martedì, 15 Giugno 2021
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Per gl’intellettuali di sinistra la guerra civile italiana non fa problema, ma per i cattolici sì

Per gl’intellettuali di sinistra la guerra civile italiana non fa problema, ma per i cattolici sì. Smemorati loro: le foibe, il Triangolo della Morte, la strage di Oderzo o quella di Mignagola, non hanno mai saputo cosa fossero di Francesco Lamendola 

Sono passati più di settant’anni, ma gl’intellettuali di sinistra continuano a non sapere o non voler fare i conti con la tragedia della guerra civile del 1943-45; e infatti, sino a pochi anni fa, guai a chiamarla in questo modo, l’unica maniera di chiamarla era “Resistenza”, con la maiuscola, mentre “guerra civile” era una definizione inaccettabile, tendenziosa, denigratoria, mirante unicamente a infangare il valore morale di quel grande movimento di popolo.

Nessuna meraviglia, del resto: quando mai quei signori hanno saputo guardare al reale con entrambi gli occhi bene aperti, e non solo con l’occhio sinistro? Ciò che non rientra nella loro vulgata, semplicemente non esiste; per loro è sempre stato così e sarà sempre così, perché oltre la (loro) ideologia non sanno andare, non esiste nient’altro, lì finisce il mondo, ci sono le colonne d’Ercole del reale o almeno del conoscibile, inutile e vano (“narcisismo piccolo borghese”) domandarsi che cosa vi sia al di là. E infatti le foibe, il Triangolo della Morte, la strage di Oderzo o quella di Mignagola, non hanno mai saputo cosa fossero: per loro esistevano solo Mazabotto e le Fosse Ardeatine (e senza approfondire troppo su quel che accadde realmente in Via Rasella). Il massacro di Katyn? Una strage nazista; o forse no: ma allora, sarà stato lo Spirito Santo. Il Patto Molotov-Ribbentrop? Una mossa strategica, per guadagnare tempo e preparare la crociata contro Hitler. L’assassinio di Trotzkij? Il massacro degli anarchici spagnoli a Barcellona? Misure estreme, ma necessarie. Togliatti e i prigionieri italiani in Russia; e le stragi degli stessi comunisti italiani, fuggiti dal fascismo per cercare rifugio nella Patria dei lavoratori? Calunnie, provocazioni. La strage di Porzûs, che vide poi trascinati a processo i vertici del P.C.I. di Udine? Sì, un eccesso di zelo, forse; ma bisogna capire: ne andava di mezzo la fraterna unità d’armi e d’intenti fra la resistenza italiana e quella slovena. Lo smembramento della Venezia Giulia da parte delle potenze vincitrici, l’esodo giuliano? Che volete farci, l’Italia aveva perso la guerra, per colpa di Mussolini, beninteso; quanto ai giuliani, mai visti né sentiti: forse vi confondete col bandito Salvatore Giuliano (parole testuali di un dirigente della C.G.I.L. durante un pubblico comizio: In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi abbiamo i banditi giuliani!). E via di questo passo.

La storia raccontata da sinistra è stata solo una parodia della storia vera, una contraffazione propagandistica in salsa staliniana. E la cosa è ancor più turpe se si pensa che i crimini di Stalin non erano un mistero, o almeno non lo erano per chi avesse un minimo di onestà intellettuale, ben prima della denuncia di Khruscev al XX Congresso del P.C.U.S. Per i crimini di Togliatti e soci, poi, non è mai giunta l’ora della verità: pertanto, gli scheletri nell’armadio del P.C.I. non sono mai saltati fuori. Per averne la prova, basta chiedere ad un intellettuale di area P.C.I., o ex P.C., diciamo di area P.D. (è esattamente lo stesso), cosa ne pensi dell’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, nel 1944: chiedetegli se fu un bel gesto ammazzare un vecchio senza scorta, che non aveva mai fatto del male ad alcuno e la cui vera colpa fu quella d’invitare gl’Italiani alla concordia, mentre le fiamme della guerra civile già divampavano, precisamente per volontà del P.C.I. Non si otterrà mai una risposta onesta, neanche a metterlo sotto tortura: se la desse, dovrebbe anche abiurare la sua stessa ideologia. Ma l’ideologia marxista-leninista è infallibile; ergo, la cosa non è possibile. Oppure si provi a chiedergli che cosa ne pensa dell’attentato d Via Rasella: se i suoi autori non si preoccuparono delle inevitabili conseguenze, se fu un’azione gloriosa ammazzare a tradimento una trentina di attempati territoriali tedeschi (altoatesini), e se è al corrente che anche alcuni civili italiani vi persero la vita, compreso un ragazzino, ignari passanti che si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato: o si arrabbierà, oppure dirà che tali sono i costi inevitabili della lotta armata, e che la lotta armata, in quella fase storica, era l’unica risposta possibile alla “barbarie nazi-fascista” (la barbarie sovietica, o cinese, o vietnamita, o cambogiana, mai sentite nominare).

E la guerra civile italiana, in sé e per sé, fu una cosa necessaria, una cosa storicamente positiva, ora che – infine – la si può chiamare con il suo vero nome? Per quei signori, certamente sì; e se qualcuno la pensa, o la pensava, diversamente, magari per ragioni morali, deve avere invece, o doveva avere all’epoca, le sue ragioni inconfessabili, il suo tornaconto, i suoi interessi nascosti. Tale, almeno, è l’impressione che si ricava dal modo in cui la storica Simona Colarizi, intellettuale in quota alla sinistra e vicina all’area marxista o post-marxista, si accinge a spiegare quale fu, all’epoca, la posizione della Chiesa, e specialmente di Pio XII, rispetto alla guerra civile che stava per scoppiare (in: S. Colarizi, Storia del Novecento italiano, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 290-291):

La mobilitazione politica quasi ossessiva voluta dal fascismo aveva portato di fatto a una spoliticizzazione degli italiani. Si era approfondito persino il senso di estraneità allo Stato, fin troppo diffuso in larghe fasce del paese che adesso rivendica la sua separatezza dalla sfera della politica e delle istituzioni, come un alibi o comunque come una assoluzione da qualunque coinvolgimento con il regine. Non c’è nulla da farsi perdonare; nulla da cui riscattarsi; il popolo è vittima dei potenti che decidono del suo destino: ieri i fascisti che lo hanno precipitato nel conflitto mondiale, oggi gli antifascisti che vogliono trascinarlo nella guerra civile. È uno stato d’animo presente in tutta in Italia, al Nord dove è in corso la lotta partigiana e al Sud dove con l’arrivo degli alleati sembra già scoppiata la pace. Ed è uno stato d’animo pericoloso per l’antifascismo nelle regioni meridionali come in quelle settentrionali, perché a possedere l’antidoto sono solo i partiti marxisti che hanno ben altri argomenti per suscitare la mobilitazione delle masse

Neppure la DC che parla a nome di milioni di cattolici, potrebbe riequilibrare i piatti della bilancia, a meno di fare della resistenza una guerra santa. E non è una prospettiva realistica, tanto più che la Chiesa non mostra alcuna benevolenza verso la lotta partigiana; anzi, non nasconde la sua contrarietà per quanto sta avvenendo in Italia. Pio XII aveva sostanzialmente condiviso il progetto originario del re che col 25 luglio si era proposto di eliminare il fascismo nel modo più indolore possibile, sostituendolo con un regime autoritario. Fallito questo obiettivo, con il precipitare degli eventi, la Santa Sede prudentemente si ripiega su se stessa: con i nazisti padroni di Roma e con un risorto Stato fascista a far da guardia agli eserciti di occupazione, il pontefice non si aspetta più un trattamento di favore. Resta però la consapevolezza che, con il vuoto di poteri e di valori in cui è stato precipitato il paese, la Chiesa rimane l’unico vero affidabile punto di riferimento per la popolazione sbandata e spaventata. Si tratta, dunque, di sopravvivere con i minor danni possibili fino alla liberazione che prima o poi arriverà, anche se gli eserciti alleati risalgono con grande difficoltà la penisola. Gli appelli alla guerra di liberazione nazionale, l’affannarsi degli antifascisti per suscitare a tutti i costi la lotta armata, la loro resistenza ad accordarsi con il re introducono troppe variabili sgradite  in un gioco difficile che, a giudizio del papa, va condotto nel silenzio e nell’immobilità per evitare reazioni e rappresaglie tedesche o fasciste.

Per di più, Pio XII si rende conto subito che il terreno della lotta armata può giovare solo alle sinistre, in grado di mobilitare il mondo del lavoro dove l’antica fede socialista è rimasta nel cuore degli operai e dei contadini, nonostante i lunghi anni della dittatura. Insomma, il nemico comunista che sembrava definitivamente conflitto, si riaffaccia in Italia sulla scia della resistenza. La guerra civile va dunque condannata, dissipando i tanti equivoci che  tormentano le coscienze dei cattolici: la guerra civile non è la “guerra giusta”, ma guerra fratricida che fa di ogni uomo un Caino, divide famiglie, sparge sangue innocente, viola il comandamento della religione “non uccidere”…

Da questi brano di prosa emerge con chiarezza fino a che punto, quando fanno storia, gli intellettuali di sinistra confondono la loro particolare prospettiva ideologica con la realtà stessa delle cose, al di fuori della quale non esiste verità, né buona fede, né serietà storiografica. E questo perché il connubio fra marxismo e psicanalisi, ossia fra le due principali “scuole del sospetto” a livello mondiale, li porta a non dubitare di essere i soli depositari della verità e i soli che la ricercano onestamente, mentre tutti gli altri hanno le loro ragioni inconfessabili per dire quel che dicono e per fare quel che fanno. Dunque: il fascismo, mobilitando le masse, aveva provocato, per reazione, una loro ulteriore spoliticizzazione, quindi era difficile, nel 1943, persuaderle che l’unica strada dell’onore era quella di scatenare la guerra civile (e infatti a volerla scatenare, dopo averla teorizzata con la formula oggi in Spagna, domani in Italia, erano stati i fuoriusciti: poche decine o centinaia di persone in tutto). Il popolo italiano ritiene, evidentemente a torto, di non aver “nulla da farsi perdonare, nulla da cui doversi riscattare”; mentre invece, si desume, avrebbe molto da farsi perdonare e moltissimo di cui doversi riscattare. Questa è la tipica impostazione della storiografia d’ispirazione marxista e filo-resistenziale: il popolo italiano ha una grave colpa storica, aver accettato il fascismo, averlo tollerato, averlo perfino approvato (cosa innegabile, specie nei giorni trionfali dell’Impero, 1936 e dintorni). Tale era stata, allora, la diagnosi, tali i sentimenti dei fuoriusciti: una mala razza, diciamolo senza peli sula lingua, di congiurati velleitari, rancorosi e superbi, i quali, oltre a odiarsi spietatamente fra di loro, non potevano perdonare al popolo italiano la sua “ignavia”, e avevano capito da un pezzo che l’unica possibilità di rientrare in Patria era quella di favorire lo scoppio di una guerra, da cui il fascismo sarebbe uscito distrutto. Piccolo particolare: sarebbe uscita distrutta anche l’Italia, con matematica certezza, non solo come grande potenza, ma proprio come nazione indipendente e sovrana, sia sul piano politico che su quello economico e finanziario. Nessun problema, però: era un prezzo che a quei signori sembrava equo, tanto più che a pagarlo non sarebbero stati loro, ma il popolo italiano, che, in fondo, una lezione se la meritava, una bella lezione a suon di bombe “liberatrici”: quanto a loro, i fuoriusciti, meglio rientrare in patria e andare al potere – beninteso per conto dei vincitori, nonché “liberatori” – sopra un cumulo di rovine, che seguitare a rodersi nell’impotenza e nella frustrazione sino alla fine dei loro giorni (come sarebbe toccato ai repubblicani, ai comunisti e ai socialisti spagnoli, ai quali non venne offerta l’occasione di rientrare nella loro patria passando un’altra volta sopra il suo cadavere).

Quanto alla Chiesa, e specialmente a Pio XII, le ragioni per cui si oppose alla guerra civile, è chiaro, non possono essere solo di tipo morale; di queste, anzi, non si perde neanche tempo a discutere: sono solo ragioni di convenienza, perché la guerra civile favorirebbe i partigiani comunisti, e ciò rimetterebbe in pericolo i rapporti di forza tra la Chiesa stessa e i cattolici, da una parte, e il fronte social-comunista, che fino al 1943 pareva sbaragliato per sempre, e ora è inaspettatamente risorto, dall’altra. Gli storici di sinistra ragionano così: non esistono nobili ragioni, se non negli uomini della sinistra; gli altri, non muovono un dito senza che ci sia dietro un qualche losco interesse particolare. Perciò,se la Chiesa cattolica evoca il fratricidio di Caino, non lo fa per l’ovvia ragione che ciò esprime la morale cattolica, così come è esposta nella Bibbia; ma lo fa perché teme, a guerra finita, di trovarsi, dentro casa, uno sgradito vicino, un P.C.I. troppo forte. Del resto, gl’intellettuali di sinistra, e, in genere, progressisti, sono sempre stati bravi a rivendicare ogni merito per la loro parte, e ogni orribile colpa e vizio per gli altri, per quelli dell’altra pare. I partigiani comunisti non scelsero forse l’alto patronato di Giuseppe Garibaldi per intitolare le loro sedicenti ”divisioni” e “brigate” (formate, magari, da qualche decina di uomini)? E Garibaldi non era stato quel tale che, nel 1860, aveva personalmente scatenato la prima guerra civile dell’Italia contemporanea: quella del Nord contro il Sud; guerra che sarebbe stata proseguita da Cavour e dai governi liberali, e che sarebbe costata al Sud parecchie migliaia di morti, poveri cafoni peraltro e non borghesi, tutti regolarmente dimenticati, o meglio rimossi, dalla coscienza nazionale? Con la stessa  faccia di bronzo, nel 1947, gl’intellettuali di sinistra si dimenticarono e li rimossero, quando non li insultarono, dei 300.000 profughi di Pola, Fiume, Zara: parlarne, avrebbe significato mettere in dubbio le nobili intenzioni dei “compagno” Tito. Passano i decenni, il mondo cambia (vedi Trump), ma essi sono sempre arroccati nella loro verità: e piuttosto di smentirla, meglio dar torto al mondo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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