martedì, 9 Marzo 2021
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La campagna russo-giapponese del Lago Chasan (31 luglio – 13 agosto 1938)

La campagna del Lago Chasan: fra il 1938 e il 1939 gli eventi politico-militari precipitarono così in fretta che pochi allora si accorsero e molti ancora oggi continuano ad ignorare che Russia e Giappone si erano scontrate di Francesco Lamendola  

Fra il 1938 e il 1939 gli eventi politico-militari precipitarono così in fretta, in Europa, che pochi allora si accorsero – e molti, ancora oggi, continuano ad ignorare – che le forze armate imperiali nipponiche e l’Armata Rossa sovietica si erano aspramente scontrate per ben tre volte lungo l’immensa frontiera dell’Estremo Oriente, in una guerra non dichiarata che solo per un complesso gioco politico internazionale non ebbe la conseguenza di portare le due nazioni in un conflitto aperto e totale.

La prima volta si verificò alla frontiera tra la Corea (protettorato giapponese dal 1905 e colonia dal 1910), la Manciuria (occupata dai Giapponesi nel 1931 e trasformata l’anno dopo nello Stato fantoccio del Manciukuo) e le Province Marittime sovietiche, un centinaio di chilometri a sud-ovest della base navale di Vladivostok.

Si trattò di una vera e propria campagna militare in piena regola, con impiego di fanteria, artiglieria, carri armati ed aviazione. Ebbe inizio il 31 luglio del 1938 e si concluse il 13 agosto, dopo due settimane di violentissimi combattimenti. Apparentemente, si trattò di un tentativo sovietico di migliorare le proprie posizioni difensive e di una dura risposta giapponese, mirante a saggiare le capacità di reazione dell’Armata Rossa in un delicato settore strategico dell’area estremo-orientale, per valutare il potenziale bellico dell’Unione Sovietica, il cui dispositivo militare era concentrato alle frontiere occidentali, verso la Germania nazista.

La seconda volta fu nel settore di confine tra il Manciukuo, la Mongolia Esterna (indipendente e filo-sovietica) e la Mongolia Interna (sotto sovranità cinese, ma parzialmente occupata dai Giapponesi, che avevano ottenuto la cessione del Jehol nel 1933 e della provincia di Cahar nel 1937, e avevano iniziato l’invasione diretta della Cina nel luglio del 1937). Ciò avvenne nella regione collinosa e paludosa del fiume Chalchin-Gol, presso Nomonhan,  fra il maggio e il settembre del 1939.

A sua volta, la campagna di Nomonhan si può suddividere in due fasi nettamente distinte.

Nella prima, dall’11 maggio al 25 luglio, i Giapponesi furono costantemente all’attacco in quello che parve a molti osservatori militari come qualcosa di più di un semplice tentativo per saggiare la reattività del dispositivo di difesa sovietico e che, di nuovo, coinvolse non solo unità leggere, ma artiglierie pesanti, carri armati e aviazione.

La seconda fase della campagna di Nomonhan si svolse, dopo una pausa di quasi quattro settimane, dal 20 al 31 agosto. Fu più breve, ma molto più intensa della precedente: i Sovietici vi profusero il meglio delle loro risorse disponibili in quel momento, sviluppando un ampio contrattacco che ebbe il risultato di ricacciare i Giapponesi al di là della frontiera, esattamente  sulla linea da cui si erano mossi in primavera.

Oltre a queste tre principali campagne militari, nel 1938-39 vi furono tutta una serie di incidenti di frontiera, di sconfinamenti e di battaglie in miniatura che, pur non sfociando in uno stato di guerra aperta fra l’Impero giapponese e l’Unione Sovietica, resero quelle 3.000 miglia di frontiera in comune estremamente «calde», per non dire «bollenti».

Il risultato fu solo apparentemente un ritorno allo status quo ante; in realtà, la prontezza e l’efficacia della risposta sovietica alle provocazioni giapponesi ebbe l’effetto di distogliere le mire imperialiste dei circoli militari giapponesi dalla Siberia orientale (già occupata militarmente fra il 1918 e il 1922, al tempo della guerra civile russa) e di deviarle verso il Pacifico e il Sud-est asiatico, contro Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda.

E sarà la decisione fatale di Pearl Harbour.

In questa sede intendiamo rievocare brevemente la prima delle campagne russo-giapponesi del 1938-39, quella che si svolse nella regione del fiume Tumen, del Lago Chasan e del sistema collinare del Changkufeng che si erge fra queste due vie d’acqua, là dove la frontiera sovietica sfiora un saliente che si spinge avanti in direzione della Corea. Dal punto di vista strategico, l’obiettivo giapponese era chiaramente quello di forzare le Colline Bezymyannaya e le Colline Zaozernaya, attestandosi sulla riva occidentale del lago Chasan e migliorando così la propria frontiera coreana, assicurandosi nel contempo una migliore testa di ponte al di là del fiume Tumen, preziosa per l’eventuale sviluppo di ulteriori operazioni.

Bisogna ricordare che, a quell’epoca, sia il Giappone, sia l’Unione Sovietica si trovavano in una fase politico-militare molto delicata.

Il Giappone era impegnato, dal luglio del 1937, in una vera e propria guerra di annientamento contro la Cina (cfr. il nostro articolo Lo « stupro di Nanchino» nel dicembre 1937, preludio agli orrori della seconda guerra mondiale, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice). Ciò aveva posto la sua politica in rotta di collisione con le democrazie occidentali e soprattutto con gli Stati Uniti d’America, interessati al mantenimento di una Repubblica cinese indipendente (mentre a Nanchino si sarebbe poi insediato un governo cinese collaborazionista presieduto da un ex leader del Kuomintang, Wang Ch’ing-wei).

L’ostilità degli Stati Uniti – che, insieme all’Unione Sovietica, rifornivano il governo di Chiang Kai Shek di armi e materiali – poneva una difficile alternativa al governo di Tokyo, perché la guerra contro la Cina, iniziata come una campagna di breve durata, si stava trasformando in un conflitto di usura, nel quale la strategia cinese appariva quella di «cedere terreno per guadagnare tempo». Un tal genere di guerra richiedeva un altissimo consumo di materie prime, di cui il Giappone scarseggiava; ecco, dunque, che il governo di Tokyo – o meglio, la cricca militare che lo dominava – iniziarono a guardare verso l’Indocina francese, le Indie Orientali olandesi e la Malesia britannica, regioni ricche di materie prime – gomma e petrolio in particolare -, il cui possesso avrebbe consentito alle forze armate giapponesi di affrontare un conflitto di lunga durata.

D’altra parte, fin dal 25 novembre 1936 il governo giapponese aveva aderito al Patto Anticomintern e si era trovato allineato sulle posizioni della Germania e dell’Italia, sia pure senza una formale alleanza militare. Ma i dirigenti giapponesi erano fiduciosi che fra il Terzo Reich e l’Unione Sovietica una guerra fosse imminente, e che ciò avrebbe dato loro mano libera in Estremo Oriente, liberandoli dal timore di un attacco sovietico e lasciando loro la scelta se e quando intraprendere un’azione militare in quel settore.

Ha scritto lo storico americano Nathaniel Peffer, già professore di diritto internazionale alla Columbia University ed esperto di questioni estremo-orientali, nel suo libro L’Estremo Oriente (titolo originale: The Far East, University of Michigan Press, 1958; traduzione italiana di Gianfranco Faina, Feltrinelli Editore, Milano, 1962, p. 427):

Per quanto illogico possa sembrare da altri punti di vista, si può dire coerentemente con la logica della storia che la guerra cino-giapponese che iniziò nel 1937, fu provocata dalla guerra europea, che iniziò nel 1939. Infatti il Giappone fu incoraggiato a sfidare il resto del mondo, con il tentativo diretto di conquistare la Cina, perché, come già era accaduto nella sua storia, pensava di rimanere immune dal conflitto europeo. Nel 1937 Hitler era già freneticamente e gravemente minaccioso. Iniziò la guerra di Spagna: la Germania e l’Italia corsero in aiuto di Franco, mentre la Russia aiutava il governo legale, e la Gran Bretagna e la Francia cercavano di calmare le acque internazionali. Non era necessaria una particolare preveggenza politica per capire che l’Europa era alle soglie di un’altra guerra. Praticamente, ora più che mai, il Giappone aveva campo libero nell’Asia orientale. Questo era il momento adatto per realizzare le sue ambizioni di dominio su metà del continente asiatico.

Da parte sua, anche l’Unione Sovietica si trovava in una fase politico-militare molto delicata. Oltre alla minaccia nazista in Europa, e a quella potenziale del Giappone in Estremo Oriente, il paese viveva momenti di grande difficoltà sul piano interno. A partire dal 1936 si erano scatenate le «purghe» staliniane, le quali – tra l’altro – avevano avuto l’effetto di decapitare i quadri dell’Armata Rossa, privando le forze armate dei loro capi più abili e sperimentati.

Il comandante sovietico in Siberia orientale, maresciallo Blücher, era un militare estremamente capace e dinamico, ma aveva molti nemici a Mosca, ed anche il suo quartier generale fu preso di mira dalle forsennate «purghe» di Stalin, forse anche allo scopo di diminuire i suoi ampi poteri. I quadri di comando e politici dell’Estremo Oriente sovietico subirono, sino al livello del reggimento, delle perdite del 40 per cento; a livello di divisione e di corpo d’armata la percentuale fu del 70 per cento; mentre superò l’80 per cento nello Stato maggiore del fronte.

Questa era la situazione generale allorché, nei primi giorni di luglio del 1938, ebbe luogo un nuovo scontro di frontiera fra l’esercito giapponese e quello sovietico, presso il fiume Tumen-Ula, che scorre da nord-ovest a sud-est e disegna una curva di circa 6 km. fra i villaggi di Yangkuanpei e di Podgornaya, 110 km. a sud-ovest di Vladivostok, presso il confine della Corea. Entro il gomito del fiume si innalza un sistema collinare non elevato (appena 155 metri sul livello del mare), ma scosceso, alle spalle del quale si trova il lago Chasan, largo circa 800 metri e lungo 1 km. e mezzo, con andamento analogo a quello del Tumen prima dell’ansa: in pratica, esso giace nella conca che il fiume seguirebbe, se non compisse una deviazione verso sud-ovest.

Esisteva una controversia territoriale fra i due paesi, perché i Sovietici sostenevano che la frontiera correva lungo la cresta del Changkufeng, mentre i Giapponesi ribattevano che il monte si trovava all’interno del loro territorio.

Il nel luglio del 1938 il settore del Tumen si infiammò improvvisamente a causa di una scaramuccia fra Giapponesi e Sovietici, che portò rapidamente a una drammatica escalation militare foriera di ulteriori, gravi sviluppi.

Tutto ebbe inizio il 6 luglio con una avanzata incruenta di un piccolo reparto sovietico sulle colline contestate.

Scrive lo storico militare inglese John Erickson, esperto di problemi dell’Estremo Oriente e dell’Unione Sovietica, nel suo ricco e documentatissimo volume Storia dello Stato Maggiore sovietico (titolo originale: The Soviet High Command. A Military-Political History, 1918-1941, Macmillan & Co, London, 1961; traduzione italiana di Elena Spagnol Vaccari, Feltrinelli editore, Milano, 1963, pp. 494-498):

Quel giorno una pattuglia da ricognizione composta da tre cavalleggeri sovietici percorse l’area del Changkufeng senza incontrare truppe giapponesi; poco dopo un piccolo contingente di truppe sovietiche salì sulla cima, ma rimanendovi poco tempo. Di lì a qualche giorno, fu la volta di gruppi di soldato sovietici che presero a scavare il versante occidentale del monte. Verso la fine di luglio un forte contingente presidiava il Changkufeng, vi aveva costruito fortificazioni e piantato in cima la bandiera rossa. Pattuglie giapponesi avevano tenuto d’occhio tutta questa attività e visto gli ostacoli di filo spinato e la bandiera. Sulle prime il Giappone ricorse alle armi diplomatiche, ma il 15 luglio i sovietici respinsero  la richiesta che le truppe russe venissero ritirate. Per i Giapponesi la situazione non era priva di difficoltà. In Cina si stava preparando una grande operazione per la presa di Wuhan e Hankow. I giapponesi avevano già attinto alle «riserve antisovietiche» create per intraprendere operazioni contro l’URSS, e le loro forze in Corea erano qualitativamente assai al di sotto del livello dell’Armata del Kwantung [che si trovava dislocata nel Manciukuo]. Dal punto di vista sia strategico sia tattico, essi erano in svantaggio; ma naturalmente non potevano regalare l’altura ai sovietici, e il 19 luglio, previa approvazione del governo di Tokyo, truppe nipponiche di fanteria e di cavalleria venero trasferite sull’argine occidentale, presso il Changkufeng. Il 26 luglio, dopo avere esaminato attentamente la situazione, il comando giapponese decise di concentrare le forze sul Tumen sul lato opposto all’altura. Uomini politici e diplomatici non avevano più nulla da fare, fuorché aspettare di vedere che cosa sarebbe accaduto.

Quel che i giapponesi videro il mattino del 29 non fu molto rassicurante: su un altro massiccio chiamato Shachaofeng, poco più di un chilometro a nord del Changkufeng, aveva fatto la sua apparizione un altro piccolo contingente di truppe sovietiche, che già stava incominciando a scavare. Il comandante della 19a Divisine di Fanteria, generale Suetaka, ordinò che gli intrusi venissero scacciati. Secondo la versione sovietica, il tenente P. F. Tereškin e dieci guardie di frontiera furono attaccati da «forse una compagnia» di soldati giapponesi. Lo stesso giorno dalle truppe che presidiavano il Changkufeng vennero distaccati rinforzi che cacciarono dallo Shachaofeng le truppe nipponiche che a loro volta ne avevano cacciato la pattuglia sovietica. Il tempo era cattivo, c’era nebbia e pioveva. Durante la notte, avendo avuto il permesso di impegnare le truppe sovietiche, il generale Suetaka trasferì sulla sponda orientale del fiume un paio di battaglioni di fanteria, con artiglieria e soldati del genio, e sferrò un attacco notturno contro il Changkufeng.

Gli accaniti combattimenti che si svolsero nella notte del 31 luglio e il 1° agosto diedero ai giapponesi una vittoria tattica: i russi furono scacciati dalle alture e i giapponesi penetrarono per quattro chilometri in territorio sovietico. A questo punto il comandante della 19a Divisione chiese il permesso di presidiare le alture con truppe più numerose, in modo da poter respingere un eventuale attacco sovietico; il comandante d’armata Nakamura negò il permesso considerando chiuso l’incidente. Doveva accorgersi presto che questa non era l’opinione del comando sovietico, che trasferì nella zona di operazioni la 40a Divisione Fucilieri. A causa del tempo cattivo e della fretta con cui venne improvvisato il contrattacco, gli sforzi della 40. Divisione non furono coronati dalla vittoria; l’insuccesso dimostrò che le forse sovietiche non erano in grado di svolgere il compito loro assegnato, benché i russi continuassero gli attacchi. Il 4 agosto Litvinov fece sapere a Shigemutsu che i combattimenti sarebbero potuti cessare a condizione che venisse «ripristinata approssimativamente la situazione esistente prima del 29 luglio».

Fin allora la stampa sovietica, nel dare notizia della battaglia, aveva parlato del Fronte della Bandiera Rossa d’Estremo Oriente, il che dimostra che al comando c’era ancora Blücher; ma l’ultima fase delle operazioni venne svolta dalla 1a Armata Indipendente della bandiera Rossa d’Estremo Oriente al comando di G. Štern. Presumibilmente Blücher rimase dunque al suo posto fino al 6 agosto, e ne fu rimosso a quella data o poco dopo. (…)

Štern impegnò nelle operazioni, che andavano rapidamente crescendo in intensità, il 3°. Corpo Fucilieri (40a e 32a Divisione). Arerei sovietici fecero sortite sulla linea del fronte e sorvolarono le retrovie coreane e mancesi colpendo bersagli in profondità, compiendo in cinque giorno un totale di circa 700 sortite; i giapponesi non impegnarono però i loro aerei contro quelli russi. Suetaka, che accarezzava l’idea di lanciare un’offensiva contro la Siberia, ricevette l’ordine di non fare nulla del genere; anche al comando sovietico furono impartite precise istruzioni di agire con cautela. Entrambe le parti respinsero le più ovvie soluzioni militari in favore di altre intese a contenere il conflitto entro limiti ristretti. Il contrattacco sovietico, che doveva svolgersi con l’appoggio delle artiglierie, dei carri armati e dell’aviazione, fu fissato per il 6 agosto; la 32a Divisione avrebbe attaccato da nord, la 40a da sud. La mattina del 6, la scarsa visibilità e il tempo cattivo impedirono agli apparecchi sovietici di alzarsi in volo. La preparazione d’artiglieria durò solo mezz’ora: stranamente poco, quando si consideri la cera con cui le artiglierie erano state disposte. I carri armati, ostacolati dalla natura paludosa del terreno e tenuti in scacco dalle artiglierie anticarro giapponesi, non poterono prendere parte alla battaglia. La fanteria sovietica dovette quindi andare all’attacco da sola,  affrontando direttamente le difese giapponesi: non c’è da stupirsi che l’attacco fallisse. Dal 7 al 9 agosto la battaglia infuriò accanitissima. Entrambe le parti, nonostante la cura posta inizialmente a contenere le operazioni entro limiti ristretti, rafforzarono le loro truppe: la divisione di Suetaka fu concentrata per intero nella zona d’operazione, e la 104.a Divisione (dell’Armata del Kwantung) – allora distaccata nella Cina meridionale – ricevette l’ordine di raggiungere la Manciuria nord-orientale. Benché l’8 i giapponesi intercettassero un messaggio al quartier generale sovietico in cui si annunciava che le perdite sovietiche erano gravi e che c’era da aspettarsi che raddoppiassero, anche i sovietici fecero affluire nella zona rinforzi fino a un totale di 27 battaglioni di fanteria, parecchi reggimenti d’artiglieria e carri armati. A questo punto i giapponesi dovevano o gettare nella battaglia altri rinforzi, o chiedere una tregua: scelsero la seconda alternativa, e si giunse ad un accordo per cessare il fuoco a mezzogiorno dell’11 agosto.

Le truppe sovietiche avevano superato la prova assai brillantemente, soprattutto quando si pensi che avevano appena subito una purga severissima. Rinunciando finalmente a ogni tentativo di finesse, i comandanti sovietici lanciarono le loro truppe in disperati assalti frontali. A giudicare dall’intensità estrema della preparazione politica delle truppe, il morale di queste aveva dato luogo a qualche timore; ma nel complesso tutto funzionò piuttosto bene. La battaglia confermò alla prova dei fatti la validità dei principi espressi nel PU-36: peccato che quasi tutti gli autori dei regolamenti fossero stati fucilati.  L’aviazione (sia pur tenuto conto del fato che non aveva incontrato nessuna resistenza) aveva svolto la sua missione di attaccare «in tutta la profondità delle posizioni nemiche»; ma là dove il nemico era ben trincerato e truppe e cannoni ben protetti, l’aviazione da sola non era riuscita a indebolirne effettivamente le difese: occorreva un massiccio lavoro d’artiglieria per creare le condizioni necessarie al successo degli attacchi di fanteria e di cavalleria. Al Lago Chasan, i sovietici avevano avuto a disposizione troppo pochi cannoni; senza la debita coordinazione con l’artiglieria, e nell’assenza dei necessari reparti del genio, i carri armati s’erano trovati ala mercé dei cannoni anticarro e non erano stati in gradi di appoggiare la fanteria. Quella «cooperazione di tutte le armi»su cui Tuchacevskij aveva sempre insistito era mancata nelle operazioni del Lago Chasan; ela fanteria sovietica aveva pagato care sua questa mancanza di cooperazione, sia le deficienze di addestramento tattico – specialmente ai livelli di plotone e di compagnia – che avevano sempre rappresentato uno dei punti più deboli dell’Armata Rossa. Questa volta l’Armata Rossa pagò questi difetti a prezzo di vite umane, perché i giapponesi non erano osservatori stranieri, e le truppe sovietiche non stavano facendo le manovre ma erano impegnate in una vera battaglia.

Tuttavia i giapponesi furono costretti a riconoscersi sconfitti dai russi, che avevano sfruttato fino all’ultimo i vantaggi offerti loro dalle difficoltà contro cui i giapponesi stavano lottando in Cina, e dal fatto che la Germania era impegnatissima in Occidente. Ma i vincitori erano stati vinti, simultaneamente, dall’NKVD, e in questa battaglia interna e unilaterale il comando di Blücher aveva subito perdite gravissime. Quanto allo stesso Blücher non c’è modo di sapere con certezza a quale data sia stato rimosso dall’Estremo Oriente e trasferito a Mosca. In ogni modo, il 9 novembre 1938 era morto. Molto probabilmente questo maresciallo proletario, soldato, diplomatico, signore della Siberia Orientale, fu vittima di una lunga e micidiale congiura, in cui dovettero avere parte sia Mechlis sia Vorošilov. Per Blücher, non si parò di tribunali; la sua morte non fu accompagnata da accuse né da ordini del giorno, ma solo da un silenzio assoluto, totale, che non fu ritto per vent’anni.

In Europa giunse appena un’eco della campagna russo-giapponese del Lago Chasan, perché l’attenzione dei governi, degli  stati maggiori e dell’opinione pubblica era concentrata su altre vicende. In marzo le truppe tedesche avevano realizzato l’Anschluss, con il via libera di Mussolini che, solo quattro anni prima, aveva fatto fallire un analogo tentativo, concentrando le sue divisioni al Brennero. In settembre sarebbe esplosa la crisi cecoslovacca, poi risolta – mediante la cessione dei Sudeti – dalla Conferenza di Monaco fra Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier, dalla quale furono esclusivi i rappresentanti del governo di Praga e cui non vennero invitati quelli sovietici. Si respirava già nell’aria l’odore di una seconda guerra mondiale, nonostante che non esistesse allora in Europa – neppure in Germania – quella atmosfera di esaltazione patriottica e bellicista che aveva caratterizzato l’estate del 1914.

Per queste ragioni, le vicende dell’Estremo Oriente passarono quasi inosservate nelle capitali occidentali, e la stampa internazionale non ne parlò molto. Del resto, c’era già la guerra cino-giapponese che faceva notizia; una guerra che il governo di Tokyo aveva iniziato a cuor leggero, senza neppure dichiararla, ma che stava assorbendo una quantità sempre più ingente di uomini e mezzi e che minacciava di durare ancora molto a lungo.

Se gli osservatori occidentali avessero seguito con maggiore attenzione gli avvenimenti lungo la frontiera settentrionale della Corea e del Manciukuo, forse non avrebbero commesso l’errore di sottovalutare il potenziale combattivo dell’Armata Rossa, a dispetto delle «purghe» staliniane che ne avevano decimato i comandi. La campagna d’inverno contro la Finlandia, nel 1939, sembrò confermare la scarsa efficienza della macchina militare sovietica, ciò che indusse Hitler a credere di poterla distruggere in una sola campagna estiva, con l’Operazione Barbarossa, nella primavera-estate del 1941.

Tragico errore, che la Germania avrebbe pagato a carissimo prezzo con quasi quattro anni di guerra durissima sul fronte orientale; e, infine, con la caduta di Berlino, con la sconfitta totale e con il crollo del regime nazista.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 2 Agosto 2015

Del 31 Ottobre 2020

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