lunedì, 20 Settembre 2021
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Mussolini doveva morire perché una intera classe dirigente potesse autoassolversi

Mussolini doveva morire perché una intera classe dirigente potesse autoassolversi. E’ una filosofia figlia della teoria crociana e liberale sulla genesi del fascismo come «malattia temporanea» del Paese di Francesco Lamendola

La filosofia di fondo delle Brigate Rosse e, in generale, del terrorismo di sinistra degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso,  partiva dal presupposto che la Resistenza fosse stata tradita; che i soliti, avvolgenti «poteri forti» (Chiesa, finanza, grande industria, alta burocrazia, esercito) avessero trovato il modo di affossarla, subdolamente e silenziosamente; che, dopo il 1945, fosse stata vanificata una occasione unica, non solo di avviare una profonda riforma sociale, ma anche una vera e propria rinascita morale della nazione.

Questa filosofia, anche se non sembra, era figlia della teoria crociana e liberale sulla genesi del fascismo come «malattia temporanea» del Paese, malattia che avrebbe colpito un corpo sostanzialmente sano. Pietosa menzogna: perché l’Italia, nel 1919, era tutt’altro che un Paese sano, una democrazia compiuta; e, se il fascismo andò al potere con il consenso della monarchia e delle classi dirigenti, qualche motivo ci sarà pure stato; come ci sarà stato se, ancora nel 1924, dopo il delitto Matteotti, molti liberali – Croce compreso – consigliavano gli  Italiani di fidarsi del fascismo e di scommettere sulla sua capacità di rientrare nella piena legalità, portando il Paese fuori dalla crisi del dopoguerra.

Ma come e perché è nata la leggenda del fascismo come malattia dolorosa, ma passeggera; chi aveva interesse a diffonderla, chi a divulgare il mito dell’Italia tradita, come recita il titolo di un famoso saggio di Ruggero Zangrandi (uno che di salti mortali se ne intendeva, essendo passato da una giovinezza da intellettuale fascista, ad una maturità da acerrimo e intransigente paladino della Vulgata storiografica antifascista)?

È nata perché la classe dirigente italiana potesse autoassolversi dalle proprie responsabilità; e, con essa, l’intero popolo italiano, che, nella stragrande maggioranza, aveva accettato il fascismo e, ad un certo punto – diciamo con la conquista dell’Impero, nel 1936 – lo aveva entusiasticamente appoggiato.

La verità è che, se Mussolini non avesse fatto la scelta sbagliata nel giugno del 1940, nessuno gli avrebbe presentato il conto della sua ventennale dittatura: sul piatto della bilancia, i meriti del suo regime – legislazione sociale, riassestamento dell’economia, aumento dell’occupazione e dell’industria, bonifica delle paludi, successi in politica estera – avrebbero finito per far scomparire tutte le ombre e per consegnarlo alla storia come il più abile e fortunato capo di governo dell’Italia, dalla morte di Cavour in poi.

Una volta messo bene a fuoco questo punto, si arriva anche a comprendere le ragioni per cui Mussolini venne ucciso in maniera così frettolosa e, per molti aspetti, così misteriosa; perché lo si volle sottrarre, ad ogni costo, ad un pubblico processo, sul tipo di quelli che la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha riservato ai dirigenti serbo-bosniaci, e poi anche a quelli serbi (Milosveic), dopo la fine della guerra civile nella ex Jugoslavia.

Mussolini doveva morire perché, se fosse stato sottoposto ad un pubblico processo, l’intera classe dirigente italiana, anzi, l’intero popolo italiano, sarebbero stati chiamati in causa per il lungo e caloroso sostegno accordato al suo regime. Ciò avrebbe inferto un colpo irreparabile alla teoria del fascismo come malattia temporanea in un corpo sociale sostanzialmente sano, cara alla Vulgata antifascista; e avrebbe posto ciascuno, compreso l’uomo della strada, davanti alle proprie responsabilità.

Invece, con il colpo di stato del 25 luglio e con l’obbrobrioso armistizio dell’8 settembre 1943, classi dirigenti e popolo italiano vollero passare un colpo di spugna sulle proprie responsabilità e fabbricarsi una verginità democratica nuova di zecca.

Tutti: i liberali, che nel primo dopoguerra non avevano saputo o voluto fare nulla per allargare la propria base di consenso, coinvolgendo le masse nella vita dello Stato; i socialisti, che avevano carezzato velleitari progetti di rivoluzione, senza mai pensare seriamente a farla; i cattolici, che avevano creduto di poter fare parte per se stessi, coltivando solo l’orticello dei loro interessi particolari; i comunisti, che sognavano di replicare il colpo dei bolscevichi russi e di instaurare una dittatura, al cui confronto quella fascista sarebbe impallidita: tutti costoro avevano i propri ingombranti scheletri nell’armadio, e non desideravano altro che di far sparire le tracce di ciò che avevano fatto per spingere la democrazia italiana nel vicoli cieco del 1919-22.

Allora sorse la leggenda dell’Italia tradita: l’Italia non aveva voluto il fascismo, lo aveva subito; i fascisti erano dei Marziani sbarcati dalle loro astronavi e, al servizio degli industriali e degli agrari, avevano messo la museruola alle masse lavoratrici, ormai sul punto di realizzare chissà qual magnifiche sorti e progressive; ma poi era giunta la Resistenza, che, restituendo dignità al popolo italiano, aveva tenuto a battesimo la rinascita della democrazia.

Già, l’Italia tradita. Ma tradita da chi? Dagli altri, sempre dagli altri: da Mussolini, dai fascisti, da Hitler e, magari, anche dal Mikado; insomma, da quelli che la Vulgata storica antifascista ha inequivocabilmente schedato fra i cattivi (mentre Churchill, Roosevelt e perfino Stalin erano i buoni). Così è anche oggi: di qualunque problema sociale e morale si parli: dalla mafia alla ‘ndrangheta, dall’evasione fiscale alla corruzione, dalla speculazione edilizia al malcostume dilagante di politici e pubblici amministratori, i responsabili di ogni stortura e di ogni crimine sono sempre gli altri.

Una cosa appariva chiara: se l’Italia, nel 1943, era stata tradita, allora essa, nel suo complesso, era pura e innocente: era vittima, non colpevole. Con questa faccia tosta i nostri dirigenti si presentarono davanti agli Alleati e pretesero di passare da un giorno all’altro, armi e bagagli, nello schieramento dei vincitori: come se fosse stato possibile annullare il passato, compresa la dichiarazione di guerra e tutto quello che c’era stato sui vari fronti di combattinento.

I traditori erano coloro che avevano trascinato l’Italia in guerra; e, più tardi, coloro che, manovrando nell’ombra, vanificarono la preziosa occasione di rinnovamento morale portata dal «vento del Nord»: una esigua minoranza, comunque. La classe dirigente, nel suo complesso, non era messa in discussione; né, meno ancora, lo era il popolo italiano: l’una e l’altro erano stati traditi da pochi ribaldi, senza loro colpa.

Sì: più tardi – nei due, tre decenni successivi – i poteri forti avevano ripreso a tramare come prima, instaurando un fascismo larvato e mascherato, sempre allo scopo di garantirsi i loro sporchi affari; ma, di nuovo, il popolo era stato ingannato e defraudato dei frutti della Resistenza; e anche la classe dirigente, tutto sommato, era stata vittima di un tradimento: specialmente i quadri del partito socialista e di quello comunista, che erano stati raggirati dalla perfidia democristiana e dalle oscure manovre del Vaticano e degli Stati Uniti.

Si trattava di un mito, di un comodissimo mito autoassolutorio; e, al tempo steso, della creazione di una leggenda destinata a perpetuare, dietro la facciata di un antifascismo di maniera dal quale sarebbe nata la moderna democrazia italiana, la realtà di un Paese che non voleva saperne di rinnovarsi, perché non voleva riconoscere di essere stato l’artefice di tutto quanto era avvenuto fra il 1919 e il 1943.

Al tempo stesso, si trattava di un mito poggiante su alcuni elementi di indubbia verità storica, ampiamente semplificati e interpretati in maniera univoca e settaria; ma, appunto perché frammisto a elemento di verità, era un mito difficile da smontare, anzi, difficile da riconoscere come tale, e, quindi, da demistificare. Tentare di farlo, avrebbe significato incorrere in un delitto di lesa maestà: non solo contro la democrazia e contro la Repubblica democratica nata dalla Resistenza, ma contro lo stesso popolo italiano.

E dunque, poiché quasi tutti erano ugualmente interessati alla propagazione di questo mito, nessuno lo mise in dubbio; fra i suoi più zelanti diffusori c’erano gli intellettuali, la categoria forse maggiormente compromessa con il fascismo, e, pertanto, quella più smaniosa di rifarsi una verginità democratica, segnalandosi come la più implacabile nella denuncia dei mali del fascismo e nella necessità di costruire il futuro del Paese all’insegna di un antifascismo radicale,  programmatico, assolutamente intransigente.

L’ideologia dell’antifascismo permanente, come strumento per mantenere in piedi una surrettizia divisione degli Italiani in buoni e cattivi, con la ferma e feroce volontà di includere se stessi fra i primi e nell’avocare a sé tutti i vantaggi derivanti dallo status morale di essere i vincitori della seconda guerra mondiale (?) e della guerra civile del 1943-45.

Uno dei più lucidi interpreti di questo processo, è stato l’ambasciatore e politologo Sergio Romano, che ha levato una delle poche voci libere e dignitose nel coro servile dei conformisti e dei menestrelli di regime.

Ha scritto, dunque, Sergio Romano, nel suo saggio «Le Italie parallele. Perché l’Italia non riesce a diventare un paese moderno» (Milano, TEA, 1996, pp. 99-101; 104-105):

«Come quella di altri leader politici – Hitler, Stalin, Kennedy – la morte di Mussolini verrà scritta e riscritta con infinite varianti. Chi dette l’ordine, chi fu incaricato dell’esecuzione, dove e quando ebbe luogo, quali furono, se vi furono, le complicità internazionali, sono questo quesiti che continueranno a formare  materia di appassionanti rievocazioni. Se le tracce d’arsenico rinvenute nei capelli di Napoleone rilanciano periodicamente la tesi dell’avvelenamento, è facile prevedere che della fucilazione di Mussolini le cronache si occuperanno per molto tempo.

Ma l’aspetto più importante della vicenda è perfettamente chiaro. Possono esservi dubbi sul modo in cui il capo del fascismo fu ucciso, ma non può esservene alcuno sulle ragioni della sua morte. Fu ucciso perché il suo processo, se egli fosse rimasto in vita, si sarebbe inevitabilmente trasformato in un processo al fascismo. L’imputato, per difendersi, avrebbe ricordato gli avvenimenti che precedettero la marcia su Roma., il nome dei ministri liberal-democatici che parteciparono al suo primo governo,  il risultato delle elezioni del 1924, il voto di fiducia al Senato dopo l’assassinio di Matteotti, il velleitarismo degli aventiniani,  il “plebiscito” del 1929,, i meriti sociali del regime, , l’ammirazione internazionale per le sue realizzazioni, lo straordinario consenso dopo la guerra d’Etiopia, l’atto di omaggio che egli aveva ricevuto da molti vecchi antifascisti dopo la conquista dell’impero. Molte delle sue affermazioni sarebbero state contestabili, ma il risultato del processo sarebbe stato pur sempre un grande dibattito nazionale sul fascismo e sulle sue responsabilità storiche.

I partiti del Comitato di liberazione nazionale, e in particolare il partito comunista, vollero evitarlo. Anziché interrogare e interpellare pubblicamente il regime, preferirono punirlo e sopprimerlo. L’Italia, in tal modo, esce dal fascismo e rientra in democrazia senza chiedersi perché è stata fascista. Sulla realtà censurata e rimossa prevale da allora nella vita politica italiana  una versione ortodossa: il fascismo è “un regime reazionario di massa” imposto con un violento “colpo di coda” dagli ambienti più retrivi del paese in un momento in cui, cessati ormai i torbidi dell’immediato dopoguerra, esistevano le condizioni per il ripristino della normalità. Alla definizione di questa ortodossia concorse una sorta di patto tacito  fra l’antifascismo militante, da poco rientrato in patria, e la grande maggioranza degli italiani.

Il primo aveva un evidente interesse a censurare le proprie responsabilità e a dimenticare i propri errori. La democrazia restaurata aveva bisogno dei veri e propri eroi e ogni partito era fortemente interessato alla ricostruzione della propria dinastia.

Furono dimenticati i duri articoli di Gramsci nell'”Ordine Nuovo” contro i socialisti riformisti e furono taciuti i contrasti che avevano diviso i comunisti italiani, persino in carcere, tra la fine degli anni 20 e l’inizio degli anni ’30. Furono dimenticati i veti di Sturzo contro Giolitti e fu taciuto, o soltanto bisbigliato, che la sua partenza dall’Italia fu dovuta anche, e soprattutto, alle pressioni delle autorità ecclesiastiche. Furono dimenticati l’imbelle riformismo di Turati, il massimalismo declamatorio di Serrati, il velleitarismo degli aventiniani, il narcisismo intellettuale di Nitti. La verità canonica voleva che le libertà degli italiani fossero state violate da una sorta di complotto fra la monarchia, i gradi industriali, gli agrari e alcune squadre di teppisti o avventurieri con la complicità della burocrazia e delle forze armate.

Tale versione conveniva alla grande maggioranza degli italiani. L’uomo della strada poteva sostenere che egli era stato spettatore passivo di un regime in cui non aveva creduto. I burocrati e i professori, che si erano iscritti al partito per esigenze di vita. I generali, che non avevano alcuna responsabilità nell’impreparazione delle forze armate allo scoppio del conflitto.  Gli industriali, che avevano agito in stato di necessità. E l’intero paese infine (fascisti e antifascisti) , che la guerra non era stata perduta dagli italiani, ma da Mussolini.

La prima conseguenza del patto tacito che gli antifascisti militanti strinsero con la grande maggioranza dei loro connazionali fu la rinuncia all’epurazione. Il tentativo di ripulire l’Italia dalle sue scorie fasciste durò quattro anni, dalla fine del 1943 al febbraio del 1948. Il primo provvedimento fu una decisione del governo Badoglio del 28 dicembre 1943, ma l’operazione cominciò con un regio decreto del 12 aprile 1944 che istituì un Alto commissariato per la “defascistizzazione delle amministrazioni pubbliche”.[…]

L’amnistia e la fine dell’epurazione furono una prova di realismo e di buon senso.  Mani veri motivi della decisione furono taciuti e la tesi su cui poggiava la filosofia della punizione continuò a essere proclamata come verità ufficiale. Per la storia politica e civile degli italiani questa ipocrisia fu una bomba a scoppio ritardato, destinata a provocare gravi danni alla società e allo Stato. Mi spiego meglio. Nell’immediato dopoguerra, quando i provvedimenti furono adottati, tutti sapevano che la politica della punizione sarebbe stata iniqua e selettiva; e tutti capirono perfettamente, quindi, le ragioni dell’amnistia e dell’archiviazione de procedimenti d’epurazione. Come aruspici che s’incontrano nel foro, la maggior parte degli italiani avrebbe sorriso del proprio antifascismo e di quello del proprio interlocutore. Ma col passare del tempo, a mano a ,mano che nuove generazioni si affacciavano nella società, la verità canonica divenne verità storica e fu persa memoria delle ragioni per cui la punizione era stata impossibile. Martellata nei giornali, nei manuali e nelle celebrazioni ufficiali della Repubblica, l’ortodossia antifascista divenne l’ideologia fondatrice della Repubblica italiana e proclamò come articolo di fede l’esistenza di uno Stato nato dalla Resistenza in cui un popolo schiavo aveva finalmente spezzato le catene di un regime minoritario e poliziesco.  Ma i i giovani italiani a cui era stato insegnato questo particolare catechismo repubblicano dovettero necessariamente chiedersi perché l’antifascismo vittorioso non fosse riuscito a ripulire lo Stato da morbo fascista, perché i vecchi apparati burocratici e i maggiori responsabili dell’economia nazionale fossero rimasti a loro posto, perché tra la monarchia e la repubblica vi fosse una sostanziale continuità.

Nasce da quella constatazione la tesi, diffusa e incoraggiata dal partito comunista, che la resistenza era stata “tradita” e che la rivoluzione morale era stata sabotata da un complotto tra forze reazionarie: la Chiesa, il “grande capitale”, gli interessi internazionali degli Stati Uniti. La tesi divenne la piattaforma morale del partito comunista che se ne servì per presentarsi al paese come il più legittimo erede dell’antifascismo militante, come l’unico partito che avesse sempre combattuto contro il fascismo, dalle origini ai suoi più recenti camuffamenti. È la stessa tesi che ispirò più tardi, nella sua versione più truce e radicale, alcuni movimenti terroristici degli anni ’70.  Ed è questa la ragione, in ultima analisi, per cui il partito comunista ne porta l’indiretta responsabilità.»

Come si vede, Sergio Romano avanza anche una  ragionevole e onesta spiegazione d’ordine generale per la rinuncia alla defascistizzazione e per l’amnistia di togliattiana memoria. Non fu una decisione dettata dal buon senso (quando mai la classe dirigente italiana si è fatta dettare il copione da considerazioni di buon senso?), e nemmeno da umanità e generosità (merci ancora più rare sul mercato della politica nazionale), ma solo da cinico opportunismo: tutti assolti, nessun colpevole, tranne quelli che avevano già pagato.

Ecco perché Mussolini doveva morire, e doveva morire in quel modo: e, con lui, i gerarchi di Salò, a dispetto del fatto che, in molti casi, non erano stati né peggiori, né più colpevoli di quelli del Ventennio; e sorvolando su particolari imbarazzanti, come, ad esempio, la presenza di un comunista della prima ora, come Nicola Bombacci, tra i fedelissimi del Duce che pagarono con la vita, o di un uomo di provata fede democratica, come Carlo Silvestri, fra coloro i quali cercarono di fare da intermediari affinché lo spargimento di sangue fratricida fosse ridotto al minimo, almeno nelle ultime settimane di guerra.

Ma, in realtà, basta grattare anche di poco sotto la superficie della Vulgata storica antifascista, e si scopre che non è tutto oro quello che luccica. Perché, ad esempio, fu assassinato il filosofo Giovanni Gentile, se non per mettere a tacere la voce di un uomo di indubbio prestigio e di assoluto disinteresse, che stava esortando gli Italiani ad affrontare compatti l’immane sciagura nazionale, e ad astenersi dal perseverare in una lotta fratricida, che tanto sangue e tanto dolore stava spargendo tra le famiglie dell’Italia centro-settentrionale?

C’era, poi la faccenda della nazionalizzazione delle grandi industrie, progettata da Mussolini fin da prima del 25 luglio 1943, ed effettivamente attuata, anche se solo sulla carta, negli ultimi mesi di vita della Repubblica di Salò. Si trattava di un fatto, non di una pia intenzione: ma come farlo quadrare con la Vulgata antifascista, che vedeva nel fascismo, appunto, soltanto un regime reazionario di massa, al soldo di industriali, finanzieri e agrari senza scrupoli? Semplice: sostenendo che si era trattato di un’operazione di facciata, insincera e puramente propagandistica. Sta di fatto, che dopo il 1945, di nazionalizzare la grande industria non si parlò più; e nemmeno di imporre il peso della ricostruzione a quei capitalisti che avevano fatto affari d’oro sotto il fascismo, e, poi, con la guerra medesima.

L’Italia democratica, nata dalla Resistenza, non seppe fare in circa mezzo secolo di vita pacifica, quello che la Repubblica Sociale aveva cercato di fare in pochi mesi, con la duplice invasione del territorio nazionale, in mezzo a difficoltà e distruzioni inimmaginabili, durante la fase più crudele della seconda guerra mondiale e della guerra civile.

Ma questo, non lo si poteva dire: bisognava che i repubblicani di Salò fossero, tutti senza eccezione, dei volgari «repubblichini»: gente senza onore, senza dignità, senza patria, al soldo dell’occupante tedesco. Solo delegittimando costoro, si poteva far rifulgere la nobiltà delle intenzioni della parte avversa; e, con ciò, conferire l’eterno imprimatur democratico ai partiti antifascisti, usciti dalle catacombe nel 1943-45 e ben decisi a far valere le loro vecchie logiche di potere: quelle stesse che avevano gettato l’Italia nella guerra civile «de facto» del 1919-22  e, infine, l’avevano consegnata al fascismo.

Soprattutto, bisognava che la memoria di Mussolini fosse inchiodata alla perpetua infamia di aver servito per due decenni gli egoistici interessi di un pugno di biechi capitalisti reazionari: proprio lui, che era stato sempre un uomo dell’estrema sinistra: il figlio del fabbro, socialista da sempre e ammiratore, a sua volta ammirato, di Lenin (che lo considerava l’unico rivoluzionario serio esistente in Italia nel primo dopoguerra).

Quanti scheletri nell’armadio, nella casa della sinistra italiana! Quanta ipocrisia nel voler negare a Mussolini, fino all’ultimo, la legittimità delle sue origini socialiste, della sua lunga e accanita militanza socialista; per ridurre la storia d’Italia fra il 1919 e il 1945 al delirio di onnipotenza di un pazzo megalomane, per di più squallidamente inserito sul libro paga dei capitalisti reazionari. Quanta ipocrisia nel delineare una sinistra buona, perché coerente con il marxismo e il leninismo, ed una cattiva, anzi, pessima, che era diventata il contrario di se medesima, mettendosi al servizio dei padroni, armata di manganelli e olio di ricino.

Quanta ipocrisia, in tutti quegli uomini di partito e di sindacato, in tutti quegli intellettuali che, dopo aver collaborato più o meno entusiasticamente col fascismo, o dopo aver avuto tanta responsabilità nella sua vittoria (e che dire della politica filo-nazista dei comunisti, dopo il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939?), nel 1945 fecero disinvoltamente il salto della quaglia e s’improvvisarono campioni integerrimi dell’antifascismo, magari sostenendo – come fece, ridicolmente, Ruggero Zangrandi – che essi avevano solo finto di aderire al fascio, per poterlo meglio indebolire e disgregare dall’interno?

A ben guardare, si tratta di una costante culturale, politica e morale del popolo italiano e della sua classe dirigente.

Ai tempi di Tangentopoli (si dice così per intendere il 1992-94, perché tutti sanno che Tangentopoli non è mai finita), Bettino Craxi sosteneva che tutti i partiti avevano condiviso il reato del proprio finanziamento illecito: dunque, nessuno era colpevole.

Oggi, un altro capo di governo batte e ribatte sul concetto che, se il fisco è iniquo, si capisce che i cittadini lo evadano; di più: che fanno bene ad evaderlo. Perché, in tali condizioni, il reato non è un reato, ma una sacrosanta forma di legittima difesa contro lo Stato, esoso ed ingiusto. I cattivi sono sempre gli altri, appunto; noi, siamo solo dei poveri traditi.

C’è poco da fare: siamo sempre gli stessi dell’8 settembre 1943.

Siamo rimasti gli stessi, non siamo cresciuti di un millimetro, né tecnicamente, né moralmente.

I cattivi sono gli altri, noi siamo i traditi: le vittime, con diritto a costituirci parte civile nel processo alla storia, che ci assolverà tutti quanti con formula piena.

Come sempre.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/09/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Dicembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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