martedì, 15 Giugno 2021
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La guerra d’Etiopia mise in luce il travaglio dei cattolici francesi verso il fascismo

La guerra d’Etiopia mise in luce il travaglio dei cattolici francesi verso il fascismo. L’Italia rappresentava in quel momento storico una possibile “terza via” mondiale fra capitalismo e comunismo, fra democrazia e anarchia di Francesco Lamendola

La guerra di Etiopia del 1935-36 è piombata come un sasso nello stagno della ipocrisia e della cattiva coscienza delle democrazie plutocratiche e delle loro rispettive opinioni pubbliche, ma più ancora delle loro intellighenzie, provocando accese discussioni ed aspre divisioni, che non si placarono del tutto nemmeno dopo la fine della “guerra dei sei mesi”, ma si prolungarono per molti anni ancora.

Un caso a sé, in tale contesto, una specie di dramma nel dramma, è rappresentato dal dibattito che si accese all’interno del mondo cattolico, particolarmente in quello della Francia, visto che in Italia, stante la dittatura fascista, un vero dibattito non vi fu, né avrebbe potuto esserci; e che nella Penisola Iberica stavano covando i germi di ben più gravi ed urgenti sviluppi alle tensioni sociali e politiche interne, che sarebbero ben presto sfociate nella guerra civile spagnola.

La società francese, negli anni ’30 del Novecento, rifletteva ancora la profonda spaccatura verificatasi con l’avvento dell’illuminismo e, poi, della Rivoluzione del 1789: c’era una Francia rurale, cattolica, conservatrice, potenzialmente o esplicitamente antisemita, con alcune nostalgie monarchiche e molta diffidenza verso gli istituti della democrazia borghese, e che guardava con una certa simpatia al fascismo (non al nazismo) e lo considerava una utile diga contro il dilagare del bolscevismo; e c’era una Francia progressista, gauchista, radicale, massonica, desiderosa di “portare a termine” l’opera dell’89, ossia di spazzar via anche quel poco che restava della presenza cattolica nella società, e specialmente nelle campagne.

Questa spaccatura si rifletteva anche all’interno del mondo cattolico, il quale, a sua volta, si era sempre più diviso in un’ala progressista ed un’ala tradizionalista. Oggetto principale del contendere: la posizione da assumere nei confronti del mondo moderno, della civiltà industriale, tecnologica e finanziaria del XX secolo; in altre parole, la questione posta da Pio IX con il Sillabo, fin dal’8 dicembre del 1864. In particolare, si trattava di decidere la linea di condotta da tenere nei confronti della democrazia parlamentare, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato, sia in un caso che nell’altro, cioè sia di accettazione che di rifiuto. In fondo, le simpatie per il comunismo o per il fascismo, da parte di alcuni ambienti cattolici francesi, e non solo francesi, si spiegano anche tenendo presente questo fatto: che, nell’Europa del 1935, la democrazia parlamentare non era ancora assurta, come lo è oggi, allo status di unica ideologia politica ed unica forma di governo politicamente, umanamente, moralmente legittima: esistevano ancora dei margini di dubbio, e, di conseguenza, esistevano anche occasioni di scontro fra quei cattolici che avevano deciso di sposare l’ideologia democratica, pur con i suoi difetti e le sue storture, considerandola come un punto di non ritorno nella evoluzione delle società occidentali; e quelli che non l’avevano mai accetta intimamene, e che, al pari del liberalismo, del socialismo, del comunismo, la consideravano, come aveva ammonito Pio IX, una fase transitoria della follia moderna, destinata ad essere superata e sostituita da qualcosa di più consono agli ideali cristiani, di meno materialista e di meno invischiato nel malinteso dell’egualitarismo tout-court. La guerra d’Etiopia giunse in buon punto per mettere in luce e far esplodere apertamente queste tensioni, rimaste per lo più sotterranee.

Ha scritto René Remond nel saggio Il fascismo italiano visto dalla cultura cattolica francese (in: Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica dei cattolici nel ‘900, a cura di Giuseppe Rossini; Bologna, Società editrice Il Mulino,1972, pp. 23-25):

Dai primi giorni le divergenze si manifestano chiaramente. Il gran problema è allora per la diplomazia francese è decidere se combatterà perché siano applicate all’Italia le sanzioni decise dalla Società delle Nazioni contro la nazione che si renda colpevole di aggressione contro un altro membro dell’organizzazione. La riposta a questa domanda implica un giudizio sull’operazione militare sferrata da Mussolini: è un’aggressione caratterizzata o un atto di legittima difesa giustificato dalle incursioni degli Etiopi alla frontiera con l’Eritrea? [In realtà, alla frontiera con la Somalia: come si vide nell’incidente di Ual Ual, nell’Ogaden il 5 dicembre 1934, motivo occasionale della guerra italo-etiopica.] In altri termini, invadendo L’Etiopia, l’Italia non ha fatto che usare il suo diritto di espansione, come prima di lei avevano fatto le altre nazioni europee, o ha deliberatamente messo in opera un piano di guerra? È il problema del diritto di colonizzazione che viene evocato, e le posizioni prese provengono in gran parte dal giudizio espresso sull’espansione coloniale. La simpatia o la diffidenza verso il regime fascista finisce di determinare i contegni.

Fin dai primi giorni un gruppo di cattolici di destra prende l’iniziativa di redigere un manifesto per affermare la sua solidarietà attiva con l’Italia e il rifiuto delle sanzioni. Il manifesto si intitola in maniera assai significativa: “Per la difesa dell’Occidente e la pace in Europa”. Il ricorso alle sanzioni rischia di provocare una guerra europea. La Francia ha un debito di riconoscenza nei confronti di una nazione che ha contribuito alla difesa del nostro suolo invaso. Soprattutto, nel conflitto che sta per scoppiare, l’Italia difende la civiltà contro “un aggregato di tribù ignoranti”. Essa rappresenta l’eredità secolare dell’Occidente. “Ginevra presta i temibili alibi di un falso universalismo giuridico che mette sul piede di uguaglianza il superiore e l’inferiore, la civiltà e la barbarie. I risultati di questo furore di uguaglianza che confonde tutto e tutti, noi li abbiamo sotto gli occhi; perché è in suo nome che si formulano le sanzioni che per ostacolare la conquista civilizzatrice di uno dei paesi più arretrati del mondo (dove il cristianesimo stesso è rimasto senza azione), non esisteranno a scatenare una guerra universale, a coalizzare tutte le anarchie, tutti i disordini, contro una nazione dove si sono affermate, riedificate, organizzate, fortificate dopo quindici anni, alcune delle virtù essenziali della superiore umanità”. Si noterà tra parentesi l’omaggio reso al fascismo per la parte che gli si attribuisce nell’affermazione dei valori più alti; né si potrebbe mancare più di notare l’opposizione al dogma democratico dell’uguaglianza. Di fatto l’ispiratore del manifesto, Henri Massis, proviene dall’Action Français. Per prevenire “un attentato irremissibile contro la civiltà dell’Occidente” gli autori del testo si appellano “a tutte le forze dello spirito”. Molte centinaia di firme si iscrivono sotto il manifesto; non provengono tutte da cattolici convinti, ma la maggior parte erano conosciuto come tali: scrittori, accademici, anche prelati come Mgr. Baudrillart, rettore dell’Istituto Cattolico. Non è eccessivo dire che l’intelligenza cattolica di destra si raccolse tutta intera sulle posizioni definite dal Manifesto degli Intellettuali per la difesa dell’Occidente.

L’iniziativa ne suscitò altre, di diversa ispirazione. È così che gli intellettuali, il cui pensiero era vicino alla democrazia cristiana, si unirono su un “Manifesto per la Giustizia e la Pace”. È ingiusto rimproverare a quelli che vogliono il rispetto della giustizia di fomentare una nuova guerra. “Non è perché ci si rifiuta di approvare Mussolini che ci si presta ad accettare una tale sciagura”. Ma l’attaccamento alla pace non deve mai condurre a rinnegare le esigenze della coscienza morale. Ora l’aggressione italiana ferisce questa coscienza. Lungi che si possa invocare la civiltà per legittimare l’iniziativa d Mussolini, è lui che mette in pericolo la civiltà.

“Bisogna considerare come un disastro morale che i benefici della colonizzazione occidentale siano manifesti a questo popolo, con uno strepito ineguagliato, per la superiorità dei suoi mezzi di distruzione messi al servizio della violenza, e che si pretende con questo che le violazioni del diritto di cui testimonia una tale guerra divengano veniali sotto il pretesto che si tratta di un’impresa coloniale. È la civiltà occidentale, ella stessa che è minacciata qui, e più le siamo attaccati più ci sentiamo tenuti a protestare contro i costumi che le fanno abdicare la sua più alta ragione di essere e che sono adatti a renderla odiosa all’universo”. I redattori del Manifesto si scagliarono inoltre contro “il sofisma dell’ineguaglianza”. Passare come hanno fatto gi autori del manifesto avverso dalla constatazione dell’ineguaglianza di sviluppo tra le nazioni alla “affermazione di una ineguaglianza essenziale che delega alcune razze o nazioni al servizio di altre… questo è paganesimo puro”. L’accusa va lontano nel 1935, davanti al razzismo hitleriano.

Questo secondo manifesto che apparve sulla “Vie Catholique” il 19 ottobre 1935, prima di essere riprodotto nell’”Esprit” del mese di novembre, raccolse le firme degli intellettuali vicini all’”Aube”, ad “Esprit”, alla “Jeune Republique”, a “Sept”. La controversia si prolungò per molti mesi, continuando ad opporre le pubblicazioni cattoliche le une alle altre. La “Croix” pendeva piuttosto dal lato di quelli che si rammaricavano che l’Italia avesse scompigliato la morale internazionale, tanto che la “France Catholique”, che era l’organo della Fédération Nationale Catholique fondata nel 1924 dal generale Castelnau per fare scacco ai progetti anticlericali del governo del Cartello delle sinistre, non dissimulava che le sue simpatie andavano piuttosto al lato dell’Italia. La fine delle operazioni militari e l’annientamento della resistenza armata degli Etiopi nel maggio 1936 privarono improvvisamente il dibattito dei suoi riferimenti circostanziali e gli tolsero tutta l’attualità. Ma non soppressero il fondo della controversia e meno ancora i punti di disaccordo…

È chiaro che i due manifesti, quello a favore dell’Italia e quello a favore della Società delle Nazioni, erano anche dei manifesti pro o contro il fascismo e Mussolini, in un momento storico in cui il fascismo non rappresentava solo l’Italia, ma una possibile “terza via” mondiale fra capitalismo e comunismo, nonché fra democrazia e anarchia; ma è altrettanto chiaro che erano entrambi espressioni di dinamiche interne alla società francese e al mondo cattolico, sia francese, sia europeo (e anche statunitense), i cui interlocutori non erano solo al di fuori dei confini della propria nazione, ma anche all’interno. Gli ispiratori del manifesto filo-italiano guardavano all’opinione pubblica francese moderata, ostile all’alleanza o alla convergenza con le forze di sinistra che, nel 1936, avrebbero dato luogo ai Fronti Popolari; gli altri – il filosofo Jacques Maritain e il romanziere François Mauriac, oltre al filosofo Maurice Blondel – guardavano all’opinione pubblica francese progressista, ai cattolici sociali, a quell’anima di sinistra del mondo cattolico che, ormai, si andava delineando con chiarezza, come risultato di una crescente apertura di credito, da parte dei “progressisti”, nei confronti della già deprecata società moderna e delle sue nuove ideologie politiche. Così, se ai cattolici italiani faceva velo, nel giudizio sulla guerra di Etiopia, il passo clamoroso compiuto dal regime fascista con la stipulazione del Concordato con la Chiesa cattolica, che sanava un contenzioso pluridecennale fra lo Stato italiano e la Chiesa stessa – è certo che a quelli francesi faceva difetto una coscienza autocritica del colonialismo francese, che pure era stato animato e giustificato, più o meno sinceramente, più o meno esplicitamente, anche da motivazioni di ordine religioso e missionario, ossia la conversione al cattolicesimo di numerose popolazioni africane ed asiatiche tuttora pagane o seguaci di altre religioni, come l’islamismo (e padre Charles de Foucauld, l’apostolo dei Tuareg, assassinato nel 1916 dai predoni del Sahara, aveva vaticinato che o la Francia avrebbe convertito gli islamici delle sue colonie, oppure sarebbero stati loro a sottomettere, prima o poi, i cristiani). Infatti, se una delle note preferite della propaganda fascista fu, in quella occasione, il dovere morale, per l’Italia, di abolire la schiavitù e civilizzare l’Etiopia, Paese cristiano, sì, ma fermo alla società feudale, in Francia echeggiò, pro o contro, il riflesso di tale polemica sul diritto/dovere degli Stati europei di portare la civiltà ai popoli di colore.

Pertanto, nel 1935-36, molti – ma non tutti – avevano abbastanza chiaro quale fosse la posta in gioco, sia nell’opinione dei cattolici francesi, sia un quella dei cattolici di tutto il mondo: non solo e non tanto l’indipendenza dell’Etiopia, Paese membro, a tutti gli effetti, della Società delle Nazioni (il cui ingresso in tale organizzazione, peraltro, era stato patrocinato proprio dall’Italia), ma la liceità di nuove conquiste coloniali e, più in generale, la ragionevolezza – o meno – della pretesa, da parte delle nazioni superiormente organizzate, di sottomettere e incivilire le popolazioni arretrate del Sud del mondo. È difficile credere, ad esempio, che all’opinione pubblica francese, cattolica e no, sfuggisse una cosa evidente, se pure imbarazzante, ossia che l’Italia stava facendo, allora, quel che la Francia aveva fatto nel secolo precedente: ritagliarsi un impero coloniale basato non sulla forza del diritto, ma sul diritto della forza, legittimato a posteriori con tutte le nobili ed enfatiche argomentazioni a proposito della civiltà (il poeta inglese Rudyad Kipling, come è noto, aveva evocato il white’s man burden, il fardello dell’uomo bianco).

La Francia, prima potenza coloniale nel continente africano, non sazia di poter disporre del suo immenso bottino, con il trattato di Versailles del 1919 aveva voluto accrescerlo ulteriormente mediante la finzione giuridica dei “mandati” (parti del Togo e del Camerun, già colonie tedesche, in Africa; più il Libano e la Siria, già province dell’ex Impero ottomano), assegnati proprio dalla Società delle Nazioni per essere avviati ad una ipotetica indipendenza; e un analogo, pantagruelico bottino aveva fatto la Gran Bretagna (con l’ex Africa Orientale Tedesca, che le permetteva di realizzare il sogno di Cecil Rhodes di dominare ininterrottamente dal Cairo al Capo). Nazioni imperiali sazie e soddisfatte, la Francia e la Gran Bretagna desideravano la pace: vale a dire che desideravano godersi in tutta tranquillità lo sfruttamento dei loro imperi, delle materie prime e della manodopera. Quel che le irritava profondamente nell’attacco italiano contro l’Etiopia, e che le spinse a varare la politica delle sanzioni (la quale, fra le altre cose, spinse Mussolini nelle braccia di Hitler, cosa ancora evitabile nel 1935, al tempo del fronte di Stresa), era, da un lato, il fatto che venisse compiuta fuori tempo massimo, quando ormai la fase ascendente, e moralmente giustificabile, degli imperi coloniali europei era finita; dall’altro, il porsi del’Italia come grande potenza e con una politica spregiudicata e aggressiva, senza più soggezione alcuna nei confronti delle democrazie, ma decisa a far valere i suoi diritti nel proprio scacchiere geopolitico. In altre parole, i cattolici francesi non potevano non vedere che non vi era alcuna sostanziale differenza fra l’aggressione italiana all’Etiopia e l’aggressione francese all’Algeria, o al Marocco, o al regno indipendente del Madagascar, con la sola differenza di avvenire in ritardo, nel contesto di una sensibilità politica internazionale che si era fatta molto più attenta alle ragioni del versante extra-europeo della storia mondiale.

Al fondo del contrasto e delle polemiche tra i cattolici francesi circa la guerra italiana in Etiopia, si agitavano, dunque, altre domande, ben più profonde, ben più spinose: è lecito giustificare la diffusione della civiltà, e la diffusione del cristianesimo stesso, mediante guerre di conquista ai danni di popoli non europei? È lecito, per il cristiano, schierarsi (o non schierarsi) apertamente a proposito di simili questioni, non solo etiche, ma apertamente e smaccatamente ideologiche e politiche, legate alla contingenze sociali, economiche, culturali, ed espressione caratteristica di un sentire politico, che, col cristianesimo in quanto tale, forse non dovrebbe entrarci? Come si vede, sono questioni cruciali e di portata universale; né stupisce che, oggi, anche se con maschere diverse, esse tornino ad interpellare la fede dei cristiani con altrettanta, se non maggiore, intensità di allora. Il cristiano dei nostri giorni deve stare, sempre e comunque, dalla parte degli ultimi, dei più poveri, dei più bisognosi? E, se sì, esiste un’unica strada per manifestare tale solidarietà, ossia quella della accoglienza indiscriminata di milioni e milioni di profughi veri e falsi, entro i confini delle nazioni d’Europa? E fino a che punto un cristiano, e magari un sacerdote, può spingersi, per manifestare questa “opzione preferenziale per i poveri”, nei loro Paesi di origine, o anche al di fuori di essi? Fino al punto di imbracciare un fucile o un mitra, come hanno fatto certi preti dell’America Latina? O fino al punto di tenere a battesimo una nuova teologia, la “teologia della liberazione”, nella quale si accoglie, sostanzialmente, l’analisi marxista dell’economia e della società, per proclamare, poi, che la Chiesa cattolica deve stare accanto ai poveri, anche se essi prendono le armi e cercano d’imporre con la violenza rivoluzionaria il loro senso di giustizia? In ultima analisi, è l’idea forte di un cristianesimo politicizzato che viene posta in gioco dall’azione italiana in Etiopia.  Da allora, gli scenari della storia mondiale sono profondamente mutati, ma il fondo del problema resta sempre lo stesso: la pretesa di una minoranza di esseri umani, padroni di quasi tutti gi strumenti del potere finanziario e anche militare, di vivere sulle spalle di una maggioranza sfruttata, ora in maniera dolce (Europa), ora in maniera dura (Terzo Mondo). Ora, non è detto che nel 1935 l’Italia appartenesse, in tutto e per tutto, alla minoranza egoista e sfruttatrice; né che il fascismo (non ancora alleato del nazismo) fosse, di per sé, una ideologia più incompatibile col cristianesimo, di quanto lo fosse, ad esempio, il comunismo. Che significa, poi, lottare in difesa della civiltà? E chi lo sta facendo, oggi?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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