lunedì, 20 Settembre 2021
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Ma è proprio vero che i nostri soldati in Russia calzavano scarponi con le suole di cartone?

Parte 2^Ma è proprio vero che i nostri soldati in Russia calzavano scarponi con suole di cartone? Vi sono leggende dure a morire: non si può rimanere inerti mentre le nuove generazioni vengono sottoposte al solito lavaggio del cervello di Francesco Lamendola  

Ma è proprio vero che i nostri soldati in Russia calzavano scarponi con le suole di cartone?

Parte 2^

Vi sono leggende dure a morire; anzi, per dir meglio, vi sono leggende talmente radicate nell’immaginario collettivo, che tentare di rimuoverle, o anche soltanto di porre accanto ad esse un umile punto di domanda, equivale a una fatica improba, durissima e quasi priva di speranza. Tuttavia, per amore di verità, un simile sforzo va fatto: non si può rimanere inerti mentre le nuove generazioni, l’una dopo l’altra, vengono sottoposte al medesimo lavaggio del cervello di quelle precedenti, compresa la propria.

Circa la seconda guerra mondiale, numerose sono le leggende che vanno in giro al posto della verità, e, guarda caso, sono tutte favorevoli a coloro che hanno vinto, e tutte sfavorevoli a coloro che hanno perso: tutte, immancabilmente. Un po’ strano, vero?, almeno secondo il calcolo delle probabilità oltre che secondo la considerazione, ovvia e di puro buon senso, che il vero e il falso non stanno mai tutti da una parte sola. Eppure a nessuno, o quasi a nessuno, è mai venuto qualche dubbio: nemmeno agli storici di professione, per non parlare dei cosiddetti divulgatori e di quei saggisti, giornalisti, opinionisti e intellettuali vari, i quali, a titolo più o meno legittimo, hanno tramandato la Vulgata storiografica ufficiale, l’unica ammessa nei salotti buoni della nostra cultura, della nostra società, delle nostre istituzioni, della nostra politica.

Ora, la caratteristica fondamentale delle leggende storiche relative alla seconda guerra mondiale è che esse sono nate non si sa come, per un sentito dire, per una frase a effetto, addirittura per una formula di propaganda di una delle parti in lotta – quella risultata poi vittoriosa, sia sul piano internazionale che sul piano interno dei singoli Paesi belligeranti, ivi compresi i Paesi sconfitti; ma che, una volta nate e tenute a battesimo, nessuno si è mai più preso la briga di verificarle, di dimostrarle, di documentarle, come si fa per qualsiasi altro evento storico: le si dà semplicemente per scontate, sorrette dal peso del consenso universale, ovvero di una opinione pubblica promossa, per l’occasione, a tribunale e giudice supremo del Vero e del Falso, non importa se poco o male informata, non importa se faziosa o intere sarta, e non importa neppure se pigra, conformista, disposta a credere qualunque cosa, purché dichiarata vera e buona e giusta dal santoni infallibili della cultura politicamente corretta.

Di codeste leggende se ne potrebbero citare a dozzine, a centinaia: ci limitiamo a quelle più conosciute e, nello stesso tempo, più incoscientemente tramandate, più supinamente accettate e nuovamente propalate alle giovani generazioni dai volonterosi custodi del Vero, del Buono e del Giusto: anche se quei signori, o coloro che ne hanno poi raccolto il testimone, hanno le mani grondanti di sangue fraterno; anche se il loro passato politico è tutt’altro che immacolato, ma contiene imbarazzanti connivenze, simpatie o esplicite adesioni alla parte risultata infine soccombente; anche se tali leggende sono servite non solo a mascherare la verità storica, come nel caso delle foibe, ma anche a proteggere dalle conseguenze penali quanti hanno dei delitti sulla coscienza. Pensiamo, per esempio, alla leggenda della “pugnalata alla schiena” contro la Francia; alla leggenda della “sorpresa” americana a Pearl Harbor; alla leggenda di uno Stalin pacifico e ignaro, sorpreso nella sua buona fede dall’attacco tedesco del giugno 1941; alla leggenda della “eroica” resistenza del duca d’Aosta sull’Amba Alagi; alla leggenda della “necessità” di sganciare le bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, per salvare un milione di vite americane e perfino giapponesi; alla leggenda delle fantomatiche “quattro giornate di Napoli”.

Oltre alle leggende, poi, vi sono quelle “verità” che, forse, non sono tali, ma che abbisognerebbero di ulteriori studi per accertarne il grado di attendibilità; mentre vengono spacciate senz’altro come tali, pur essendo dubbia la loro natura, soltanto e unicamente perché sono state ripetute così tanto e così a lungo, e sono sostenute dal paradigma culturale nel suo complesso, in maniera tale che porle in questione equivarrebbe a un atto di lesa maestà ed esporrebbe, oltretutto, alla taccia d’ignoranza per chi lo facesse, o a quella di sprovveduto, o, peggio ancora, di “revisionista”, nel senso negativo dell’espressione, vale a dire di chi voglia sovvertire perfidamente una verità certa per sostituirla con dubbi speciosi e con menzogne interessate.

La storia dei nostri soldati spediti a fare la guerra in Russia con gli scarponi dalle suole di cartone appartiene a questa seconda categoria di leggende: è possibile che contenga una parte di verità – ma, si badi, solo una parte: non cartone, in ogni caso, ma un composto “autarchico” dettato dalla penuria di materie prime – ma che non è stata dimostrata definitivamente come tale e, soprattutto, che non può essere generalizzata, perché può aver riguardato singoli reparti e singole situazioni, ma non l’insieme del nostro Corpo di Spedizione in Russia, prima (al comando del generale Mese), della nostra Ottava Armata in Russia, poi (al comando del generale Gariboldi), nella seconda e più tragica parte della campagna: quella culminata nella disastrosa ritirata dal settore del Don nell’inverno del 1942-43, durante la battaglia di Stalingrado.

Sulla campagna italiana in Russia, in effetti, circolano fin tropi luoghi comuni, nonostante – o forse, si direbbe appunto – il fiorire di una copiosa letteratura di guerra, soprattutto memorialistica, che, se da un lato ha reso molto popolare l’argomento fra un pubblico piuttosto vasto – chi non ha letto «Il sergente nella neve» di Mario Rigoni Stern, o «Centomila gavette di ghiaccio» di Giulio Bedeschi -, dall’altro ha semplificato eccessivamente taluni aspetti di quella vicenda, finendo per favorire una percezione incompleta e inesatta dell’insieme, più che dei singoli particolari, e specialmente del contesto generale nel quale essa dev’essere inscritta, se si vuole davvero comprenderla.

Sono nati, così, tutta una serie di luoghi comuni – per esempio, che a fare la campagna di Russia, come già quella di Grecia, siano state soltanto le truppe alpine; oppure che i Sovietici, fin dall’estate del 1941, fossero immensurabilmente più numerosi, meglio armati, meglio riforniti e meglio addestrati dei nostri, i quali sarebbero stati gettati allo sbaraglio, con incoscienza criminale o con diabolico cinismo, da una direzione politica irresponsabile e da una organizzazione logistica carente oltre ogni limite della decenza e della sopportabilità.

Verità storica, invece, vuole si dica, e si sappia, che le nostre truppe, pur nella modestia delle risorse a disposizione, e al netto del giudizio politico che si vuole dare sul fatto della nostra partecipazione alla guerra sul fronte orientale, i reparti del C.S.IR. e, poi, quelli dell’A.R.M.I.R., ma i primi specialmente (si trattava di un contingente molto più piccolo e facilmente gestibile del secondo: 62.000 uomini contro 230.000), erano nel complesso ben armati e bene equipaggiati, disponevano di un numero non disprezzabile di automezzi e venivano riforniti di materiale bellico, cibo e vestiario in misura tutto sommato adeguata, considerate le immense distanze e la lontananza delle basi logistiche di partenza; inoltre, che le truppe sovietiche che essi fronteggiavano erano più deboli sotto tutti i punti di vista, almeno nel primo anno di campagna, sia da quello numerico, sia quanto ad artiglieria, sia, infine, quanto ai rifornimenti. E a ciò si aggiunga che il loro morale, sempre tenendo presente il contesto generale, era discretamente elevato, in alcuni casi decisamente buono, e, appunto, per nulla inferiore, semmai superiore, a quello delle truppe sovietiche contrapposte.

Per sfatare alcuni luoghi comuni da troppo tempo consolidati, vale la pena di andarsi a leggere quanto scrive il reduce Carlo Vicentini, la cui testimonianza è riportata in rete; altre cose quanto mai significative, e contrarie alla Volgata corrente, si trovano, oltre che nelle relazioni ufficiali del nostro esercito, anche in alcuni scrittori che hanno narrato la loro esperienza al fronte. E qui ci sembra giusto tener presente che anche gli scrittori che hanno parlato della campagna di Russia sono stati in certo qual modo catalogati ed etichettati in base alla loro ideologia, facendo così in modo di rafforzare la Volgata e gettare ulteriore discredito su quanto eventualmente vi opponesse: è il caso di ricordare, per esempio, che le pagine di Nuto Revelli hanno acquistato, agli occhi del pubblico “progressista” e politicamente corretto, un peso di verità maggiore, ma senza alcuna base logica, rispetto, che sappiamo, a quelle di un Eugenio Corti? E ciò non sarà dovuto al fatto che Nuto Revelli accredita l’immagine denigratoria, vittimistica, della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale, sotto il segno dell’antifascismo dichiarato, mentre quelle di Eugenio Corti, che pure non sono ispirate da alcuna nostalgia fascista, risultano più obiettive nel descrivere sia l’equipaggiamento, sia lo stato d’animo delle nostre truppe alpine in Russia, ma hanno il “torto” di andare contro pregiudizi ideologici e luoghi comuni ormai consolidati?

Abbiamo scelto due nomi fra i tanti; ne potremmo fare altri. Senza contare che la storia non si fa, o non si fa soltanto, con i romanzi e con i libri di memorie; si fa anche, e soprattutto, con i documenti ufficiali. E dai documenti ufficiali non risulta che le nostre truppe ijn Russia siano state mandate alo sbaraglio in maniera così incosciente e criminale, con quella imperdonabile leggerezza, con quel ributtante cinismo, che siamo stati abituati a figurarci, sentendo come ne parlavano e ne scrivevano innumerevoli giornalisti, saggisti, storici – per non parlare degli uomini politici e dei rappresentanti delle istituzioni nell’Italia democratica e repubblicana -, uno dopo l’altro, implacabilmente, nell’arco di oltre sette decenni: cioè per la bellezza di tre intere generazioni. E guai se, per caso, viene fuori la presenza di altri Italiani, questi nelle file dell’Armata Rossa, il cui scopo, come già si era visto in Spagna, era quello di demoralizzare i nostri soldati, di denigrare i loro comandi, di istigarli alla diserzione e alla resa: troppo imbarazzante sarebbe dover ammettere che, una volta entrata l’Italia nella seconda guerra mondiale, forse tanto valeva cercare di vincerla, invece che fare di tutto per perderla, fra le altre cose cercando di colpire al cuore i morale dei soldati e andando a combattere nelle file del nemico, quello stesso nemico che aveva già provocato la morte di milioni di cittadini in nome del comunismo reale e che sappiamo come, poi, avrebbe trattato i nostri soldati prigionieri – il tutto con la connivenza e, anzi, con l’attiva partecipazione dei dirigenti del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti in testa. Valga per tutti il caso di quel tristo personaggio che va sotto il nome di Edoardo D’Onofrio: un dirigente comunista emigrato in Unione Sovietica, che si distinse per i maltrattamenti, le intimidazioni e le minacce ai danni dei nostri soldati fatti prigionieri dai Russi e che ebbe l’incredibile improntitudine, a guerra finita, di denunciare per diffamazione alcuni reduci che avevano osato fare il suo nome, ricordando le sue violenze a loro danno: processo, come è noto, svoltosi nel 1949 e conclusosi con l’assoluzione degli imputati «perché le loro asserzioni rispondevamo a verità» e con l’addebito al querelante delle spese processuali.

Anche il generale Giovani Messe, comandante del C.S.I.R., dovette vedersela, a guerra finita, con il livore di quanti volevano, ad ogni costo, scaricare su di lui, e, attraverso di lui, sulla classe dirigente fascista, ogni possibile colpa e nefandezza nella conduzione della campagna di Russia; ma anche sugli umili soldati che avevano partecipato a quella valorosa e sfortunata campagna, definiti dai giornalisti de «L’Unità» – tanto per dare un esempio di come ragionavano e parlavano i comunisti italiani in quel momento storico – «gli sciacalli dell’A.R.M.I.R.». Era logico, in fondo: una volta deciso che l’Italia democratica e repubblicana ripudiava totalmente e visceralmente il passato fascista, bisognava per forza denigrare ed insozzare anche ogni singolo episodio della seconda guerra mondiale, e specialmente quelli che avevano visto le nostre Forze Armate impegnate contro la sedicente Patria dei lavoratori e del radioso futuro socialista: l’Unione Sovietica.

Ci piace riportare alcuni passaggi della requisitoria svolta da Alfredo De Marsico nel 1956 in difesa dell’onore del maresciallo d’Italia Giovanni Messe, accusato di essere stato prono alle prepotenti direttive tedesche e di non aver saputo provvedere i suoi soldati di mezzi adeguati; poi, di aver chiesto il trasferimento ad altro servizio quando le cose cominciavano a farsi difficili. De Marsico, per la cronaca, oltre ad essere stato l’ultimo Ministro della giustizia di Mussolini prima del 25 luglio 1943 (nella cui serata votò, quale membro del Gran Consiglio, l’ordine del giorno Grandi), fu senatore nell’Italia repubblicana, oltre che stimato giurista e celebre avvocato (da: A. De Marsico, «Arringhe», Napoli, Editore Jovene, 1971, vol. IV, pp. 253-272):

«Pubblico le due arringhe di parte civile e la requisitoria di questo interessante processo; ma non sono contento e tanto meno soddisfatto perché manca la voce della difesa. […]  Qui si è chiamati soltanto a giudicare un generale che nell’adempimento del suo fondamentale dovere, l’obbedienza, accetta un incarico tanto arduo quanto meno appoggiato a mezzi proporzionati, e che deve soltanto dar conto della sua chiaroveggenza, della sua idoneità alla percezione delle deficienze, della sua attitudine al tentativo di superarle. […]

 Ho innanzi a me il libro di un altro scrittore, Nuto Revelli, a cui sono certo ricorrerà la difesa degli imputati. È un alpino, che combatté in Russia e ne partì il 17 dicembre ’42. Libro tutto pervaso di profonda tristezza, evidente testimonianza, a me sembra, di una profonda astenia. Ecco l’autore piagnucolare, ad esempio, a pag. 42: “Le mie condizioni fisiche e morali sono pessime; quelle dei più non sono migliori delle mie. “Ben diversamente la pensava perfino Stalin! Ed a pag. 108: “Le notizie radio, pessimistiche per il fronte d’Africa, mi fanno lavorare di fantasia e pensare al nostro prossimo inverno”. Il che conferma che a metà novembre in Russia non v’è ragione di temere un disastro, ma egli lo vede avanzare… dall’Africa. Al libro fa da base una prefazione del Generale Castellani, secondo la quale nell’autunno ’42 si aveva la sensazione che la disfatta fosse ormai imminente. Vedremo che questo è un errore; stabiliremo con dati inconfutabili quale era invece la situazione in quel periodo; dimostreremo che fu precisamente alla fine del ’42 che i tedeschi cominciarono a dare segni manifesti della impossibilità di continuare l’impresa. Ma questo stesso scrittore a pag. 83 non può fare a meno di annotare: “Conclusione: dall’Italia partivano alla volta di Voroscilovgrad ingentissime quantità di vestiario, stoffa, manufatti di lana, scarponi, stivali, ecc. Nel giro di quindici giorni dall’arrivo della merce, i signori dell’Unione Militare liquidavano totalmente i magazzini vendendo ai civili russi a prezzi favolosi. I gangsters italiani si sono fatti dei quattrinacci.” Perché l’essenziale è questo: diffamare l’Italia; e chi la diffama negando la sufficienza dei materiali; chi, ammettendone l’abbondanza e denunciandone l’illecito traffico. Senonché, non importa sapere quali quantitativi di vestiario fossero lì: importa solo rilevare che anche nella seconda metà del ’42 partivano dall’Italia ingenti quantitativi di provvigioni, armi, indumenti. Tutto ciò non poteva che metter capo a un programma avviato all’attuazione dagl’inizi stessi della campagna, e nel quale l’impronta delle direttive e del pensiero anche di Messe non può mancare. […] Una certezza, dunque, s’impone: se fra il 28 settembre e il 6 novembre ’41 le truppe italiane, in queste varie, asprissime battaglie [come quella di Petrikowka], non colgono che il lauro della vittoria, non ripiegando mai, avanzando sempre, agli ordini di Messe, mi permetto di domandare a coloro che oggi ci parlano del mare di fango che ingombrava e ostruiva le strade russe come di elemento che si sarebbe dovuto in tempo calcolare per pote ad esso proporzionare i mezzi: sarebbe stato possibile svolgere un simile piano, attuarlo con deciso successo, scrivere tante pagine di valore e di gloria, con soldati senza scarpe, sena munizioni e senza provvigioni? […]

Andiamo oltre. Siamo ai primi di novembre; l’inverno – l’inverno russo, intendiamoci – è già cominciato. Se fino al 6 novembre si combatte, si vince, si resiste, da quel momento in poi – entriamo nell’inferno del gelo – i soldati di Messe continuano a dimostrare di essere calzati, vestiti, armati. […] “Il CSIR [scrive Messe] giunge alla zona di schieramento, sul Dniepr, piuttosto stanco, ma con lo spirito intatto, come risulta dal suo brillante intervento nella battaglia di Dniepropetrowsk”. Come si superano balzi di parecchie centinaia di km., in terra russa, non fatta per pantofole da alcova, senza scarpe? […]

Circa gli armamenti mi piace far capo specialmente a una fonte: Eugenio Corti., “I più non ritornano”. Fin dai primi capitoli lo scrittore prende posizione contro i facili denigratori, ma è sulla pag. 9 che mi preme sollecitare la vostra attenzione. Il nostro “schieramento di artiglieria era più potente di quello russo”: non è una quisquilia, quando il confronto è a nostro vantaggio, con un nemico che si chiama la Russia. E se volete qualche dettaglio, eccone a pag. 10, e in quella seguente, sulla potenza dei mortai italiani: “In alcuni tratti in cui la nostra linea seguiva la sponda del Don, compagnie nemiche vennero spostate al di qua del fiume, in vallette della terra di nessuno. I nostri mortai le maciullarono, senza che esse reagissero.” Poi, collocati questi dati nella luce di una assodata verità storica […]. “Seppi più tardi (siamo a p. 120) che i traditori, costituiti soprattutto da fuorusciti militanti nell’esercito rosso (gente, questa, che già alte volte c’eravamo trovata contro nella campagna di Russia) erano molti nella colonna”.»

Ecco, dunque, sfatata, o almeno seriamente ridimensionata, la leggenda della totale impreparazione e della radicale mancanza di mezzi adeguati con cui furono schierati sul fronte russo prima il C.S.I.R., indi l’A.R.M.I.R. I nostri soldati avevano gli scarponi con le suole di cartone? Un reduce come Carlo Vicentini dice di non saperne nulla: da pare sua, dichiara che i suoi scarponi erano ottimi. Del resto, se avevano le suole di cartone, come avrebbero fatto quei soldati a superare già il primo inverno della campagna, quello del 1941-42? E come avrebbero potuto, poi, spingersi ancora più avanti, sempre combattendo e sempre respingendo il nemico, fino al collasso dell’inverno 1942-43, che travolse anche le armate romene e ungheresi e la Sesta Armata tedesca di von Paulus, accerchiata a Stalingrado? Quanto al morale, era assai più alto che non si voglia, oggi, ammettere: al punto che lo scrittore Michail Sciolokov (autore del classico «Il placido Don», ufficiale dell’Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, allorché, qualche anno dopo gli eventi, vide alcuni ufficiali italiani a Mosca, volle presentarsi loro per raccontare come fosse rimasto vivamente impressionato dal contegno di un reparto italiano che si batté fino all’ultimo uomo,  il capitano che lo comandava, rifiutando ogni offerta di resa, e commentando: «Non ho mai visto, in tutta la mia vita, un ufficiale più coraggioso di quello».

Ma queste cose non si potevano dire, e soprattutto non si dovevano sapere, nell’Italia democratica e repubblicana del dopoguerra: avrebbero potuto mettere qualche pulce nell’orecchio all’opinione pubblica; avrebbero potuto presentare quella campagna sotto una luce diversa, avrebbero potuto far nascere il sospetto che una spessa cortina di disinformazione era stata stesa su quella tragica e splendida epopea, per eliminare l’impressione che, in Russia, i nostri soldati facevano tutto il loro dovere con il morale alto, con la ferma risoluzione di chi si batte per un’idea e non con la stoica rassegnazione di chi viene gettato al macello per delle ragioni che non comprende o che non condivide affatto.

Sì: forse tutta la storia della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale sarebbe da riscrivere. Forse si scoprirebbero delle cose interessanti e pressoché ignorate: ad esempio, che il numero dei volontari fu più alto che nel 1915 e minore il numero delle diserzioni, almeno fino alla tragica estate del 1943. Ma, soprattutto, si scoprirebbe che, dall’inizio alla fine, vi furono degli Italiani, in patria e fuori della patria, i quali si adoperarono in ogni modo perché noi, quella guerra, la perdessimo, e, se possibile, la perdessimo con disonore; perché non fossero conosciute le innumerevoli gesta di eroismo; perché il nemico, sia occidentale che orientale, venisse presentato sotto la luce ingannevole e menzognera del “liberatore”, e questo mentre bombardava spietatamente le nostre città, così come la nostra aviazione si era astenuta dal fare, anche quando lo avrebbe potuto, nei confronti delle città nemiche; e mentre i nostri soldati prigionieri, non solo  quelli prigionieri dei Tedeschi dopo l’8 settembre del 1943, ma anche quelli prigionieri dei Russi e degli Angloamericani, subivano ogni sorta di maltrattamento morale e materiale, in aperta violazione delle leggi di guerra e senza riguardo alcuno per la loro dignità e per il rispetto cui avrebbero comunque avuto diritto, in quanto combattenti sfortunati di una guerra in cui non erano stati imbelli strumenti del militarismo tedesco, ma si erano mostrati degni eredi della tradizione risorgimentale e di quella del Monte Grappa e del Piave.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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