sabato, 25 Settembre 2021
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Jünger o Remarque: chi ha colto il vero stato d’animo tedesco del 1914-18?

Jünger o Remarque chi ha colto il vero stato d’animo tedesco del 1914-18? Remarque piace perché non parla bene della patria Jünger al contrario non piace perché lo fa, quando impareremo ad ascoltare la voce dell’altro di Francesco Lamendola  

Ernest Jünger (nato a Heidelberg, nel Baden-Württemberg, il 29 marzo 1895 e morto a Riedlingen, nello stesso land, 17 febbbraio 1998), col suo romanzo «Nelle tempeste d’acciaio» («In Stahlgewittern», 1920), oppure Erich Maria Remarque (vero nome: Erich Paul Remark; nato a Osnabrück, nella Bassa Sassonia, il 22 giugno 1898 e morto a Locarno, in Svizzera, sulle rive del Lago Maggiore, il 25 settembre 1970), con «Niente di nuovo sul fronte occidentale» («Im Westen nichts Neues», 1929): quale dei due scrittori e quale delle due opere ha saputo meglio cogliere ed esprimere il vero sentimento del popolo tedesco, e specialmente del soldato tedesco, durante l’immane carneficina della Prima guerra mondiale? I due libri non godono di eguale popolarità, almeno a livello internazionale: quello di Remarque ha venduto una quantità impressionate di copie, qualcosa come sei milioni, cifra semplicemente sbalorditiva; quello di Jünger è stato letto e apprezzato quasi solo in Germania, e, all’estero, unicamente da una ristretta cerchia di ammiratori. Ora, al di là dei rispettivi meriti letterari dei due romanzi, nei quali non intendiamo, in questa sede, addentrarci, la schiacciante sproporzione si spiega essenzialmente con la celebrità cinematografica acquisita dal primo: da quando, cioè, il regista statunitense Lewis Milestone ne trasse, nel 1930, una versione hollywoodiana che vinse il Premio Oscar sia per il miglior film, che per il miglior regista («All Quiet in the Western Front»; replicato nel 1979, sempre con lo stesso titolo, da un altro regista statunitense, Delbert Mann). Remarque era ben addentrato nell’ambiente di Hollywood: dopo aver lasciato la Germania per la Svizzera già nel 1931 (dunque, due anni prima dell’ascesa di Hitler al potere, e prima che i nazisti bruciassero pubblicamente il suo romanzo, insieme ad altri libri “antipatriottici”), si era trasferito negli Stati Uniti d’America nel 1939, insieme alla moglie, Ilse Jeanne Zambona, ottenendo, nel 1947, insieme a lei, la cittadinanza americana; si separò due volte da Ilse, tornò in Svizzera nel 1948 e infine, dopo aver avuto una relazione con la famosissima attrice tedesca Marlene Dietrich, sposò in seconde  nozze, nel 1958, una attrice di Hollywood discretamente famosa, Paulette Goddard. Dall’Europa si era portato dietro la voce – messa in giro dai nazisti, e mai realmente dimostrata – di discendere da una famiglia di ebrei francesi, il cui nome originario sarebbe stato Kramer: l’anagramma, al rovescio, di Remark.

Completamente diverse furono le scelte di Ernst Jünger, che fu un esponente di spicco della cosiddetta “rivoluzione conservatrice” tedesca fra le due guerre mondiali: decise di rimanere in Germania, si sposò nel 1925 con Gretha de Jeinsen, viaggiò e studiò filosofia tra la Francia e l’Italia, tornò in patria e vi rimase per tutto il resto della sua vita. Quando i nazisti andarono al potere, non si sbilanciò in loro favore, anzi, nel 1939 pubblicò il romanzo «Sulle scogliere di marmo», in cui conduceva una critica trasparente nei confronti dello stesso Hitler; inoltre rifiutò fermamente la direzione della Unione nazista degli scrittori, che gli era stata offerta, con grandi manifestazioni di stima, dal Ministro per la Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels. Durante la Seconda guerra mondiale avrebbe servito nuovamente nella Wehrmacht, in qualità di ufficiale, come nella Prima, ma questa volta a Parigi; dopo l’attentato alla vita del Führer, il 20 luglio del 1944, verrà congedato dall’esercito, senza subire più gravi conseguenze, poiché era risultato implicato in quell’evento solo in maniera estremamente indiretta e superficiale.

Sia Jünger che Remarque avevano fatto l’esperienza della guerra di trincea nel 1914-18: il primo si era arruolato volontario, come semplice fante, sin dall’agosto del 1914, venendo poi promosso al grado di sottotenente; e prima, ancora minorenne, aveva avuto una breve e tempestosa esperienza nella Legione straniera francese, in Algeria, dalla quale era stato congedato dopo aver tentato di disertare. Il secondo  si era arruolato anch’egli volontario e, come l’altro, era stato ferito più volte. Jünger era stato anche decorato con la Croce di Ferro di Prima classe, nel 1917, e, dopo aver subito la quattordicesima ferita, che era stata quasi mortale, nel 1918, anche con la decorazione prussiana più alta: l’ordine Pour le Mérite. Entrambi, dunque, come gran parte dei giovani tedeschi della loro generazione, avevano vissuto le giornate dell’agosto 1914 come un attacco mondiale contro la Germania e avevano creduto loro dovere accorrere a difendere la patria; ed entrambi, a contatto con l’orrore quotidiano, e tutt’altro che eroico o romantico, della guerra di trincea – guerra di usura, monotona, spossante, interminabile, oscillante fra la noia, il fango e la brutalità degli assalti contro i reticolati e le mitragliatrici nemiche – non ci avevano messo molto a rimanere fieramente delusi rispetto a ciò che si erano aspettati di trovare.

Eppure, diversa fu la loro reazione alla delusione: Remarque, come traspare dal suo romanzo, ne uscì intimamente spezzato, nonché deluso non solo della guerra in se stessa, ma anche dei valori patriottici dei quali essa si era nutrita; Jünger, invece, nella sua perfetta padronanza della lingua tedesca (che stride con la povertà e la piattezza dello stile giornalistico, un po’ “alla Hemingway”, di Remarque: ma avevamo detto di non voler entrare nei rispettivi meriti artistici, pertanto ci fermiamo qui) non indulge affatto al facile patriottismo, ma, in compenso, guarda allo spettacolo della guerra con l’occhio impassibile e scientificamente impietoso di chi la esamina come sul vetrino di un laboratorio d’analisi; eppure, nello stesso tempo, ne sente il fascino arcano, il trasporto, fatto anche, forse, di una oscura attrazione per la morte, o, quanto meno, di un giocare a rimpiattino con essa, per vedere chi vincerà alla fine: che è, poi, la traduzione pratica del “vivere pericolosamente” di nietzschiana e superomistica  memoria.

Ha scritto Stefano Jacini nella presentazione della traduzione italiana di «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1931, 1989, pp. X-XI):

«La prima guerra mondiale, il problema della colpa e delle responsabilità storiche furono lungamente rimossi in Germania e riuscirono a imporsi nelle testimonianze letterarie, sempre incontrando molte resistenze, solo sul finire degli anni ’20, quando la Repubblica di Weimar stava ormai attraversando una fase di relativo consolidamento. Arnold Zweig col suo polemico romanzo “La questione del tenente Grischa” (1928) [sic; in realtà, “La questione del sergente Grischa”, o anche “Il caso del sergente Grischa”: “Der Streit um den Sergeanten Grischa”; e l’anno di pubblicazione è il 1927, non il 1928], fu uno dei primi autori ad affrontare con ottica pacifista la grande guerra, ma già le opere di intonazione antimilitarista immediatamente successive stentarono a trovare un editore; Ludwig Renn dovette attendere ben quattro anni prima di poter pubblicare il suo romanzo “Guerra” (1928) ed anche Remarque, pur avendo ultimato “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel 1927, riuscì a trovare un editore disponibile per la pubblicazione solo nel 1929. Questi lunghi tempi di attesa dimostrano quanto fosse arduo superare le resistenze che impedivamo di affrontare i problemi della guerra e le accese polemiche suscitate dal romanzo di Remarque lasciano intendere quanto già fossero gravi le tensioni che minavano la Repubblica weimariana condannandola all’instabilità.

Infatti, se da un lato i pacifisti esaltarono quest’opera riscontrandovi  una ferma condanna della guerra, i nazionalsocialisti la disprezzarono per i suoi contenuti pacifisti, e, scagliandosi contro questo romanzo, iniziarono la loro perniciosa lotta contro l’arte “degenerata”. Ottennero una prima vittoria riuscendo a imporre il veto della censura e quando Hitler prese il potere, nel 1933, questo e altri libri “antipatriottici” furono bruciati sulla pubblica piazza.

La svolta storica era destinata a riflettersi puntualmente anche sui destini letterari e così, da quel momento, in Germania verranno pubblicate esclusivamente quelle opere che esalteranno la guerra come fenomeno di riscatto e rigenerazione; una prospettiva peraltro già anticipata da Ernest Jünger col suo romanzo “Nelle tempeste d’acciaio” (1920).

Tuttavia, per cogliere i motivi dell’eccezionale fortuna di Remarque occorre spingersi oltre i limiti della situazione tedesca. Infatti, il suo romanzo ha potuto raggiungere i 6 milioni di copie e ha potuto venir tradotto in più di 25 lingue soprattutto grazie alla versione cinematografia realizzata nel 1929 dal regista statunitense Lewis Milestone. Proprio guidato dal successo di questo film – considerato accanto a “La grande illusione” di Renoir il capolavoro della cinematografia pacifista – la sua opera riuscì a ottenere risonanze internazionali…»

Dunque, non è una cattiveria, ma semplicemente un fatto, che il successo del film, come tante altre volte è accaduto, si sia trascinato a rimorchio anche il successo del libro. Non è neppure uno scandalo; e non saremo noi a scandalizzarcene. Resta però il fatto che, senza il film, difficilmente il romanzo di Remarque avrebbe venduto sei milioni di copie; difficilmente, per dirla tutta, sarebbe arrivato anche solo a un milione. Però il romanzo di Remarque non è solamente famoso in tutto il mondo: è anche un romanzo che piace. E questo non solo perché è un libro pacifista e antimilitarista; ma, crediamo, soprattutto perché è un libro in cui, finalmente (?), un tedesco si assume le responsabilità storiche, politiche e morali della propria patria, e dice proprio quel che il lettore americano, inglese, francese, italiano, vorrebbe sentire. Finalmente un tedesco che fa mea culpa; magari ce ne fossero di più, di tedeschi siffatti.

Il lettore tedesco, però, non la pensava a quel modo, e forse non lo pensa neppure oggi, nonostante il gigantesco lavaggio del cervello e l’immane opera di colpevolizzazione collettiva condotta dai vincitori della Seconda guerra mondiale ai danni del popolo tedesco, della sua cultura, della sua identità, del suo legittimo patriottismo. È stato osservato che nessuno scrittore europeo, narrando la propria esperienza nella Prima guerra mondiale – e neanche nella Seconda, a dire il vero – ha saputo attingere alle vette di un Tolstoj con «Guerra e pace», o di un Victor Hugo quando descrive, ne «I miserabili», l’epica battaglia di Waterloo. Resta comunque legittimo chiedersi chi dei due più conosciuti scrittori tedeschi che hanno affrontato, partendo da una esperienza autobiografica, l’esperienza della guerra di trincea nel 1914-18, abbia saputo interpretare l’intimo sentire del popolo e dell’esercito tedesco. Da parte nostra, abbiamo pochi dubbi sul fatto che sia stato Ernest Jünger, e non Remarque. E non ci sembra poi tanto scandaloso che Remarque abbia dovuto attendere ben due anni per pubblicare il suo romanzo; o che Ludwig Renn ne abbia attesi quattro.

Certo: in Remarque vi è una condanna esplicita della guerra, e questo piace; ed è legittimo che piaccia. Pure, è evidente che al popolo tedesco viene richiesta, anche in questo caso, una prova difficile, che non viene chiesta agli scrittori americani, francesi, inglesi, russi: il saper anteporre la condanna della guerra all’amore di patria. Nessuno che abbia letto «Il nudo e il morto» di Norman Mailer, oppure, poniamo, «Agosto 1914» di Solgentsin, si aspetta, necessariamente, di trovare una cosa del genere, né, tanto meno, la pretende: che la condanna della guerra preceda e metta in ombra l’amor di patria. A tutti gli scrittori di tutto il mondo, che hanno vissuto la tremenda esperienza della guerra, è concessa la libertà di narrare la loro esperienza così come l’hanno sentita; solo agli scrittori tedeschi si domanda qualche cosa di più: una sorta di abiura in via di principio, una sorta di ripudio anticipato e programmatica di qualsiasi futuro ricorso alle armi, sia pure per difendere la patria. Perché, nel 1914, il popolo tedesco si batté per difendere la propria patria: la tesi secondo cui tutta la responsabilità per lo scoppio della Prima guerra mondiale (e anche della Seconda, se è per questo) ricadrebbe soltanto, o pressoché esclusivamente, sul governo tedesco, era la tesi, punitiva e vendicativa, delle potenze vincitrici, sia nel 1919, sia nel 1945: ma non corrisponde al vero. Oggi, quasi nessuno storico serio la sottoscriverebbe interamente. Vogliamo dirla proprio tutta? Remarque piace perché è un progressista; Jünger non piace, o piace assai meno, perché è un uomo di destra, un conservatore. Il fatto che, in Germania, il giudizio su questi due libri e su questi due scrittori non sia lo stesso che se ne dà a livello internazionale, non viene preso in considerazione dalla critica letteraria politically correct: questi benedetti tedeschi, si sa che hanno la testa dura. Gli Austriaci, per esempio, non hanno avuto la testardaggine di voler eleggere alla Presidenza della Repubblica, nel 1986, quel Kurt Waldheim, che il mondo intero riteneva indegno di quella carica istituzionale, perché accusato, o sospettato, di impresentabili trascorsi “nazisti”? Remarque, dunque, piace perché non parla bene del suo esercito e della patria; Jünger, al contrario, non piace perché lo fa. Quando impareremo ad ascoltare la voce dell’altro, invece di cercare sempre conferme ai nostri pregiudizi?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Gennaio 2016

Del 30 Ottobre 2020

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