sabato, 25 Settembre 2021
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Le simpatie di Salgari, nel 1898, erano tutte per la Spagna e contro gli Yankees

Le simpatie di Salgari nel 1898 erano tutte per la Spagna e contro gli Yankees. Chissà cosa penserebbe ai nostri giorni dell’Isis o di Al Qaida certo non manderebbe giù a occhi chiusi le versioni ufficiali della Casa Bianca di Francesco Lamendola

A differenza di quel che farà Tex Willer alle prese con la questione dell’insurrezione cubana di fine Ottocento, l’eroe, anzi, l’eroina di turno, creata dalla penna di Emilio Salgari, la giovane e bella marchesa Dolores del Castillo, non esiterà un solo istante a prendere posizione non solo contro i ribelli dell’isola, ma anche contro i loro potentissimi sostenitori: gli Stati Uniti d’America (cfr. i nostri precedenti articoli: «La caduta di Santiago di Cuba nel 1898 segna il tramonto della presenza spagnola in America», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 31/05/2010; «Emilio Salgari è modernista o antimoderno, colonialista o anticolonialista?», sempre sul sito di Arianna Editrice il 22/09/2014; e «Neppure al magnanimo Tex Willer tutte le ciambelle riescono col buco», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 15/05/2015). Le simpatie dello scrittore veronese per la causa della Spagna, impegnata, nel 1898, in un’impari conflitto con gli Stati Uniti d’America, sono manifestate nel romanzo «La Capitana del Yucatan», pubblicato a Genova, dall’editore Donath, nel 1899, quasi a caldo, ossia pochi mesi dopo il termine del conflitto, sancito ufficialmente dal trattato di Parigi del 10 dicembre 1898 – sebbene le ostilità fossero cessate già dal mese di agosto –  in base al quale la Spagna perdette Cuba, destinata all’indipendenza (salvo la base di Guantanamo), Portorico, annessa dagli Stati Uniti, e le Filippine, più l’isola di Guam, temporaneamente occupate dalle forze armate statunitensi, dietro pagamento della somma di 20 milioni di dollari (e non 10, come scrive Salgari).

Per rendersi conto fino a punto il cuore di Salgari battesse per la vecchia Spagna e quanto egli giudicasse in maniera assortamente negativa e deplorevole l’intervento statunitense, sia nei suoi obiettivi che nelle sue modalità, basterà citare alcuni passaggi del romanzo (da: Emilio Salgari, «La Capitana del Yucatan», Milano, Antonio Vallardi Editore, 1966, pp. 53-54; 233-234; 245-246):

«Difatti nel febbraio  del 1895 l’insurrezione scoppiò improvvisa, con vigore spaventevole.  Le promesse non mantenute dal governo spagnolo, le sobillazioni degli Stati Uniti, avidi di porre le mani sull’agognata perla delle Antille, e i loro denari, non ché le aspirazioni, non mai domate, dei vecchi capi delle precedenti ribellioni, di rendere finalmente l’isola libera, avevano prodotto il loro effetto. […]

L’insurrezione, malgrado gli sforzi degli Spagnoli, si estese in tutta la provincia di Pinal del Rio, minacciando perfino la capitale. La Spagna comprese che stava per giocare una carta disperata e che dietro gl’insorti vi erano gli Stati Uniti. Con slancio patriottico impegnò risolutamente la lotta, decisa a farsi schiacciare, ma non a ripiegare la bandiera che da quattro secoli sventolava sulla Perla delle Antille.

Né il clima micidiale dell’isola, pericoloso soprattutto durante la stagione delle piogge, né le sue finanze esauste, né le minacce più o meno velate degli Stati Uniti la trattennero. Chiamò alle armi duecentomila uomini e li mandò a difendere la sua colonia e la bandiera della patria. Due anni di lotta disperata non la spaventarono. I suoi figli morivano a migliaia negli ospedali e nelle foreste, mietuti dalla febbre gialla; le battaglie si succedevano alle battaglie, le vittorie alle sconfitte; gli Stati Uniti, che temevano di veder svanire la speranza di porre finalmente le adunche dita sull’isola sospirata, facevano ogni giorno la voce più grossa, pure la Spagna non ripiegò la bandiera. […]

Come altre volte, la Spagna avrebbe finito per domare l’insurrezione e conservarsi ancora la disgraziata isola, se un avvenimento inaspettato non avesse dato l’occasione agli Stati Uniti di intervenire. La sera del 15 febbraio 1898, nel porto dell’Avana scoppiò improvvisamente il “Maine”, un poderoso incrociatore di 6.650 tonnellate, colà mandato dagli Stati Uniti por la protezione dei suoi connazionali, mandando all’aria duecento settanta marinai e due ufficiali. Le autorità spagnole accorsero frettolose in aiuto dei naufraghi e dimostrarono sinceramente il loro rammarico per la tremenda disgrazia, che aveva colpito la marina degli Stati Uniti: gli yankees  passarono sopra a tutto e accusarono gli spagnoli di essere stati la causa del disastro. 

L’inchiesta aperta da una parte e dall’altra non riuscì a fare piena luce sullo scoppio, il quale però pareva più casuale che dovuto ad opera malvagia. L’occasione era troppo propizia per gli americani per tentare di mettere le mani sull’isola agognata; essi minacciarono di rompere le relazioni diplomatiche, se non si accordavano le più ampie soddisfazioni.

Il governo spagnolo che si trovava sempre alle prese coi ribelli e che aveva appena domato l’insurrezione delle Filippine, che aveva le casse vuote  e la marina in disordine, cedette, mentre l’appetito degli americani cresceva. Non bastò promettere soddisfazione, non bastò promettere l’autonomia  di Cuba, non bastò nemmeno l’armistizio accordato agli insorti e nemmeno l’intervento di Leone XIII per evitare il conflitto.

Gli americani volevano la guerra, o meglio Cuba. Essi credevano che la Spagna non potesse resistere alle loro flotte,  che avesse paura e che Cuba fosse un boccone ormai destinato a loro. Armarono le loro poderose flotte, intimarono agli spagnoli di lasciare l’isola che era costata loro tanto sangue e tanti milioni ed il 23 aprile, appena pronunciata la dichiarazione di guerra, attaccarono e catturarono senz’altro le navi spagnole, vero atto di pirateria e di prepotenza brutale.

Essi credevano che la Spagna avrebbe ceduto e ripiegato la bandiera ondeggiante sulla Perla delle Antille; il popolo cavalleresco invece rispose con un grido sublime, un grido che stupì l’Europa intera.

La vecchia Spagna muore, ma non ripiega la bandiera che ha solcato, per prima, i flutti dell’Atlantico e che ha salutato per prima il sole d’America.

Povera, con flotta scarsa, ma con soldati prodi e marinai pronti a morire per la difesa delle ultime colonie, accettò la sfida brutale dei prepotenti yankees, preparandosi animosamente alla suprema lotta. […]

Il generale Rubio, che si batteva in prima fila come un semplice soldato, visto che la battaglia era ormai perduta e che El Caney stava per venire presa, non volle sopravvivere al disonore della sconfitta. Raccolta una bandiera caduta di mano ad un alfiere che era stramazzato ai suoi fianchi, si slanciò in mezzo agli squadroni dei “rough-riders” che li caricavano di fronte, urlando:

“A me, miei prodi! Viva la Spagna!”.

Quel valoroso fu veduto rovesciare, colla propria sciabola, parecchi cavalieri nemici, poi cadere sotto una grandine di colpi per non più rialzarsi.

Quel sentimento magnanimo, che si riscontra sempre in un nemico valoroso e veramente forte, doveva essere sconosciuto alla cavalleria americana, che preferì uccidere quel prode anziché farlo prigioniero. La morte del difensore di El Caney  pose fine alla sanguinosa battaglia. […]

Il 10 novembre, dopo lunghe trattative, la pace veniva definitivamente firmata a Parigi, dopo però una fiera protesta da parte di Monteros Rios, presidente dei delegati spagnoli. Gli Stati Uniti, inesorabili verso la povera Spagna, che aveva cercato di salvare, quantunque povera e dieci volte più debole, l’onore della propria nazione calpestato da una strapotente ed ingenerosa avversario, s’appropriavano di Cuba, di Portorico e delle isole Filippine dietro  il derisorio compenso di cento milioni.

Il diritto delle genti fu interamente calpestato dagli affaristi dell’America del Nord, senza che l’Europa intimasse l’alto là alle pretese  esagerate di quegli uomini senza scrupoli.»

Quanto alla morte del valoroso generale Rubio – in effetti, Joaquin Vara del Rey y Rubio, nativo delle Baleari, isola d’Ibiza, nel 1840, e caduto eroicamente nella battaglia di El Caney il 1° luglio 1898 – il racconto di Salgari non è fedele alla realtà, forse per difetto d’informazione, crediamo, più che per volontà esplicita di abbellire e poetizzare quella pagina di storia. Vara del Rey non cadde durante una carica contro i Rough-Riders, colpito dalle pallottole statunitensi. Dopo aver difeso la posizione di El Caney per ben dieci ore, senza cannoni e con appena 550 uomini (solo 84 dei quali sopravvissero incolumi), contro 12.500 soldati americani molto ben armati e sostenuti dal tiro dell’artiglieria, venne ferito a morte. Due soldati lo trasportarono verso le retrovie, ma vennero intercettati da un gruppo di “mambises”, i guerriglieri indipendentisti, che trucidarono il generale sulla stessa barella in cui giaceva. Episodio niente affatto isolato: si pensi che, dopo la battaglia navale al largo di Santiago de Cuba, in cui fu distrutta, qualche giorno dopo, l’intera flotta dell’ammiraglio Cervera, i pochi naufraghi spagnoli che, sfuggendo agli squali, riuscirono a toccare terra, vennero finiti a colpi di “machete” dai “mambises” che pattugliavano la riva espressamente per quello scopo.  Il corpo di Vara del Rey venne abbandonato sul posto, sotto il fuoco nemico, e, per qualche tempo, rimase disperso. Nella battaglia erano caduti anche i suoi due figli, che militavano nella guarnigione spagnola. La crudeltà dei guerriglieri era talmente nota, anche contro i feriti, che nessuno osava correre il rischio di cadere nelle loro mani. Solo al termine della guerra, con la collaborazione statunitense, i suoi resti vennero identificati e rimpatriati, mentre alla memoria dell’eroico comandante fu decretata la Croce di San Lorenzo. Oggi un imponente monumento ricorda questa notevole figura di militare nel suo paese natale, a Ibiza.

Tornando a Salgari: qualche lettore, ragionando in base all’ideologia, avrebbe potuto aspettarsi che egli parteggiasse per i Cubani in lotta per la libertà e contro il governo spagnolo, oppressivo e, per giunta, coloniale. Ma Salgari non ragionava in maniera ideologica: le sue simpatie e le sue antipatie politiche – o, piuttosto, quelle degli eroi e delle eroine dei suoi romanzi d’avventura – avevano poco o nulla a che fare con i rigidi e semplicistici schemi della destra e della sinistra, del progressismo e del conservatorismo. Salgari, in politica (che non gl’interessava in se stessa, ma solo come sfondo alle sue storie avventurose) era istintivo e generoso come un fanciullo: di primo acchito, senza tanti sofismi, si gettava dalla parte del più debole, del più nobile, del più cavalleresco; dalla pare in cui tralucevano le migliori virtù morali, e contro quella che, ai suoi occhi, le negava.

Poteva anche sbagliarsi, naturalmente: ma il suo istinto era sano, e raramente falliva il bersaglio. Gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto una durissima guerra civile per abolire lo schiavismo, potevano anche ingannare qualcun altro (il Verne de «L’isola misteriosa», per esempio) e riscuotere la fama di nazione democratica e libertaria per eccellenza: egli, nella guerra del 1898, non vide altro che l’avida e cinica protervia del pesce grosso che vuole divorare, con abili pretesti umanitari, il pesce più piccolo. E non solo egli bolla per sempre la grettezza e l’egoismo dei loro obiettivi strategici; non riconosce loro nemmeno il valor militare, evidenziando il fatto che vinsero grazie a una superiorità schiacciante, conto un nemico infinitamente più debole. Né si perita di evidenziare che il trattato di Parigi sancì una vera infamia, una spoliazione ingiustificata della valorosa ma disgraziata Spagna; e che l’Europa rimase a guardare mentre si compiva una sì colossale ingiustizia.

È un peccato che Salgari sia stato uno dei pochi a percepire la svolta non solo politica, ma anche etica, che la guerra del 1898 rappresentò per la Repubblica nordamericana. Era finito il tempo delle crociate in favore della libertà (ammesso che fosse mai esistito: il genocidio dei Pellerossa avrebbe pur dovuto insegnare qualcosa…) e cominciava quello dell’imperialismo yankee: la politica estera che, come disse senza perifrasi il presidente Teddy Roosevelt, uno dei dubbi “eroi” di Santiago, d’ora in poi sarebbe stata fatta con un grosso e nodoso bastone. Il mondo era avvertito. Perfino negli Stati Uniti, qualche raro intellettuale della vecchia generazione si trovò a disagio; ma l’Europa non apprese la lezione: e sia nel 1917, che nel 1941, una parte di essa supplicò il loro intervento, per ristabilire la libertà e la giustizia sul Vecchio Continente. Con quali conseguenze, ora sappiamo,

Impareggiabile Salgari! Era un eterno fanciullo, coi suoi Sandokan, i suoi Yanez, i suoi Tigrotti della Malesia e i suoi Corsari Neri, Rossi e Verdi dei Caraibi; ma non era un ingenuo. Aveva afferrato al volo che, di quegli Stati Uniti, qualunque cosa avessero rappresentato, in precedenza, per l’immaginario degli Europei, adesso c’era da aver paura. Ad esempio, egli rifiuta il sospetto che la corazzata «Maine» sia stata sabotata dagli Spagnoli. Chissà cosa avrebbe pensato, ai nostri giorni, dell’11 settembre, di Al Qaida, I.S.I.S, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia. Una cosa, secondo noi, è quasi certa: non avrebbe mandato giù a occhi chiusi le versioni ufficiali fornite dalla Casa Bianca…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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