giovedì, 24 Giugno 2021
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Monte Grappa 1944: settant’anni di menzogne

Monte Grappa 1944: settant’anni di menzogne. All’origine delle macabre impiccagioni di Bassano, dovute a una rappresaglia tedesca, vi è una vicenda storicamente controversa e non del tutto chiarita di Francesco Lamendola 

Chi arriva a Bassano del Grappa e parcheggia l’automobile fuori le mura, per poi avviarsi a piedi verso il centro storico della bellissima cittadina in provincia di Vicenza, rimane colpito vedendo che lungo il viale d’accesso un tempo denominato Viale XX Settembre, e ora Viale dei Martiri, ciascun albero della fila di lecci che si snoda sul lato destro della strada, in vista della bellissima valle del fiume Brenta, che scorre poco più in basso, sia contraddistinto da un vaso di fiori, un nastro tricolore e un cartellino recante le generalità di una delle 31 persone, tutti ragazzi ventenni o poco più, che qui vennero impiccate dai tedeschi il 26 settembre 1944. È un modo di presentarsi un po’ lugubre da parte della città, che, a oltre settant’anni di distanza, pare voglia tenere sempre aperta la piaga della guerra civile, ricordando, peraltro, i morti di una sola delle due parti in lotta: nessun vaso di fiori  e nessun nastro tricolore ricorda, lungo il viale di cipressi di Ponte della Priula, che adduce a un altro luogo sacro alla patria, il fiume Piave, i 113 militi della Guardia Nazionale Repubblicana chi si erano arresi a Oderzo, a guerra ormai finita, fidandosi della promessa dei partigiani di aver salva la vita, e che invece furono fucilati a sangue freddo sull’argine del fiume, senza nemmeno l’ombra di un processo. Ma questa è una scelta delle amministrazioni comunali, le quali, in Veneto come un po’ in tutta l’Italia, hanno preferito, nei settant’anni che ci separano dalla fine della Seconda guerra mondiale e dai suoi luttuosi eventi, battere perennemente sul ferro caldo del risentimento anti-tedesco e anti-fascista, per ragioni che esulano dalla verità storica e anche dalla onestà politica, mentre hanno molto a che far con la retorica faziosa e, in modo speciale, con la volontà di creare e consolidare una mitologia resistenziale dove non esistono sfumature, ma due colori soltanto: quello dei buoni, i partigiani e, accanto a loro, gli Alleati (ma “alleati” di chi?) e quello dei cattivi, i fascisti e i Tedeschi. Senza nemmeno distinguere fra chi combatté lealmente e umanamente, nei limiti in cui ciò è possibile in una guerra civile, e chi si macchiò di crimini e di vere e proprie rapine sistematiche; fra chi provocò stragi e rappresaglie, e chi si limitò a subirle; fra chi fu animato da ideali e da valori e chi si abbandonò a istinti sadici, violentò, seviziò, stuprò e infoibò le proprie vittime, magari al solo scopo di rapinarle o di consumare sordide vendette personali. Eppure la storiografia italiana sul biennio 1943-45 si è accontentata, anch’essa, delle verità di comodo fabbricate dalla retorica ideologica e dalla mitologia resistenziale; tanto è vero che, per circa sessant’anni, essa è stata appannaggio di un unico punto di vista e di una sola interpretazione di quegli avvenimenti, al punto che, fino a pochi anni or sono, non aveva elaborato nemmeno quel minimo d’’indipendenza concettuale per chiamare le cose con il loro nome: non, puramente e semplicemente, Resistenza (con la maiuscola d’obbligo), ma “guerra civile”, che è l’esatta definizione di ciò che accadde a quell’epoca nell’Italia centro-settentrionale, mentre il nostro Paese era terreno di scontro fra due eserciti contrapposti, entrambi interessati alla sua conquista, e non alla sua liberazione, l’uno, e al suo asservimento, l’altro. Quanti Italiani sanno che i bombardamenti anglo-americani sulle nostre città provocarono almeno dieci volte più vittime delle rappresaglie tedesche sulla popolazione? Quanti Italiani sanno che, se i Tedeschi si macchiarono di crimini, come la strage delle Fosse Ardeatine o quella di Marzabotto, gli Alleati provocarono migliaia di morti innocenti bombardando quartieri indifesi, e del tutto privi di valore strategico e militare, a Roma, a Milano, a Genova, a Torino, a Treviso, a Ravenna, a Zara (che fu quasi interamente distrutta)? E se erano dei liberatori, e non dei nuovi conquistatori, come mai non se ne sono più andati? E quanti Italiani sanno che i soldati tedeschi, in circostanze normali, si comportavano correttamente con la popolazione civile, mentre, ad esempio, al seguiti degli Alleati c’erano le truppe marocchine della Francia Libera, che contraddistinsero la loro avanzata con centinaia e centinaia di stupri a danno delle nostre donne?

Lo storico, però, non può accontentarsi di una simile mitologia, basata su verità di comodo, omissioni, forzature, silenzi opportunistici e interpretazioni di comodo: la storia seria, senza fare sconti a nessuno, cerca di stabilire la verità, sapendo che essa è un punto d’arrivo ideale, di per sé mai pienamente esperibile, ma verso il quale, nondimeno, bisogna sforzarsi di tendere con il massimo dell’onestà e dell’imparzialità,  sine ira et studio, come ammoniva il romano Tacito quasi duemila anni fa.

All’origine delle macabre impiccagioni di Bassano, dovute a una rappresaglia tedesca, vi è una vicenda storicamente controversa e non del tutto chiarita, verificatasi nel settembre del 1944, allorché le cosiddette “repubbliche partigiane” (espressione pomposa e azzardata con cui la storiografia politically correct  ha definito le azioni delle bande partigiane che agivano in montagna nell’estate di quell’anno) subirono l’azione repressiva delle forze congiunte della Wehrmacht e della Repubblica Sociale Italiana e vennero letteralmente spazzate via nel corso dell’autunno. Sul Monte Grappa si erano raccolti un migliaio di partigiani, dalla scarsissima efficienza combattiva, male armati e in gran parte privi di addestramento: si trattava, in larga misura, di giovani che avevano eluso il bando militare della R. S. I. e si tenevano nascosti in attesa di tempi migliori. Molti, sul finire dell’estate del 1944, speravano ancora che gli Anglo-americani sarebbero riusciti a sfondare anche la Linea Gotica, ultimo ostacolo sulla cresta appenninica, e che avrebbero fatto irruzione nella Pianura Padano-Veneta, ponendo fine alla guerra, almeno sul fronte italiano.

In realtà l’esercito tedesco, brillantemente comandato dal generale Kesselring, stava riuscendo nella notevole impresa di bloccare un nemico di gran lunga superiore, e, nello stesso tempo, stava avviando una serie di operazioni nelle retrovie per garantirsi la libertà di movimento lungo le arterie stradali adducenti in Germania attraverso le valli alpine. La presenza di forze partigiane sul massiccio del Grappa, che si accompagnava a una certa attività di disturbo nelle zone sottostanti, con attacchi a polveriere e altri obiettivi militari da parte di piccole formazioni partigiane, convinse l’Alto comando della Wehrmacht ad intraprendere una vasta operazione di rastrellamento per garantirsi le spalle durante le ultime offensive anglo-americane in direzione del nodo strategico di Bologna.  Nello stesso tempo, e contrariamente al solito cliché del tedesco spietato e disumano, i comandi tedeschi erano a conoscenza dello scarsissimo potenziale bellico dei partigiani arroccati sul Grappa, e, volendo evitare un inutile bagno di sangue, fecero sapere loro, in particolare con la mediazione del clero (“dite a quei bravi ragazzi…”), che una vasta operazione militare era in vista e che avrebbero fatto bene a sgomberare immediatamente la montagna, rassicurandoli, sempre in via ufficiosa, che i posti di blocco avrebbero finto di non vederli e li avrebbero lasciati passare, purché si disperdessero senza indugio e senza compiere atti ostili.

Questi sono gli scomodi retroscena del rastrellamento del Grappa, che la retorica resistenziale ha voluto denominare “battaglia”, mentre fu un inutile massacro: quasi tutti i partigiani caduti non perirono negli scontri a fuoco, ma vennero fucilati e impiccati (trentuno dei quali, a Bassano, nella barbarica maniera che si è detta); ed altri, ancora più scomodi, riguardano le trattative avvenute sottobanco tra le famiglie dei catturati e le autorità militari, che permisero di sottrarre alla morte quanti pagarono un riscatto, mentre gli altri vennero abbandonati al loro destino. Non vi fu alcuna “battaglia del Grappa” perché, ripetiamo, la sproporzione della forze era enorme: da una parte, truppe italiane e tedesche, circa 8.000 uomini in tutto, molto bene armate e addestrate, dall’altra un migliaio di uomini disorganizzati, impreparati e quasi inermi. La storiografia della cultura dominante in questi settanta anni ha preferito concentrare i riflettori sulla brutalità della repressione, che è stata innegabile, invece di chiarire come fu presa la folle decisione di resistere a oltranza, mandando allo sbaraglio ragazzi quasi disarmati e del tutto impreparati. E questo perché indagare su quella decisione avrebbe portato in luce le gravissime responsabilità dei comandi partigiani e della missione militare britannica, responsabile, quest’ultima, di aver consigliato la resistenza sul posto, facendo leva sull’orgoglio ingenuo di chi voleva rinnovare il “miracolo del Grappa” della Prima guerra mondiale, ma avendo in realtà lo scopo di distogliere quelle ottime forze militari italo-tedesche dalla Linea Gotica, in modo da agevolare le operazioni alleate, a costo di mandare al macello un migliaio di giovani inconsapevoli di quale fosse la reale posta in gioco.

Se si fosse scavato un po’ di più in quella direzione, sarebbe emerso che i capi partigiani che decisero la resistenza sul Grappa peccarono, quanto meno, di avventurismo e d’incompetenza, mentre i loro consiglieri alleati agirono con cinismo consumato; cosa che non avrebbe dovuto meravigliare alcuno, del resto, se solo si fosse posta mente al fatto che gli Alleati non venivano da “liberatori” (nessun esercito straniero ha mai fatto guerre per liberare altri popoli: ci si rilegga il coro dell’atto III dell’Adelchi di Manzoni) e che la “resistenza” italiana, per loro, altro non era che uno strumento per indebolire dall’interno le difese della Wehrmacht: una quinta colonna, diciamolo pure, delle cui eventuali perdite non era il caso di preoccuparsi troppo, se il loro sacrificio avesse consentito di risparmiare le vite dei soldati anglo-americani. Eppure, per più di mezzo secolo, questo scavo non è stato fatto: si è preferito seguitare con la retorica della “barbarie nazista” (che pure vi fu, indubbiamente) senza curarsi di approfondire quali fossero gli antefatti e quali i retroscena di una delle pagine più ambigue e meno gloriose della cosiddetta “guerra di liberazione”, proprio per non mettere un crisi l’immagine idealizzata e mitizzata di una resistenza tutta buona e pura e generosa, contro un nemico sempre e solo crudele e disumano, oltre che irragionevole nel suo cieco fanatismo. Ma chi fu più irragionevole, in quella circostanza: i Tedeschi, che consigliarono ufficiosamente ai “bravi ragazzi” del Grappa di sparire in tutta fretta, prima che fosse troppo tardi, o gli Alleati, che li esortarono a resistere “eroicamente” fino all’ultimo, sapendo benissimo di condannarli a un sacrificio perfettamente inutile?

Ebbene: quegli antefatti e quei retroscena sono stati finalmente scandagliati da un ricercatore coraggioso e indipendente, Antonio Serena, già parlamentare della Repubblica, autore di una decina di ricerche ed inchieste sul versante oscuro e dimenticato della guerra civile: quello che riguarda i crimini e le nefandezze commessi dai partigiani, specialmente comunisti, le stragi sommarie e gli infoibamenti (che non avvennero solo nella Venezia Giulia, ad opera dei titini, ma in tutto l’arco alpino, specie nell’area veneto-friulana), lato oscuro che, certo, non costituisce tutta la verità, ma quella parte di verità che, finora, era stata negata, rimossa, mistificata. Al lettore avveduto, poi, spetta l’onere di integrare le “due verità” in uno scenario unitario: nel quale, ripetiamo, furono moltissimi i chiaroscuri, e ben poche le tinte nitide e chiaramente separabili, dal momento che da entrambe le parti in lotta vi furono sia idealismi ed eroismi, sia atrocità belluine e basse finalità di rapina, stupro e saccheggio, fermo restando il differente giudizio storico che ciascuno libero di dare sull’insieme della Seconda guerra mondiale, così come sulle tante guerre secondarie che in essa si combatterono, e sulle tante guerre civili che straziarono a sangue i popoli dell’Europa. Però, fino a quando Antonio Serena e pochi altri pionieri (presto imitati da scrittori dal nome più “pesante” in termini di notorietà, specialmente televisiva) non misero mano a questo lato nascosto e dimenticato della storia, andando a fare ricerche sul campo e negli archivi, pazienti, minuziose e, come si può facilmente immaginare, anche scomode, se non addirittura pericolose, il lettore sinceramente desideroso di verità non aveva gli strumenti per farsi un quadro esatto di ciò che accadde in Italia fra il 1943 e il 1945: conosceva una sola versione dei fatti, che veniva spacciata senz’altro come la Verità, anche se era una verità parziale, e, dunque, inevitabilmente faziosa.

Le vicende relative al rastrellamento del Monte Grappa, nella seconda metà di settembre del 1944, sono minuziosamente ricostruite in uno dei libri di Antonio Serena, «Benedetti assassini. Eccidi partigiani nel Bellunese (1944-45)» (Ritter, 2015), e documentati con nomi, fatti, testimonianze, documenti, fotografie: ad esso rimandiamo il lettore desideroso di conoscere meglio questa pagina della storia italiana del Novecento, sulla quale, ancora oggi, a distanza di settant’anni, pesa come una cortina di piombo l’ideologia resistenziale, viziata da un duplice peccato di fondo: voler accreditare come “combattenti per la libertà” quei partigiani comunisti che volevano instaurare, mediante uno sterminio degli elementi borghesi (e non solo dei “fascisti”, veri o presunti), lo stesso genere di dittatura esistente, allora, nell’Unione Sovietica di Stalin; e voler “dimostrare” che la lotta partigiana fu un fenomeno largamente “popolare” e condiviso, un secondo glorioso Risorgimento, mediante il quale l’Italia si sarebbe sostanzialmente liberata da sola, prima ancora che arrivassero a liberarla del tutto gli eserciti alleati. Queste bugie pietose, sembra incredibile, hanno dominato la storiografia italiana sulle vicende del 1943-45, per più di mezzo secolo, al prezzo di passare sotto silenzio tutti gli elementi discordanti da tali “verità” di comodo; e quasi tutti gli “intellettuali” italiani si sono prestati a tale opera di mistificazione della verità, in buona o in cattiva fede. Sciocchi nel primo caso; servi nel secondo: faziosi in entrambi i casi.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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