venerdì, 17 Settembre 2021
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Il padre Giovanni Mazzucconi, martire in Nuova Guinea: chi era costui?

Il padre Giovanni Mazzucconi, martire in Nuova Guinea: chi era costui? Nato a Rancio di Lecco nel 1826, entrato molto giovane in seminario fu tra i primi a partire alla volta dell’Oceania, nel 1852, facendo base in Australia di Francesco Lamendola  

«Carneade! Chi era costui?», si domanda un bel giorno don Abbondio, che, essendosi imbattuto nel nome del filosofo greco durante una delle sue letture serali, cerca di riportare alla luce, dal buio della memoria, qualche nozione appresa forse sui banchi del seminario.

E così, anche il nostro ipotetico lettore potrebbe domandarsi, imbattendosi nel suo nome sfogliando qualche rivista o magari navigando, più o meno distrattamente, su Internet: «Giovanni Mazzucconi! Chi era costui?»; o dopo aver appreso che il papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato nel 1984, tappa necessaria lungo il cammino della santificazione nella Chiesa cattolica.

Nato a Rancio di Lecco nel 1826, entrato molto giovane in seminario, nel 1845 conobbe a Pavia il certosino Suprier, che era stato missionario in India, accendendosi di entusiasmo per la vocazione missionaria. Non esisteva, all’epoca, una vera scuola di formazione per i missionari italiani, ma nel 1850 il papa Pio IX chiese ai vescovi lombardi di organizzare, a Milano, un istituto di tal genere: nacque così il Pontificio Istituto per le Missioni Estere (P. I. M. E.).

Mazzucconi, ordinato sacerdote in quello stesso anno, fu tra i primi a partire alla volta dell’Oceania, nel 1852, facendo base in Australia. Dopo una navigazione durata ben tre mesi, il gruppo di cui faceva parte si divise in due: una parte si fermò sull’isola di Rook, l’altro proseguì per Woodlark, che si trova a nord-est della punta orientale della Nuova Guinea (attuale Stato di Papua-Nuova Guinea, nato nel 1975 dalla fusione di una vecchia colonia tedesca con una colonia britannica), non lungi dalle Isole Trobriand.

A parte la bellezza incantevole dei luoghi, il clima caldissimo mise a dura prova la salute di Mazzucconi che, dopo due anni di missione, dovette rientrare a Sydney, la lontana base operativa, per recuperare le forze. Anche l’accoglienza dei nativi era stata assai deludente: si trattava di indigeni che vivevano in uno stato di guerra permanente gli uni con gli altri e che guardavano i bianchi con estrema diffidenza; il loro livello di civiltà materiale era così modesto che, in un primo tempo, i missionari avevano deciso di dedicarsi a imparare le lingue locali (la Nuova Guinea è il paradiso del linguista, poiché, delle circa tremila lingue “vive” attualmente censite nel mondo, quasi un terzo sono concentrate in questa grande isola) e a comprendere le usanze e la mentalità isolani, rimandando ad una seconda fase l’opera di evangelizzazione vera e propria.

Non appena rimessosi in salute, Mazzucconi volle ritornare a Woodlark; ma i capi tribali e gli stregoni, durante la sua assenza, avevano sobillato la popolazione contro di lui. Così, nel settembre del 1855, fingendo amicizia, un capo di nome Avicoar guidò l’assalto alla goletta «Gazelle», rimasta incagliata e indifesa sulla scogliera corallina, sulla quale viaggiava il missionario, e lo uccise a colpi di scure, insieme a tutti i membri dell’equipaggio.

Le autorità britanniche, che in un primo tempo avevano negato aiuto al padre Raimondi per appurare quale fosse stata la sorte del suo confratello, si mossero solo dopo che questi, di sua iniziativa e a sue spese, ebbe noleggiato un altro veliero, il «Favorite», che giunse sul posto soltanto nel maggio del 1856 e che raccolse discordanti testimonianze da parte dei nativi.

A sua volta il «Favorite» venne a trovarsi in serio pericolo, perché, quando avvistò il relitto della «Gazelle» e cercò di avvicinarlo, alcune piroghe si accostarono minacciosamente e costrinsero i marinai a invertire la rotta e ad allontanarsi.

Padre Raimondi, comunque, poté raccogliere, fra le altre, l’unica testimonianza che gli parve seria e credibile, quella di un indigeno di nome Puarer, il quale aveva sempre mostrato una disposizione amichevole verso i padri e che chiese di essere portato via e di non tornare più a Woodlark; il suo racconto, vagliato scrupolosamente e confrontato con gli indizi raccolti per altra via, si mostrò attendibile e permise di ricostruire le ultime ore di vita del missionario.

Così ricostruisce il dramma finale di Giovanni Mazzucconi, sulla scorta del racconto fatto dall’indigeno Puarer al padre Raimondi, un altro missionario dei nostri giorni, lo scrittore e giornalista Piero Gheddo, nella sua biografia «Mazzucconi di Woodlark. Un martire per il nostro tempo» (Edizioni Missionarie, Bologna, 1983, pp.226-27):

«Quando La Gazelle s’incaglia sui coralli del’isola di Reu all’alba di un giorno imprecisato dell’inizio di settembre 1855,  quattro indigeni su una piroga, fra i quali lo stesso Puarer,  si dirigono verso la navicella. Puarer parla con Mazzucconi e gli dice che gli altri missionari sono tutti partiti. La nave ondeggia  paurosamente, per cui i quattro ritornano a terra con alcune stoffe regalate dal missionario.

Appena a terra, i vecchi del villaggio chiedono se la nave è ancorata.  Saputo che è invece incagliata sugli scogli e non può più muoversi, Orighiamai, il nuovo capo del villaggio dopo la morte di Pakò, propone subito di andare ad ucciderli e di prendere il bastimento attuando il piano già da tempo elaborato e prestabilito,  cioè di uccidere qualsiasi missionario fosse tornato sull’isola. Puarer si oppone a questa decisione, ma non è ascoltato. Probabilmente,  in questa circostanza, ha rischiato la vita per salvare Mazzucconi e questo deve averlo spinto in seguito a parlare con Raimondi e a non tornare più a Woodlark, per timore di vendette.

Il piano è presto messo in atto. Partono varie barche da tutti i piccoli gruppi di capanne sulla spiaggia della baia: Amanot, Guazup, Darraquadi. Gli indigeni lasciano lance e scudi a terra, per non destare sospetti, ma portano le scuri di ferro o le mazze di corallo, che nascondono nei loro perizoma. Giunti vicino a La Gazelle, si mettono a chiacchierare con i bianchi, compassionando la loro sventura e promettendo aiuto. Tre marinai erano scesi in una barca, per cercare di disincagliare la nave, ma sono trascurati dagli indigeni. Il capo della spedizione, Avicoar,  sebbene il capitano cerchi di impedirlo picchiandolo con una grossa fune, salta sulla nave subito seguito da altri indigeni che arrivano da ogni parte,  avendo circondato con le loro piroghe la navicella.

Il capitano e altri marinai cercano ancora di opporsi a questa invasione minacciosa, ma non possono farci nulla: La Gazelle è piegata su un fianco e non è una gran nave,  qualche decina di tonnellate in tutto, per cui la sua altezza sull’acqua , anche quand’è in linea di galleggiamento, non è superiore a un metro. Avicoar, balzato sul ponte, trascura il capitan che l’aveva colpito e si dirige  verso Mazzucconi. Gli fa un cenno di saluto porgendogli la mano da stringere, mas subito, estratta la scure dalla cintola,  l’abbatte rapidamente sul capo del missionario, che cade col capo squarciato, tra fiotti di sangue.

È il segno concordato del massacro generale. Il capitano ed i marinai tentano di difendersi con sbarre di ferro, ma sono rapidamente sopraffatti  e finiti con le scuri e le mazze. Seduta stante,  si decide che questi bianchi non sono degni di sepoltura e vengono gettati in mare. Padroni del bastimento, gli indigeni lo saccheggiano, lasciandone solo lo scafo, ancora visibile sugli scogli.»

Resta da aggiungere che il segretario della colonia del Nuovo Galles del Sud (l’Australia diventerà un Dominion  dell’Impero Britannico solo nel 1901), convocato il padre Raimondi a Sydney, dopo aver saputo della sorte della «Gazelle», gli propose di guidare una spedizione punitiva contro gli indigeni di Woodlark; proposta che venne seccamente respinta, con la motivazione che i missionari non erano usi vendicarsi dei loro persecutori, ma piuttosto pregare per questi ultimi, così come raccomandato da Gesù nel Vangelo.

La spedizione punitiva, comunque, ci fu, più per rendere sicure le linee di navigazione commerciale che per agevolare la penetrazione dei missionari (i quali, semmai, in quanto cattolici, non erano particolarmente ben visti dalle autorità britanniche); furono messi a ferro e fuoco alcuni villaggi dai marinai di una nave da guerra, dopo di che l’isola di Woodlark venne completamente evacuata dai bianchi e, per alcuni decenni, abbandonata a se stessa.

Al momento del martirio, Giovanni Mazzucconi non aveva che ventinove anni.

Non è stato possibile raccogliere maggiori informazioni sulla sua fine, perché ancora ai primi del 1900, davanti alle domande del padre F. X. Gsell, gli indigeni che, da giovani, avevano partecipato o assistito alla sua uccisione, si rifiutavano di rispondere a qualsiasi domanda in proposito, temendo di venire perseguiti per un delitto avvenuto quasi mezzo secolo prima.

Affinché il lettore possa farsi un’idea un po’ più completa sulla vicenda (per maggiori particolari rimandiamo alla biografia di Piero Gheddo), dobbiamo precisare alcune cose.

Verrebbe istintivo pensare che Mazzucconi o gli altri missionari abbiano in qualche modo, e sia pure involontariamente o per ignoranza della cultura locale, offeso le tradizioni indigene; che si siano comportati in modo intempestivo o arrogante e che, quindi, in un certo senso, abbiano armato essi stessi la mano omicida: verrebbe istintivo, vogliamo dire, nell’odierno clima laicista ed estremamente sospettoso nei confronti di tutto ciò che ha attinenza con il cristianesimo.

Il laicista è un signore che, per pregiudizio, pensa tutto il male possibile della Chiesa cattolica e non riesce ad ammettere che ci possano essere dei cristiani, e specialmente dei preti, che abbiano vissuto la propria fede con autentico spirito di servizio e che abbiano cercato semplicemente di tradurre in pratica il messaggio evangelico dell’amore per il prossimo, del perdono delle offese e della riconciliazione con il proprio nemico.

Verso i missionari, poi, esiste un pregiudizio ancora più radicato: li si immagina come sinistri individui che vogliono imporre la propria fede a delle popolazioni che ne farebbero volentieri a meno, poiché che non sentono alcun bisogno di modificare le loro credenze; quando non addirittura come degli agenti dissimulati dell’imperialismo e del colonialismo, intenti ad aprire la strada ad altri uomini bianchi che, in veste di mercanti o di soldati, presto verranno per sottomettere e sfruttare quelle infelici popolazioni.

Ebbene, nulla di più lontano dal vero. Se è accaduto che, in alcune situazioni, vi sono stati dei missionari cattolici che hanno commesso l’errore di ignorare o disprezzare le credenze locali e di voler bruscamente imporre la nuova religione, questo non è stato il caso della missione del P.I.M.E. all’isola di Woodlark., né, in particolare, di Giovanni Mazzucconi.

I missionari italiani procedettero con il doveroso tatto, anche perché, come si è detto, il livello di civiltà degli isolani di Woodlark era talmente arretrato, da rendere impossibile la predicazione immediata del Vangelo; e ci rendiamo conto che parlare di “civiltà arretrata” significa sollevare un autentico vespaio nell’ambiente antropologico. Tuttavia, se qualcuno si scandalizzasse per tale linguaggio, vuol dire che non è mai stato in certe regioni dell’Africa, dell’Oceania o dell’America Latina; che non hanno mai parlato con chi vi è stato e ha vissuto a lungo con le popolazioni più remote; e che si lascia ipnotizzare dai facili slogan e dalle frasi fatte di un democraticismo astratto e velleitario, veramente degno dei nipotini di Voltaire e di Rosseau.

Mazzucconi e i suoi compagni aiutarono in ogni modo, materialmente e spiritualmente, gli isolani di Woodlark e si astennero da quanto poteva offendere la loro sensibilità; le uniche usanze che essi condannarono furono quelle dell’infanticidio e dell’uccisione degli storpi; e, nel contesto delle continue guerre tribali, si sforzarono di pronunciare parole di pace.

Non fecero nulla che potesse apparire come funzionale alla strategia dei commercianti o delle autorità coloniali; del resto, erano stati i primi ed unici bianchi a stabilirsi in quei luoghi: non vi erano, quindi, precedenti offese da vendicare.

La sola ragione dell’ostilità dei capi e degli stregoni va ricercata nel fatto che la predicazione della morale cristiana era in contrasto irrimediabile con le pratiche più feroci degli isolani: la violenza, la guerra, la soppressione dei bambini indesiderati o malformati.

Sappiamo bene che ogni società è quello che è per effetto di una lunga storia e che anche pratiche disumane come quelle dei popoli melanesiani, ivi compreso il cannibalismo (scomparso dalla Nuova Guinea solo da pochissimi anni e forse neanche del tutto), trovano la loro spiegazione in circostanze storiche e ambientali particolarissime, per cui non possono essere giudicate con sufficienza o con disprezzo da alcuno. Ma ciò non significa che abbiano agito male quei missionari che, trovatisi alle prese con esse, hanno cercato di limitarle e di scoraggiarle: tutt’altro.

Gli anticlericali a oltranza, gli attardati seguaci del mito del “buon selvaggio” e tutti quanti vedono rosso non appena si parla loro del cristianesimo, inorridiscono all’idea di un prete cattolico che s’intromette nelle usanze e nelle tradizioni di una popolazione nativa; vuol dire che sono dei grossi ignoranti o dei grossi ipocriti.

Prendiamo il caso di quanto riferisce il missionario cattolico André Dupeyrat, che è stato per oltre vent’anni a diretto contatto con i nativi delle montagne della Papuasia. Nel corso di una guerra tribale, gli capitò di giungere in un villaggio che era stato appena attaccato e distrutto: con i suoi occhi vide pezzi di carne umana abbrustolita e perfino il cranio di un bambino, che qualcuno aveva aperto come fosse un sorbetto, per succhiarne il cervello. Lo riferisce nel suo libro «21 Ans chez les Papous», tradotto in italiano con il titolo «Nel Paese degli uccelli paradiso».

Ebbene, dicano un po’ questi signori laicisti e anticristiani: se si fossero trovati loro in quel villaggio; se avessero stabilito rapporti di amicizia con quelle tribù; se avessero potuto esercitare una sia pur minima influenza su quei capi e su quegli uomini, forse che non avrebbero speso una parola a favore della pace, una parola per distogliere costoro da simili usanze?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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