domenica, 19 Settembre 2021
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L’evangelizzazione delle Molucche nel 1546 e la questione storico-morale delle missioni

L’evangelizzazione delle Molucche nel 1546 e la questione storico-morale delle missioni. Il principale evangelizzatore delle Molucche è stato Francisco Xavier uno dei più importanti collaboratori di Ignazio di Loyola di Francesco Lamendola

Le Molucche non sono nominate affatto dagli organi di stampa e dai telegiornali, eppure sono uno dei fronti “caldi” dell’attuale scontro fra Islam e Cristianesimo: quella sciagurata “guerra di civiltà” cui il presidente americano Bush junior, la cui azione politica sullo scenario internazionale non sarà mai esecrata abbastanza, ha dato un contributo determinante e che ora vede le minoranze cristiane nei Paesi musulmani, quasi tutte di origine molto antica, sottoposte a gravi minacce e, talora, a vere e proprie persecuzioni.

Osservando un mappamondo si può vedere chiaramente come tali fronti “caldi” coincidano con la linea di contatto fra l’area di diffusione delle due grandi religioni monoteiste (con l’Ebraismo a complicare le cose nel settore mediorientale), quasi come due placche o zolle tettoniche le quali, muovendosi alla deriva l’una verso l’altra, si urtano e si scontrano, dando luogo a gravi tensioni, proprio come, in geologia, la Zolla Africana, scontrandosi con quella Euroasiatica, dà origine alla caratteristica instabilità sismica e vulcanica dell’area mediterranea.

Si tratta di una linea che va dall’Atlantico, approssimativamente all’altezza del Senegal, passando per il cuore dell’Africa e giungendo sulla costa del Mar Rosso, con l’isola cristiana dell’Etiopia circondata da Paesi a stragrande maggioranza musulmana, ivi compresi l’Eritrea e la Somalia, e con alcune consistenti minoranze cristiane ancora più isolate, come quella dei Copti in Egitto; prosegue poi attraverso il Vicino e Medio Oriente, con le antiche comunità maronite del Libano e con altri gruppi cristiani in Palestina, Iraq, Iran e Pakistan; prosegue attraverso il festone dell’arcipelago indonesiano, islamico quasi al novanta per cento, ma con consistenti gruppi cristiani a Celebes, a Timor e, appunto, nelle Isole Molucche; e giunge infine nelle Filippine, unico Paese a maggioranza cattolica di tutta l’Asia, nella cui parte meridionale, e specialmente nell’isola di Mindanao, sono i musulmani a formare una robusta minoranza e a condurre, da moltissimo tempo, una guerriglia indipendentista che trova nella contrapposizione religiosa il suo massimo punto di focalizzazione.

I cristiani d’Africa e d’Asia sono divisi fra le tre grandi confessioni cattolica, ortodossa e protestante; nelle Isole Molucche, le antiche “Isole delle Spezie”, tanto ambite dai commercianti Europei, su due milioni di abitanti i cattolici non sono più di centomila, il rimanente essendo diviso fra islamici e protestanti. I cattolici, riuniti in una sola diocesi, quella di Ambon, sono i discendenti degli indigeni convertiti dai primi colonizzatori europei, i Portoghesi, qui giunti nel 1513 (e poco dopo, nelle isole settentrionali, gli Spagnoli); i protestanti discendono da quelli convertiti ad opera dei secondi colonizzatori, gli Olandesi, arrivati nel 1599 e insediatisi definitivamente nel 1603.

Nel 1999 un banale incidente automobilistico, in cui perse la vita un musulmano, fece da detonatore allo scoppio di una vera e propria guerra di religione fra la comunità islamica e quella cristiana: alla “guerra santa” lanciata dagli estremisti della prima rispose la formazione di milizie di autodifesa, spesso formate da giovanissimi, da parte della seconda. Le vittime sono state non meno di 13.500 e solo nel febbraio del 2002, con la conferenza di Malino, si è giunti ad un accordo di pace fra i due gruppi; pace che è sempre appesa a un filo e che tiene costantemente in apprensione gli abitanti di quelle isole, specialmente i cristiani che si sentono, e realmente si trovano, sotto attacco.

Infatti, sebbene il dialogo non sia mai venuto meno in maniera definitiva, persistono dei focolai di guerriglia e la situazione potrebbe degenerare in qualsiasi momento: è ormai accertato, infatti, che le milizie islamiche dell’arcipelago sono state infiltrate dagli uomini di Al Qaida, il cui scopo non è solo colpire i cattolici, ma tenere viva la tensione fra le due comunità, anche agli occhi del mondo esterno, in modo da dare l’impressione che la convivenza pacifica tra di esse sia impossibile; anche se, invece, sono in molti, da entrambe le parti, a desiderare un ritorno alla normalità.

È interessante ricostruire la nascita della prima comunità cattolica nelle Molucche, un tempo chiamate anche “Isole del Moro” e descritte, fra gli altri, dal grande scrittore Daniello Bartoli nella sua monumentale opera «Istoria della Compagnia di Gesù». I Portoghesi, come si è detto, erano giunti nel 1513, di slancio, dopo che Vasco Da Gama aveva raggiunto Calicut, in India, nel 1498, per la rotta del Capo di Buona Speranza, e dopo che, conquistate Goa, Ceylon e Malacca, Almeidea e Albuquerque, nel decennio 1505-1513, avevano gettato le basi di un vero e proprio impero portoghese nelle Indie.

La popolazione originaria era in prevalenza di origine melanesiana, come lo è quella della vicina Nuova Guinea; le guerre portate, o alimentate, dai conquistatori bianchi, specialmente dopo l‘arrivo degli Olandesi che soppiantarono i Portoghesi, e l’introduzione di immigrati malesi per i lavori nelle piantagioni, alterarono la sua composizione originaria e portarono alla formazione di una maggioranza di stirpe malese.

Divenute parte dell’Impero olandese delle Indie Orientali, le Molucche ne fecero parte fino al 1949, quando l’Indonesia raggiunse l’indipendenza: secondo gli accordi intercorsi fra l’antica madrepatria e la sua ex colonia, avrebbe dovuto trattarsi di una federazione di repubbliche sovrane e la popolazione delle Molucche fu chiamata a scegliere se optare per l’autonomia; si formò allora una effimera Repubblica delle Molucche, che visse qualche mese appena, nel 1950, prima di essere schiacciata dall’esercito indonesiano; ma una guerriglia indipendentista, alimentata da quanti erano emigrati nei Paesi Bassi e fatta anche di attacchi terroristici, si trascinò fino al 1978.

È questo un precedente significativo, che spiega come vi fosse già una situazione di forti tensioni politiche e sociali quando, nel 1999, scoppiò la guerra fra le due principali comunità religiose dell’arcipelago. A ciò si aggiunga che l’Indonesia, di cui le Molucche fanno parte, è il più popoloso Stato musulmano al mondo, con i suoi oltre 220 milioni di abitanti (ed è anche il quarto Paese più popoloso della Terra), anche se si tratta di uno Stato laico nella cui costituzione non vi è alcun riferimento all’Islam. I musulmani costituiscono, nell’insieme del vastissimo arcipelago, l’ottantacinque per cento della popolazione; il rimanente quindici per cento è formato da cristiani, buddisti, animisti e induisti (questi ultimi concentrati a Bali), la cui presenza è molto più antica di quella dell’Islam, giunto verso il XII secolo a bordo delle navi dei mercanti arabi.

Il principale evangelizzatore delle Molucche è stato Francisco Xavier (Francesco Saverio; 1506-1552), uno dei più importanti collaboratori di Ignazio di Loyola nella fondazione dell’ordine dei Gesuiti e, poi, nell’attività missionaria verso i Paesi extra-europei, canonizzato nel 1622 da papa Gregorio XV.

Così lo scrittore e giornalista Jan Félix Bellido ha rievocato questa pagina poco nota della storia delle missioni cristiane in Asia alla metà del XVI secolo (da: J. F. Bellido, «Francesco Saverio, fino agli ultimi confini»; traduzione italiana di Giuseppe Pessa, Roma, Città Nuova, 1998, pp. 146-52):

«Per seguire l’azione missionaria di Francesco Saverio nelle Molucche, sarebbe sufficiente leggere con molta attenzione i racconto che lui fa di quel viaggio, il 20 gennaio, ai compagni di Roma, una volta tornato a Cochìn. In questa lettera non mancano descrizioni delle nuove terre e dei loro abitanti, di costumi e dei pericoli incontrati e anche della conversione di quelle genti. Francesco Saverio resta soltanto tre mesi ad Amboina, dove dice di aver trovato sete villaggi cristiani. Ma lì visita, , oltre ai villaggi costieri, quegli altri cristiani dell’interno, fino alla frontiera stessa delle popolazioni musulmane del Nord. Battezza i figli delle famiglie già cristiane, che, tuttavia, non avevano ancora ricevuto questo sacramento di iniziazione a causa della morte del sacerdote che aveva la responsabilità di quelle popolazioni, e inoltre converte nuovi cristiani che da lui ricevono anche il battesimo. In questo modo, battezza oltre un migliaio di bambini, grazie all’aiuto dell’interprete che lo accompagna, Manuel de Hatiwi, il quale va di casa in casa chiedendo il numero dei bambini e dei malati che ci sono in ognuna. Francesco si prende ugualmente cura degli equipaggi e dei passeggeri delle navi de “conquistadores” spagnoli e portoghesi, che fanno scalo ad Amboina  sulla via di altre terre da scoprire.

Ci sono terre da esplorare o isole già conosciute, ma abbandonate e lontane da ogni contatto, che lui vorrebbe visitare. Non è un progetto facile da realizzare, ma Francesco Saverio deve necessariamente affrontarlo per coerenza con la sua missione. Quando lui parla di queste popolazioni nelle sue lettere in Europa, lo fa in questi termini: “La popolazione è assai barbara e pronta a tradire. è più bruna che nera ed è gente ingrata fino  all’eccesso. In questi luoghi vi sono isole nelle quali si mangiano gli uni con gli altri:questo avviene solo quando, combattendo fra loro, si uccidono in battaglia e non in altri casi. Quando muoiono per malattia offrono in pasto per un gran banchetto le mani e i calcagni. Questa gente è tanto barbara che vi sono delle isole dove se un vicino vuol fare una gran festa domanda in prestito ad un altro il padre suo, se è molto vecchio, per mangiarlo, promettendogli che gli darà il suo quando sarà vecchio e se vorrà fare qualche banchetto. […] Fra loro vi sono abominevoli peccati di lussuria quali voi non potreste crede né io oso scrivere”. [Lettera da Amboina del 10 maggio 1546.] Ma non esistevano situazioni che potessero fermarlo. “Prima di un mese io spero di andare in un’isola dove si mangiano gli uni con gli altri… Gli abitanti di questa isola vogliono diventare cristiani ed è questa la ragione per cui io mi reco laggiù”. E questa ragione gli basta. I pericoli non hanno importanza.

La sua idea è di dirigesi al Nord; vede bisogni da tutte le parti , sa che ci sono cristiani abbandonati alla loro sorte in tutte quelle isole, senza pastore che li curi. Perciò, prima di partire da Amboina, il 10 maggio, scrive così ai suoi compagni di Goa. […]

Le piogge cadono abbondanti su Amboina. Saverio è alloggiato in una capanna costruita nello stile di quella degli indigeni, ed è ovviamente poco protetto. Non si tratta soltanto dell’umidità, caratteristica di quella stagione dell’anno, ma anche di eccesso di lavoro, della spossatezza dopo mesi d navigazione, di viaggi compiuti per mare e per terra là nei dintorni, di continui battesimi, predicazione, dedizione agli altri. Tutto ciò porterà inevitabilmente Francesco ad ammalarsi gravemente.  E gli ci vorrà un mese per riprendersi. Ma una volta ristabilito e ormai superata la stagione delle piogge, non si dà tregua e intraprende un nuovo viaggio. Questa volta lo compie da solo.  […] Siamo nel mese di giugno del 1546.

Da Amboina si dirige verso il Nord, seguendo la rotta delle Isole delle Spezie, e arriva a Ternate dove si ferma altri tre mesi. Quelle terre sono dei regni dominati dai musulmani, dove tuttavia non mancano piccoli gruppi di cristiani. […]

I frutti sono enormi: “Dio nostro signore volle che fra i portoghesi di questa città e fra la gente nativa del luogo, tanto cristiani come infedeli, io trovassi in poco tempo grande favore davanti ai loro occhi”. Lui predica, istruisce, battezza. E: “Passati i tre mesi, partii da questa città… per alcune isole che stanno a 60 leghe”. Si riferisce, qui, all’isola del Moro, chiamata attualmente Morotai, che è l’isola più settentrionale delle Molucche.  In essa c’erano allora anche dei cristiani. Ma erano assai abbandonati a causa delle distanza dall’India e della mancanza di pastori. L’isola era sotto la protezione del Portogallo, ma la verità era che il temibile sultano di Gilolo, Katarabumi, imponeva là la sua legge, assassinando sacerdoti e bruciando chiese. Non era, quindi, facile arrivare fin là. Ternate era in guerra con il sultano e nessuno si azzardava a navigare verso quelle terre.

Francesco Saverio è tenacemente deciso ad andarci e minaccia addirittura di gettarsi in mare per fare la traversata  a nuoto se non troverà una barca che lo porti là. Erano venti chilometri di mare che separavano una costa dall’altra e lui era uomo capace di farlo, tanto che ormai, convinti da lui,  quegli uomini finiscono col decidere di accompagnarlo. Francesco Saverio trova una terra vulcanica – con vulcani, come il Tolo, che raggiungono i 1.000 metri di altezza -, isolette disseminate lungo e coste, baie ampie e aperte, villaggi che si affacciavano sul mare, e una fauna di uccelli, esotici ai suoi occhi, come pappagalli di ogni specie e lo splendido passero del fuoco. L’accoglienza nei villaggi cristiani è migliore di quanto lui si aspettasse.  Ma il mondo pagano è, però, più difficile. In quelle zone vivevano gli Alfuri, barbari fino a’eccesso, pieni di feticismi e di credenze magiche. E all’interno c’erano i famosi Tavaros, tagliatori di teste umane che essi collezionavano nei loro villaggi.

Anche qui, come negli altri luoghi Francesco svolge la solita attività missionaria e catechizzatrice, andando di villaggio in villaggio, predicando e battezzando; e si trattiene colà per tre mesi, da settembre a dicembre del 1546, tra quei cristiani di cui dice: “moto consolazione ebbi con loro ed essi con me”. Ma non sono terre facili. […]

In queste isole vi è una popolazione chiamate Tavaros. Sono pagani i quali ripongono tutta la loro felicità nell’ammazzare quelli che possono e si dice che molte volte ammazzino i loro figli e le mogli quando non trovano nessuno da uccidere.  Essi ammazzano molti cristiani..” E inoltre: “Una di queste isole trema quasi sempre e il motiv o è che in questa stessa isola si trova un monte che di continuo emette fuoco  e molta cenere.” Un giorno, mentre lui diceva messa, vi fu un’eruzione così violenta “che avevo paura che crollasse l’altare”.

Nell’isola de Moro resterà fino al dicembre del 1546 visitando villaggi cristiani e battezzando. Alla fine dell’anno torna a Ternate per poi, da lì, fare ritorno a Malacca.»

L’opera dei missionari cattolici, e specialmente dei gesuiti, è – da sempre – al centro di polemiche roventi; si può anzi dire che sia uno degli aspetti della propria storia che la cultura occidentale rifiuta oggi con più decisione e, sovente, con più acrimonia.

Sarebbe cosa difficile negare che i missionari cattolici, specialmente in passato, abbiamo mostrato prevenzione, insensibilità e talvolta anche disprezzo per le culture dei popoli nativi; che abbiano contribuito alla loro deculturazione e, in certi, casi, anche alla loro sottomissione materiale.

A fianco di Francisco Pizarro, allorché fece catturare a tradimento l’inca Atahualpa e massacrare migliaia di uomini del suo seguito, c’era un frate, Vicente de Valverde, che si rese corresponsabile di quella trista azione e, anzi, incitò i “conquistadores”, promettendo loro il Paradiso se fossero caduti in combattimento; e nello Yucatan il vescovo Diego de Landa si rese autore della distruzione i tutti i manoscritti maya, perpetrando un autentico crimine contro la cultura di quel popolo (salvo poi pentirsene e cercar di salvare il salvabile, ma ormai troppo tardi).

Bisogna però ricordare anche uomini di Chiesa che ebbero tutt’altro atteggiamento, come il vescovo Bartolomé de Las Casas, strenuo patrocinatore della causa degli indios caraibici presso la corte di Spagna; e, quanto ai gesuiti, l’opera da essi svolta per proteggere gli indigeni del Paraguay contro la cupidigia dei cacciatori di schiavi, almeno fino a quando le loro “reducciones” non vennero chiuse d’autorità, dopo la retrocessione di quel territorio dalla sovranità spagnola a quella portoghese, ove la schiavitù era perfettamente legale.

Al di là di singoli comportamenti e di singole situazioni, sui quali – comunque – il giudizio che si è portati a esprimere discende, il più delle volte, non da una considerazione imparziale dei documenti e dei fatti, ma dalle proprie convinzioni ideologiche, l’esempio della evangelizzazione delle Molucche da parte di Francisco Xavier ha il pregio di porre il problema storico nella sua autentica prospettiva e di mettere a fuoco alcuni punti nodali, sui quali regnano incontrastati antichi pregiudizi e numerosi luoghi comuni.

Punto primo: l’idea  che il rispetto per le altre culture implichi necessariamente anche la rinuncia al proselitismo religioso è una idea tutta moderna; essa trova bensì un certo riscontro nella cultura greca e in quella romana, ma non in quella medievale, e non solo cristiana, ma anche islamica: di conseguenza, non sarebbe corretto giudicare l’opera dei missionari cattolici secondo categorie di giudizio che non appartenevano al loro tempo e che, anzi, erano in contrasto con esso.

Punto secondo: anche se noi moderni riteniamo giusto non porre questioni di confronto e di giudizio fra culture diverse, ammaestrati dai danni che una presunta superiorità della cultura europea ha provocato ad altri popoli ed altre culture, è innegabile che il mito del “buon selvaggio” abbia fatto il suo tempo e che si dovrebbe avere l’onestà di riconoscere che esistevano usi e costumi, fra alcuni dei popoli che furono oggetto di evangelizzazione, talmente selvaggi e crudeli – quali il cannibalismo, la caccia alle teste e la guerra sistematica intertribale, magari corredata dai più diabolici sistemi di tortura dei prigionieri (come accadeva presso Irochesi e Huroni nel Canada)  non già da giustificare la deculturazione di quei popoli, ma certo da far apparire sotto una luce diversa, niente affato negativa, lo sforzo che i sacerdoti condussero per contrastare tali consuetudini.

Punto terzo: se la politica è l’ambito del possibile e non dell’utopia, allora bisogna avere la franchezza di riconoscere che essa aborre il vuoto; per cui, nel caso delle Molucche, la domanda corretta da fare è la seguente: se non fossero state evangelizzate dai missionari cristiani, con quali forze spirituali, e anche materiali, avrebbero avuto a che fare gli indigeni?

E la risposta è: con i sultani delle isole vicine, i quali non avevano, né (se fossero rimasti padroni del campo) avrebbero avuto la mano più leggera verso di essi, tutt’altro. Un fiorente mercato degli schiavi depauperò i popoli della costa orientale dell’Africa fino agli ultimi decenni del XIX secolo, diretta verso i mercati e gli harem dell’Arabia; e la stessa cosa sarebbe toccata agli indigeni del Sud-est asiatico, qualora giudicati troppo primitivi per essere convertiti all’Islam e “civilizzati”. Invece di essere persuasi con l’esempio pacifico dai missionari gesuiti, sarebbero stati cacciati come bestie feroci dai seguaci dell’Islam, sterminati o fatti schiavi e venduti; e nessuno avrebbe cercato di prendere le loro difese o di mitigare il loro amaro destino.

La storia non si può fare con i “se”, ma bisogna essere ben ipocriti per chiudere gli occhi davanti a ciò che sempre è accaduto quando una società più evoluta tecnologicamente è entrata in contatto con una più arretrata. Senza dubbio Giulio Cesare prese a pretesto la migrazione degli Elvezi per condurre una “ingiusta” guerra di conquista contro i popoli della Gallia; tuttavia è certo che, se non lo avesse fatto lui, nel giro di pochi anni, forse solo di pochi mesi, lo avrebbe fatto Ariovisto, che già si teneva pronto sull’altra sponda del Reno. Davvero sarebbe stato meglio, per la storia di Francia e per la storia d’Europa, se la Gallia fosse stata sottomessa dai Germani, nella seconda metà del I secolo avanti Cristo, anziché dai Romani? E davvero una tale conquista sarebbe costata ai vinti meno lacrime e sangue?

Del resto, tornando alle Molucche, e, più in generale, alla questione missionaria nel XVI secolo e anche dopo, alle violenze indiscriminate del primo impatto fra Europei e popoli extra-europei, seguì una fase di assestamento, nella quale poterono inserirsi degli uomini generosi, disinteressati, animati da autentica sollecitudine per gli indigeni, e sia pure alla loro maniera, cioè secondo le categorie morali e psicologiche della propria cultura: uomini come Francisco Xavier, pronti a rischiare e a offrire la propria vita, pur di predicare ovunque il messaggio di Cristo: e non furono in pochi a morire di stenti e di fatiche o a subire il martirio.

Erano, in ogni caso, dei profeti disarmati; non predicavano l’odio, ma l’amore; cercavano di mitigare le guerre e le usanze più crudeli; insegnavano il rispetto per la vita di tutti, anche dei deboli; intercedevano come potevano presso gli orgogliosi conquistatori della loro stessa razza, allo scopo di alleviare la sorte dei nativi; e, se non tutti possedevano una perfetta coerenza morale, nel complesso non si può dire che non abbiano fatto quanto di meglio sapevano e potevano per diffondere, a prezzo di qualunque sacrificio, la morale del Vangelo, la quale, di per sé – a prescindere, dunque, dalle strumentalizzazioni che ne sono state fatte, volta a volta – non si può dire, se si vuole conservare un minimo di obiettività, che abbia nuociuto alla convivenza umana, alla dignità della persona e al rispetto dei suoi diritti naturali.

A differenza di ciò che si può e che si deve dire di altre culture e di altre religioni: piaccia o non piaccia  a quanti vorrebbero vedere il male, sempre e comunque, da una parte sola…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/02/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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