lunedì, 1 Marzo 2021
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L’uomo moderno è confuso e frammentato e non c’è più chi lo sappia curare nella sua interezza

La società sembra aver smarrito la coscienza “dell’unità della persona”, dell’importanza di trattarlo come parte di un progetto di Francesco Lamendola 

Fino a qualche decennio fa esisteva la figura del medico condotto che visitava i suoi pazienti a domicilio, li conosceva da sempre; era anche un po’ psicologo, e ne curava i  malanni tenendo ben presente la loro unitarietà di persone. Non si fermava alla diagnosi e alla terapia dei singoli disturbi, ma si faceva carico dell’intero quadro clinico sotteso ad essi; consigliava visite specialistiche, esami o radiografie, ne seguiva i risultati, voleva andare a fondo delle cose. Non si accontentava di aver indicato la strada da seguire, si interessava degli sviluppi generali e voleva vedere i risultati; se quei risultati non arrivavano, consigliava altre strade e dava altre indicazioni. Il paziente, insomma, si sentiva interamente affidato alla sua competenza. Non doveva consultare altri medici, non doveva suggerire la necessità di sottoporsi a questo o quell’esame, di questa o quella terapia; era il suo medico che ci pensava.

Fino a qualche decennio fa, qualche cosa di simile accadeva con la figura del sacerdote. Egli seguiva i suoi parrocchiani fin da bambini, nell’adolescenza e nell’età adulta; era messo a parte di problemi personali e familiari, dava consigli, raccoglieva sfoghi e smarrimenti. Non suggeriva alle sue pecorelle di rivolgersi allo psicologo, le ascoltava e parlava loro con l’autorità di un ministro di Dio, anche se, come uomo, era disposto a riconoscersi inadeguato e peccatore. Comunque non mandava via nessuno; e, se non vedeva più una persona per un certo tempo, ne chiedeva notizie o la andava a trovare. E parlava: distribuiva parole di carità e di speranza, ricordava – nelle ore tristi, ad esempio dopo un funerale – il destino dell’anima immortale. Naturalmente, poteva accadere che fosse una persona mediocre o perfino indegna della sua missione, così come poteva capitare al medico condotto; ma, in generale, costituiva una presenza importante e rassicurante, un punto di riferimento nelle vicissitudini  della sua comunità.

Poi c’era il maestro o, più spesso, la maestra: uno (o una) per ciascuna classe. Magari non sapeva insegnare tutto ugualmente bene; magari non era bravo allo stesso modo nel guidate gli esercizi di ginnastica, o a far cantare i bambini, o a spiegare l’aritmetica; e, quasi certamente, non avrebbe saputo insegnare l’inglese, se pure gli fosse stato chiesto di farlo.  Però era una figura autorevole che, nella sua professione, non vedeva tanto le singole materie, quanto la persona in divenire che aveva davanti e che gli era stata affidata, ossia il bambino. Vedeva tutto il bambino, cioé lo vedeva nella sua totalità; ed era convinto – come lo erano stati i suoi insegnanti, in quella signora scuola che era il vecchio Istituto Magistrale – che l’essere umano è, in ogni modo, una realtà unitaria; e che il suo compito consisteva nel sollecitarla a svilupparsi e ad espandersi, realizzando il meglio delle sue potenzialità intellettive, affettive e spirituali. Poteva capitare, certo, che il maestro (o la maestra) fosse una persona arida e frustrata; che facesse smaccati favoritismi e che mortificasse scioccamente gli alunni più timidi. Ma questa era, diciamo la verità, piuttosto l’eccezione che la regola.

Il medico, il prete, il maestro: tre figure fondamentali per la vita delle persone, specialmente nei paesi e nei quartieri delle città di provincia. Tre figure che avevano una cosa in comune: vedevano l’essere umano come persona e non come numero nella massa; lo vedevano tutto intero, corpo, mente e cuore; si facevano carico della sua crescita e del suo equilibrio; non guardavano l’orologio ogni momento e non consideravano finito il loro dovere con il termine del loro orario di servizio. Avevano una idea chiara e relativamente semplice (criticabile quanto si vuole) di cosa dovrebbe essere la vita umana, di come dovrebbe essere una persona sana e in pace con se stessa e col mondo: e, se necessario, erano capaci di intervenire con severità.

Erano ascoltati; qualche volta temuti; sempre rispettati. La loro onestà, la loro competenza, potevano anche essere messe in dubbio (raramente), ma non la loro funzione sociale, non il fatto che la società aveva bisogno di loro, così come essi sapevano fare e avevano sempre fatto: secondi, per autorevolezza, solo alla figura dei genitori; e, in certi casi, perfino superiori ad essi. Quel che dicevano loro non era messo in dubbio; o, se ciò accadeva, lo era per ragioni molto contingent.; Nessuno, però, negava il loro diritto – e il dovere – di consigliare, intervenire, pretendere; nessuno si sognava di sminuire l’importanza della loro opera.

Le loro parole erano pronunciate con convinzione: loro sapevano ciò di cui il paziente, il parrocchiano o l’alunno avevano bisogno; e si aspettavano – quasi sempre a ragione – che essi li avrebbero ascoltati, avrebbero seguito i loro consigli e si sarebbero attenuti scrupolosamente alle loro indicazioni. Non tentennavano davanti alle decisioni da prendere, non erano mai scettici o relativisti su nessuna cosa: vedevano il mondo con chiarezza (magari sbagliando) ed erano persuasi di avere una missione da svolgere, quella di sorreggere e instradare il prossimo. Rispondevano in prima persona: eventualmente, anche con un paio di ceffoni (almeno il prete e il maestro); e nessuno li avrebbe criticati per questo.

Si ispiravano a un codice di valori consolidato e largamente condiviso dalla società.

Oltre a questo, comunque, facevano un grande assegnamento sulla pratica, sulla vita vissuta. Più che alle nozioni imparate sui libri, si regolavano secondo quanto avevano appreso nel corso di una lunga ed intima frequentazione del prossimo. Se erano anziani, tanto meglio: godevano di maggior prestigio, perché l’età voleva dire esperienza e l’esperienza, saggezza. Né i bambini, né le loro famiglie badavano più di tanto al fatto che la loro maestra fosse giovane e carina; i capelli bianchi di una vecchia maestra, ormai vicina alla pensione, erano garanzia di lunghi anni d’insegnamento e, quindi, di una cospicua pratica. La stessa cosa valeva per il medico ed il prete: capelli bianchi, lunga esperienza, dunque maggiore affidabilità.

Semplice e chiaro.

Non ci si aspettava che queste figure fossero geniali; ci si accontentava che sapessero svolgere con onestà e competenza le loro mansioni. In altre parole, esisteva nei loro confronti un rapporto di tipo personale, oltre che istituzionale, basato sulla fiducia: da uomo a uomo.

Io ti affido la mia salute, e tu mi curi nel miglior modo possibile, con scrupolosità e dedizione. Se necessario, verrai a visitarmi anche di notte; quando è in gioco la salute, non ci sono più orari che tengano. E nessuno si sentirà un eroe, per questo; ma solo uno che ha fatto il suo dovere, e al quale si offrirà – magari –  un buon bicchiere di vino, o un caffè forte, per combattere la stanchezza della notte insonne.

E ancora: io ti affido i miei bambini. Tu insegnerai loro quel che occorre sapere su Dio e sull’altra vita (al prete); oppure: tu insegnerai loro a leggere, a scrivere e a far di conto (al maestro). Gli darete, entrambi, delle certezze. Gli mostrerete quali sono le cose importanti nella vita di quali cose si può a fare a meno, e di quali no. Gli direte che cosa sia giusto e che cosa sbagliato; e sappiamo che i bambini ne faranno tesoro, per tutta la vita.

Oggi, queste figure sono scomparse.

Il medico della mutua ti riceve in fretta, dopo una lunga fila in sala d’attesa; non viene a casa, neanche se i bambini hanno la febbre alta. Basta coprirli bene, niente paura; un tempo ci insegnavano che la febbre si cura stando a letto, al caldo, ma erano tutte fisime dei medici del tempo andato.

Anche il prete è quasi scomparso. Costretto a mandare avanti la parrocchia da solo, o magari a seguirne due o tre, è sempre di corsa, non ha mai tempo di fermarsi. Non conosce a fondo i suoi parrocchiani e non parla quasi mai con loro. In genere, concentra le sue energie sui ragazzi, perché è un investimento più conveniente; gli anziani, ormai, devono arrangiarsi da soli, come meglio possono. Del resto, la chiesa è sempre vuota, il digiuno non lo fa più nessuno; si salva ancora la formalità dei sacramenti, ma quasi solo come occasione di vita mondana, con sfoggio di bei vestiti e di regali costosi.

Il maestro unico (che pare verrà reintrodotto) ha ceduto il posto a quattro, cinque insegnati più o meno specializzati: quello dell’area linguistica, quello dell’area scientifica e matematica, quello di lingua inglese, quello di religione, quello di canto corale. Ma nessuno ha più il carisma dei maestri d’un tempo. Le famiglie li criticano impietosamente davanti ai propri figli, distruggendone l’autorità; se scappa loro di mollare uno scapaccione, apriti Cielo: corrono a far denuncia dai carabinieri o, come minimo, a sbraitare nell’ufficio del direttore didattico. Del resto, la televisione e Internet fanno scuola al bambino molto più di loro – anzi, di lei: perché la figura del maestro maschio è scomparsa del tutto, e la classe magistrale si è totalmente femminilizzata.

Ciò che accomuna le nuove figure professionali che hanno sostituito il medico condotto, il parroco e il maestro è l’opposto di ciò che accomunava quelle: l’assenza di una visione unitaria dell’uomo, della vita, del mondo. Prevalgono lo specialismo, il riduzionismo, la tendenza a delegare quote sempre maggiori della propria professionalità e della propria responsabilità.

Se un paziente è mal curato, non è più colpa di nessuno: il medico darà la colpa all’ospedale, l’ospedale darà la colpa ai farmaci, e via di seguito. Del resto, la cosa più importante non è più che il paziente stia meglio, ma che ogni tecnico sappia far bene la sua parte: che l’anestesista faccia bene l’anestesia, che il chirurgo operi bene l’intervento, e così via. Se poi il paziente non  migliora e, anzi, sta peggio di prima (per non dire altro): signori, scusate, ma non è colpa nostra; noi abbiamo fatto ogni cosa per bene, ciascuno la sua parte.

Se il bambino non impara niente, vuol dire che non ha trovato la motivazione giusta; che non ha saputo organizzarsi nello studio; che non ha acquisito il corretto metodo di apprendimento. Insomma è colpa di fattori astratti e imponderabili, quindi non è colpa di nessuno. Nemmeno colpa sua: perché, poverino, lui avrebbe tante belle potenzialità; solo che è ancora troppo esuberante, o troppo dispersivo, o troppo chiuso, o troppo aperto, o troppo dinamico, o troppo statico, o troppo questo e troppo quell’altro. E poi – diciamo la verità – tra il calcio e la piscina, o la danza e il pianoforte, o il pattinaggio e il corso d’informatica, che cosa si pretende da lui? Dopotutto, ha solamente due gambe e due braccia…

Del catechismo e della chiesa, c’è poco da dire. A parte i regali della prima comunione e il pranzo di lusso per la cresima, a che altro servono i sacramenti? E poi, diciamocelo chiaro: Dio non esiste. Tutte le persone intelligenti, ormai, lo sanno; la scienza l’ha capito e dimostrato da un bel pezzo. Si riserva un ossequio formale alla religione perché si teme che, eliminandola di colpo, la società subirebbe un fastidioso contraccolpo. Ma, a parte questo, la figura del prete sta diventando un po’ patetica. Fino a un po’ di anni fa andava giusto bene per girare qualche film pruriginoso sulle tentazioni del giovane parroco alle prese con le sue procaci e intraprendenti parrocchiane; ma adesso, non serve più nemmeno a farne la parodia.

Conclusione.

La società sembra aver smarrito la coscienza dell’unità della persona, dell’importanza di trattare ogni individuo come parte di un progetto cui tutti sono chiamati a collaborare. Prevalgono l’individualismo becero, il relativismo compiaciuto; furoreggia il «pensiero debole» in tutte le sue varianti e sottospecie; e si prova un misto di orrore e commiserazione per ogni forma di certezza. In un mondo che ha fatto della crisi di ogni valore positivo una bandiera di fierezza, solo gli arroganti e i fanatici possono avere ancora la pretesa di insegnare delle verità certe.

Il risultato è che il profondo malessere dell’uomo contemporaneo, la sua inquietudine negata e insoddisfatta, la dissociazione del suo io profondo, non trovano uno straccio di figura sociale che possa lenirli.

Non è responsabilità di nessuno; esula dalla competenza di tutti.

Anzi, quasi di tutti.

C’è una nuova classe di sofisti che, su questo smarrimento e su questa mancanza di risposte autorevoli, sguazza come fanno i pesci nell’acqua: i professionisti del lettino di Freud, i medici della psiche a un tanto l’ora.

Che si godano questo momento d’oro, finché dura, con le loro formulette banali sul complesso di Edipo e sull’invidia del pene.

Domani, la società potrebbe accorgersi di quanto grande sia stata la follia della modernità, e non sapere più che farsene di gente come loro.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 16/09/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Maggio 2020

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 31 Ottobre 2020

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