sabato, 18 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria d'ItaliaMa è sempre la Francia la vera nemica storica dell’Italia

Ma è sempre la Francia la vera nemica storica dell’Italia

Ma è sempre la Francia la vera nemica storica dell’Italia. La vicenda della guerra libica dovrebbe avere messo definitivamente in chiaro: che la vera eterna irriducibile nemica storica è ed è sempre stata la “cugina” d’Oltralpe di Francesco Lamendola  

Almeno questo, speriamo la recente vicenda della guerra libica dovrebbe avere messo definitivamente in chiaro: che la vera, eterna, irriducibile nemica storica dell’Italia è, ed è sempre stata, la “cugina” d’Oltralpe, la Francia.

Una vieta tradizione patriottarda, che deriva i suoi miti fondativi dalle due più grandi menzogne della nostra storia nazionale, il Risorgimento e la Resistenza, vorrebbe vedere il nemico storico dell’Italia nella Germania e nella scomparsa Austria-Ungheria.

Ebbene, si tratta – appunto – di una mitologia fabbricata “post rem” ad uso e consumo dell’Italietta che non vuole mai guardarsi dentro e fare i conti con se stessa, ma preferisce trasferire all’esterno, verso un improbabile “nemico ereditario”, le sue contraddizioni e le sue insufficienze, a cominciare dallo scarso o nullo spirito di coesione interna.

Sarebbe assai meglio se le nostre classi dirigenti e le nostre élite culturali si domandassero perché a Gorizia, a Trieste, a Udine e, in parte, a Venezia e Milano, la dominazione asburgica abbia lasciato così pochi cattivi ricordi, da essere anzi, sovente, rimpianta e onorevolmente commemorata, non già da qualche sparuto drappello di skinheads o da qualche lugubre setta di maniaci delle antiche dinastie europee, ma da piccole e medie comunità civili, da semplici popolazioni rurali, da modeste amministrazioni comunali.

Il Risorgimento è stato una operazione di unità nazionale fatta senza il popolo e, in alcun casi, contro il popolo: questo è il fatto inoppugnabile, a partire dal quale gli storici dovrebbero discutere e che, per onestà intellettuale, non dovrebbero scordare mai.

Per fare di «un volgo disperso che nome non ha» uno Stato moderno, una volta scartata l’idea di fare appello alle forze popolari, non restava altra via che quella dell’intrigo internazionale: la via traversa battuta da quel geniale intrigante che fu Camillo Benso, conte di Cavour. Si trattava, machiavellicamente, di adoperare le armi straniere per combattere la nostra guerra: una strategia diabolicamente sottile, tutta giocata in chiave antipopolare e antisociale, il cui scopo principale era ingrandire il Piemonte e, nello stesso tempo, spegnere i focolai d’incendio rivoluzionario che minacciavano di divampare da un capo all’altro della Penisola, facendo sì che le fiamme, semmai, lambissero gli Austriaci, il Granduca di Toscana, il Papa e i Borboni, ma non si propagassero minimamente entro i confini della monarchia sabauda.

L’operazione fu condotta con magistrale perizia e con incredibile tempismo e diede risultati insperati in un tempo brevissimo: in poco più di un decennio, preparazione diplomatica compresa, le classi dirigenti italiane riuscirono a realizzare quello che, alle classi dirigenti germaniche, erano stati necessari non meno di tre secoli. Persino l’imperatore francese Napoleone III si trovò a servire gli ambiziosi disegni di Cavour, senza nemmeno capire come e perché; anche se, allorché si rese conto di essere stato raggirato, s’impuntò sulla questione romana e costituì per un decennio l’insormontabile ostacolo alla sua risoluzione.

Parliamoci chiaro: nel grande gioco della politica internazionale non vi sono mai stati “buoni” e “cattivi” in termini assoluti, ma solo in termini relativi. L’Inghilterra imperiale, favorendo lo sbarco dei Mille di Garibaldi in Sicilia e inondando l’Italia di zelanti pastori protestanti, allo scopo di convertirla (la manovra che non le era riuscita con la Repubblica di Venezia ai tempi di Paolo Sarpi), senza alcuna spesa riuscì a presentarsi come la migliore amica della neonata Italia e come il modello da imitare sotto ogni punto di vista: industriale, commerciale, politico, culturale.

Fu in quegli anni, alla fine del XIX secolo, che l’Italia fece sua la Vulgata protestante, di provenienza britannica, secondo cui le nazioni cattoliche, Spagna ed Austria in testa, altro non avevano fatto, per secoli, che ritardare lo sviluppo civile del continente europeo, sterminare milioni di indios, opprimere ovunque i popoli liberi, come il polacco e l’italiano, per imporre la bieca tirannide delle asburgiche teste coronate; mentre l’Inghilterra e, in minor misura, l’Olanda e la Francia, si erano sempre battute per la libertà dei popoli, per l’emancipazione dei negri, per il libero commercio, per la circolazione delle idee senza alcuna restrizione, insomma si erano distinte per il loro insigne contributo al progresso morale e civile del mondo intero.

Eppure, a parte l‘estrema faziosità di una simile tesi, facilmente smentibile sul piano documentario (per esempio, i popoli amerindiani sottoposti alla Spagna erano in gran parte sopravvissuti, mentre quelli che avevano subito l’impatto della colonizzazione anglosassone erano stati sterminati), avrebbe dovuto risultare chiaro che sia l’Inghilterra, sia la Francia, avevano una loro politica alquanto interessata nei confronti dell’Italia e che se, in un primo tempo, avevano favorito quest’ultima a danno dell’Austria (e, in prospettiva della Germania), sul lungo periodo i loro interessi strategici non potevano che collidere con quelli italiani – come in effetti avvenne, anche se i nodi vennero al pettine solo fra il 1940 e il 1943.

Per l’Inghilterra, il Mediterraneo era la principale via di transito (specie dopo l’apertura del Canale di Suez) verso il suo immenso e ricchissimo impero delle Indie: Gibilterra, Malta, Alessandria e Suez erano le roccaforti dislocate lungo quella rotta; e una politica indipendente dell’Italia poteva essere tollerata solo nella misura in cui non divenisse troppo intraprendente e non pretendesse di rivendicare la supremazia nel Mediterraneo stesso, il che avrebbe inevitabilmente rimesso in discussione il destino di Gibilterra, Malta, Alessandria e Suez.

Tutta la vicenda coloniale dell’Italia in Africa Orientale, fra Dogali e Adua, va letta come una scaltra manovra ispirata dal Foreign Office di Londra, mirante a far sì che il nostro Paese si logorasse in qualche sterile impresa in un angolo morto del continente africano, fungendo semmai da rincalzo alle operazioni britanniche contro i Dervisci del Sudan; angolo morto che sarebbe sempre dipeso dal buon volere inglese riguardo alla navigazione attraverso il Canale di Suez. Sarebbe bastato chiudere quella via d’acqua, come avvenne nel 1940, e tutte le conquiste africane dell’Italia sarebbero state alla mercé dell’Inghilterra, cadendo in suo possesso come un frutto maturo.

Quanto alla Francia, si è già detto che, non appena Napoleone III si rese conto di essere stato raggirato da Cavour (altro che fare della Penisola un protettorato francese!), e se ne rese conto quasi subito, tant’è che si affrettò a vanificare la sanguinosa vittoria di Solferino con l’armistizio di Villafranca, essa divenne la principale nemica del nostro Paese, il cui sviluppo si impegnò ad ostacolare in tutte le maniere possibili: dalla guerra doganale sui prodotti agricoli alla beffa dell’occupazione di Tunisi, solamente pochi giorni prima che il governo italiano proclamasse colà il suo protettorato, in cui vivevano e lavoravano migliaia di nostri connazionali.

Occorre ricordare che il Negus Menelik, probabilmente, non avrebbe mai vinto la battaglia di Adua, nonostante la bestialità del Baratieri, se il suo esercito, cinque volte più numeroso di quello italiano, non fosse stato largamente dotato dalla “cugina” Francia di fucili moderni e di cannoni a tiro rapido, laddove il nostro ineffabile generale pensava di aver a che fare con una accozzaglia di straccioni seminudi, armati solo di scudi e di zagaglie? E che la Francia seguì una tale politica solo e unicamente per tutelare i suoi interessi sulla ferrovia Addis Abeba-Gibuti?

Oppure è necessario ricordare la strage di Aigues Mortes, ove decine di nostri connazionali vennero massacrati dai cari “cugini” francesi, per la sola colpa di essere colà emigrati in cerca di lavoro: episodio che un governo più fiero del nostro non avrebbe tollerato, ma cui avrebbe risposto con misure adeguate, sia diplomatiche sia, se necessario, militari?

Eppure, quando la Francia e l’Inghilterra, nel 1914-15, si resero conto di essere giunte a un punto morto nella lotta contro gli Imperi Centrali, allora si ricordarono della “cara” Italia e la corteggiarono in ogni modo, per indurla a entrare in guerra al loro fianco: la Francia sulla base del mito della fratellanza latina, l’Inghilterra sulla base del mito democratico e antimilitarista (laddove il militarismo che minacciava l’Europa era, evidentemente, sempre e solo quella austro-tedesco e non già, per esempio, quello zarista).

Da ciò il patto di Londra e il penoso voltafaccia italiano del maggio 1915, contro le sue due alleate della Triplice; da ciò, anche, il non meno penoso trattamento riservato all’Italia al tavolo della conferenza di pace, nel 1919, quando, complice l’imbecille presunzione e testardaggine di Woodrow Wilson, sia Lloyd George che Clemenceau ebbero buon gioco nel mettere nel sacco la loro ingenua alleata, gabbandola su tutta la linea, negandole quanto le avevano promesso, defraudandola dei frutti della sua vittoria e negandole perfino qualche modesto ingrandimento coloniale in Africa, che pure era stato esplicitamente previsto dal Patto di Londra; mentre loro due si spartivano a piene mani la ricca torta dell’impero coloniale tedesco e anche dei territori arabi già appartenuti all’Impero ottomano.

Quale fu, poi, la politica anglo-francese verso l’Italia fra le due guerre mondiali, è cosa nota; giova solo ricordare che le due potenze si ricordarono delle legittime aspirazioni dell’Italia solo dopo l‘ascesa al potere di Hitler, allorché cercarono di manovrarlo, come già avevano fatto con Salandra e Vittorio Emanuele III nel 1915, contro la Germania. Per un momento, con il fronte di Stresa, sembrò che ci fossero riuscite; ma bastò che Mussolini, conquistando l’Etiopia, rimettesse in discussione la supremazia inglese nel Mar Rosso e, indirettamente, nel Mediterraneo, perché le due plutocrazie demagogiche – se vogliamo usare questo termine assai efficace, inventato non dal Duce ma da un sociologo del calibro di Vilfredo Pareto – segnassero l’Italia sulla loro lista nera e decidessero che avrebbe dovuto essere abbattuta insieme alla Germania, una volta per tutte, prima che potesse divenire troppo forte e mettere per davvero in pericolo la supremazia inglese nel Mediterraneo e quella francese in Africa (Tunisia, Gibuti, parte del Marocco, anche spagnolo, come sbocco all’Atlantico, l’asse Ciad-Camerun; più la Corsica e Nizza).

La Francia, in particolare, non aveva mai digerito la parità navale con l’Italia, sancita dalla Conferenza di Washington del 6 febbraio 1922, parità che era stata sostenuta, in questo caso, proprio da Gran Bretagna e Stati Uniti in funzione antifrancese e che faceva dell’Italia una potenza marittima mondiale a tutti gli effetti, negandole – al tempo stesso – il controllo degli accessi a quel Mare Mediterraneo in cui essa è geograficamente confinata.

Non è che la Germania di allora, intendiamoci, fosse più “buona” o più “amica” dell’Italia; ogni potenza,  grande e piccola, bada ai suoi interessi; ma è un fatto che la Germania e l’Italia non avevano e non hanno seri motivi di contrasto, poiché le loro aree d’interesse strategico sono abbastanza nettamente separate (a parte quella balcanico-danubiana); mentre le ragioni di contrasto strategico fra l’Italia da una parte, l’Inghilterra e la Francia dall’altra, esistevano eccome, e altrettanto, in buona parte, sussistono ancora oggi.

L’Italia, nel 1940, venne letteralmente tirata per i capelli, dalla politica anglo-francese, ad intervenire nella guerra al fianco della Germania: questa è la verità, anche se il discorso, oggi, non piace ai nostri storici di parte, perché, se ammettessero una tale interpretazione, dovrebbero rivedere per forza di cose l’altro grande mito dell’Italia contemporanea, ossia quello della Resistenza. Piace loro far credere che l’Italia, nel 1943, venne liberata dalla dittatura e avviata sui floridi sentieri della democrazia (a suon di bombe indiscriminate sulle popolazioni indifese e di fior fiore di mafiosi trasferiti dalle galere statunitensi alle amministrazioni comunali siciliane, dopo l’11 luglio del 1943) e che ciò avvenne nel solco della “naturale” tradizione risorgimentale e garibaldina, ossia in chiave di guerra di liberazione nazionale contro l’occupazione germanica.

Si dimentica di dire che, mentre i soldati italiani, in Sicilia, davanti allo sbarco anglo-americano se la davano a gambe (pur con qualche eroica eccezione), i biechi manutengoli di Hitler continuavano a battersi, fino alla morte, per difendere le nostre coste e le nostre città; come già si erano battuti a El Alamein, al fianco dei nostri soldati (quelli, però, valorosissimi), non tanto per la smania hitleriana di conquistare mezzo mondo, ma semplicemente per salvare noi dal tracollo in Africa Settentrionale e per tenere lontano dalla nostra Patria l’incubo dei bombardamenti aerei alleati e dell’invasione devastatrice.

Come poi sia stata trattata l’Italia, alla conferenza di pace del 1947, dall’Inghilterra e dalla Francia, è anch’essa cosa nota: il voltafaccia dell’8 settembre non bastò a evitarci un trattamento durissimo, da nemici. Nemici, però, di cui esse avevano perso ogni stima, perché c’è modo e modo di perdere una guerra, e noi scegliemmo quello più obbrobrioso: il tradimento perpetrato alle spalle dei nostri stessi coraggiosi soldati, aviatori e marinai, che era iniziato fin dal principio delle ostilità: ne fa fede quel vergognoso articolo 16 del trattato di Parigi in cui si ordina al governo e alla magistratura italiane di non perseguire i traditori che, nell’ombra, avevano agito per favorire la sconfitta, fin dal 10 giugno del 1940.

Come la Venezia Giulia venne data in pasto a Tito e come i nostri 350.000 connazionali ne vennero espulsi, complici la Francia e l’Inghilterra, lo sappiamo bene; così come sappiamo come ci venne confiscata la flotta, sottratto l’intero impero coloniale e messo fuori gioco, per sempre, il nostro Paese dalla grande politica internazionale, preambolo al suo assorbimento nella N.A.T.O. e, di lì, nel mare magnum dell’Impero americano, ridotto a misera pedina dei giochi mediterranei di Washington, in minor misura, di Londra e Parigi.

Da questa linea di condotta, i nostri “cugini” d’Oltralpe non si sono mai discostati: vedi la tragedia di Ustica, in uno scenario di guerra non dichiarata alla Libia che richiama, con impressionante analogia, quello odierno; vedi la ignobile “dottrina Mitterrand”, che, tenendo la spada di Damocle dell’emigrazione brigatista sospesa sul capo dell’Italia, subito al di là dei suoi confini, contribuiva a farne una nazione a sovranità limitata, esposta a una continua figuraccia internazionale, i cui effetti a scoppio ritardato si vedono ancor oggi nel mondo, per esempio nello schiaffo che il presidente brasiliano Lula ha assestato all’Italia, negando platealmente l’estradizione di Cesare Battisti, con l’implicita motivazione (rafforzata e amplificata, ahimé, dall’irresponsabile denigrazione dei nostri giudici da parte di Berlusconi) che la nostra giustizia non è degna di uno Stato democratico, ma di uno Stato di polizia.

Infine la guerra illegale scatenata contro la Libia, uno Stato sovrano, nel marzo del 2011, ha mostrato, ancora una volta, l’eterno volto della politica anti-italiana della “cugina” Francia: una guerra che, dietro i nobili argomenti della libertà e della democrazia, è stata voluta da Sarkozy al solo e unico scopo di sostituire gli interessi, le banche e le aziende francesi a quelli italiani che esistono attualmente in Libia (di cui siamo il primo partner commerciale), e di rubarci la relativa fetta di petrolio.

Intanto, il presidente francese è riuscito, con la complicità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (è sempre il solito club a tre), ad ottenere che Parigi sia la sede delle discussioni diplomatiche che decideranno il futuro assetto del Paese nordafricano, una volta caduto il regime di Gheddafi. Le premesse per una nuova beffa ai nostri danni ci sono tutte.

Almeno per chi le vuol vedere ed, eventualmente (ma qui ci vorrebbe, appunto, un minimo di orgoglio nazionale) prendere le opportune contromisure.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26/08/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments