martedì, 22 Giugno 2021
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Il «rifiuto della felicità» è stato la caratteristica originaria del fascismo?

Il “rifiuto della felicità” è stato la caratteristica originaria del fascismo? E anche della “vita comoda” in perfetta antitesi con l’ideologia illuminista, del progresso illimitato e del benessere? di Francesco Lamendola  

Il rifiuto della felicità e della “vita comoda”, in perfetta antitesi con l’ideologia illuminista del progresso illimitato e del benessere, è stato la caratteristica originale del fascismo, ciò che più lo contraddistingue nel panorama irrequieto e tumultuoso del Novecento?

La tesi, per certi aspetti sorprendente, per altri quasi scontata, è stata avanzata, con una certa nonchalance, da Sergio Romano nella sua «Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni» (Milano, Longanesi & C., 1998, pp. 251-53):

«Scartata la via della democrazia rappresentativa e della conflittualità arbitraria, Mussolini aveva sostituito la permissività dello Stato liberale e il concerto disarmonico degli interessi settoriali con una versione moderna e originale dello Stato hegeliano, una versione fondata sul consenso e sulla mobilitazione delle masse. E poiché ogni esperienza fortemente collettiva richiede la definizione di una “promessa”, egli aveva sin dall’inizio indicato alla nazione una serie di obiettivi: l’ordine, la grandezza, la forza. Ma nei primi anni al potere non aveva escluso, aveva anzi implicitamente ammesso, quello d’una più grande prosperità nazionale, e che questo obiettivo gli paresse auspicabile è dimostrato dalla sua politica produttivistica dal 1922 al 1925. Ma ecco che nella seconda metà degli anni ’20 il fascismo accoglie un tema nuovo che non appare esplicitamente in nessuno dei movimenti filosofici, spirituali o artistici da cui ha ricavato il suo eterogeneo bagaglio di precetti e comandamenti: il rifiuto della felicità o, come i fascisti amavano dire, della “Vita comoda”. A prima vista questo risvolto della dottrina fascista viene dalla guerra. Ma un discorso di Mussolini del dicembre 1930 ci offre una chiave supplementare. In piena recessione (non bisogna dimenticare che il governo fascista faceva una politica deflazionista sin dal 1926) Mussolini dichiara al Senato che il popolo italiano è sempre stato abituato a mangiar poco e che delle privazioni avrebbe sofferto meno degli altri. La cultura della guerra diventa, con geniale adattamento, cultura della recessione, un’eccellente armatura dottrinale per affrontare la crisi economica che si era abbattuta in quegli anni sul mondo occidentale.

Misuriamo così i vizi e il talento di Mussolini, la sua capacità di aggiustare il tiro, correggendo opportunisticamente gli obiettivi del regime, e al tempo stesso la sua abilità nel volgere una situazione a proprio vantaggio. Il mondo attraversa una grave crisi economica ed egli abbandona qualsiasi prospettiva di prosperità e offre al paese una specie di promessa negativa colorandola di riflessioni sul futuro dell’umanità che fanno pensare al “doomwritting”, al catastrofismo di alcuni futurologi americani. È di quegli anni la sua convinzione – una convinzione derivata dalla sua lunga milizia nella sinistra rivoluzionaria – che il mondo avrebbe attraversato una lunga crisi economica e che gli uomini avrebbero dovuto accettare un più modesto livello di vita. Ma da questa visione pessimistica della società occidentale egli trae motivi di conforto per le nazioni “sobrie” e “frugali” come l’Italia perché esse avrebbero tollerato i rigori della crisi meglio di quelle opulente e conquistato un posto più alto nella gerarchia internazionale. Onde quel suo disprezzo per il mondo anglosassone, e soprattutto per gli inglesi – il “popolo dei cinque pasti” -, che oscurerà il suo giudizio politico e militare, alla vigilia della guerra. Non seppe prevedere che anche un uomo di stato inglese avrebbe saputo, al momento opportuno, fare alla sua nazione una promessa negativa – “blood, toil, tears and sweat” [sangue, fatica, lacrime e sudore: Churchill ai Comuni il 13 maggio 1940] – e su di essa fondare una grande impresa collettiva.

Il fascismo fu quindi una filosofia della recessione. Lo fu per quel misto d’ignoranza e disprezzo con cui il “rivoluzionario” Mussolini considerava i meccanismi dell’economia di mercato. Lo fu perché le strutture economiche italiane rivelarono durante le tempeste monetarie ed economiche degli anni ’20 e ’30 tutta la loro fragilità. Lo fu infine perché l’austerità poteva prestarsi, assai più dell’opulenza, agli obiettivi d’un regime che si era proposto l’unificazione politica e morale della nazione in chiave autoritaria.»

In questo straordinario brano di prosa, vediamo mescolate, insieme ad analisi lucide e penetranti, le solite, trite e ormai melense generalizzazioni e stroncature di segno politicamente corretto; vale pertanto la pena di separare il grano dal loglio e di fare un esame rigoroso, punto per punto, di quanto Sergio Romano qui sostiene .

È esatto che Mussolini intendeva creare una via alternativa alla democrazia rappresentativa, che si era mostrata inadeguata a gestire i problemi italiani del primo dopoguerra, ma che si stava mostrando incapace anche di affrontare i più vasti problemi della politica e dell’economia internazionale degli anni Venti e Trenta, e specialmente quelli originati dalla Grande crisi del 1929. Ed è esatto che egli voleva contrapporre alla concezione conflittuale degli interessi particolari in lotta fra loro, con la conseguente anarchia istituzionalizzata dal sistema parlamentare – condannato all’impotenza, dunque, non per circostanze contingenti, ma per un vizio strutturale – una versione particolare dello Stato etico hegeliano, basata sul consenso delle masse e sulla loro mobilitazione permanente. Ed è esatto, infine, che Mussolini si sia proposto di cercare e realizzare codesto consenso, e la necessaria unità e concordia nazionali, attorno alle parole-chiave dell’ordine, della grandezza e della forza (alle quali noi aggiungeremmo il riconoscimento del merito e la conseguente struttura gerarchica, spirituale e materiale al tempo stesso, della società).

Fin qui, siamo sostanzialmente nel solco della interpretazione gentiliana del fascismo come ripresa e prosecuzione del Risorgimento, ossia come processo storico di compimento di quanto il Risorgimento aveva lasciato incompiuti e imperfetto:la realizzazione della piena ed effettiva unità nazionale, ossia, secondo la vecchia formula (liberale e moderata) di D’Azeglio, “fare gli Italiani”. Per essere più precisi: si trattava di completare l’opera della Grande guerra (vista, appunto, come la quarta guerra d’indipendenza della nazione), di evitare che si disperdesse il patrimonio ideale dell’interventismo del 1914-15 e che si dimenticasse la componente idealistica, patriottica e sociale che aveva animato lo sforzo bellico e che non aveva trovato sbocco adeguato nell’Italietta di Versailles, di Nitti, di Giolitti, della rinuncia alla Dalmazia, ma che aveva incominciato ad esprimersi nell’impresa di Fiume e, poi, nella marcia su Roma. Mussolini, cioè, si sentiva chiamato a radunare e lanciare in avanti le energie morali e spirituali che, per la prima volta nella sua storia, avevano trovato concorde il popolo italiano, o una buona parte di esso, e mostrato l’assoluta incapacità della classe dirigente liberale di fare una grande politica, cioè una politica che tenesse conto sia di questa nuove energie, suscitate dalla guerra e dal dopoguerra, sia delle gigantesche forze mondiali messe in movimento dagli eventi del 194-18, dalle rivoluzioni russe del 1917, dall’intervento statunitense, dalla fine dell’egemonia europea e dalla rapida, inarrestabile  globalizzazione dell’economia e dei processi finanziari, produttivi, sociali e culturali, che richiedevano idee nuove e uomini nuovi.

Poi Romano passa ed evidenziare una contraddizione, a suo credere, fra la politica economica della fase iniziale del fascismo, nel triennio dal 1922 al 1925 (quando, si badi, la dittatura fascista non era ancora stabilita e sussistevano importanti residui dello Stato liberale, dell’economia liberale e della cultura liberale, oltre che socialista e cattolica), protesa verso l’espansione produttiva e il mercato, e contrassegnata, quindi, dall’obiettivo (e sia pure, egli dice, implicito) di raggiungere una maggiore prosperità nazionale, e una politica economica di segno opposto, a partire dal 1925, e accentuata dal 1930: apertamente recessiva, e sintetizzabile nella formula del rifiuto della “vita comoda”, che, per il Romano, è l’equivalente, se non il sinonimo, del “rifiuto della felicità”. Secondo lui, questo orientamento era già presente fin dall’inizio nell’ideologia fascista, sia pure mescolato a molti altri, e risaliva specificamente alla politica e all’esperienza concreta dei sacrifici imposti dalla Grande guerra; ma poi, dopo la crisi del ’29, venne ad innestarsi, rafforzandola, sulla convinzione mussoliniana che il mondo intero dovesse prepararsi a una lunga fase recessiva e che, pertanto, predicare parole d’ordine come il rifiuto della vita comoda e il valore del sacrificio, sarebbe stato funzionale a una strategia economica di lungo periodo, nella quale gli Italiani, popolo povero e abituato ai sacrifici, si sarebbe trovato avvantaggiato rispetto alle plutocrazie. In fondo, come si vede, una logica conseguenza del nazionalismo “popolare”, come quello della “Grande proletaria” di Giovanni Pascoli, al tempo della guerra di Libia, che permetteva di accordare le radici socialiste del fascismo stesso (che molti storici odierni, per pregiudizio ideologico e per conformismo del politicamente corretto, si ostinano a negare o a minimizzare) con la “vocazione” e il “destino” imperiale dell’Italia, costretta, in un certo senso, a divenire una potenza coloniale e imperiale, non per spirito di gretta avidità – come le democrazie occidentali – ma per una vera e propria necessità storica, economica e demografica.

Eppure, questa apparente contraddizione si potrebbe spiegare benissimo, se il Romano non avesse già deciso, uniformandosi alla Vulgata culturale imperante, di appioppare a Mussolini le solite accuse di opportunismo e, in pratica, di non aver avuto una linea politica ben chiara, ma di essere stato solo un geniale dilettante e un abilissimo improvvisatore, capace di coagulare il consenso al regime attorno ad una “promessa negativa” (i sacrifici, la vita dura e “pericolosa”) resa quasi obbligatoria dal drammatico contraccolpo della crisi mondiale del ’29. Tanto per cominciare (e Romano stesso lo ammette) la politica espansiva degli inizi del regime non si tradusse mai in una promessa di “felicità” per il popolo italiano (ammesso che una politica recessiva equivalga a una promessa di infelicità, il che sarebbe tutto da dimostrare). Al contrario, il fascismo si è sempre presentato, prima ancora della marcia su Roma, quando era soltanto un movimento e  non ancora un regime al potere, come portatore di valori “deflazionistici”, se così li vogliamo chiamare: la sobrietà, il sacrificio, la vita sana a contatto con la terra (ruralismo), il rifiuto della comodità borghese, insomma il vivere pericolosamente in senso (pseudo) nietzschiano: facendosi interprete, fra le altre cose, dell’eredità storica e morale dell’arditismo (che non era affatto morta con la fine della guerra, come evidenziò la vicenda di D’Annunzio a Fiume).

In secondo luogo, la situazione politica, economica e sociale era effettivamente cambiata, e cambiata radicalmente, negli anni fra il 1923 e il 1933: molte cose che, prima di quel decennio, non erano ancora del tutto evidenti (la regressione sempre più brutalmente autoritaria in Unione Sovietica, per esempio; la minaccia costituita dalla Terza Internazionale per la stabilità interna dei Paesi europei; e, soprattutto, la tremenda scossa alla stabilità interna causa dalla Grande depressione), lo divennero allora. Il fatto che Mussolini se ne rese conto e impostò la sua linea politica, compresa la politica economica, tenendo conto di tutto ciò, si deve soltanto al suo incorreggibile opportunismo? Non fecero la stessa cosa gli altri statisti occidentali di quell’epoca, a cominciare da Roosevelt? E i Fronti popolari, in Francia e in Spagna (qui, con la tragica appendice della guerra civile) non sorsero dalla stessa consapevolezza che qualcosa era mutato, e che un equilibrio, già precario, si era definitivamente rotto?

Alla fine, però, la pars costruens del programma mussoliniano emerge dalle parole stesse di Sergio Romano: l’unificazione politica e morale della nazione; eppure scivola via quasi come fosse un dettaglio, per giunta prontamente neutralizzato dalla specificazione che si trattava di un disegno “autoritario” (e, su questo, non c’è dubbio); mentre è un riconoscimento decisivo. Quale altro governo liberale, fra il 1861 e il 1922, si pose mai un simile obiettivo: realizzare l’unificazione politica e morale della nazione italiana? In queste poche parole, si condensa un programma semplicemente gigantesco: tale che nemmeno dopo il 1945, tranne che a parole, nessun governo repubblicano e democratico se lo è mai veramente posto; né se lo pone oggi. Se qualcuno se lo fosse posto, la storia recente dell’Italia sarebbe stata diversa, e lo sarebbe anche ai nostri giorni. Nessuno dei grandi nodi storici – il divario fra Nord e Sud; fra Paese reale e Paese legale; la ricomposizione dei conflitti sociali in vista dell’interesse nazionale; la mafia; il rilancio della scuola, dell’università, della ricerca, della produzione, dei trasporti, del commercio internazionale; il recupero di una effettiva sovranità nella politica estera – è stato mai più seriamente e globalmente affrontato…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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