può dire, senza timore di esagerazione, che – insieme a Crispi e a Mussolini – egli è stato l’uomo politico più odiato dal popolo italiano: quello sul quale si sono accumulate tutte le accuse, tutti i rancori e tutta la rabbia di una intera generazione.

La particolarità del caso Craxi non consiste tanto nel fatto che la sua caduta sia accaduta per ragioni di rivolta morale (Tangentopoli e «mani pulite») e non per il contraccolpo di una sconfitta militare – cosa improbabile, dato il diverso contesto politico internazionale. Per comprendere la sua particolarità, bisogna individuarne l’essenza: che consistette, a nostro avviso – ma qui, ne siamo consapevoli, i pareri divergono – nella creazione di un sistema di potere sostanzialmente nuovo, pur conservando le apparenze dell’antico; un sistema dove la politica si mescolava esplicitamente con il mondo degli affari, non solo per autofinanziarsi, ma anche mutuandone tattica e strategie, insomma facendone propria la filosofia di fondo.

Il finanziamento illegale dei partiti, su cui quel sistema si reggeva e che ne provocò, infine, la caduta, non era che l’aspetto più vistoso – a partire da quando divenne di dominio pubblico, sotto i colpi della magistratura milanese – di quella trasformazione strutturale, di cui la formula del “centro sinistra” (vuota formula) mascherava l’essenza: che non era tanto ideologicamente di destra, bensì, puramente e semplicemente, affaristica.

Craxi diceva e ripeteva che i denari sono le armi della politica. In questo senso, si può anche dire che la sua caduta rievoca quelle di Crispi e di Mussolini, perché sul terreno di quella particolare arma che è il denaro, egli venne sconfitto. Anche la sua caduta, dunque, avvenne per il contraccolpo di un insuccesso militare: quando un «uomo forte» sceglie di battersi sul terreno della forza, la prima seria sconfitta diviene subito irreparabile. Infatti, è l’intero sistema che collassa e implode con lui, senza alcuna speranza di ripresa.

Questo, a nostro avviso, è stato il nucleo del craxismo; e le premesse della sua caduta stavano nel tipo di terreno scelto per battersi: la zona grigia tra mondo politico e mondo degli affari. Anche altri uomini politici lo fecero, in quegli anni, in vari Paesi d’Europa: anche la Francia e la Spagna, tanto per citarne due – ma troppi politologi hanno la memoria corta – ebbero le loro mini Tangentopoli, i loro giudici d’assalto, le loro vittime eccellenti.

La caduta del craxismo fu più drammatica e, soprattutto, fu totale – a differenza di quelle – per la particolarità della struttura politica italiana. E cioè, non tanto per la forzata coesistenza con altri interessi politici – quelli rappresentati da Andreotti e Forlani; così come, durante il fascismo, chiesa e monarchia avevano limitato la preponderanza fascista -, quanto per il contraccolpo più forte che si ebbe in Italia alla cessazione della “guerra fredda”. La caduta del muro di Berlino fu l’inizio della fine per il sistema politico della Prima Repubblica, basato su una “democrazia bloccata” e, quindi, su una occupazione del potere a tempo indeterminato dei partiti “atlantici”.

È vero che Berlinguer aveva da tempo annunciato che, se il Partito Comunista fosse andato al governo, non avrebbe messo in discussione l’appartenenza dell’Italia alla N.A.T.O., dato che – sono parole sue – si sentiva più sicuro sotto l’ombrello atomico di quest’ultima, che sotto quello dell’Unione Sovietica. Ma gli Americani, su questo punto, non si fidavano affatto. Tanto è vero, che si erano rattristati ben poco – nel 1978 – del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro: che, per loro, era colui che aveva cercato di portare i comunisti nel governo italiano. Perciò, non crediamo all’ipotesi che la caduta di Craxi abbia a che fare con il risentimento italiano per l’episodio di Sigonella (o l’eclisse di Andreotti, con il loro risentimento per la politica filo-palestinese del C.A.F.). Oppure, quanto meno, non crediamo che quella sia stata la ragione determinante, anche se non è affatto da escludersi che un rancore americano vi sia stato, bei confronti dell’unico uomo politico italiano che-. da quando l’Italia è entrata nella N. A. T. O. e fino ad oggi – abbia osato sfidarli armi alla mano: come avvenne, appunto, nell’operazione notturna all’aeroporto di Sigonella, in Sicilia.

No, la ragione ci sembra un’altra. Quando l’Unione Sovietica andò in briciole, il sistema della democrazia bloccata – basato sulla perpetua esclusione del Partito Comunista e sulla mancanza di alternative all’asse D.C.-P.S.I. – non aveva più plausibili giustificazioni, né alcuna seria ragione di continuare ad esistere. La borghesia italiana, pertanto – diciamo pure: i poteri forti dell’economia – avevano bisogno di rinnovare la propria immagine, di saltare in corsa su un altro cavallo, rifacendosi una verginità a spese di chi non aveva fiutato per tempo il cambiamento. Non erano più i tempi di Gladio né della P2 di Licio Gelli: bisognava sfoderare un nuovo look, affinché «tutto cambi, perché tutto possa restare come prima».

Soprattutto, bisognava dare al popolo l’illusione di un rinnovato protagonismo, di una rinnovata centralità nell’ambito del sistema democratico: basta coi padri padroni, basta con gli «uomini forti»! Certo, l’indignazione per gli scandali di Tangentopoli era reale; ma i poteri forti, adeguatamente camuffati, già pensavano a come dirigerla secondo i loro interessi, a incanalarla, a pilotarla, a utilizzarla con machiavellico tempismo. La Lega di Umberto Bossi era la grande novità della politica: la canottiera del senatur, il cappio agitato in Parlamento, l’invito a gettare nel cesso il tricolore. Sull’onda di una ubriacatura demagogica quale raramente si è vista nella storia contemporanea, pareva veramente che con simili uomini e con simili mezzi si potessero spalancare cieli nuovi e terre nuove, raggiungendo la palingenesi nazionale attraverso un bagno rigenerante di giustizialismo spiccio.

Breve stagione, breve illusione.

I poteri finanziari che erano stati dietro il craxismo, già stavano dietro il leghismo: e il risultato della “rivoluzione” di mani pulite sarebbe stato zero virgola zero. Altro che Seconda Repubblica: il peggio della prima, condito di nuovismo da quattro soldi – e, di lì a poco, neanche più quello. Perché le rivoluzioni, quelle vere, non le fanno i magistrati: le fa il popolo. Ma il popolo italiano non fece alcuna rivoluzione nel biennio 1992-1994: si illuse di averla fatta, solo perché aveva esposto alla gogna alcuni pezzi grossi del comitato d’affari democristiano e socialista. E non si era reso conto che quello era il contentino che gli veniva dato, perché i nuovi padroni del vapore si insediassero saldamente al potere, dietro la cortina fumogena dei cappi agitati in Parlamento e degli avvisi di garanzia a ripetizione.

Poi, quando il popolo (bue) si è sfogato ben bene, il comitato d’affari ha ripreso saldamente le redini del potere: cambiando la facciata e cambiando (in parte) gli uomini, ma non le finalità, i metodi, la feroce volontà di autoperpetuarsi ad ogni costo.

Ed ecco che al craxismo è succeduto il berlusconismo: ed è storia di oggi.

Giunti a questo punto, e trascorsi ormai otto anni dalla morte di Bettino Craxi (avvenuta in  Tunisia, il 9 gennaio 2000), possiamo anche pensare a fare un bilancio più distaccato e obiettivo dell’uomo e della sua opera: ma stando attenti a non confondere Craxi col craxismo, o meglio, a non dimenticare che il craxismo – come modo di intendere la politica – è andato molto al di là della persona fisica di Craxi. Forse si può dire perfino che esso abbia attinto forza da un aspetto profondo e costante dell’animo italiano: che è quanto Mussolini – che era un uomo intelligente – scrisse del fascismo, durante il bilancio della sua opera che fu costretto a fare nella prigionia sul Gran Sasso, dopo il 25 luglio 1943.

Il giudizio sul craxismo è, e certamente resterà, diviso: non perché quella stagione è ancora così vicina nel tempo, che le passioni non hanno avuto il tempo di decantare; ma perché esso, effettivamente, si presta a due letture di segno opposto. Così come gli storici continueranno per chissà quanto tempo a discutere se il vero fascismo sia stato quello di Piazza San Sepolcro (e, magari, di Salò): sociale, antiborghese e rivoluzionario, o quello di Palazzo Venezia: conservatore, capitalista, reazionario; così, crediamo, gli storici discuteranno ancora a lungo su quale sia stata la vera anima del craxismo.

Altra cosa, almeno in parte, il giudizio sull’uomo Craxi. Anche qui, certamente, i pareri rimarranno a lungo – e forse per sempre – radicalmente discordi; e, tuttavia, meno appesantiti dall’armamentario ideologico, dai pregiudizi ideologici e dai rancori ideologici.

Forse, perfino nel faziosissimo salotto buono della storiografia italica sarà possibile acquisire almeno alcuni punti fermi, relativi alla vicenda dell’uomo Craxi. Il più notevole dei quali, lo diciamo subito, ci sembra essere questo: travolto per lo scandalo delle appropriazioni indebite di denaro, Craxi, personalmente, non pare ne abbia intascato affatto.

È probabile che il “tesoro di Craxi” esista, da qualche parte; e non solo come doppione ideale del “tesoro di Dongo” di mussoliniana memoria. Ne sono convinti perfino i suoi familiari, a cominciare dalla figlia Stefania. Ma non è un tesoro privato: era piuttosto il “buco nero” che divorava le ingentissime somme del finanziamento illecito al Partito Socialista. Ed è andato a finirla chissà dove; di certo, non alla villa di Hammamet.

Ci piace concludere queste brevi riflessioni sul fenomeno del craxismo, sulla sua caduta e sulle sue  analogie con altre pagine della storia italiana recente, riportando alcuni brani del libro di Bruno Vespa Scontro finale (Roma, Radiotelevisione italiana -Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2001, pp. 304-310), che bene ricostruiscono il particolare clima psicologico e politico in cui maturò il dramma personal dell’uomo Craxi e il crollo del sistema politico a lui legato.

“Mario Chiesa venne arrestato il 17 febbraio 1992. Ed è straordinario che si sia fatto prendere con i soldi di una mazzettina in mano, nonostante fosse stato avvertito di essere sotto schiaffo. (…)

“Il 3 giugno 1992 – in una serata drammatica (tutti avevano la notizia, nessuno il coraggio di diffonderla) – trasmisi per primo al TG1 [è Vespa che parla] le dichiarazioni di Mario Chiesa che chiamavano in causa Bettino Craxi. L’indomani andai a trovarlo al Raphaël per la prima intervista concessa dopo l’avviso di garanzia. Appariva sereno, persino rilassato: era convinto – ma forse era solo una facciata – di avere ancora qualche carta da giocare. Poco dopo, quando uscì dall’albergo, gli attivisti del Pds, arrivati dalla vicina Piazza Navona, lo aggredirono con una pioggia di monetine. La polizia lo aveva scongiurato di servirsi di un ingresso secondario. Lui rifiutò. Sarebbe morto sette anni dopo, senza aver mai abbassato la testa. (…)

“«Il giorno dopo – mi racconta Bobo – papà andò a Parigi da Mitterrand. Il presidente gli disse: fino a quando qui ci sarò io, ti difenderò. Mio padre lo mise in guardia contro eventuali tentativi di imitazione del caso italiano  intrapresi da diverse magistrature europee. Poche ore dopo quel colloquio si suicidò Pierre Beregovoy, ex primo ministro socialista ». (…)

“«Dopo l’episodio del Raphaël – conferma Bobo Craxi – facemmo le prove generali dell’esilio. Papà mandò mamma in vacanza a Marbella, in Spagna. Io vidi il primo ministro spagnolo Felipe Gonzalez, che avrei incontrato in seguito altre due volte. Mi disse: guardo tutte le sere il TG1, capisco la situazione di Bettino, digli di tenere duro. A me hanno dato dell’assassino per la guerra che ho fatto all’Eta, stanno cercando conti a me intestati in Sudamerica, anche se l’indagine è complicata dal mio nome [nei poaesi sudamericani Felipe Gonzalez è come il nostro Mario Rossi]. Mi dispiace dirlo, ma reagire è l’unica strada. A differenza di Bettino, però, io ho alle spalle un partito del trenta per cento. Mettermi le mani addosso sarà difficile, ma cercheranno di farlo con i miei amici». (Quando il suo ex ministro dell’Interno fu arrestato nell’ambito dell’indagine sull’Eta, Gonzalez lo accompagnò personalmente alla porta del carcere).

“«Mio padre – prosegue Bibo – sapeva di dover andare via dall’Italia ma non aveva ancora scelto la destinazione. Io dovetti trasferirmi con la famiglia in casa di un’amica a Villefranche, vicino a Nizza, per ragioni di sicurezza. Quali? Vivere in Italia per noi era diventato impossibile.  Lettere anonime sotto lo zerbino, telefonate minatorie, due furti in casa, l’impossibilità di entrare in qualsiasi locale pubblico. Un inferno, con mia moglie incinta».

“«Ai due furti in casa di Bobo – mi dice Anna Craxi – se ne devono aggiungere altri dieci compiti nello stesso periodo in abitazioni e uffici nostri e di persone a noi vicine Non ci fu mai traccia di malavita. Erano pure e semplici perquisizioni illegali. Ma alla fine non ce la facevo più».

“«Quando nacque la bambina – riprende Bobo – tememmo addirittura che qualcuno in ospedale potesse farle del male. C’era un clima da terrore rivoluzionario. Ci stabilimmo così per alcuni mesi in Francia e papà ci raggiungeva qualche volta durante i fine settimana. Nell’impossibilità di viaggiare su aerei di linea [si immagini come sarebbe stato accolto Craxi dai passeggeri a ogni imbarco…] era costretto a venire a Nizza in automobile.  In quel periodo, comunque, il senso d’angoscia per quel che accadeva e sarebbe accaduto in Italia si mescolava in noi al piacere di aver ritrovato finalmente una vita normale».

“«Mio padre era preoccupato, alcuni dirigenti del partito erano spaventati., alcuni quadri terrorizzati. Escludemmo che potesse candidarsi alle imminenti elezioni politiche con una lista personale: non avrebbe retto fisicamente a una campagna elettorale da ultima spiaggia».

“«Nel febbraio del ’94 – prosegue Bobo – papà mi disse: dobbiamo andare. Me lo disse durante una passeggiata: ‘Ho fatto prendere contatti con il presidente Ben Alì. Per ora non c’è nessun mandato di cattura contro di me; in ogni caso i tunisini mi proteggeranno’. Partì sull’aereo di un amico dieci giorni prima delle elezioni, il 16 marzo. [Craxi avrebbe infatti perso l’immunità parlamentare e sarebbe stato verosimilmente arrestato]. Andai con lui a Ciampino, un finanziere perquisì la borsa di Nicola, il suo accompagnatore: trovò soltanto giornali. Quando lo lasciai all’aeroporto, ebbi la sensazione che non sarebbe più tornato».

“Bobo si commuove, poi riprende: «Lei mi chiede perché i tunisini lo hanno protetto. Ben Alì ha tenuto conto dei suoi legami con il sistema di alleanze internazionali in cui era colocata la Tunisia. Mario Soares, per esempio, quand’era presidente della Repubblica ville incontrare Craxi all’ambasciata portoghese di Tunisi. ‘Bettino, io sono qui’, gli disse. Ma fu soprattutto Arafat a mostrarsi disponibile: gli offrì il passaporto palestinese e una residenza a Gaza. Lo riteneva un profugo di guerra. Quando è venuto a visitarne la tomba, si è messo sull’attenti. E ha fatto anche a noi il saluto militare, chiamandoci amici e compagni di lotta. Papà preferì comunque l’ospitalità di ben Alì, perché ad Hammamet si sentiva al tempo stesso un rifugiato politico e un detenuto agli arresti domiciliari. Per proteggerlo, il presidente tunisino gli aveva imposto, infatti, strette misure di sicurezza. All’inizio, sulla nostra casa vigilavano soltanto quattro persone per turno: due uomini della Gendarmeria in borghese e due soldati della Guardia nazionale in divisa. Ma un giorno i servizi segreti tunisini ci dissero di aver saputo che i loro colleghi italiani  stavano effettuando una ricognizione logistica e che anche altri servizi stranieri se ne stavano interessando. All’improvviso, una notte, la scorta ordinaria fu raddoppiata e arrivarono a rinforzo le ‘Tigri’ e i reparti speciali dell’esercito.

“Come viveva mio padre? La mattina si alzava molto tardi. Telefonava a Serenella Carloni, la segretaria che ha sempre avuto a Roma., fino a quando è morta nell’ottobre ’98. Chiamava gli avvocati. Scriveva articoli per l’Avanti!con lo pseudonimo di Edmond Dantés, finte lettere al direttore, altri interventi. Seguiva le cose del partito. Quando gli dissi che noi, della corrente ‘tunisina’ – De Michelis, Intini e io – eravamo finiti in moinoranza nello Sdiperché non volevamo entrare nel primo UdR di Cossiga, papà commento: ‘Io, cn Nenni, sono stato una vita in minoranza’. ‘Sì, papà – gli risposi – ma tu avevi un partito, noi no’. Dopo il pranzo e il riposo pomeridiano, lavorava alle sue creazioni d’arte, riceveva gente, andava a trovare la sua piccola corte di pescatori arabi. La sera guardava talvolta la televisine italiana e restava alzxato a chiacchierare fin quasi all’alba. Veniva fuori, allora, il suo vero stato d’animo. Era tormentato da sentimenti contraddittori: da un lato vleva essere dimenticato, dall’altro voleva reagire. Era molto preoccupato per nostra madre e ripeteva sempre: io non posso muovermi».

“«Ad Hammamet Bettino era molto diverso dalla sua immagine di uomo ruvido» mi dice Anna Craxi. – veniva in cucina: che cosa prepariamo oggi di buono? Si occupava di cose minute, si dedicava con passione alle sue piccole opere d’arte, guardava insieme a noi le partite di calcio. Eravamo amici. Per tutta la vita l’ho visto soltanto nel fine settimana, negli ultimi cinque anni ogni ora di ogni girno. Gli piaceva il Natale. I tortellini, il bollito, il tacchino ripieno della tradizione lombarda. Gli piacevano i bambini in giro per casa, i loro disegni clorati sui vetri delle finestre,

“All’inizio io non ero pessimista, giudicavo impossibile quello che sarebbe successo. Poi il partito cedette di schianto, Bettino fu demonizzato. Diceva: in Francia, ai temi della rivoluzione, le nostre teste e quelle dei nostri amici sarebbero già rotolate dalla ghigliottina.

“Bettino Craxi venne ricoverato per la prima volta in un ospedale tunisino nel giugno del ’94. Il diabete gli aveva mandato in cancrena un piede. Di Pietro ironizzò parlando di un ‘foruncolone’. Craxi mi mostrò due anni dopo quell’orribile piaga e sorrise amaro: «Questo è il foruncolone del dottor Di Pietro». «In realtà – sottolinea Stefania – mio padre è stato sempre molto malato. Aveva subito un primo infarto e il diabete gli aveva compromesso tutti gli organi. Nonostante questo, non si è mai curato».

Una cosa è certa.

Se gli Americani non si commossero troppo per la sorte di Moro, neanche gli Israeliani versarono lacrime sull’esilio e la triste fine di Bettino Craxi.

Per loro, lui non era che un amico del detestato Yasser Arafat e del “terrorismo palestinese”. In fondo, non si era inimicato il governo di Washington, con l’incidente di Sigonella, proprio per rimarcare la differenza con l’approccio statunitense al problema del Medio Oriente?

Ecco, questa è una pista che meriterebbe di essere esplorata un po’ meglio.

Con Craxi, si può dire che finisce l’autonomia della politica estera italiana rispetto alla N.A.T.O. e al governo americano – la cui cartina al tornasole è la posizione rispetto al problema palestinese. Da allora, tutti i governi della cosiddetta Seconda Repubblica – di centrodestra, così come di centrosinistra – non hanno saputo fare altro che appiattirsi completamente sulla linea dell’asse Washington-Gerusalemme.

Ma è chiaro che se l’Italia non riesce a elaborare e a portare avanti una politica che  sia realmente autonoma e che tenga conto dei suoi interessi primari,  in un settore come quello mediterraneo, ciò equivale a dire che non ha una propria politica estera.

Ora, un Paese che non possiede una sua politica estera non è uno Stato indipendente e sovrano, ma, tutt’al più, un protettorato.

È triste pensare che molti politologi, i quali guardano dall’alto in basso le degenerazioni della Prima Repubblica, non si siano accorti che, nonostante tutto, in una cosa essa era tuttavia superiore alla Seconda: nel fatto di avere una sua politica mediorientale, dunque una sua politica estera: e di essere, perciò, bene o male, uno Stato indipendente e sovrano.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/04/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

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