lunedì, 14 Giugno 2021
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Ma è davvero così importante sapere se Hitler era omosessuale?

Ma è davvero così importante sapere se Hitler era omosessuale? Secondo Machtan, la vera ragione che indusse Hitler ad assassinare Ernes Röhm fu la paura di essere ricattato da lui, che era un omosessuale notorio di Francesco Lamendola  

Lothar Machtan è furbo.

Nato in Germania nel 1949, docente di storia contemporanea all’Università di Brema, si è particolarmente interessato alla storia sociale del XIX secolo e all’epoca di Bismarck, cui ha dedicato ben tre monografie.

Egli appartiene alla penultima generazione degli storici europei: spregiudicati, ambiziosi, totalmente privi di complessi e di tabù nei confronti di qualsiasi mostro sacro. Se la generazione di storici francesi degli Annales ha scoperto, per così dire, la dimensione sociale della storia, la generazione dei Machtan ha scoperto la psicanalisi.

Bella scoperta, si dirà.

In effetti, non è proprio una gran scoperta; Freud l’ha messa in voga da un secolo buono: valga per tutti il suo saggio interpretativo sulla personalità di Leonardo da Vinci, a partire da un sogno che Leonardo stesso ci ha tramandato. Inutile dire che, dall’analisi del sogno, Freud ha tratto elementi ad abundantia per dimostrare l’omosessualità del sommo artista e scienziato, aprendo la strada a quella fiumana di biografi e di storici (il loro numero è legione) che si sono sguinzagliati ai quattro angli per globo terracqueo per andare a caccia di indizi psicanalitici  sulle pulsioni più nascoste e più proibite di tutti gli esseri umani che, nel bene o nel male, sono passati alla storia come dei “grandi”.

Insomma, l’operazione di Machtan è una classica operazione pseudo-moderna; in realtà, è vecchia come il cucco: ma, come abbiamo appena avuto occasione di notare (nel precedente saggio Nietzsche «omofilo»? La storia dal buco della serratura, il trucco, essendo basato sullo scandalismo e sui pruriti di un pubblico sempre più frustrato e annoiato, non è mai abbastanza vecchio, da non riscuotere qualche sia pur effimero successo.

E così è stato per il libro di Machtan Il segreto di Hitler, pubblicato dalla Alexander Fest Verlag di Berlino, nel 2001, col titolo originale Hitler Geheimnis, e subito edito anche in Italia, dalla Casa Editrice Rizzoli di Milano (traduzione di Roberta Zuppet). Forse, appunto perché consapevole della scarsa originalità della tesi di fondo del libro, l’editore berlinese ne ha promosso il lancio alla Fiera del libro di Francoforte e ne ha autorizzato la pubblicazione contemporanea in ben dodici Paesi, con un battage pubblicitario proporzionato all’entità dell’impegno finanziario.

Ma il successo non deve essere stato esaltante, almeno a giudicare dalla scarsa attenzione della critica internazionale e dal modesto successo della traduzione italiana, che nel giro di pochi anni è già finita nel circuito dei remainders. Segno che il pubblico comincia a dar segni di stanchezza davanti a queste disinvolte operazioni commerciali che, di culturale, hanno poco più che una leggera verniciatura.

Quale sarebbe, infatti, il supposto “segreto” del Führer? Ma è ovvio (e non è per niente una tesi originale): la sua conclamata omosessualità, che egli avrebbe fatto di tutto, ma proprio di tutto, per tenere celata ai suoi seguaci e a tutto il popolo tedesco, non arretrando nemmeno davanti al delitto,  pur di farne sparire ogni possibile traccia.

La prova? Secondo Machtan, la vera ragione che indusse Hitler ad assassinare Ernes Röhm, il celebre capo delle SA, insieme ad altri 150 dei suoi uomini, fu la paura di essere ricattato da lui, che era un omosessuale notorio e che ben conosceva le passate “debolezze” omofile del dittatore e capo supremo del nazionalsocialismo.

Veramente, gli storici, finora, avevano sempre pensato che la ragione dell’eliminazione fisica dei capi delle “camicie brune” fosse la volontà hitleriana di “normalizzare” la rivoluzione nazionalsocialista, una volta arrivato al potere, inserendola saldamente nel solco della robusta tradizione conservatrice prussiana. In altre parole, Röhm e gli altri capi delle SA, che continuavano a pare pressioni sul Führer affinché si lanciasse una “seconda ondata” rivoluzionaria, in senso apertamente antiborghese, costituivano ormai un fardello politicamente inutile, se non addirittura pericoloso, per Hitler, il quale, giunto al potere mediante elezioni democratiche (sia pure costellate di violenze e irregolarità), desiderava appunto rassicurare la borghesia tedesca, indossando le vesti dell’uomo d’ordine. In pratica, la spietata eliminazione dei vertici delle “camicie brune” sarebbe stata, per Hitler, il prezzo da pagare per ottenere la fedeltà incondizionata della burocrazia statale e soprattutto dei quadri dell’esercito, i quali ultimi gli avrebbero posto una sorta di aut-aut: o noi, o loro.

In questa prospettiva, Röhm avrebbe rappresentato l’anima di sinistra del nazismo, il quale – non dimentichiamolo – riuniva nella propria denominazione i due concetti di “nazionalismo” e di “socialismo”; mentre Himmler e le fedelissime SS, mediante le quali Hitler liquidò i capi delle SA, avrebbero rappresentato la destra.

Non solo: Röhm (omosessuale o non omosessuale) era una personalità notevole in seno al partito o, quantomeno, indipendente; e, horribile dictu, si sussurrava che nutrisse ambizioni personali verso il  supremo potere, o, quantomeno, che fosse capace di battere i pugni anche davanti al Führer; mentre Himmler – e, in misura maggiore o minore, Göring, Hess e Goebbels – erano, al confronto, delle personalità sbiadite, capaci solo di strisciare umilmente davanti al dittatore e di eseguirne ciecamente ordini e direttive. Hitler, pertanto, di loro si fidava ciecamente; e sbagliava, come si sarebbe visto nell’aprile 1945, quando – mentre i Russi circondavano Berlino – sia Göring che Hitler tentarono di saltar giù dal carro (ormai funebre) del nazismo, e di intavolare trattative con gli Alleati, candidandosi alla successione di un Hitler ancor vivo, ma assediato nel bunker della Cancelleria e ridotto alla disperazione.

Secondo Machtan, dunque, Hitler avrebbe vissuto con una spada di Damocle sospesa sul capo: l’incontrollabilità di Röhm, il quale, a conoscenza del suo “vergognoso” segreto, avrebbe potuto divulgarlo in qualsiasi momento, provocandogli un danno d’immagine che, probabilmente, lo avrebbe travolto per sempre. Per questo il Führer avrebbe deciso di liquidare il suo possibile ricattatore.

Strano che Machtan non si accorga di cadere clamorosamente in contraddizione, dato che aveva sostenuto che non solo la caduta, ma anche l’ascesa di Röhm erano state freddamente pianificate da Hitler proprio in funzione del fatto che questi era omosessuale e, pertanto, facilmente ricattabile – in termini politici – dal suo sospettosissimo Führer.

Scrive, infatti, lo storico tedesco, a pp. 198-199 del suo libro (ed. italiana citata):

“Alcuni contemporanei immaginavano già che cosa stesse accadendo. Tra di essi figurava Franz Pfeffer von Salomon, l’ex comandante supremo delle SA che era stato destituito durante la crisi Stennes, il quale affermò dopo la guerra: «Hitler ha nominato Röhm non nonostante, ma probabilmente per via della sua inclinazione». L’omosessualità di Röhm era« un’arma utilizzabile in qualsiasi momento». Hitler, prosegue Pfeffer, assegnava di preferenza posizioni chiave a uomini «che avevano un punto oscuro o debole, con i quali poteva tirare il freno d’emergenza ogni volta in cui lo riteneva necessario». In tal modo, riusciva a tenere in scacco tutte le SA: «Più si consolidavano la popolarità e la posizione di Röhm nelle SA, più queste ultime sarebbero state danneggiate dalla sua disonorevole destituzione».

“Il calcolo di Hitler deve essere stato più o meno questo.  Anzi, il «caso Röhm offre un esempio lampante della sua strategia di comportamento verso i collaboratori più stretti: l’assegnazione di incarichi ‘prestigiosi’ e posizioni influenti; la concessione  di ampia libertà d’azione nell’esecuzione dei doveri quotidiani; la scoperta del ‘punto oscuro o debole’; e infine l’intimidazione con il ‘feno d’emergenza’. Risultato: completa dipendenza, o meglio, sottomissione del seguace. Potremmo passare al setaccio la dirigenza nazionalsocialista, e vedremmo che questo preciso schema si ripete quasi ovunque: tentazione, lusinghe, corruzione, ricatto.”

Ma, secondo Machtan, non era stato Röhm a ricattare, o a minacciare di ricattare, Hitler?

Sia come sia, Machtan effettivamente ha “passato al setaccio” non la vita privata dell’intera dirigenza nazionalsocialista, ma quella di Hitler. Cominciando dagli anni della gioventù, solitaria e bohémienne, a Vienna, e poi su su verso l’età adulta, passando attraverso gli anni della prima guerra mondiale: che, come è noto, Hitler fece in trincea, con il modesto grado di caporale, nell’esercito germanico.

A proposito, perché Hitler rimase caporale per tutti i quattro anni e mezzo del conflitto, pur mostrandosi costantemente soldato disciplinato e competente? Ma è ovvio: perché, consapevole della propria omosessualità, rifiutò ripetutamente la promozione a sergente, che lo avrebbe allontanato dalle camerate e dalla possibilità di vivere in intimo contatto con i suoi commilitoni. Eppure, un caporale di fanteria che rimane tale durante tutta la durata della guerra, doveva apparire, ed era – a giudizio dello storico – un qualche cosa di estremamente raro: tanto raro e tanto strano da dare immediatamente nell’occhio. Per forza doveva esserci sotto qualche cosa di poco chiaro, qualche cosa di indicibile.

Machtan, peraltro, nella sua ricostruzione degli “anni nascosti” di Hitler, dà prova di un fiuto da vero segugio, ogni qual volta si imbatte in circostanze che gli fanno sospettare di aver trovato conferme, sia pure indirette, alla sua tesi fondamentale. Ad esempio, il fatto che Hitler dividesse i suoi miseri appartamentini viennesi con dei coetanei, non gli fa venire in mente che si trattasse – e si tratti – di una pratica piuttosto diffusa tra studenti, motivata – oltre che dall’amicizia – dalla ragione pratica di dividere le spese di affitto. No: Machtan, da buon poliziotto della psicanalisi, vi scorge subito una prova, sia pure indiretta, delle tendenze omofile del futuro dittatore. Per tal via, egli finisce sovente per dare per sottinteso quello che, invece, si propone di dimostrare; e di scambiare gli effetti per le cause.

Se ci siamo, poc’anzi, soffermati sulle origini della “notte dei lunghi coltelli”, è stato proprio per evidenziare questa costante lacuna metodologica dello storico tedesco: dato che egli parte da una tesi precostituita, ogni fatto nel quale si imbatte gli serve per confermare quello che ritiene essere già assodato; e, a tal fine, lo gira e lo rigira fino a che non è riuscito a fargli confessare, per così dire, la verità che esso cerca di occultare.

Quanto, poi, al fatto che manchino delle prove veramente decisive circa l’omosessualità di Hitler, Machtan se la cava – come tutti gli storici che partono da una tesi precostituita – sostenendo che Hitler era troppo astuto e troppo abile per lasciare le tracce del suo inconfessabile segreto, e le fece sparire una dopo l’altra: se necessario, anche sopprimendo i pericolosi testimoni della sua doppia vita segreta.

Ora, giunti a questo punto, due osservazioni sono d’uopo.

La prima è che Machtan ha letteralmente scoperto l’acqua calda, perché da sempre i biografi di Hitler sospettano esservi state delle forti anormalità nella vita sessuale e affettiva di Hitler, e ne avevano fatto oggetto di ricerca.

Due tra i più noti, il “classico” Joachim Fest e il più recente Ian Kershaw, ad esempio, ammettono entrambi  le inclinazioni omofile di Hitler, ma non la sua conclamata omosessualità. Secondo loro, pertanto, Hitler avrebbe fatto parte di quella percentuale di individui dalle inclinazioni sessuali incerte e bivalenti, ma che non “varcano” in maniera esplicita la soglia dell’omosessualità.

La seconda osservazione è che non ci sembra sia dimostrato che, per comprendere il pensiero politico di Hitler e il ruolo storico da lui svolto, in Germania e nel mondo, sia assolutamente indispensabile  accertare se egli abbia varcato, oppure no, quella “soglia”.

Machtan, dal canto suo, non ha dubbi in proposito; e ne traccia una teoria del metodo storico,  estremamente lucida e consapevole.

Scrive infatti a pagg. 23-25 (ed. italiana citata):

“Hitler è una delle figure più spregevoli della storia, e i suoi crimini sono imperdonabili, ingiustificabili. È tuttavia sbagliato vedere in lui soltanto una belva rabbiosa. Quest’uomo possedeva qualità umane indispensabili per spiegare l sue azioni, e dobbiamo smettere di deformarne l’immagine spogliandolo di tali caratteristiche. Dobbiamo invece ricondurlo con coerenza a una dimensione umana, anche e soprattutto tenendo conto della sua vita interiore, sulla quale, nel coso degli anni, si sono diffuse idee influenzate più dalla forza traumatizzante del suo governo del terrore che a conoscenze comprovate. Le caricature ad esse associate fanno apparire il dittatore ancor più mostruoso e inafferrabile di quanto non sia già.

“Nel corso di tale processo, si è ignorato, o meglio, si è voluto ignorare, un elemento che potrebbe in parte spiegare in parte Hitler e il suo approccio alla politica: la sua omosessualità. Questo punto è ancora del tutto inesplorato, ed è giunto il momento di fare luce sull’argomento. (…)

“Che cosa deve fare lo storico per giungere a un giudizio davvero motivato sul significato dell’omosessualità di Hitler? Naturalmente, è necessario innanzitutto dimostrare che il dittatore intratteneva con uomini rapporti paragonabili a relazioni amorose e/o reperire informazioni su atti sessuali con questi o altri partner.”

Ma è poi così importante, da un punto di vista storico e non solo meramente biografico, appurare se  Hitler fosse esplicitamente omosessuale?

A questa domanda, Machtan risponde nel modo seguente (p. 34 ed. cit.):

“I capitoli seguenti dimostreranno che è possibile provare le tendenze omosessuali di Hitler. Non è però questo ciò che più conta. È molto più importante vedere la sua omosessualità come fatto storico ,comprendere che cosa abbia significato in quel contesto temporale concreto, quali conseguenze abbia avuto e quali possibilità conoscitive nasconda. In tal modo, si aprirà, almeno così spero, una nuova prospettiva sul ‘fenomeno Hitler’ e si presenterà la possibilità di una radicale revisione di questa figura centrale del Novecento. In ogni caso, nessuno ha finora mai considerato la vita di Hitler un’esistenza fittizia, costantemente minacciata dal declino, e proprio in questo consiste la provocazione del presente volume.”

Non sappiano quale effetto faccia questa prosa sul comune lettore; a noi sembra, oltre che confusa, tremendamente tautologica. È come se l’autore dicesse: è importante dimostrare che Hitler era omosessuale, perché il fatto che fosse omosessuale è importante.

Storicamente.

Purtroppo, questo modo di fare storiografia ricorda, invece, l’aneddotica pettegola e scandalistica di Svetonio o di Paolo Diacono:  l’uno e l’altro, il romano e il longobardo, morbosamente interessati a vicende sessuali più o meno torbide. Si pensi solo ai “vizi” di Tiberio, nella villa di Capri, narrati dal  primo autore; e al ruolo svolto dalla oscena lussuria di Romilda nella caduta di Cividale in mano agli Avari, nel racconto dal secondo.

Ci pare che gli storici come Machtan stiano regredendo a quei livelli, cercando di spiegare cose terribilmente serie in chiave di feuilleton erotico-pornografico.

Altro che modernità.

Non c’è che dire: un bel regresso, dal punto di vista del metodo storico; e anche dal punto di vista della natura e degli scopi della storiografia.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 03/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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