martedì, 9 Marzo 2021
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Per una storia dell’Africa Nera come non ci è mai stata raccontata

Per una storia dell’Africa Nera come non ci è mai stata raccontata. Laurens Van Der Post antropologo (1906-1996): così egli scrive nel suo libro «Il mondo perduto del Kalahari» (titolo originale: «The Los World of the Kalahari» di Francesco Lamendola

Laurens Van Der Post (nato nel 1906 e morto nel 1996) non era uno storico, ma un antropologo di stirpe boera; tutt’altro che razzista, la sua personalità e il suo modo di porsi verso gli indigeni dell’Africa meridionale, e particolarmente verso i quasi scomparsi Ottentotti, che ne furono gli abitanti originari, mostrano dei tratti ben diversi che ci aspetteremmo in base alle facili categorie della cltyura progressista e cio un misto di sensibilità, di profondo rispetto, di ammirazione, non disgiunti da un esigente senso di obiettività e da una superiore istanze etica che si traduceva in compassione per ogni forma di vita impegnata nella lotta per la sopravivenza nella difficile natura di quel continente.

Potremmo pertanto sospettarlo, tutt’al più di una certa qual forma di sentimentalismo romantico, ma non certo di arroganza culturale o di superficialità verso i popoli indigeni africani, perché la sua equanimità lo spinge sovente a stigmatizzare taluni comportamenti dei suoi compatrioti con una lucidità e una franchezza che pochi altri possiederebbero al posto, in una situazione anche solo lontanamente paragonabile a quella di un bianco sudafricano.

Ebbene, è proprio quest’uomo mite e scrupoloso, che non gira mai la testa dall’altra parte quando si tratta di rilevare ingiustizie o anche crimini commessi dai bianchi ai danni dei nativi, ma anche dotato di un ammirevole senso dell’equilibrio e una doverosa attitudine a contestualizzare le situazioni umane, onde non cadere negli opposti pregiudizi dell’una o dell’altra patte, a dipingere un quadro impietosamente relativo di quello che dovette essere il quadro complessivo delle migrazioni e delle lotte per la supremazia nell’Africa sub sahariana nella prima metà del XIX secolo e fin verso il 1860, allorché stupidi e crudeli tirannelli imperversavano sui propri stessi sudditi, come quello in cui s’imbatterono gli esploratori Speke e Grant alla ricerca delle sorgenti del Nilo, il quale si divertiva a sperimentare le nuove armi da fuoco sparando sul primo disgraziato che gli capitava a tiro e uccidendolo senza la minima ombra di imbarazzo.

Così egli scrive nel suo libro «Il mondo perduto del Kalahari» (titolo originale: «The Los World of the Kalahari», Londra, The Hogart Press, 1958; traduzione italiana di Bruno Oddera, Milano, Bompiani, 1960, pp. 47-50):

«… [Intorno al 1800] Un lungo processo di demoralizzazione dei popoli indigeni africani andava rapidamente avvicinandosi al diapason. Già, da secoli, la società umana in Africa era una società in fuga. Ma in questo periodo, il turbine delle onde in migrazione, che era riuscito a sopraffare i popoli più deboli e le razzie sistematiche che quasi ogni anno venivano effettuate sempre più addentro nel continente dai mercanti di schiavi di Zanzibar forniti di polvere da sparo e di armi da fuoco, produssero uno sconvolgimento e uno sfacelo del’esistenza e dello spirito umano in proporzioni mai viste. Il terrore, la distruzione e la disintegrazione, simili al fetore di cadaveri che imputridissero in un campo di battaglia apocalittico, si levavano alti nell’aria luminosa. Si può dire che tutte le tribù dell’Africa assorbirono soltanto quel che v’era di negativo nella situazione. I deboli perdettero quel coraggio e quell’astuzia che soli avrebbero potuto salvarli e si lasciarono dominare da un cieco terrore. Ma anch’essi, ogni volta ch’erano costretti a rifugiarsi nelle contrade di tribù ancor più deboli di loro, esercitavano con tutta la crudeltà di convertiti quello stesso terrorismo dal quale erano stati flagellati sino ad allora. I forti non pensavano ad altro che a saccheggiare e depredare i deboli e a divenire sempre più forti. Poi lottavano tra loro organizzando gruppi rivali che avevano come mira il saccheggio e la distruzione.

Grandi e fantastiche figure incominciarono ad apparire e ad agitare più che mai la scena paurosa. Chaka il terribile, il bellissimo, il saggio dalla folle ispirazione, la vittima rimasta prigioniera, nonostante tutta la sua magnificenza e la sua forza, come una mosca nella tela del ragno che intesseva quell’ora tremenda, si levò per prendere in pugno i lucenti amazulu e inviare i loro sempre più numerosi “impi” [gruppi di guerrieri armati] a incendiare e a saccheggiare l’Africa dall’Oceano Indiano allo Zambesi, e dall’Umgeni ai Grandi Laghi. Quante furono le vittime non lo sapremo mai, ma il loro numero deve essere valutato a decine di migliaia. Anche tra i suoi stessi seguaci il massacro fu immenso. Nel giorno della morte di sua madre (che, come tanti conquistatori, egli amava d’un amore oscuro ed eccessivo) settemila persone furono massacrate affinché la donna potesse avere nell’Aldilà numerosa compagnia: e per tutto l’anno che seguì la sua morte, ogni donna trovata incinta fu uccisa insieme al marito. A porre più che mai in risalto la tragica tenebra di quest’ora fu il risplendere di uno strano e subconscio senso dell’onore e di una strana fede che aderivano ai massacri di questo genere come fosforo ai tentacoli d’una piovra gigantesca, brancolante nelle oscurità dell’Oceano.

Dopo Chaka, altri si susseguirono con rapido ritmo a ridurre ancor più radicalmente in rovine il mondo in sfacelo dello spirito: Dingaan, Sikonyella, Moselikatse, tutti della tribù dei matabele, ch’era una ramificazione degli amazulu; e la regina guerriera, dai folti, lunghi e neri capelli, che giunse come una cometa nella notte guidando le orde spaventose dei mantatee, con i loro scudi, le lance e le scuri da battaglia. Per anni, impavidi e invincibili, avanzarono dall’una all’altra colonia bantù, sterminandone tutti i difensori, poi, dopo aver divorato cereali e bestiame, non si soffermavano a coltivare la terra e a colonizzare, ma proseguivano, simili a locuste, per divorare altre ricchezze.

Lungo tutto il perimetro della zona del terrore, branchi d’altri tirannelli e di predoni si formavano senza tregua come gruppi di iene e di sciacalli che si contendono i resti di un “pride” [famiglia] di leoni. Allontanati dalle regioni del Capo dalla colonia europea in rapida espansione, gli ottentotti, bande di bastardi e di fuorilegge d’ogni provenienza, armate con fucili europei, si spinsero a nord per gettarsi su quel poco che rimaneva di vita nel “veld” fumigante e sconvolto. Lontano dalle piste principali di questo traffico assassino non esisteva località appartata che non celasse qualche gruppo di rottami umani i quali si avvinghiavano alla vita come cji annega si avvinghia a una pagliuzza. I viveri scarseggiavano a tal punto che ovunque i fuori casta e i superstiti delle tribù distrutte incominciarono a divorarsi a vicenda senza vergogna. Per due generazioni e più, una fase di intenso cannibalismo venne a determinarsi in tutte le regioni poco accessibili del Paese. Troppo deboli e non attrezzati per dare la caccia agli animali del “veld” ormai in preda al panico, gli uomini si unirono in branchi per cacciare, prendere al laccio, intrappolare, uccidere e divorare altri uomini ancor più indeboliti di loro. Persino i leoni e i leopardi, si dice, smisero di assalire altri animali e cominciarono a dar prova di una nuova e più comoda preferenza per le carni di esseri umani indifesi. Quando una folata di vento portava alle loro narici l’odore dell’uomo, i terribili cani selvatici interrompevano la caccia all’antilope e, uggiolando di sollievo, si lanciavano all’inseguimento di qualche fuggiasco emaciato, mentre gli avvoltoi si impinzavano a tal punto che quasi non riuscivano a battere le ali abbastanza rapidamente per spiccare il volo.

Per non so quale motivo, ch’io sospetto far parte della riluttanza comune a noi tutti ad accettare i fatti spiacevoli della storia dei nostri inizi in Africa, questa fase viene travisata nei nostri libri di testo, e non mi risulta che sia stata effettuata alcuna specifica ricerca al riguardo.  So soltanto che tutte queste attività si svolsero in modo così intenso, e fino ad un periodo così vicino ai miei tempi, che da bambini mi possedette il timore di essere divorato dai cannibali. Tutti i nostri servi, negri e meticci, mi parlavano apertamente della cosa, il cui orrore li aveva colpiti in modo tanto vivido che molte volte io rabbrividii insieme ad essi durante le rievocazioni. Conobbi una vecchissima donna ’suto la quale mi disse con franchezza che ai tempi della Grande Fame (come essi chiamano questo periodo), lei, bambina dopo aver frugato per tutto i giorno il “veld” in cerca di bulbi e tuberi commestibili, era tornata a casa una serra nella caverna che offriva un riparo alla sua famiglia, e lì l’aveva accolta l’odore non più familiare della carne arrostita. Con suo stupore si era accorta che l’odore proveniva da una natica umana messa ad arrostire sul fuoco. Quando le mie governanti di colore ritenevano che la paura potesse giovare alla disciplina, mi minacciavano di mandare a chiamare non già un poliziotto, ma un cannibale, e per vari anni io credetti che sui lontani monti si trovassero ancora uomini divoratori di carne umana.

Fu talmente grande la furia di distruzione scatenata in questo periodo sulla parte centrale dell’Africa del Sud, che le vaste e aperte pianure erano disseminate dalle ossa di animali e d’uomini…»

Laurens Van Der Post era un uomo buono, un uomo mite; non solo un antropologo, un esploratore, un documentarista e un filosofo di valore, ma anche un uomo di retto sentire, capace di accostarsi con il massimo rispetto alle culture native.

Era contrario al regime di Apartheid fin dal lontano 1925 e per questo motivo dovette lasciare la sua Patria, che pure amava profondamente (la Patria degli Afrikaner è il Sud Africa, anche se per gli intellettuali progressisti europei solo i Neri hanno diritto a chiamare il Sudafrica con il nome di Patria); al contrario di tanti progressisti parolai, egli seppe essere coerente con le proprie idee liberali ed ebbe il coraggio di pagare di persona per tale coerenza.

Non si può dunque insinuare in alcun modo che il quadro dell’Africa da lui tratteggiato pecchi di superficialità, di paternalismo o di qualunque altra forma di etnocentrismo: è, puramente e semplicemente, il quadro che emerge da una analisi seria e non ideologica dei fatti, con buona pace tanto dei razzisti ottusi, quanto dei progressisti astrattamente teorici e velleitari.

Ed è un quadro che fa venire i brividi: il quadro desolante di un continente al collasso, di una società in piena dissoluzione, che le potenze europee avrebbero soggiogato, di lì a poco, subentrando a una specie di vuoto, non solo politico, ma anche culturale.

Per cui, anche da questo lato, bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che il colonialismo portò anche degli elementi positivi, in quanto consentì, certo a prezzo di violenze e di nuove aggressioni culturali, di salvare quello che era salvabile in molte società africane, prima che esse scomparissero per un processo di implosione e per le feroci lotti intertribali, che caratterizzarono i primi sei decenni del XIX secolo.

Ed è troppo facile scaricare tutta la responsabilità di quella dissoluzione sulla tratta e sulle sue conseguenze: perché, se è vero che il commercio degli schiavi, introdotto dai bianchi sulle coste occidentali del continente, ebbe conseguenze drammatiche di lungo periodo, è pur vero che il Congresso di Vienna, nel 1815, sopprimendo il commercio degli schiavi, vi pose fine una volta per sempre; mentre i mercanti arabi, sulla costa orientale, proseguirono per tutto il XIX secolo e anche per i primi decenni del XX nella loro azione sistematica di spoliazione umana e di deportazione, facendo leva sul centro di smistamento di Zanzibar e appoggiandosi presso vari potentati locali, ultimo dei quali quell’Impero di Etiopia che ancora nel 1936, all’epoca della conquista italiana, contemplava liberamente la schiavitù nel proprio ordinamento politico-sociale, ad onta della sua ammissione nel consesso della Società delle Nazioni.

Questa è un’altra pagina poco conosciuta e molto malvista dai volonterosi africanisti nostrani, tutti protesi a scaricare sugli Europei ogni male e ogni crimine, ma non altrettanto energici nel mettere il dito sulle piaghe altrui, allorché si tratta di società extraeuropee: e vale qui la pena di ricordare che ancora nel gennaio del 1964 l’isola di Zanzibar fu teatro di un massacro della popolazione araba (documentato da Jacopetti e Prosperi nel loro film «Africa addio») da parte dei Neri che, a distanza di almeno due o tre generazioni, vollero vendicare nella maniera più spietata la sorte che i mercanti arabi avevano inflitto ai loro antenati bantu.

Tuttavia, forse perché, allora, John Okello ed altri leader neri, fra i quali Abeid Karume, che decisero la fusione di Zanzibar con il Tanganica, erano di tenenze vagamente marxiste, quell’atroce episodio non è mai stato chiamato con il solo nome che gli spetti, genocidio, ma con quello, politicamente assai più romantico e quasi simpatico, di “rivoluzione di Zanzibar”, in base al ben noto assioma per cui quando i massacri sono perpetrati da forse politiche di destre, sono dei crimini se non dei genocidi veri e propri; quando, invece, a commetterli sono forze di sinistra, allora vengono facilmente sottaciuti o minimizzati.

Nessuno storico potrà mai dire con precisione quanto la tratta degli Africani praticata dagli Arabi nelle regioni orientali del continente, verso i mercati di Zanzibar, di Ade, della Mecca, di Gedda e di Shiraz, abbia inciso nel crollo delle società africane fra il XV e il XX secolo e quanto abbia contribuito alla loro destrutturazione, nonché al calo demografico e all’arretratezza economica che caratterizzarono le regioni potenzialmente più ricche dell’Africa, quelle dei Grandi Laghi e degli altopiani che digradano verso l’Oceano Indiano, dal clima temperato e dalle abbondanti risorse idriche che rendono possibile una agricoltura non di mera sussistenza.

È certo, comunque, che il danno fu enorme; e sarebbe ora che gli storici progressisti di casa nostra si persuadessero che forse, non è il caso di vedere la resistenza antieuropea di Stati africani, come quello sudanese del Mahdi (stroncato dai Britannici nel 1898 con la battaglia di Omdurman), come nobili esempi di lotta spontanea contro i colonialismo, quanto piuttosto come rigurgiti del commercio degli schiavi che, prima di essere ridotto all’impotenza, creò delle effimere compagini statali al solo scopo di organizzare la resistenza all’ultimo sangue contro le forze abolizioniste e di difendere con le unghie e coi denti i privilegi della tratta.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Aprile 2018

Del 01 Novembre 2020

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