lunedì, 21 Giugno 2021
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Metternich, conservatore razionalista, difende l’«ordine», ma gliene sfugge la vera essenza

Personalità della storia. Metternich conservatore razionalista difende l’«ordine» ma gliene sfugge la vera essenza. Klemens Wenzel, principe di Metternich è passato alla storia come il simbolo stesso della restaurazione di Francesco Lamendola  

Klemens Wenzel, principe di Metternich, è passato alla storia, senza troppi approfondimenti e senza quasi alcun distinguo, come il simbolo stesso della restaurazione, cioè come il simbolo stesso di un atteggiamento storico di chiusura e, in ultima analisi, di miopia alle forze nuove della storia – il liberalismo, il nazionalismo – che avanzavano nell’Europa del primo Ottocento e a noi italiani particolarmente antipatico per via di quella frase: «L’Italia non è che un’espressione geografica», la quale, nella stesura originale di una nota al conte Dietrichstein, aveva tutto un altro senso, e, in ogni caso, non quello – spregiativo – che la tradizione risorgimentale le ha attribuito.

Questo ritratto, ormai così consolidato nell’immaginario collettivo da parere addirittura “naturale”, e non frutto di elaborazione storiografica, corrisponde, effettivamente, alla verità, quanto meno con un buon livello di approssimazione? Oppure si tratta di una forzatura e di uno stravolgimento cui lo statista austriaco è stato sottoposto, in omaggio al paradigma culturale ai nostri giorni, uscito vincitore dallo scontro con le idee che, appunto, in Metternich trovavano il loro più solido baluardo, e che a quel paradigma tentavano di opporsi?

Ebbene: per tutti coloro i quali l’ideologia del Progresso (con la lettera maiuscola) non è il’autentica parola dello hegeliano Spirito del mondo, ma, semplicemente, una ideologia come altre, niente affatto infallibile e definitiva, appare piuttosto evidente che la figura e l’opera di Metternich devono essere riconsiderate in un contesto di maggiore serenità e di maggiore fedeltà alla concreta situazione storica, politica, culturale esistente in Europa nei decenni che seguirono alla duplice tempesta della Rivoluzione francese delle guerre napoleoniche – con una seconda e più devastante rivoluzione, quella industriale, che avanzava silenziosa ma inarrestabile sullo sfondo della scena politica.

Metternich, visto da vicino, e considerato in maniera più spassionata e più libera dai pregiudizi liberali e risorgimentali, appare un po’ diverso da come ce lo eravamo immaginato un po’ tutti, fin da quando lo avevamo incontrato, per così dire, sui banchi di scuola, e sempre sotto una luce fosca, per non dire del tutto negativa, come tipico esempio di ciò che un uomo politico non dovrebbe essere. Prima sorpresa: gran difensore dell’Ordine costituito, Metternich non era un nostalgico del “vecchio” ordine,m vale a dire dell’Ancin Régime. Non rimpiangeva, ad esempio, la servitù della gleba e nemmeno l’assolutismo nella sua versione autocratica, qual era lo zarismo in Russia: era, invece, un razionalista, un vero figlio del Settecento e della filosofia dei “lumi”, un pragmatico e un realista, proprio come Talleyrand.

Seconda sorpresa: per lui non solo il liberalismo, ma anche lo spirito reazionario erano “malattie”, degenerazioni della vera cultura di governo: che deve ispirarsi alla ragione, cioè a dei principi universalmente validi ed eterni, perché scaturenti dalla forza stessa delle cose. Metternich, dunque, non è affatto un reazionario, né si considera tale, perché ritiene che la reazione sia una risposta sbagliata, estremista e irrazionale, al male del liberalismo: la risposta giusta è, piuttosto, un ritorno all’Ordine, non quello antecedente il 1789, ma quello antecedente lo spirito stesso della modernità, quello che deve necessariamente reggere la politica, e dal quale scaturiscono le leggi e i giusti ordinamenti umani. Un amante dell’equilibrio e della misura, insomma, dell’armonia, dello spirito di ragionevolezza, alieno da ogni eccesso ed esagerazione

Terza sorpresa: Talleyrand non nega, e tanto meno odia, il principio della libertà; respinge, e detesta, lo spirito del liberalismo, che fa della libertà un valore assoluto, svincolato dalla legge e dall’ordine, il prodotto degli egoismi individuali, che si risolvono in una guerra di tutti contro ciascuno contro tutti e che, pertanto, minano le basi stesse della società. Per tenere a bada il caos che minaccia la convivenza civile tra gli esseri umani, per esorcizzare i demoni scatenati. Secondo lui, il liberalismo porta con sé, quale inevitabile conseguenza, per i suoi stessi principî e per la prospettiva da cui muove, il radicalismo; e questo, a sua volta, il socialismo, che gli appare come il punto d’arrivo della dissoluzione sociale, della distruzione della civiltà.

Così il saggista Franz Herre ha rievocato il tramonto del grande uomo politico e ha evidenziato il nucleo della sua posizione conservatrice e anti-liberale (da: F. Herre, «Metternich»; titolo originale: «Metternich. Staatsmann des Friedens», 1983; traduzione dal tedesco di  Lydia Magliano, Milano, Bompiani, 2001, pp. 285-6):

«A settantacinque anni, o quasi, sapeva che la sua carriera volgeva alla fine.  E intuiva che tutto ciò che per così lunghi anni aveva tentato di tenere a bada avrebbe ben presto fatto irruzione. “La fase in cui oggi si trova l’Europa è, secondo la  mia più radicata sensazione, la più pericolosa fra quante il corpo sociale ha dovuto superare nel corso degli ultimi sessant’anni”, constatava Metternich. “Vorrei morire per non assistere alla sciagura che nessuno è in grado d’impedire. Il mio ruolo è alla fine; è alla fine il ruolo di ogni intelligenza umana. Quaggiù regnerà la violenza e il mondo è perduto, perché il diritto, in futuro privo di forza, per il mondo non sarà altro che oggetto di derisione.

A volte cercava di farsi coraggio, ma prevaleva sempre più la nota rassegnata, fino a coprire ogni altra. “Se non sapremo percorrere con tutta l’energia necessaria la strada rettilinea, io vedo svolgersi davanti a me il futuro. Non assisterò ai crolli definitivi, però, se Dio mi condanna ad assistervi, vedrò quelli iniziali.

Il 1848 incominciò con le sommosse in Sicilia, i combattimenti nelle strade di Milano, i disordini studenteschi a Monaco e una mozione presentata al parlamento di Karlsruhe: alla Dieta confederale di Francoforte, si chiedeva, doveva partecipare una rappresentanza di tutti gli stati della Germania.

A Vienna festeggiavano il carnevale. In casa Metternich dettero una “soirée dansante”, che forse a taluni ospiti sembrò un balletto sulla bocca di un vulcano. Alla Hofburg misero in scena una commedia di Kotzebue, “Der Wirrwarr”, “il guazzabuglio”. Sosteneva la parte del protagonista, Hurlebisch, il diciottenne arciduca Francesco Giuseppe, figlio di Sofia e nipote di Ferdinando I, e neppure l’ambiziosissima madre del giovane poteva intuire ch di lì a poco l’unica scappatoia per uscire dal guazzabuglio sarebbe stata l’ascesa al trono del suo primogenito.

Il 24 febbraio, a un ballo di corte, danzarono fino all’alba. Lo stesso giorno a Parigi chiusero il capitolo della monarchia di luglio. Il re borghese Luigi Filippo ricevette il benservito. Questa volta, a differenza del 1830,  non si trattava di una rivoluzione del “terzo stato”, bensì del “quarto”. In Europa incominciava ad aggirarsi  lo spettro della rivoluzione proletaria, evocata dal “Manifesto” di Marx, comparso da poco.

“La repubblica in Francia” stava scritto nel telegramma che il banchiere Rotschild mostrò a Metternich. Il cancelliere austriaco si strinse nelle spalle: “Bene, mio caro, adesso è la fine di tutto”.

Non aveva sempre ammonito di non dare neppure il mignolo ai liberali, perché subito dopo i radicali avrebbero voluto tutta la mano? La spirale delle pretese, non si stanava di ripetere, risedeva nella legge naturale della rivoluzione. Al costituzionalismo del 1789 era seguito il giacobinismo del 1793, al posto del liberalismo del 1830 era subentrato, nel 1848, “secondo logica, il radicalismo, suo legittimo erede…” che ben presto sarebbe stato “in lotta col suo non meno legittimo erede, il socialismo, e “dietro il socialismo era in agguato l’anarchia materiale che è il caos, ossia il nulla assoluto”

In Austria, dove grazie a Metternich zoppicavano dietro il tempo, si era soltanto alla vigilia del 1789, come pretendevano i pessimisti, oppure si era già arrivati alla fase precedente il 1830, secondo l’opinione degli ottimisti. Questi e quelli vedevano nell’uomo che aveva restaurato l’ancien régime e tentava di prolungarlo da reazionario il nemico giurato, per così dire una sorta di Winkelried – il leggendario eroe svizzero – a rovescio, che attirava su di sé tutti i giavellotti lanciati dal cavaliere del progresso.

Nella notte fra il 28 e il 29 febbraio 1848 a Vienna comparve un manifesto affisso sulla Kärntnertor. “Fra un mese il principe Metternich sarà rovesciato! Viva l’Austria costituzionale!” Gli studenti per le strade cantavano: “Oh Metternich, oh Metternich, / vorrei che nella tempesta / la terra t’ingoiasse”.

Perfino coloro che non molto tempo prima lo avevano inghirlandati come un monumento adesso avevamo l’aria di scambiarlo per la statua di Pasquino sulla quale appiccare cartelli diffamatori. Tentativi del genere si avevano perfino nei più alti ambienti di corte, dove denigrando il cancelliere procuravano di imbiancarsi la coscienza.

Una dama di corte chiese a Melanie [la terza moglie del cancelliere, Melanie Zichy Ferraris] se era vero che quanto prima lei e il marito sarebbero stati cacciati via; aveva sentito sussurrare qualcosa del genere nella cerchia dell’arciduchessa Sofia.  La madre di Francesco Giuseppe – l’unico uomo a palazzo reale, come sostenevano taluni -, era infatti il capo dell’opposizione aulica contro il cancelliere…»

Metternich venne licenziato il 18 marzo 1848, su pressione dei circoli liberali, e lasciò non solo Vienna, ma l’Austria, insieme alla moglie:il suo mondo, com’egli aveva lucidamente previsto, era giunto alla fine, e il suo stesso ruolo storico si era esaurito.

Resta da capire se egli, oltre alla grandezza dello statista e del diplomatico, che sarebbe difficile contestargli (compresa l’acutezza dei suoi giudizi: vide e riconobbe in Cavour l’unico vero uomo politico europeo del suo tempo), se sono giustificate sia le lodi dei suoi estimatori, oggi invero pressoché scomparsi dall’orizzonte storiografico e, ovviamente, politico, sia le aspre, spietate censure dei suoi avversari e dei suoi detrattori. Rimane la domanda fondamentale: chi fu realmente, il principe di Metternich? Il grande regista del Congresso di Vienna, certamente; l’artefice di una politica continentale dell’equilibrio; l’abilissimo tessitore della potenza politica degli Asburgo, a dispetto di tutte le sconfitte che essi avevano dovuto subire per opera delle armate napoleoniche: tutto questo va bene, è abbastanza chiaro da essere incontestabile.

Ma chi fu, in un senso politico più profondo? Qual era l’Europa che desiderava, e da dove venivano le sue concezioni? Come abbiamo già detto, Metternich era un maestro della Realpolitik: il principio di legittimità, per lui, almeno al Congresso di Vienna, divenne il cardine su cui costruire il nuovo ordine europeo, più che ricostruire l’antico. Se così non fosse stato, se il principio di legittimità, per lui, avesse avuto un valore assoluto, “sacrale” e atemporale, insomma se Metternich fosse stato non un realista, ma un idealista, non si spiegherebbe come l’Austria, al Congresso di Vienna, per suo merito poté assicurarsi il mantenimento dell’ex Repubblica di Venezia: a rigore, avrebbe dovuto contentarsi di recuperare il Ducato di Milano. Né giova obiettare che Metternich desiderava ampliare il controllo austriaco sull’Italia settentrionale per poter meglio controllare l’intera Penisola, così da poter tenere sotto controlli i potenziali focolai rivoluzionari, tanto d’ordine liberale, quanto d’ordine nazionalista. Il possesso di Milano sarebbe stato più che sufficiente, insieme a quello di Gorizia, di Trieste e di Fiume (e, naturalmente, del Trentino): se il principio di legittimità, vale a dire il principio dinastico, avesse avuto, per lui, un valore assoluto, niente avrebbe potuto giustificare la spoliazione e l’annessione di uno Stato antichissimo, addirittura millenario, e un tempo glorioso, come la Repubblica di Venezia. Aver mantenuto quell’acquisto, che era stato ottenuto firmando, con Napoleone, il Trattato di Campoformio, nel 1797, fu la spia di un atteggiamento estremamente cinico e spregiudicato, “machiavellico” nel senso deteriore, da parte del cancelliere.

Queste sono scelte che si pagano: se l’Impero asburgico pretendeva di porsi come il campione della legittimità, non poteva, nello stesso tempo, fare bottino con ciò che aveva ottenuto venendo a patti con il “diavolo” rivoluzionario. E il prezzo da pagare sarebbe stato salatissimo: anche se ci sarebbero voluti ancora settant’anni, cioè fino al 1918, quando il principio delle nazionalità travolse e dissolse la secolare costruzione dinastica degli Asburgo. Chi di spada ferisce, di spada perisce. Ne farà amarissima esperienza, nel novembre 1918, il Kaiser di Germania, Wilhelm II, travolto da una rivoluzione socialista che il suo Stato Maggiore, per mettere fuori combattimento la Russia, non aveva esitato a brandire come un’arma ideologica, allorché aveva organizzato il rientro in patria di Lenin sul famoso “vagone piombato”, nel 1917.

D’altra parte, quello di Metternich non fu un cinismo estemporaneo: la sua politica era cinica, perché pretendeva di servirsi di mezzi pragmatici, anche moralmente discutibili, per restaurare un ordine in cui egli non credeva intimamente, o meglio, in cui credeva in senso metafisico, non pragmatico. E questa è una contraddizione, e anche assai grave. Metternich non credeva nel “vecchio ordine”, ma nell’Ordine come categoria astratta, origine del principio di autorità. L’autorità, per lui, non viene da Dio, ma dalla ragione umana: gravissima concessione a quel pensiero illuminista e liberale di cui, a parole, egli era il nemico dichiarato e implacabile. Non si può combattere efficacemente ciò che è parte di noi stessi, se non riconoscendo la contraddizione: e Metternich, a quanto pare, non la riconobbe. Non vide, né si rese conto che il pragmatismo dei suoi mezzi strideva con l’astrattezza dei suoi fini; la sua concezione, a ben guardare, era più vicina a quella dei liberali neo-illuministi, da lui tanto detestati, che ai romantici conservatori, suoi alleati. O, se pure se ne rese conto, non seppe trarne le debite conseguenze.

Se fosse stato un franco reazionario, alla maniera di un De Maistre, Metternich avrebbe potuto ben rappresentare l’Ancien Régime contro la marea montante del liberalismo, e, poi, del radicalismo e del socialismo, le forze rivoluzionarie e, secondo lui, distruttive dell’ordine sociale – di qualunque ordine sociale. Ma non lo fu, al contrario, pensò che anche lo spirito reazionario fosse una malattia, una degenerazione dell’idea di buon governo, rettamente intesa, in cui la libertà scaturisce dall’autorità, e non viceversa; però non si avide che, nella sua concezione politica, in fondo vicina a quella degli antichi giusnaturalisti, l’aver fatto della ragione la vera origine dell’autorità stessa, equivaleva a indebolirsi irrimediabilmente ogni futura resistenza dell’autorità contro le pretese crescenti di una libertà che si presentava come l’erede legittima di una visione razionale delle relazioni umane.

La libertà, per lui, era un attributo dell’autorità, in quanto discendeva direttamente dall’ordine razionale del mondo. Il mondo, per lui, è razionale; dunque, l’ordine che da esso deriva non può che esprimersi attraverso il canale della ragione. Niente diritto divino, come si vede: siamo su un terreno più vicino a Montesquieu, di quanto non potesse, allora, sembrare, giudicando Metternich dal punto di vista dei liberali, che vedevano in lui il nemico numero uno. In un certo senso, siamo anche più vicini a Hobbes (e a Machiavelli): la visione della storia di Metternich non è dinamica ed evolutiva, non è – pertanto – di tipo storicista, ma è idealista: essa discende da una serie di convincimenti puramente razionali.

E non è neanche vero che Metternich fosse un ottuso avversario delle riforme. Al contrario, egli pensava che le riforme fossero il necessario strumento del buon governo; solo che, naturalmente, le concepiva come calate dall’alto, cioè come frutto dell’Ordine. Il suo ideale di statista era quello di un politico che sappia mantenere la via mediana fra le posizioni estreme, che cerchi e si sforzi di attuare l’equilibrio, sia all’interno dello Stato, sia nelle relazioni internazionali. Il che fa di lui, in un certo senso, un continuatore della tradizione dell’assolutismo illuminato del Settecento, di Maria Teresa e Giuseppe II: cioè di una politica che aveva fatto il suo tempo, perché la base sociale su cui aveva poggiato – l’aristocrazia “illuminata”, sensibile alle idee illuministe anteriori a Voltaire e al «Contratto sociale» veniva ormai gradualmente spodestata dalla borghesia, a partire dall’Inghilterra, ove tale passaggio di poteri era già avvenuto nel XVII secolo e specialmente con la «Glorious Revolution» del 1789.

Tutto sommato, nella concezione politica di Metternich vi è una forte componente di paternalismo e di gradualismo che lo avvicina a illuministi moderati come il nostro Giuseppe Parini e che lo distingue nettamente, e lo allontana, dai reazionari veri e propri.

Questo fu il vero Metternich, sfrondato di ogni alone leggendario, sia positivo che negativo: non l’arcigno e ottuso avversario del mondo moderno che stava avanzando, ma anch’egli, in fondo, un figlio della modernità, vale a dire delle idee dell’Illuminismo riformatore antecedente il 1789. Su questa base vanno giudicati l’uomo e la sua opera politica. Che fu notevole: non si dimentichi che, anche grazie a lui, l’Europa poté godere del più lungo periodo di pace che avesse mai conosciuto prima, e che non sarebbe più riuscita a conservare in seguito, almeno fino a dopo la seconda guerra mondiale.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Maggio 2017

Del 31 Ottobre 2020

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