sabato, 25 Settembre 2021
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La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora

La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora. L’epopea polinesiana sulla rotta del Polo Sud. Una monografia per ricostruire uno dei capitoli più affascinanti e meno conosciuti della storia delle esplorazioni geografiche di Francesco Lamendola  

 (Articolo pubblicato sul volume 2, giugno 1988, de “Il Polo”, rivista trimestrale dell’Istituto Geografico Polare Silvio Zavatti”, pp. 12-37).

INTRODUZIONE.

      In questa monografia si tenta di ricostruire uno dei capitoli più affascinanti  e meno conosciuti della storia delle esplorazioni geografiche: il viaggio che il navigatore polinesiano Hui-Te-Rangi-Ora avrebbe compiuto da 1.200 a 1.400 anni fa, spingendosi da Rarotonga, nelle Isole Cook,  fino alle soglie del continente antartico.

      Diciamo “avrebbe” compiuto perché l’impresa è narrata dalla tradizione orale di quell’isola e nessun elemento di prova tangibile potrà essere addotto per confermarla.. Siamo dunque nel campo delle ipotesi. Esistono però delle ragioni positive – che in queste pagine cercheremo di illustrare – per considerare le tradizioni di Rarotonga con la massima serietà. Anzi, dopo aver vagliato attentamente la questione, siamo giunti alla conclusione che il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora fu certamente possibile, pur rivestendo carattere di assoluta eccezionalità rispetto agli altri grandi viaggi polinesiani, tutti effettuati nei caldi mari tropicali del Pacifico. E oltre che possibile, forse addirittura probabile: ma su ciò giudicherà il lettore.

       Certo è che l’epopea marinara di Hui-Te-Rangi-Ora e dei suoi ardimentosi compagni, i cui nomi sono caduti nell’oblìo, rivoluziona tutte le nostre certezze sulla storia dell’esplorazione antartica.

       Secondo la cronologia universalmente accettata dagli studiosi occidentali, l’Antartide fu avvistata per la prima volta nel 1820 dall’inglese E. Bransfield (1), mentre il primo sbarco sulla terraferma ebbe luogo solo nel 1895 ad opera del capitano norvegese L. Kristensen (Zavatti, 1974). Il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora si colloca invece nel VII od VIII secolo dell’era volgare; e anche se il navigatore polinesiano non poté avvistare il continente australe, perché fermato dalla barriera di ghiaccio, la sua impresa ci riporta indietro di almeno mille anni rispetto alle prime spedizioni antartiche di Bouvet de Lozier, Kerguelen-Trémarec e Cook. (2)  Già solo per questi raffronti essa può sembrare incredibile: ma bisogna tener conto che i Polinesiani, percorrendo la sterminata distesa del Pacifico fino all’isola di Pasqua e, molto probabilmente, fino alle coste americane (Buck, 1961), si rivelarono i più valorosi navigatori d’ogni tempo, al punto da far impallidire le imprese dei Vichinghi e dei Fenici. Questi ultimi furono essenzialmente dei navigatori costieri:  quelli furono signori delle immensità oceaniche.

       Anche per la storia dell’Antartide, del resto, siamo in realtà ben lungi dal possedere un quadro esauriente e privo d’interrogativi. Sappiamo che in lontane epoche geologiche quel continente, per la diversa posizione del Polo, godette di un clima temperato e perfino sub-tropicale (Wegener, 1976). Oggi però si è accertato che la fine di quelle condizioni climatiche sopraggiunse molto più tardi di quanto un tempo si credeva,  addirittura alle soglie del’epoca storica. La spedizione antartica italiana del 1976, guidata da Renato Cepparo, ha scoperto nell’isola di King George  (Shetland Australi) una foresta fossile che ancora 12.000 anni or sono ricopriva quelle terre ora desolate (AA. VV., 1884) Teoricamente, dunque, non solo le piante superiori, ma anche l’uomo – proveniente dal non lontano Sud America – avrebbe potuto stabilirsi nell’Antartide, prima che la morsa dei ghiacci si stringesse definitivamente. (3)

      Prove concrete, per ora, non ve ne sono: tuttavia il capitano C. A. Larsen rinvenne sull’isola Seymour, nel 1893, 50 palle di argilla poggiate su colonnine della stessa materia e disse che “esse avevano tutta l’apparenza di essere state fatte da mani umane”. (Caras, 1964, p. 17) Che dire, poi, della cosiddetta carta di Piri Reis, raffigurante le coste antartiche come dovevano apparie 5.000 anni fa, non solo libere dai ghiacci, ma anche pullulanti di navi? (Caras, 1964).

      L’impresa nautica di Hui-Te-Rangi-Ora non costituisce, dunque, un enigma isolato; essa è uno dei molti misteri che avvolgono il più misterioso dei continenti, l’Antartide. La ricostruzione che ne abbiamo tentata in queste pagine è scientifica, poiché, fatto salvo il carattere ipotetico di essa, si basa su elementi verificabili, quali la direzione dei venti e delle correnti marine, il corso del Sole alle alte latitudini australi, l’esame rigoroso degli elementi contenuti nelle tradizioni di Rarotonga. E tuttavia il quadro che ne risulta pare uscito da un poema epico dell’antichità, né potrebbe essere diversamente, visto che le modeste peregrinazioni di Ulisse nel Mediterraneo, o addirittura, come pare, originariamente nel Ponto Eusino (Mar Nero) (Pareti, 1959), hanno offerto materia al meraviglioso poema omerico. Qui abbiamo infatti a che fare con un viaggio d’alto mare di 7.000 chilometri ed oltre, nel mezzo di una natura ben altrimenti grandiosa e selvaggia.

        Sul viaggio antartico del navigatore polinesiano non esiste, a quanto ci risulta, una bibliografia specifica. I pochi studiosi occidentali che se ne sono occasionalmente occupati non hanno sottoposto ad attenta analisi il materiale orale di Rarotonga. In Italia, poi, anche a causa del limitato sviluippo degli studi etnologici in genere, il nome di Hui- Te-Rangi-Ora, è ai più perfettamente sconosciuto.

       Questa monografia- che, pur nella sua brevità, costituisce il risultato di molti anni di ricerche – vuole quindi colmare una lacuna. Non solo: vuole far presente al lettore occidentale che la storia delle esplorazioni geografiche non fu monopolio degli Europei. Se i libri affermano questo, ciò è dovuto al fatto che il libro non è un veicolo imparziale della cultura, ma è il veicolo della cultura occidentale. Esistono altre culture ed esistono altri veicoli culturali, come, ad esempio, i racconti orali dei vecchi di Rarotonga. Ed esistettero molti altri Ulisse, anche se non ci fu un Omero a cantarne – ma soprattutto a scriverne – le imprese.

LA SCOPERTA ANTARTICA DI HUI-TE-RANGI-ORA.

       Una concezione angusta e presuntuosa del sapere ha indotto per secoli gli Europei a sopravvalutare il  proprio apporto alla civiltà mondiale e a disconoscere o ignorare il contributo degli altri popoli, specialmente di quelli a cultura etnologica (i cosiddetti “primitivi”). Nella storia delle esplorazioni geografiche la prospettiva “eurocentrica” ha fatto sì che “scoperta” e “scoperta da parte degli Europei” divenissero sinonimi.

      Nel caso della scoperta del continente americano, per esempio, la discussione sulla priorità si limita a Colombo, ai Vichinghi, e, magari, ai Fenici (Finzi, 1979); nessuno però ha mai posto in dubbio che l’unica possibile forma di scoperta dell’America sia stata quella proveniente da Est, attraverso l’Atlantico. Eppure nel 499 d. C. pare che un monaco buddhista di nome Hui-Sien abbia raggiunto la costa canadese del Pacifico, partendo dalla Cina, a bordo di una fragile giunca (De La Roncière, 1958). Lo proverebbero alcune monete della dinastia Tai, rinvenute nel 1876 pressoVancouver, nonché le informazioni raccolte nel 1761 da uno studioso francese – il De Guignes – sulla base degli archivi cinesi (Zavatti, 1967).

      Perché, dunque, la scoperta dell’America è considerata tale solo se fatta dai popoli del Vecchio Continente, mentre perde ogni interesse se effettuata partendo da Ovest, cioè dall’Asia? E si potrebbero cirtare molti altri casi del genere.

      Vogliamo ora occuparci di un capitolo tra i più affascinanti e tra i meno conosciuti della storia delle esplorazioni: del viaggio compiuto intorno al VII o all’VIII secolo da un navigatore polinesiano, Hui-te-Rangi-Ora, fino alle solitudini antartiche. Viaggio che purtroppo – diciamolo subito – non sarà forse mai possibile provare con assoluta certezza; e che tuttavia, se riconosciuto come verosimile o addirittura comre probabile, non potrà non rivoluzionare le nostre idee sulla storia delle esplorazioni antartiche.

       La nostra indagine prende le mosse da un’isoletta posta nell’arcipelago polinesiano delle Cook: Rarotonga. I suoi abitanti sono, nella vasta area dell’Oceano Pacifico, quelli che vantano le più antiche genealogie (insieme a gli isolani delle Hawaii e a quelli delle Isole Marchesi. In tutta la Polinesia – e con la sola eccezione dell’isola di Pasqua (4), la scrittura era ignota prima dell’arrivo degli Europei, e tutte le storie relative alle antiche migrazioni degli antenati erano affidate al ricordo e alla trasmissione orale. Il computo del tempo era fatto adoperando le generazioni come unità di misura. Si capisce, quindi, come una datazione precisa risulti oggi, specie per gli avvenimenti più remoti, piuttosto difficile: di qui le differenze di cronologia, a volte notevoli, cui pervengono gli etnologi studiando il medesimo evento.

      La tradizione orale di Rarotonga narra del viaggio compiuto da un navigatore di nome Hui-Te-Rangi-Ora (5), – o, secondo un’altra grafia, ‘Ui-te-rangiora -, il quale salpò in direzione Sud al comando della piroga Te-Ivi-o-Atea. (6) La data del viaggio, per le ragioni viste poc’anzi, è incerta: probabilmente va collocata fra il VII e l’VIII secolo. (7)

      A quell’epoca molti arcipelaghi orientali e settentrionali della Polinesia non erano ancora abitati perché sconosciuti. Le isole Tonga e le Samoa, per esempio, erano popolate almeno dal 500 a. C., ma Tahiti non venne scoperta che verso il 200 d. C., e le Hawaii accolsero il primo insediamento umano solo nel 1.004, come indica il radiocarbonio (Emory, 1964).

      I viaggi d’alto mare, in cerca di nuove sedi per la eccedente popolazione polinesiana, ersano dunque nella loro epoca aurea. Al contrario, quando gli Europei penetrarono in forze nel sud Pacifico, essi non erano più che un pallido ricordo. I Polinesiani si erano sedentarizzati: perfino dei valorosi marinai come i Maori avevano abbandonato del tutto la navigazione d’altura, e le basi economiche della loro società si erano spostate dalla pesca all’agricoltura. (8)

      Il celebre etnologo Peter Buck, figlio di un neozelandese britannico e di una principessa maori (il suo nome indigeno era Te Rangi Hiroa), visitò Rarotonga nel 1909  (per tornare poi alle Isole Cook vent’anni dopo) e potè raccogliere dalla viva voce degli anziani il racconto relativo a quel viaggio stupefacente. Egli stesso, però, dovette constatare che nelle genealogie di Rarotonga  comparivano taluni elementi di origine dubbia, probabilmente interpolati dopo l’arrivo degli Europei. Ciò significa che il materiale storico offerto dalle tradizioni orali deve essere vagliato con attenzione e non può venire accolto in toto acriticamente.

      Nel caso che ci interessa, d’altra parte, non si vede in base a quale criterio sia possibile metterne in dubbio la sostanziale autenticità. Quale ragione potevano avere gli anziani di Rarotonga per inventare un fatto così fuori del comune e, come vedremo, così preciso, pur nella descrizione di particolari assolutamente estranei alla loro sfera abituale d’esperienza? Vennero forse influenzati da qualche racconto dei balenieri o dei cacciatori di foche, che nel XIX secolo frequentavano intensamente gli arcipelaghi polinesiani, facendone le basi di partenza per le loro battute di pesca verso il lontano Sud?

      È possibile, naturalmente. Tuttavia, è lecito mettere in dubbio un fatto storico in base a una teoria non meno indimostrabile del fatto medesimo?

      Citeremo a questo proposito il parere di uno dei massimi esperti di questioni polari, ed esploratore polare egli stesso,  purtroppo recentemente scomparso: Silvio Zavatti.

     Nell’ormai lontano 1975, in risposta al quesito postogli da chi vi sta ora parlando circa il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora, egli scriveva testualmente: “Mi dispiace di non poterle dare indicazioni più ampie sul viaggiatore polinesiano. Non esistono naturalmente lavori storici, ma soltanto leggende di quel popolo nelle quali si ricorda quel viaggio. Il dubbio espresso nel quadro cronologico (9)  è dato dal fatto che è un po’ incredibile che con una piroga dell’epoca sia stato possibile un tale viaggio. Ma non è neppure da escludere!” (10)

      Ma esaminiamo da vicino gli elementi principali contenuti nel racconto relativo al viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora. Essi si riducono a sei:

1)    la traversata del mare detto Tai-rua-keko, e l’avvistamento degli scogli che sorgono da esso;

2)    i “lunghi capelli” fluttuanti sulla superficie delle onde;

3)    il mare trasformato in una vastissima distesa di pia, quasi una specie di schiuma bianca;

4)    l’animale misterioso capace di tuffarsi nelle profondità oceaniche;

5)    l’arrivo in una regione buia, non più illuminata dal Sole, e infine:

6)    il mare costellato di ripidi scogli bianchi, dalle pareti nude e totalmente prive di vegetazione.

      Tutti gli altri elementi utili alla ricostruzione del viaggio debbono essere dedotti da questi: a cominciare dal fatto che la “scoperta” di Hui-Te-Rangi-Ora non andò perduta e che la sua piroga fece felicemente ritorno in patria, raddoppiando la già lunghissima distanza di oceano aperto percorsa nel viaggio di andata.

      Questi sei tratti salienti della tradizione orale non appaiono di troppo difficile interpretazione.

     I “lunghi capelli fluttuanti” furono evidentemente delle masse più o meno estese di alghe  brune alla deriva sul mare. Esse sono caratteristiche delle acque fredde, e ciò spiega il fatto che nessuno a bordo della Te-Ivi-o-Atea  le avesse mai vedute prima, nelle acque familiari delle isole Cook.

      La vasta distesa di pia arrowroot – una pianta alimentare ricca di amido, il cui nome scientifico è Tacca pinnatifida (Biasutti, 1941, p. 20) – era il mare ghiacciato della banchisa o di qualche icefield. (11)

      L’animale capace di tuffarsi nelle acque profonde doveva essere il leone marino (12), o l’elefante di mare (Mirounga leonina), oppure il leopardo di mare (Hyarurga leptonix): semprechè, naturalmente, non si trattasse di un pinguino. Tutte queste specie sono assenti nelle acque calde, tropicali delle Isole Cook; mancava dunque ai navigatori polinesiani la possibilità di descrivere il misterioso animale più dettagliatamente. Per essi gli abitanti del mare erono, ovviamente, solo i pesci (includendo in questo termine anche i cetacei e i delfini): il concetto di mammifero pinnipede non rientrava in alcuna realtà loro nota.

      Quanto al “luogo oscuro”, nel quale non si scorgeva il disco del Sole, si tratta chiaramente della lunga notte antartica. E gli alti scogli bianchi e privi di vegetazione non possono esser stati che degli icebergs del Mare di Ross, alla deriva verso il settentrione.

      Abbiamo lasciato per ultima la questione relativa al punto 1, cioè alla traversata del mare Tai-rua-koko e all’avvistamento, in esso, di alcuni scogli. La questione non è secondaria. Se vogliamo cercar di ricostruire la probabile rotta seguita dalla piroga polinesiana, dobbiamo cercare di identificare quegli scogli. Tale identificazione è necessaria per stabilire il meridiano seguito dalla Te-Ivi-o-Atea nella sua rotta verso il Sud. Per la latitudine raggiunta prenderemo invece in esame i punti 3, 5 e 6.

      Circa il mare chiamato Tai-rua-koko dalle tradizioni degli indigeni di Rarotonga, Peter Buck ritiene di poterlo identificare, invero genericamente, come “il mare a Sud di Rapa” (Buck, 1961).  Rapa sarebbe Rapa Iti, la più meridionale delle Isole Australi o Tubuai (Massajoli, 1965), che a loro volta costituiscono l’arcipelago più meridionale della Polinesia.

      Probabilmente il Buck usa la parola “Sud”, in senso piuttostro lato, poiché Rapa è piuttosto a Sud-est di Rarotonga: precisamente, a 144° di longitudine Ovest e 27°38′ di latitudine Sud, mentre Rarotonga è sfiorata dal 160° meridiano di longitudine Ovest e dal 21° parallelo di latitudine Sud circa.

      Se dunque Hui-te-Rangi-Ora volse la prora direttamente verso Sud, non passò per “il mare a Sud di Rapa”, bensì per il mare a Ovest e Sud-ovest di Rapa. Questa sembra essere appunto l’ipotesi avanzata da un altro eminente studioso anglosassone, Elsdon Best.

      Nel 1918 il Best realizzò, a conclusione di una serie di studi sugli antichi navigatori polinesiani, una carta dei viaggi d’esplorazione nell’Oceano Pacifico prima dell’arrivo degli Europei. Compilata per la Geographical Society di New York, essa venne pubblicata dalla Geographical Review per illustrare un dotto articolo intitolato Polynesian navigators. (Best, 1918) In essa è raffigurata la rotta ipotetica della Te-Ivi-o-Atea, che da Rarotonga punta in linea retta verso Sud-Sudest, oltrepassando il 50° parallelo di latitudine Sud all’incirca all’incrocio col 156° meridiano di longitudine Ovest.

      Proprio qui, tuttavia, sorgono le prime gravi difficoltà.

      Attraversando il mare Tai-rua-koko il nostro navigatore e i suoi compagni videro emergere dall’acqua alcuni scogli: questo dice la tradizione relativa al suo viaggio. Ora, se noi prendiamo in esame una carta dell’Oceano Pacifico, constatiamo subito che a Sud delle Isole Cook (e anche delle Tubuai) non vi sono che due gruppi di scogli in tutta la vasta distesa del mare: gli Haymet Reef (approssimativamente a 160° di longitudine Ovest e a 26° di latitudine Sud), quasi sullo stesso meridiano di Rarotonga, e il “festone” Wachussett Shoal-Récif Ernest Legouvé- Maria Theresa Reef (13), che si estende a circa 151° di longitudine Ovest  e fra i 32° e i 37° di latitudine Sud. (14)

      Si tratta di scogliere coralline a fior d’acqua, assai pericolose per la navigazione, smarrite a centinaia e centinaia di chilometri dalla più vicina terra emersa. Se davvero il fragile scafo di tronco d’albero  della Te-Ivi-o-Atea si trovò a passarvi nel mezzo, dovette correre un grave rischio: i banchi di corallo semisommersi sarebbero stati in grado di tagliarlo come una lama di coltello che si affondi nel burro. Non è strano, quindi, che le memorie del viaggio non si siano scordate di tramandare il particolare degli scogli.

      Ma quale dei due distinti gruppi di frangenti, tra loro lontanissimi, sfiorò la piroga  di Hui-Te-Rangi-Ora: quelli occidentali o quelli sud-orientali? È importante cercare di stabilirlo, se vogliamo ricostruire, sia pure approssimativamente, la rotta di quell’antico viaggio oceanico. Nessun’altra isola, nessun altro punto di riferimento stabile potrebbe venirci in aiuto, per la semplice ragione che fra quelle scogliere e il lontanissimo continente di ghiaccio non v’è nulla all’infuori del mare.

      Lo studio delle correnti marine e dei venti in quella zona dell’Oceano Pacifico mostra che giusto all’altezza di Rarotonga la Corrente Equatoriale del Sud compie una conversione in direzione Sud-est, scende all’incirca lungo il 160° meridiano di longitudine Ovest e devia di altri dieci gradi verso Levante, passando al di sopra del 150° parallelo. (15).

      Ciò significa che una imbarcazione a vela, uscendo dal porto di Avarua, sulla costa settentrionale di Rarotonga, e doppiando l’isola in direzione Sud, viene sospinta a Sud-est (16) e passa dapprima accanto agli Haymet Rocks, indi sfila attraverso il “pettine” costituito dall’allineamento: Secche Wachussett- Scogli Ernest Legouvé- Scogli Maria Teresa.

      Quali di questi ultimi Hui-te-Rangi-Ora abbia avvistato esattamente, è impossibile precisare; ma l’importante è aver ricostruito questa prima parte della rotta della Te-Ivi-o-Atea.

      Subito dopo, scampato al pericolo dei frangenti, il navigatore polinesiano dovette affrontare la parte forse più dura della sua traversata: i “quaranta ruggenti”.

      Con questo nome è nota ai marinai di tutto il mondo quella fascia di mare eternamente tempestoso che corre lungo il quarantesimo parallelo di latitudine Sud (Dumas, s. d.). I venti dell’Ovest spazzano tali latitudini con violenza, poiché nessuna terra emersa ne frena la corsa per migliaia e migliaia di chilometri (Cole, 1962). Le onde possono qui raggiungere altezze enormi. Navigatori a vela dei nostri giorni affermano che nel Pacifico meridionale hanno veduto le onde più alte del mondo (Guzzwell, 1971).

      Quanto alte, esattamente? Non sempre si può dare credito ai racconti dei marinai relativi a queste montagne d’acqua, poiché sovente essi sono influenzati da fattori psicologici ed emotivi.  Tuttavia, se studiosi come l’Almagià affermano che – in linea generale – onde oceaniche dell’altezza di 15 metri devono essere considerate del tutto eccezionali (Almagià, 1961), osservazioni scientificamente precise hanno dimostrato l’esistenza di onde alte 22 metri e, probabilmente, anche di più. (Carrington, 1971)

      Lungo i “quaranta ruggenti” del Pacifico, poi, è stato osservato che un veliero in mezzo alla tempesta non può considerarsi al sicuro nemmeno se manovrato con somma perizia, perché anche le onde che lo investono di poppa – e non solo quelle di traverso – sono in grado di disalberarlo ed inondarlo d’acqua. (Guzzwell, 1971)

      Possiamo tentare di immaginarci come la Te-Ivi-o-Atea abbia paurosamente rollato e beccheggiato su quei giganteschi cavalloni, che la sollevavano come un fuscello. Si trattava quasi certamente di una piroga doppia, costituita da due scafi legati tra loro e uniti da una piattaforma, del tipo comunemente adoperato dai polinesiani per aumentare la stabilità delle loro imbarcazioni durante le lunghe traversate in mare aperto. Aveva un albero (con una vela); forse anche due o perfino tre, se era del tipo più grande. Certamente i carpentieri di Rarotonga ne avevano rialzato i bordi con assi di riparo contro le ondate, e uguale protezione avevano predisposto per gli spazi prodiero e poppiero, ove si teneva acceso il fuoco per tutta la durata del viaggio.

      Ma è verosimile che nella traversata dei “quaranta ruggenti” tutte queste precauzioni non siano state sufficienti: l’acqua avrà inzuppato la sabbia su cui era acceso il fuoco, spegnendolo; il fondo dei due canotti sarà stato allagato, al punto da costringere tutto il numeroso equipaggio ad aggottare freneticamente con le sàssole e con qualunque altro  recipiente disponibile Ma la bella prora  in legno scolpito  riuscì alfine a superare la zona critica, e dai “quaranta ruggenti” scivolò verso i “cinquanta ululanti”, relativamente meno burrascosi.

      A questo punto la piroga di Hui-Te-Rangi-Ora, che doveva trovarsi – molto approssimativamente – a circa 140° di longitudine Ovest e oltre i 40° di latitudine Sud, si vide afferrata dalla cosiddetta Corrente Antartica, il cui flusso (come quello dei venti prevalenti) corre su un ampio fronte verso Est, proveniente dalle Isole Bounty e degli Antipodi.

      La situazione, a bordo, non doveva essere facile. Da quando avevano perso di vista la vetta vulcanica della loro bella isola (17), i marinai di Rarotonga non avevano più avvistato terra da settimane. Col fuoco spento era venuta meno la possibilità di consumare dei pasti caldi, mentre – al contrario – la temperatura dell’aria e dell’acqua si faceva sempre più fredda. Abituati al clima tropicale delle Isole Cook, essi soffrivano il freddo e non disponevano, come più tardi i loro consanguinei Maori della Nuova Zelanda e Moriori delle Isole Chatham – terre ancora sconosciute (18) -, delle calde vesti in fibra di lino con le quali ripararsi. Probabilmente indossavano vesti in fibra di aute, del tutto inadatte a proteggerli dalle rigide temperature subantartiche. Forse, Hui-Te-rangi-Ora e i capi subalterni avranno avuto mantelli cerimoniali di pelle di cane rivestiti di piume che, rivoltati all’interno, offrivano una certa difesa; nella Nuova Zelanda essi sono in uso ancor oggi. (19)

      Ma, nel complesso, l’equipaggio soffriva molto per il costante abbassamento della temperatura.

      Verso dove stavano andando? Anche ammesso che disponessero di scorte alimentari in abbondanza, non saranno stati presi dall’inquietudine e dallo scoraggiamento, vedendo che si faceva sempre più tenue la speranza di avvistare una terra ospitale? Se erano partiti, com’è probabile, per cercare nuove isole da colonizzare, il grigio mare tempestoso e i giganteschi icebergs alla deriva (20), che ora incominciavano ad apparire, li avranno convinti che lo scopo iniziale del viaggio doveva considerarsi fallito. E che avranno detto le donne, che cosa i bambini imbarcati sulla grande piroga, dato che si trattava pur sempre di una spedizione di colonizzatori e non di semplici “esploratori”?  Noi sappiamo bene, dal diario di bordo di Cristoforo Colombo, che cosa significa navigare nell’ignoto per giorni e settimane, senza mai indizio di terra, stretti dall’angoscia di perdersi nelle immensità dell’oceano, senza più la certezza del ritorno a casa.

      Perché, dunque, non tornarono indietro? Molto probabilmente furono le correnti e, forse, le tempeste a spingerli avanti. Inoltre, i venti a quella latitudine sono moltoi incostanti – benchè in generale prevalgano quelli da Ponente – sicchè la Te-Ivi-o-Atea può essere stata trascinata a zig-zag, suo malgrado, sempre più a Sud. Fin dove si spinse la piroga di quei coraggiosi Polinesiani? Per rispondere a questa domanda, bisogna che ci rifacciamo specialmente ai punti 3, 5 e 6 della tradizione relativa al viaggio.

      Dal punto 6, risulta che Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni avvistarono degli icebergs. Questo è però un dato troppo vago, poiché il limite equatoriale dei ghiacci galleggianti (d’altronde variabile anche di molto, dalla stagione estiva a quella invernale, da un anno all’altro) non è facilmente definibile. Certo è che mentre a Sud della Nuova Zelanda solo in casi eccezionali gli icebergs superano – e di poco – i 50° di latitudine Sud, ad Est dell’arcipelago si spingono fino alla latitudine di Christchurch, cioè a circa 43° di latitudine Sud.

      Ora, che Hui-te-Rangi-Ora abbia oltrepassato, e di molto, questa latitudine, è provato da quel che dice la tradizione circa il mare simile ad una distesa di pia. Se poi la piroga del nostro navigatore giunse fino alla banchisa (21), allora è fuori di dubbio che essa, in qualche modo, superò la Corrente Antartica, tagliandola obliquamente, per spingersi fino alle alte latitudini. La banchisa (che solo nelle regioni artiche prende il nome di pack), nei mesi di febbraio-marzo non si spinge, in media, oltre il Circolo Polare Antartico (22), mentre in agosto-settembre, all’epoca – cioè – della sua massima avanzata, nella zona chea noi qui interessa, risale anche oltre il 60° parallelo di latitudine Sud. (23)

     Sarebbe logico pensare che la Te-Ivi-o-Atea abbia salpato l’ancora da Rarotonga nella stagione estiva dell’emisfero australe (settembre- marzo), benché nelle isole Cook, a soli 20 gradi dall’Equatore, i nostri navigatori non dovessero avere un concetto chiarissimo delle variazioni climatiche stagionali, almeno in termini di escursione termica. (24) Vedremo invece più avanti che il viaggio fu intrapreso, più probabilmente, nel periodo invernale, cioè dopo il mese di marzo. (25)

      Il primo dato certo che possediamo è che la piroga di Hui-Te-Rangi-Ora si spinse, in ogni caso, al di là del 55° parallelo di latitudine Sud.Questa certezza ci deriva dal fatto che nel racconto del viaggio, tramandato a Rarotonga, si dice che la piroga, a un certo punto, raggiunse una regione  avvolta dall’oscurità. E questa è la prova che scese abbastanza a Sud da vedere la notte polare.

      Osserviamo lo schizzo relativo al corso del Sole, nei vari periodi dell’anno, all’isola Macquarie, nel gruppo omonimo (illustrazione a pag. 22 dell’articolo originale). Questa isola subantartica emerge a circa 1.000 chilometri dalla punta meridionale della Nuova Zelanda e a 1.600 dalla Tasmania: la sua posizione astronomica è 54°40′ di latitudine Sud e 159°45′ di longitudine Est. (27) Come risulta dallo schizzo, in nessun giorno dell’anno il Sole scende al di sotto dell’orizzonte per 24 ore consecutive: anche nella giornata più corta, il 21 giugno (il nostro solstizio d’estate, corrispondente nell’emisfero Sud al solstizio d’inverno), esso descrive un sia pur breve arco di alcune ore di luce. Ne consegue che il nostro navigatore, per giungere a non vedere più il levar del Sole, dovette spingersi nettamente oltre il parallelo dell’isola Macquarie. Fino a dove?

      Nella notte estiva australe la luce del Sole non scompare mai del tutto. Infatti, quando si vive oltre i circoli polari la transizione fra il giorno continuo e la notte continua è graduale. E lo stesso chiarore diuffuso caratterizza la lunga notte dell’estate boreale, fin presso il Polo Nord. (28)

      Dobbiamo perciò, forzatamente, porre la seguente alternativa: o il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora ebbe luogo in estate, e allora, per penetrare nella notte antartica, egli dovette toccare latitudini incredibilmente alte, ossia ben oltre il Circolo Polare. Oppure il viaggio ebbe luogo d’ inverno (periodo da marzo a settembre), e allora i navigatori polinesiani poterono ammirare la notte polare anche trovandosi assai più a Nord: forse poco oltre il 60° parallelo.

      Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Troppi ordini di fattori si oppongono all’idea  che la Te-Ivi-o-Atea sia potuta penetrare fin dentro il Mare di Ross, sbarrato – anche nella stagione estiva – da una vastissima banchisa, e disseminato di enormi icebergs tabulari. È più probabile che essa non sia scesa molto al di sotto del 60° parallelo, al massimo fin presso il Circolo Polare; e lì, per poter vedere la notte antartica, doveva essere inverno.

      Ricordando quanto s’è detto circa il permanere del Sole tutto l’anno sopra l’orizzonte fino al 54° parallelo, dobbiamo dunque ammettere che Hui-Te-Rangi-Ora dovette avanzare fino a un punto imprecisato compreso fra i 55° ed i 66° di latitudine Sud. (29) Sia pure con qualche difficoltà, la sua piroga potè trovare il mare ancor libero dai ghiacci a quella latitudine, poiché la banchisa non supera mai di molto il Circolo Polare, anche nel pieno dell’ inverno antartico.

       Possiamo facilmente immaginare i sentimenti di quegli uomini smarriti nelle fredde solitudini polari. Il gelo crescente ogni giorno; il numero e le dimensioni degli icebergs, che aumentavano quanto più essi scendevano a Sud; la scomparsa del Sole sotto l’orizzonte, dovevano averli molto scossi. Da quando avevano lasciato Rarotonga, non meno di un mese innanzi (30), nessuna terra era apparsa alla loro vista: solo scogli e icebergs. Dovevano sentirsi ormai fuori del mondo, perduti, più che Ulisse e i suoi compagni dopo il passaggio delle Colonne d’Ercole e il “folle volo” verso il Polo Australe. (31)

      Pechè dunque avevano continuato a spingersi sempre più innanzi? È possibile che per molti giorni siano stati in balìa dei venti ciclonici di Ponente, perdendo il controllo dell’imbarcazione.

      D’altra parte, bisogna tenere presente che i Polinesiani, come del resto tutti i navigatori dell’antichità, non avevano alcuna idea della sfericità della Terra. Gli uomini della Te-Ivi-o-Atea potevano anche sperare che quel bacino di acque gelide e tempestose avrebbe avuto termine; che, superata la zona degli icebergs, avrebbero trovato nuovamente mare libero e riveduto il Sole. Fu soltanto con il trascorrere dei giorni e con il peggiorare delle condizioni atmosferiche che essi finirono per rendersi conto della realtà. Dopo la scomparsa del Sole, i loro unici punti di riferimento erano le stelle, e in particolare la Croce del Sud, che brillava sempre più alta, guidandoli verso orizzonti sconfinati.

   Ma se entravano in un banco di nebbia o se il cielo si rannuvolava, anche le costellazioni sparivano e aumentava il pericolo di urtare contro qualche iceberg, o di smarrire definitivamente la rotta. Il problema più grave, però, doveva essere costituito indubbiamente dal freddo. Come resistere ai gelidi venti e alle temperature sempre più rigide, abituati com’erano all’eterna primavera della loro dolce isola tropicale?

      “Difficile immaginare che, così succintamente vestiti come sono di solito, naviganti polinesiani possano spingersi fra ghiacci e icebergs“, scrive il Buck (Buck, 19621, p. 124); e, come vedremo, questo è il principale elemento in base al quale l’etnologo anglo-maori pone in dubbio la storicità del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora.

Naturalmente questo argomento cade, sol che si immagini la Te-Ivi-o-Atea trascinata, almeno nell’ ultimo tratto, contro la volontà dell’equipaggio, ed in balìa dei venti. Resta da vedere come potè il suo equipaggio tollerare le temperature antartiche, non solo da un punto di vista psicologico ma innanzitutto fisico.

      È possibile, anzi è probabile, che non pochi Polinesiani siano periti a causa del gelo. Quegli ardimentosi navigatori, che non temevano l’immensità del mare e che sfidavano su fragili imbarcazioni le onde più alte del mondo, erano indifesi e inermi davanti a un nemico del tutto sconosciuto: il freddo. (32)

      La piroga di Hui-Te-Rangi-Ora era salpata in cerca di nuove terre da colonizzare e dunque, come si è detto, trasportava certamente anche donne e bambini. Senza dubbio furono costoro a pagare il più alto tributo ai rigori spietati del clima polare.

      Tuttavia la piroga riuscì alfine a fare ritorno in patria, e ciò significa che una buona parte dell’equipaggio sopravvisse al gelo dell’Antartico. Possiamo affermarlo con sicurezza poiché, se una moderna nave a vapore può compiere una crociera anche lunga con pochissimi uomini d’equipaggio, essendo gran parte delle manovre automatizzate, una grande piroga polinesiana richiedeva la presenza di decine di uomini per la manovra delle pagaie e delle vele. Nei viaggi d’alto mare, anche per le spedizioni di guerra, le imbarcazioni polinesiane ospitavano fino a 200 rematori – ed eventualmente 30 o 40 guerrieri – con ampie scorte di viveri freschi, animali domestici (maiali, cani, pollame), semi e tuberi di piante commestibili.

      Certo, per difendersi dal freddo, gli uomini e le donne della Te-Ivi-o-Atea saranno ricorsi a ogni espediente. Forse, per prima cosa, uccisero i cani che avevano a bordo, per confezionare dei pellicciotti con la loro pelle – e senza sprecarne di certo la carne, dato che la bassa temperatura esigeva una dieta calorica, diversa da quella largamente vegetariana cui i Polinesiani erano abituati (33). (Zavatti, 1965) Ma un tale espediente non poteva bastare, ed essi rivolsero la loro attenzione a quel misterioso “animale tuffatore” che scorgevano di tanto in tanto affiorare vicino alla piroga, o crogiolarsi al Sole sul bordo degli icebergs. L’uccisione di una sola otaria significava una calda pelliccia per alcuni, e carne e grasso per tutti.

      Si consideri, del resto, che i popoli “canoeros” della Terra del Fuoco, a una latitudine di 54°-55°, prima del contatto con i bianchi si difendevano dal freddo con due semplici pelli di foca. (34) Anche se è pur vero che essi erano avvezzia quel clima, al punto che le loro donne si tuffavano nude nell’acqua gelida per raccogliere mitili e ricci di mare, mentre i Polinesiani non lo erano affatto.

      Così, in qualche modo, confezionando pellicce di cane, di otaria e di foca (35), o dandosi il turno nella capanna di poppa intorno al fuoco, se era rimasto acceso, i compagni di Hui-Te-Rangi-Ora, pur con qualche perdita, sopravvissero al freddo.

      Ma un giorno, finalmente, essi si trovarono la strada definitivamente sbarrata dalla banchisa. Gli icebergs, come già i densi banchi di alghe, potevano essere evitati dalla perizia del timoniere, ossia dall’uomo che impugnava la pagaia di governo, perché non avevano timone. (36) Ma davanti a quella spettacolare barriera candida e compatta, simile a schiuma, era impossibile proseguire. Forse la costeggiarono per un tratto, alla ricerca di un passaggio; e forse, per il momento, lo trovarono: ma alla fine decisero che non era ragionevole tentare più a lungo la fortuna, e furono saggi.

      Con tutta probabilità, dunque, essi non avvistarono la terraferma dell’Antartide. Il limite medio della banchisa nel Mare di Ross, infatti, alla longitudine che qui ci interessa (fra i 130° e i 140° Ovest circa) dista da 300 a 600 chilometri dalla terraferma (Hobbs Coast). (37) Quindi, anche se presso quel punto della costa antartica si ergono delle montagne notevoli (3.498 metri nei Monti Hal Flood, un centinaio di chilometri all’interno), nemmeno in una giornata limpidissima – e invece era notte! – i nostri esploratori avrebbero potuto scorgerle, specialmente dal basso punto d’ osservbazione offerto dalla loro piroga.

      Del resto, il silenzio del racconto tradizionale su una circostanza così importante non può che suonare come una conferma, indiretta ma sicura, che essi non poterono avvistare l’Antartide vera e propria.

      Anche per questo motivo dobbiamo escludere che si potranno, un giorno, trovare delle testimonianze materiali di quel viaggio, come invece avvenne nel caso delle monete cinesi per la già ricordata navigazione di Hui-Sien. I Polinesiani, del resto, non conoscevano la fusione dei metalli e quindi, se pure fossero sbarcati, non avrebbero potuto in alcun caso abbandonare degli oggetti di materiale durevole.

      Un alone di mistero, tale da accendere la fantasia di poeti e romanzieri, circonderà dunque per sempre quell’antica spedizione.

      Il viaggio di ritorno della Te-Ivi-o-Atea restituì quel coraggioso equuipaggio, giorno dopo giorno, al mondo conosciuto.

      Assistiti da una notevole fortuna, i nostri audaci esploratori evitarono le tempeste o le superarono vittoriosamente, finchè videro riapparire il Sole sull’orizzonte e farsi più radi, poco a poco, i bianchissimi isolotti di  galleggianti, talvolta protesi verso l’alto come fantastiche montagne marine, che all’alba e al tramonto si accendevano di colori iridescenti e che rivelavano, da vicino, fenditure e gallerie fantastiche e impensabili. Forse, accostandone uno e sbarcandovi, avranno inuito trattarsi di acqua ghiacciata; forse ne avranno profittato per raccogliere alcuni preziosi blocchi e rinnovare con essi la scarsa e maleodorante riserva d’acqua dolce, che le piogge non bastavano a ricostituire.

       La temperatura tornava a farsi gradatamente più tiepida, il mare da grigio riacquistava la sua familiare colorazione verde-azzurrina, e le costellazioni, di notte, brillavano rassicuranti nelle ben note posizioni. Nessuna terraferma venne mai avvistata fino alle Isole Cook, anche se la rotta della piroga dovette discostarsi sensibilmente da quella del viaggio di andata, per il semplice fatto che nessuna isola interrompe quella immensa distesa d’acqua per migliaia di chilometri.

      Finalmente, dopo una navigazione di circa 16.000 chilometri fra andata e ritorno, durata – crediamo – non meno di tre mesi (39), Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni tornarono in vista del monte Te Munga, nella loro vecchia isola di Rarotonga. Vi giunsero stremati dalle privazioni, dopo una navigazione senza scalo, tranne forse all’isola di Mangaia, ormai sulla soglia – si può dire – di casa. E certo, dopo la gioia esaltante della certezza d’essere salvi, il loro pensiero tornò con mestizia ai compagni morti per il freddo, la fame e lo scorbuto, la cui tomba anonima era quel grigio e burrascoso mare che si perdeva nella notte del lontano Sud.

      Abbiamo accennato al fatto che l’intera spedizione era salpata, probabilmente, per la sovrappopolazione delle isole polinesiane allora conosciute. Peter Buck, tuttavia, oltre a mettere in dubbio che dei Polinesiani scarsamente vestiti abbiano potuto tollerare i rigori del clima antartico, si pronuncia contro la storicità del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora sulla base di una considerazione psicologica. Infatti, a suo giudizio, dei naviganti polinesiani mai seguirebbero a lungo una rotta su dei mari freddi e grigi. (Buck, 1961)

      Evidentemente, però, l’una e l’altra obiezione cadono, sol che si ammetta che Hui-Te-Rangi-Ora, salpato alla ricerca di nuove terre da colonizzare, sia poi stato trascinato dai venti e dalle burrasche su una rotta che si sarebbe guardato bene dal seguire volontariamente. (Zavatti, 1975) Quindi, la Te-Ivi-o-Atea si trovò sospinta assai più lontano di quanto il suo comandante e il suo equipaggio avessero mai immaginato o desiderato, e la scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora va collocata fra le numerose scoperte geografiche casuali dell’antichità e del Medioevo.

      Dal punto di vista degli scopi iniziali, dunque, nonostante il felice ritorno della piroga con una buona parte del suo equipaggio, la spedizione era stata un fallimento totale. Su una distesa di migliaia e migliaia di chilometri d’oceano, la Te-Ivi-o-Atea non aveva avvistato nemmeno il più piccolo lembo di terra. (40)

      E tuttavia, sotto un altro punto di vista, non si poteva dire che quel viaggio avventurosissimo non fosse servito a nulla. Aveva, se non altro, dimostrato l’inesistenza di terre abitabili, anzi semplicemente di terre, fino al lontanissimo “mare di pia“, fino cioè al Circolo Polare Antartico. Molto prima di James Cook, Hui-Te-Rangi-Ora aveva potuto constatare con i propri occhi che, se anche una vasta terra esisteva a Sud della banchisa, essa doveva essere del tutto inabitabile. Come, più tardi, il grande navigatore inglese, avrà potuto spiegare ai compatrioti rimasti a Rarotonga: “Se qualcuno avrà l’ardire di spingersi oltre… [a dove ci simo spinti noi]… oso affermare che il mondo non ne deriverebbe alcun beneficio.” (Sullivan, s. d.) Così come, rispondendo alle critiche che certo non gli saranno state risparmiate, socraticamente avrà potuto dire che “una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta”. (Bowra, 1962, p. 145)

       La tradizione di Rarotonga dice tuttavia che qualcuno, a distanza di tre secoli e mezzo, rimase più affascinato che scoraggiato dal racconto di quel viaggio, e volle ripeterlo. Fu quanto tentò un navigatore di nome Te Ara-tanga-nuku, già scopritore di varie isole e famoso nella sua patria come esploratore. (Buck, 1961) Ma questo secondo viaggio verso l’Antartide, così come il suo protagonista, hanno realmente l’aria di appartenere a un racconto di pura fantasia: e in ciò concordiamo, questa volta, con l’opinione del Buck.

      Hui-Te-Rangi-Ora, dunque, non aveva scoperto nuove sedi per il suo popolo. Poteva vantare però l’orgoglio di aver condotto a termine un viaggio d’esplorazione ai limiti delle possibilità umane. E l’ intera comunità di Rarotonga ebbe chiara coscienza della eccezionalità dell’impresa, consacrando il nome del navigatore e quello della sua imbarcazione alla memoria delle generazioni future.

      “Come l’arcobaleno abbraccia gli orizzonti – dice il canto relativo a quel viaggio – così la canoa di Hui-Te-Rangi-Ora solca i mari che fra essi si stendono:” (Buck, 1961, p. 107).

NOTE

1) Precisamente, il 30 gennaio 1820: così almeno sosteneva il ricorso britannico alla Corte Internazionale di Giustizia del 1955 (diretto contro le pretese antartiche del Cile e dell’Argentina). Ma anche gli Statunitensi (per merito di N. B. Palmer) e i Russi (con T. F. von Bellingshausen) reclamarono l’onore di aver avvistato per primi l’Antartide (SULLIVAN, s. d., pp. 28-32).

2) Bouvet scoprì l’isola che da lui prese il nome nel 1739; Kerguelen avvistò l’arcipelago omonimo nel 1772; Cook, infine, esplorò i mari antartici in varie riprese, fra il 1772 e il 1776.

3) Anche la presenza dell’uomo nel Sud America, del resto, arretra di millenni dopo la recente scoperta, in un sito del Brasile (1984), di utensili scheggiati dall’uomo e risalenti – pare – a 43 mila anni fa.

4) Ma anche gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua possedevano, più che una vera e propria scrittura, un sistema di pittografia mnemonica a canone bustrofedico (cioè a lettura a righe alternate, da sinistraa destra e da destra a sinistra), conservata su “legni di informazione” detti kohau rongo rongo. Essi sono a tutt’oggi indecifrati, perché gli ultimi isolani in grado, forse, di interpretarli vennero uccisi o dispersi da negrieri peruviani nel 1862 (METRAUX, 1971) (HEYERDAHL, 1971) (SERPIERI, 1973).

5)  Conosciamo i nomi di molti navigatori polinesiani dell’epoca dei grandi viaggi di scoperta e di popolamento delle isole del Pacifico, e non è facile distinguere quelli storici da quelli mitici. Le tradizioni polinesiane narrano di Toi, che navigò 30 generazioni fa dalle Isole della Società a Tutuila, a Rarotonga, alle Isole Chatham, alla Nuova Zelanda; di Uenga, che da Savaii, nelle Samoa, toccò successivamente Vavau, Tongareva, Rimatara, Rurutu, Tubuai e infine Fakaau nelle Paumotu e Thaiti, donde volse la prua verso la sua patria. Sappiamo anche di Tanghihia, Whiro, Tutapu Maru e infine di Te Ara-tanga-nuku, del quale riparleremo: quest’ultimo almeno è da considerarsi leggendario.

6) Tutte le piroghe polinesiane d’alto mare venivano battezzate al momento del varo, essendo l’intera opera di costruzione permeata di significati e riti religiosi. Nel caso dei Maori della Nuova Zelanda i nomi leggendari delle loro imbarcazioni – Arawa, Aotea, Matatua, Horotua, Tainui, Takitimu e Tokomaru- son rimasti a designare le singole tribù e i loro diritti di possesso delle terre (AMODIO ROBERTAZZI, 1967-71, vol. XII, p. 418).

7) Lo studioso E. Best calcola in trent’anni il corso di una generazione. Egli non tenta una datazione del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora, ma colloca quello di Tui, già ricordato, verso il 1.100 d. C. Infatti, 30 generazioni fa (30×30=900), e cioè la data del 1.100, risulta sottraendo 900 anni alla data odierna. D’altra parte, negli ultimi cento anni le generazioni polinesiane devono essere calcolate in tempi più brevi (da 20 a 25 anni), poiché i missionari europei e statunitensi, condannando la frequente pratica dei rapporti sessuali prematrimoniali, hanno fatto abbassare l’età media dei matrimoni (FURNAS, 1959, p. 364). Bisognerebbe quindi vedere se le attuali tradizioni relative agli antichi viaggi fanno riferimento al “vecchio” o al “nuovo” corso delle generazioni.

8) Ancora nel XIX secolo i Maori della Nuova Zelanda frequentavano le Isole Auckland, situate a circa 1.500 km. a Sud-ovest dell’Isola Meridionale (e classificate perciò dai geografi tra gli arcipelaghi subantartici). Ma per sferrare il loro tragico attacco contro i Moriori delle Isole Chatham, a 836 km. a Est di Christchurch, nel 1835 ( terminato in un massacro generale e in un grande festino cannibalesco), i Maori si servirono di un veliero europeo. E la stessa cosa fece il profeta Te Kooti per tornare dalle Chatham, ove era stato confinato dagli Inglesi, alla Nuova Zelanda, nel 1868 (LANTERNARI, 1977).

9)   A pagina 320 del suo Dizionario degli Esploratori e delle scoperte geografiche, Milano, Feltrinelli, 1967.

10) Lettera autografa di Silvio Zavatti all’autore del presente lavoro del 4 marzo 1975. La sottolineatura è del prof. Zavatti.

11) La distinzione tra icefield o campo di ghiaccio, e banchisa, è netta. Il primo termine sta ad indicare una superficie di ghiaccio marino con un diametro di almeno 8 chilometri, che può formarsi, quindi, anche in alto mare. La banchisa è invece una vastissima distesa di ghiaccio galleggiante saldata alla costa. È possibile che Hui-Te-Rangi-Ora abbia visto entrambi i fenomeni: il primo nel corso della navigazione verso Sud, il secondo allorché si trovò la strada sbarrata nel Mare di Ross e dovette tornare indietro.

12)  L’ipotesi è di PETER BUCK (Buck, 1961, p. 122). Se era davvero un leone marino (nome designante alcune specie di Otaridi) doveva trattarsi di una otaria di Auckland (Phocarctios hookeri) o di una otaria australiana (Zalophus cinereus) (SMOLIK, 1982, p. 33).

13)  Shoal= bassofondo. Récif (franc.) e Reef (ingl.)= scogliera, banco corallino.

14)  Si consiglia il lettore di seguire la nostra ricostruzione sulla carta di un buon atlante geografico, per esempio l’Atlante Internazionale del Touring Club Italiano, Milano, 1968, tavv. 165-166 e 167-168.

15) Cfr. una carta delle correnti oceaniche nell’Oceano Pacifico, per esempio la n. 19 del World Atlas della Encyclopedia Britannica, 1963: Drainage Regions & Ocean Currents.

16)  Avarua, pur essendo un villaggio, è il centro principale di Rarotonga (superficie dell’isola 67,1 chilometri quadrati, popolazione 9.477 abitanti nel 1981) e il capoluogo delle Isole Cook, Territorio neozelandese liberamente associato e dotato di autonomia interna. Di esse, solo al Gruppo Meridionale spetta, a rigor di termini, il nome di Isole Cook. La nostra supposizione che Hui-Te-Rangi-Ora sia salpato da Avarua è, naturalmente, ipotetica.

17) L’isola di Rarotonga è, con le altre delle Cook meridionali, di origine vulcanica, ed è circondata da una barriera corallina. La massima elevazione è il monte Te Munga, nella sezione interna, che raggiunge i 652 metri sul livello del mare.

18) I Maori che popolarono la Nuova Zelanda provenivano appunto dalle Isole Cook o dalle Isole della Società (più difficilmente dalle Hawaii) e le loro ondate migratorie si collocano fra il IX secolo d. C. e il XIV. Le Isole Chatham furono scoperte 30 generazioni fa da Toi, un navigatore proveniente dalle Isole della Società, e popolate dai Moriori – secondo le loro stesse tradizioni – con due successive migrazioni, l’ultima circa 27 generazioni fa. Sia la Nuova Zelanda che le Chatham erano precedentemente abitate da popolazioni di tipo australo-melanesiano, delle quali ben poco sappiamo, e che scomparvero in fretta all’arrivo dei colonizzatori polinesiani.

19)  Cfr. Atlante, vol. II, Serie Oro, Novara, De Agostini, 1960, pp. 225.

20) L’iceberg più grande che si conosca fu avvistato nel Pacifico meridionale nel 1956 e aveva una superficie stimata di circa 30.000 chilometri quadrati, dunque risultava più grande della Sicilia. Era lungo 330 chilometri e largo 100 (ZAVATTI, 1978, p. 33).

21)  Cfr. supra, nota nr. 11.

22) Posto, come è noto, a 66° e 33’ di latitudine Sud.

23) Cfr. le cartine contenute nell’enciclopedia Il mare, Novara, De Agostini, 1971, vol. 2, pp. 96-97.

24) A Rarotonga, come in tutte le Isole Cook, la stagione più fresca è quella che va da maggio a ottobre. Comunque all’epoca di Hui-Te-Rangi-Ora i navigatori polinesiani non conoscevano che le rotte della zona tropicale: né le Hawaii, né la Nuova Zelanda erano loro note. Di conseguenza le forti escursioni stagionali dovevano esser loro sconosciute.

25) Oltre alla latitudine, naturalmente, le escursioni stagionali dipendono dalle caratteristiche geografiche generali di una data regione. L’Autore di queste pagine ha constatato, per esempio, una sensibile escursione termica fra l’inverno e l’estate a Brasilia (15° di latitudine Sud circa, ma a 1.000 metri sul livello del mare) ed una meno marcata a Rio de Janeiro (23° di latitudine Sud, aperta però all’influenza mitigatrice dell’Atlantico meridionale). Nel caso delle piccole isole dell’Oceania è il mare l’elemento decisivo del clima, e nella fascia tropicale vi sono deboli escursioni da isola a isola. Ciò risulta chiaro dal seguente specchietto, che mette a confronto valori termici minimi e massimi dell’anno in alcune di esse (dall’enciclopedia geografica Il Milione, cit., vol. XII):

                                                              Tahiti                    Rarotonga                   Apia

Temperatura minima                     17                          24 media                  24,9

Temperatura massima                  35                          24 media                  26,2

Precipitazioni                                 1.135                          2.130                      2.800

(La temperature sono in gradi centigradi; le precipitazioni annue in millimetri).

26)  Lo schizzo è tratto da RENATO BIASUTTI, Il paesaggio terrestre, Torino, U.T.E.T., 1962, p. 470.

27) L’Isola Macquarie è, dal punto di vista della biogeografia, una fra le più interessanti terre subantartiche: vi si trova, fra l’altro – nonostante la latitudine relativamente elevata – un parrocchetto, tipico dei climi subtropicali, che convive, invero curiosamente, con l’elefante marino (Macrorhinus marinus), proprio del clima polare. Nel nostro emisfero, la latitudine di Macquarie corrisponderebbe appena a quella di Belfast, Kiel o Danzica: ma nell’emisfero Sud le condizioni climatiche generali sono prematuramente rigide. La temperatura media dell’Isola Macquarie è di poco superiore ai 4° C e le precipitazioni si aggirano sui 1.300 millimetri annui (LAMENDOLA, 1986).

28)  La notte polare ha una durata di circa 41 giorni alla latitudine di 68° Nord, di 64 giorni a 75°, di 134 giorni a 80°. Un altro fenomeno impressionante, che certo dovette colpire profondamente Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni, è quello dell’aurora polare. Essa è già in parte visibile dalla latitudine dell’Isola Stewart, immediatamente a sud della Nuova Zelanda (a 47° di latitudine Sud e 170° di longitudine Est), tanto è vero che in lingua maori quell’isola viene chiamata Rakiura, ossia “la terra dai cieli fiammeggianti”.

29) Cfr. la nostra ricostruzione ipotetica della rotta della Te-Ivi-o-Atea, su Il Polo, 1988, cit., p. 18.

30) Il Buck ha calcolato che una piroga polinesiana, con vento favorevole, fosse capace di coprire sette miglia all’ora, sì da poter viaggiare dalle Isole Marchesi alla costa occidentale americana in tre settimane o poco più (BUCK, 1961, p. 328). Sono valutazioni forse troppo ottimistiche; comunque bisogna tener presente che nel viaggio (non provato) dalle Marchesi alla costa del Perù, una imbarcazione a vela avrebbe goduto costantemente di venti favorevoli (non così al ritorno), mentre la Te-Ivi-o-Ateadovette lottare duramente per aprirsi il passo attraverso la Corrente Antartica. Certo, nel far ciò la sua corsa fu rallentata, e non di poco, e il suo equipaggio dovette pagaiare sino allo stremo delle forze per superare i forti venti occidentali. Così, anche se la traversata da Rarotonga al 60° parallelo è più breve di quella dalle Marchesi al Sud America (non di molto però, considerata la deviazione imposta dalla Corrente Sud-Equatoriale verso gli Haymet Rocks e gli scogli Ernest Legouvé-Maria Theresa), Hui-Te-Rangi-Ora non potè giungere verso il 60° parallelo prima di un mese, forse anche cinque o sei settimane.

31)  DANTE, Inferno, XXVI, 125.

32)  In tutta la Polinesia vi è un solo luogo ove sia possibile vedere la neve: l’isola di Hawaii, con le due altissime vette vulcaniche del Mauna Kea (4.205 metri) e del Mauna Loa (4.170 metri). E, come abbiamo visto, all’epoca di Hui-Te-Rangi-Ora le Isole Hawaii non erano ancora state scoperte. Né era stata scoperta la Nuova Zelanda, con le sue Alpi e i suoi ghiacciai. Il terzo luogo dell’Oceania in cui è visibile la neve per utto l’anno è la grandiosa catena interna della Nuova Guinea, culminante a quasi 5.000 s.l.m. e visibile solo eccezionalmente dalla costa, tanto che la notizia parve incredibile ai viaggiatori e naturalisti europei fin verso il XIX secolo.

33) Il cacciatore eschimese, per esempio, prima di affrontare una giornata di marcia sulla neve, beve una minestra bollente di sangue di foca e poi una certa dose di olio di foca (ZAVATTI, 1965, p. 443).

34)  Tanto gli Alakaluf che gli Yahgan sono oggi definitivamente estinti (DE AGOSTINI, 1949).

35)  I Moriori delle Isole Chatham, che vivevano in un arcipelago dal clima oceanico decisamente fresco (a 44° di latitudine Sud), si coprivano appunto con pelli di foca, oltre che con tessuti di lino intrecciato (cfr. Encyclopedia Britannica, 1964, vol. 15, p. 804).

36)  Sulle imbarcazioni polinesiane non esisteva il timone.

37)  Naturalmente la banchisa antartica, come quella artica, dovette subire – anche in tempi storici – fasi di avanzata e di arretramento. “Il ritiro dei ghiacciai, un millennio addietro, permise ai Vichinghi la colonizzazione delle coste groenlandesi” (VERCELLI, 1951, p. 601). E fu il ritorno di una “piccola èra glaciale”, dopo il 1.200, a provocare il dramma degli insediamenti vichinghi in Groenlandia (JONES, 1966). Sulle vicende dell’emisfero australe, però, poco sappiamo al riguardo (COX, HEALY, MOORE, 1977).

38) L’impresa di Hui-Te-Rangi-Ora è liberamente rievocata dall’Autore di questa monografia nel primo racconto di una recente raccolta. Cfr. FRANCESCO LAMENDOLA, La bambina dei sogni e altri racconti. Poggibonsi, Lalli ed., 1984.

39)  Tali distanze possono a tutta prima lasciare sconcertati, ma – come si è visto – traversate di 7.000 chilometri furono certamente compiute da quei Polinesiani che raggiunsero le coste del Sud America. L’eccezionalità del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora consiste nel fatto che nessuna sosta ristoratrice sulla terraferma fu possibile fra la rotta di andata e quella di ritorno. Per fare un confronto con le navigazioni dei Vichinghi sull’Atlantico, si consideri che una fonte islandese antica assegna un tempo di 7 giorni per la traversata dalla Norvegia all’Islanda, 4 giorni dall’Islanda alla Groenlandia, 5 giorni dall’Islanda all’Irlanda; esisteva anche una rotta senza scalo direttamente dalla Norvegia alla Groenlandia. Cfr. Enciclopedia Europea, vol. 11, p. 884.

40) Ricordiamo, a puro titolo di completezza scientifica, che nel XIX secolo e perfino all’inizio del XX si vociferava, in Europa, di isole più o meno estese in questa parte del globo: l’Isola Emerald (Smeraldo), a Sud della Nuova Zelanda; l’Isola Nimrod, più a Est, in pieno Oceano Pacifico australe; e l’Isola Dougherty, a 60° di latitudine Sud e a 120° di longitudine Ovest: tutte avvistate più volte, prima di sparire misteriosamente e non venire mai più ritrovate (THEVENIN, 1960). Alcuni studiosi moderni negano che esse siano mai esistite, come GEORGE DEACON (1984), recensito da SILVIO ZAVATTI ne Il Polo, marzo 1985.

BIBLIOGRAFIA

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Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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