domenica, 19 Settembre 2021
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La strage di Gaza, un tipico esempio della «chuzpe» ebraica?

La strage di Gaza un tipico esempio della «chuzpe» ebraica? La chuzpe è una parola che si può tradurre con faccia tosta o sfacciataggine ed è una caratteristica talmente insita nel carattere ebraico che gli Ebrei ci scherzano di Francesco Lamendola  

Nel 1909 Theodor Lessing pubblicava le sue «Impressioni galiziane» (titolo originale: «Eindrücke aus Galizien» sulla «Allgemeine Zeitung des Judentums», in cui, fra l’altro, raccontava il seguente episodio, vissuto in prima persona nel 1906, nella Polonia russa.

Si tratta di un episodio particolarmente interessante, perché Lessing – scrittore e polemista ormai affermato – non era affatto un antisemita, al contrario, era egli stesso di origini ebraiche e, per quanto non avesse rapporti personali con i suoi correligionari, era assai ben disposto verso gli Ebrei  della Galizia austriaca, tra i quali condusse una inchiesta governativa avente per scopo una riforma scolastica volta al miglioramenti delle loro condizioni materiali e morali (contenuto nel volume di Claudia Sonino, «Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso est», Milano, Bruno Mondadori editore, 1998, pp. 167-68):

«Il mio primo incontro con un ebreo polacco mi costò assai caro. Avvenne in una cittadina al confine tedesco.

Mi proponevo di prendere di buon mattino il primo treno per Cracovia, ma commisi la follia di dormire fino all’ultimo momento, così che mi ci volle una bella fatica per arrivare con la mia valigetta appena in tempo dal non lontano albergo alla stazione. In quell’albergo era onnipresente un ebreo polacco, un vero factotum, portiere, cameriere, inserviente, il quale, ancorché avesse un aspetto di europeo occidentale, parlava un suo peculiare gergo tedesco. All’ultimo momento, il treno stava ormai partendo, costui mi presentò il conto del mio pernottamento. Non avendo denaro austriaco a sufficienza, dovetti pagare in moneta tedesca. Erano circa cinque marchi, e pagai con una banconota, in piena frenesia di arrivare in tempo alla stazione. Qui, all’atto di acquistare il biglietto, mi accorgo di aver dato a quell’uomo, nella fretta, un pezzo, anziché cinque, cinquanta marchi. Così, non prendo il treno, faccio immediatamente ritorno all’albero, e chiedo al capataz di porre rimedio al commesso errore. Con mio sommo stupore, l’uomo mi mette davanti una vecchia banconota da cine marchi, unta e bisunta, che non era affatto, l’avrei potuto giurare, quella che gli avevo dato cinque minuti prima. Insisto per avere indietro i miei cinquanta marchi. Sulle prime colui mi assicura sorridente che debbo essermi sbagliato. Ma siccome io insisto fermamente,  subito cambia tattica. E attacca a invocare aiuto, a gridare, a strillare. Si batte il petto, si strappa i capelli. Non è un “imbroglione”, lui, è un uomo onesto, l’avevo offeso a morte, gli volevo far perdere il posto. Non è tutto, ha anche l’incredibile impudenza di chiamare il proprietario, e con lui di lagnarsi di esser dal forestiero accusato di averlo derubato.  Ci fu tutto un accorrere di gente e alla fine l’intera popolazione del luogo fu coinvolta nella lite. Le lacrime, le strida, gli strilli di quell’uomo profondamente umiliato e offeso – erano infarcite di tale fanatismo, sembravano così autentiche che per un momento dubitai io stesso che fosse vero quanto affermavo, quantunque sapessi con precisione assoluta che non ci poteva essere errore da parte mia. Ci mancava proprio che fossi costretto a chiedere scusa per aver calunniato quell’uomo. Che ora minacciava di mettere in mezzo  giudici e polizia. Pretendeva – tipica “chupze” ebraica – che io andassi con lui in tribunale. Non si riusciva a convincerlo che se uno straniero si accorge di un errore nel conto dell’albero, non per questo ciò costituisce un’umiliazione per la persona che quell’errore ha commesso. Avendo ovviamente contro di me, come straniero, l’albergatore e i vicini, non mi restò che accettare con calma la lezione ricevuta, e dimenticare.»

La “chuzpe”, per chi non lo sapesse, è una parola che si può tradurre con “faccia tosta”, o anche “sfacciataggine”, ed è una caratteristica talmente insita nel carattere ebraico, che gli Ebrei sono i primi, come si vede anche nell’episodio toccato a Theodor Lessing (ma ne esistono moltissimi altri esempi nella sola letteratura, ad esempio in Gregor von Rezzori, con riferimento alla Bucarest del primo dopoguerra; e anche nella letteratura dei nostri giorni) a scherzarci sopra e a provare un brivido fra il divertito, l’ammirato e l’incredulo quando hanno la ventura di assistervi o quando riferiscono agli amici di averla sfoderata nell’occasione giusta.

La “cuzpe” consiste, pertanto, nella tattica dell’attacco a oltranza, là dove tutte le regole della strategia “classica” sembrerebbero suggerire, senza ombra di incertezza, una attitudine puramente difensiva; ed è la traduzione, in un certo senso, del vecchio proverbio secondo il quale “la migliore difesa è l’attacco”.

Si prenda il caso dell’episodio riferito da Theodor Lessing. (ove, peraltro, è quasi certo che il portiere dell’albergo non avesse riconosciuto nello sfortunato cliente un Ebreo, perché Lessing era un uomo di formazione e di idee nettamente occidentali).

Che cosa avrebbe fatto un qualunque furbacchione, che già credeva di aver guadagnato senza fatica quarantacinque marchi netti, a spese di quel viaggiatore frettoloso e sbadato che gli aveva allungato una banconota da cinquanta marchi al posto di una da cinque, e che si vede ricomparire davanti, nello spazio di appena cinque minuti, quello stesso viaggiatore, il quale pretende, con fare alquanto deciso, la restituzione della banconota originaria? Novantanove su cento, avrebbe dato addio ai suoi sogni di guadagno senza fatica e avrebbe restituito il maltolto, simulando di essersi sbagliato e scusandosi per l’errore.

Ma quell’ebreo polacco, no.

Anzi, egli dà subito un primo saggio della sua astuzia, rotta a ogni espediente, esibendo una lercia banconota da cinque marchi e sostenendo esser proprio quella che ha ricevuto poc’anzi dallo straniero. Ciò significa che si era accorto immediatamente dell’errore e che non solo non era stato neppure sfiorato dall’idea di comportarsi da persona onesta, facendo notare al cliente lo sbaglio che stava commettendo; ma che, non appena quest’ultimo aveva varcato la porta dell’albergo diretto alla stazione, si era affrettato a far “sparire” la banconota da cinquanta marchi e a collocare in cassa, al suo posto, senza perdere un istante, una banconota da cinque, in modo da cautelarsi nei confronti di ogni eventuale sorpresa, mostrando un tempismo e una presenza di spirito veramente fuori del comune.

Poi, davanti alla fermezza del viaggiatore, che non si lascia smontare, ma insiste per riavere la sua banconota originaria, ecco che l’Ebreo passa al contrattacco: grida, piange, si dispera e, soprattutto, chiama a testimone della sua perfetta innocenza e buona fede quanta più gente possibile, a cominciare dal proprietario dell’albergo; per finire col chiedere, anzi col pretendere, che  il suo accusatore lo accompagni alla più vicina stazione di polizia, onde mettere in chiaro la cosa una volta per tutte.

Lo ripetiamo: questa è una tipica strategia da “chuzpe”. Qualsiasi altro furbacchione da due soldi avrebbe finito per confondersi o, quanto meno, avrebbe calcolato che il rischio si stava facendo troppo grosso: in cambio di un guadagno disonesto di quarantacinque marchi, c’era il pericolo di perdere il posto di lavoro e peggio: il pericolo di esser portato davanti alla legge, smascherato e messo formalmente sotto inchiesta.

A questo punto, una persona anche poco onesta, ma non completamente sprofondata nella disonestà come in un secondo abito, avrebbe ceduto o, quanto meno, avrebbe cominciato a vacillare. C’è, infatti, nel fondo dell’animo umano, un istinto che porta colui che sa di essere in torto a dubitare di se stesso, allorché viene sorpreso e invitato a rendere conto della mala azione commessa: è l’istinto che porta tanti colpevoli di reati a tradirsi, a confessare, o, addirittura, a comportarsi in modo irrazionale, come se in qualche oscura maniera volessero farsi scoprire dalla giustizia, fermare e venire messi in condizione di non compiere altri reati.

Colui che non possiede questo istinto è, alla lettera, un’anima persa: significa che, in lui, la malizia è divenuta così radicata, così totale, così incorreggibile, che nulla e nessuno potranno mai redimerlo e rimetterlo sulla strada della socialità e della relazione corretta con i propri simili.

Con i propri simili? Ma per molti Ebrei, fuori della propria religione e della propria stirpe (eletta, naturalmente), non esistono dei simili: essi vivono in un mondo di “infedeli”, con i quali ogni mezzo è valido pur di difendere le proprie buone ragioni; difensive, s’intende.

Per difendersi hanno fondato lo Stato d’Israele; per difendersi hanno combattuto una serie di guerre contro gli Arabi, comprese un paio di sanguinosissime invasioni del Libano neutrale, fino ad un apocalittico bombardamento di Beirut e alle stragi di Sabra e Chatila; e, sempre per difendersi, stanno ora mettendo a ferro e fuoco quel grande campo di concentramento che è la Striscia di Gaza, con un bilancio provvisorio di quasi novecento morti e più di tremila feriti, contro tre o quattro fra civili e soldati israeliani.

Ecco, questa è la “chuzpe”: commettere un’azione atroce, spietata, fuori da ogni senso della giustizia e delle proporzioni; e presentarla al mondo intero come una legittima azione di difesa.

Gli addetti del Ministero della Difesa israeliano hanno persino telefonato agli Arabi che dovevano abbandonare le proprie case, prima che venissero inquadrate dall’artiglieria aerea e terrestre: come sono stati generosi. Novantamila telefonate, hanno fatto. Il che significa che, praticamente, l’intera popolazione di Gaza avrebbe dovuto abbandonare le proprie case, in attesa di vedersele radere al suolo. E per andare dove, visto che non era consentita la fuga da nessuna parte?

E mentre a Gaza si rinnovava, proprio durante i giorni del Natale, la strage degli innocenti di erodiana memoria, la stampa e le televisioni occidentali, per non parlare dei rispettivi governi, non hanno saputo far di meglio che belare qualche giaculatoria contro la violenza di entrambe le parti, sempre – comunque – ribadendo il “sacrosanto” diritto alla difesa dello Stato di Israele e ignorando una delle pietre miliari del diritto moderno: il concetto della proporzionalità tra offesa e reazione difensiva.

Che qualche razzo “Katiuscia” meriti una risposta militare quale quella che le forze armate israeliane – dell’aria, del mare e di terra – hanno attuato in questi giorni e continuano a condurre, scatenando un uragano di fuoco su una zona che vanta una delle densità di popolazione maggiori al mondo, con la benevola neutralità dei Grandi (Stati Uniti in primis, come al solito: Bush o non Bush, Obama o non Obama) è una tipica “chuzpe” ebraica: una menzogna talmente enorme, talmente sfrontata, talmente inconcepibile tra persone oneste e civili, che finisce, paradossalmente,  per passare per buona.

Riconoscerla come tale, infatti, significherebbe ammettere che esiste l’inconcepibile: e, nel nostro mondo super-razionale, super scientifico e super-tecnolgico, ciò è ritenuto notoriamente impossibile.

Dunque, la “chuzpe” non è una “chuzpe”, non è una enorme sfacciataggine e una enorme bugia, ma la pura e semplice verità.

Lo esige il paradigma razionalistico che sta a fondamento delle nostre pretese certezze di uomini  “civili” e “progrediti” del XXI secolo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/01/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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