venerdì, 24 Settembre 2021
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Perché l’Italia non seppe creare lo stato nazionale

Il quesito. Perché l’Italia non seppe creare lo stato nazionale. Fino al XIX secolo, mentre gli altri grandi Paesi europei (Germania esclusa, ma per ragioni completamente diverse) erano riusciti a farlo già da parecchi secoli? di Francesco Lamendola  

Perché l’Italia non seppe creare uno stato nazionale fino al XIX secolo, mentre gli altri grandi Paesi europei – Germania esclusa, ma per ragioni completamente diverse – erano riusciti a farlo già da parecchi secoli? Se non si riesce a dare una risposta soddisfacente a tale  quesito, non si arriva a comprendere la vera posizione dell’Italia in Europa, in quanto nazione: la si può vedere solo come la depositaria di una grande tradizione culturale ed artistica, oltre che di una millenaria tradizione religiosa, in quanto centro del cattolicesimo.

Ha scritto Giorgio Ruffolo nel suo saggio «Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti» (Torino, Einaudi, 2004, pp.273-277):

«[…] il quadro dell’economia mondo muta radicalmente a svantaggio dell’Italia. A Est preme la potenza turca. Venezia resiste impavida quella crescente pressione: ma è costretta a cedere gradatamente terreno. L’asse dei traffici si sposta a Ovest, verso l’Atlantico. è vero che gli Italiani partecipano a quello spostamento: ma i vantaggi più cospicui li colgono i rivieraschi atlantici, spagnoli e portoghesi. Inoltre, diventa sempre più forte la sfida del Nord, delle grandi Monarchie, Francia e Inghilterra, e delle repubbliche fiamminghe. C’è insomma un deciso spostamento dell’asse degli scambi verso Ovest e verso Nord. Gli italiani si trovano più o meno, rispetto ai più poveri e vigorosi rivali del Nord, nelle stesse condizioni di ricchi ma estenuati in cui si trovavano, rispetto a loro, bizantini e musulmani all’inizio del Millennio.

Il loro vero punto debole, in questa sfida che devono fronteggiare, non è l’organizzazione economica, è la struttura politica. Il fallimento dell’Italia rinascimentale sta nella sua incapacità di costruire uno stato nazionale.

Da che cosa dipende queste debolezza? Qual è la ragione di questa incapacità? L’impasse politica dell’Italia rinascimentale è uno di quei nodi storici intricatissimi che non sono stati mai risolti veramente: una questione vessatissima e spinosa cui bisogna accostarsi in punta di piedi. 

Nella selva delle innumerevoli risposte date dagli storici a quelle domande emergono due tesi principali. La prima, risalente a Machiavelli, indica nella Chiesa di Roma l’interesse ad evitare e la capacità di impedire la formazione di uno Stato italiano inevitabilmente incompatibile con il potere temporale dei papi. È una tesi che è stata sviluppata e ripresa in vario modo e con varia autorevolezza dalla storiografia successiva. […]

Ora, la vocazione “divisiva” della Chiesa è indubitabile, ma essa non costituiva un ostacolo insuperabile. Fosse nato davvero un potere con una autentica vocazione nazionale, la Chiesa sarebbe stata incapace di contrastarlo, come ha giustamente notato Galasso. Non è poi detto che lo sviluppo di quel potere dovesse inevitabilmente compiersi nelle forme del modello accentratore assunto da altri grandi paesi europei. La storia avrebbe potuto inventare una configurazione federalista, e benedetta dalla Chiesa: una soluzione “guelfa”, per così dire. È l’alternativa tratteggiata fugacemente da Aldo Schiavone. Se questo non avvenne, non fu per l’ostacolo esterno della Chiesa, ma per le inibizioni interne proprie delle Repubbliche italiane.

Qui emerge la seconda tesi, che ha in Antonio Gramsci uno dei più autorevoli sostenitori. Essa punta il dito su un fattore genetico dell’evoluzione dei Comuni italiani: il loro irriducibile particolarismo. I sostenitori di questa tesi ravvisano in quel particolarismo a un tempo la fonte del primato italiano nel primo rinascimento e la causa della decadenza e della perdita dell’indipendenza nel secondo. Quello che era stato il grande successo dell’anomalia italiana nell’Europa medievale, la sconfitta dell’aristocrazia feudale da parte delle città, diventò un fattore di debolezza quando lo sviluppo dell’economia-mondo richiese dimensioni di mercato interno più ampie e quando la complessità sociale cominciò a esigere un potere politico e militare più forte: un mercato nazionale e uno stato nazionale, che si realizzarono negli altri paesi dell’Europa Occidentale attorno al potere del re.

La causa fondamentale dell’anomalia italiana rispetto alla via dello Stato nazionale seguita dagli altri grandi paesi europei “è nella stessa struttura dello stato comunale che non può svilupparsi in un grande stato territoriale” (A. Gramsci) e resta impigliato nella fase economico-corporativa di formazione dello stato  moderno. Dunque, la ragione prima del fallimento sta nella genesi interna del Comune, nel modo in cui lo hanno formato le sue forze generative, non nel limite esterno costituito dall’interdizione della Chiesa. […]

Il Comune […] è un’istituzione progressista nel senso pieno del termine. Ma è anche una istituzione instabile e violenta. La rottura di una società tradizionale ha un costo, mentre la tradizione è un collante tenace. L’antica Roma doveva il suo dinamismo aggressivo in larga parte al peculiare miscuglio etnico e sociale della sua comunità primitiva che la rendeva più mobile e duttile delle sue rivali; ma conservava nella struttura gentilizia della società un pilastro saldissimo al quale ancorare il suo patriottismo.

La società comunale, nata da uno strappo con il vecchio ordinamento, non disponeva invece di alcun appiglio tradizionale. E neppure lo sostituì con un altro, oggettivo, quale sarebbe stato per esempio – quale fu in Inghilterra – un ordinamento basato sulla proprietà della terra. In quelle nuove città si agitava una forza priva di radici, che ne esaltava gli “spiriti animaleschi” ma che innescava anche un pressante bisogno insoddisfatto di identità: il che spiega anche l’assillante caccia e il frequente trafugamento di reliquie da eleggere a santi protettori. Questo radicamento debole rende estremamente arduo comporre le tensioni e i conflitti sopra una comune base di consenso.

Fu così che le energie cittadine, liberate dai ceppi, si rovesciarono all’esterno, nell’espansione dei commerci e nell’aggressività bellicosa; ma rimbalzarono anche all’interno, nel contraccolpo delle lotte continue tra le fazioni. Il Comune, non riconoscendo se non formalmente, per antica deferenza verso il papa e verso l’imperatore, alcun principio effettuale di verità superiore, non era in grado di costituire, se non per eccezione, nei momenti di pericolo o di entusiasmo collettivo, un principio di ordine normale e morale superiore alle passioni e agli interessi delle fazioni. Era fatalmente, come spiegò Guicciardini, schiavo del “particulare”.»

La ”spiegazione” di Giorgio Ruffolo, pur presentandosi plausibile per taluni aspetti, non ci convince interamente: ci sembra infatti che, se da un lato pecca di eccessivo “sociologismo”, dall’altro non scende fino alla radice del problema. Ci spieghiamo.

Eccessivo sociologismo significa che essa non solo privilegia, ma considera quasi esclusivamente il lato sociologico delle questioni: come se il fatto, pur vero e innegabile, che ogni rivoluzione – e quella comunale fu, dal punto di vista economico-sociale, una rivoluzione nel contesto dell’ordine feudale -, per il fatto stesso di rompere con la tradizione, esige la fondazione di una nuova tradizione, perché le società, per reggersi, hanno bisogno di ancorarsi a qualcosa di stabile, e solo una tradizione può farlo, non ne deriva che questa sia stata l’unica causa della impossibilità di una vita comunale ordinata e tranquilla. Vi erano cause interne ben più decisive – la lotta per la supremazia fra magnati e popolani, e, all’interno dei popolani, la contrapposizione fra popolo grasso e popolo minuto – e cause esterne altrettanto importanti, non solo sul terreno politico-militare, ma anche e soprattutto su quello della concorrenza economica e commerciale. Forse che le guerre fra Genova e Venezia non erano rese inevitabili dal conflitto d’interessi fra le due grandi Repubbliche marinare, nella lotta per la conquista dei mercati mediterranei e orientali? E forse che tali guerre non ebbero delle pesanti ripercussioni sull’assetto sociale di entrambe?

Ma, direbbe Gramsci, se vi è una tradizione, vecchia o nuova non importa, l’aggressività sociale trova delle maniere meno distruttive di scaricarsi. Può darsi. Però una tradizione non s’improvvisa: una tradizione “nuova”, infatti, è una contraddizione in termini. Una società nata dalla rivoluzione è condannata all’instabilità; a meno che non sorga un elemento esterno capace di compattarla, facendole bruciare le tappe dell’integrazione. Per l’Unione Sovietica, l’elemento che ha compattato lo stato comunista è stato, probabilmente, l’intervento militare straniero: dell’Intesa e dei suoi satelliti, durante la guerra civile del 1918-1920; della Germania hitleriana (soprattutto) nel 1941. Paradossalmente, senza l’invasione tedesca nella Seconda guerra mondiale, è probabile che non si sarebbe mai formato l’innesto del nazionalismo russo sull’ideologia marxista-leninista: e il sistema sovietico non avrebbe trovato le risorse morali per reggersi fino al 1990.

Per l’Italia medievale, l’elemento catalizzatore avrebbe potuto essere, ad esempio, la minaccia musulmana: quella araba fra IX e X secolo; quella ottomana fra XV e XVII. Ma così non fu e per molte ragioni: in particolare, nel primo caso perché i Normanni fecero da scudo, ma si fermarono alla unificazione del Regno del Sud; nel secondo, perché l’unico stato italiano che si vide direttamente minacciato e comprese tutto il pericolo, Venezia, non volle o non poté condurre la lotta a fondo per non compromettere le basi commerciali della sua economia mediterranea. Non si decise mai a fare una scelta netta fra il Mediterraneo e la terraferma italiana: portò avanti entrambe le strategie, contemporaneamente, e finì per perdere su entrambi i fronti. Si logorò per quattro secoli, il che mostra quanto robusta fosse la sua struttura sociale; ma si logorò invano. Eppure, fra tutti gli stati italiani, Venezia era quello che vantava la tradizione più antica: una tradizione che si riallacciava direttamente a Roma, passando per Bisanzio. Ma non fu sufficiente.

Ciò dimostra, a nostro parere, i limiti della interpretazione gramsciana: la tradizione è un elemento importante, ma non decisivo e, comunque, di per sé non sufficiente a garantire la stabilità interna di una società. In guerra, diceva Napoleone, Dio sta dalla pare dei grossi battaglioni; e la stessa cosa può dirsi anche in pace. Una economia che può disporre di materie prime e di un mercato interno di dieci o venti milioni di persone è avvantaggiata rispetto ad una che è povera di materie prime e che può contare su una popolazione molto più piccola. Gli stati comunali e regionali italiani erano destinati a fare la fine dei vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro, quando vennero a confronto con le grosse monarchie nazionali europee. Perfino se riuscivano a vincere militarmente, non erano poi in grado di sfruttare il vantaggio: lo si vide nella decisiva battaglia di Fornovo sul Taro del 1495: Carlo VIII fu sconfitto, ma riuscì a rientrare in Francia con il grosso del suo esercito. E la via dell’Italia era ormai aperta alle future invasioni. Ed eccoci alla radice del problema della manata formazione dello stato nazionale italiano: una questione di numeri, di quantità. Gramsci, discepolo di Croce, anche da marxista, non smise di pensare la storia in senso idealistico; come se fosse solo storia di idee. Ma il Giappone, nel 1945, non fu sconfitto perché rappresentava un’idea sentita meno profondamente di quella degli Stati Uniti: fu sconfitto perché fu schiacciato dalla forza materiale, di cui Hiroshima fu solo il lugubre ed eloquente epilogo.

Tornando ai Comuni italiani, essi sorsero dal distacco, anche psicologico, dal feudalesimo, e cercarono di sostituire la vecchia ideologia cavalleresca con una più adatta al mutamento del quadro sociale: l’ideologia borghese e mercantile, con il “valore” della masserizia e dell’industria al posto della lealtà, del coraggio e dell’onore, ossia con la capacità di realizzare profitto e accumulare capitale, in luogo della magnanimità e della fastosità di chi non bada a spese, anzi, più spende e più appare magnifico. Di fatto, e per sua stessa natura, l’ideologia borghese non aveva, e non ha, il senso del limite: per cui non costituisce una tradizione, ma un’anti-tradizione: è il culto del progresso. Il progresso è il contrario della tradizione: se acquista un ritmo più veloce di ciò che la psicologia del singolo, e della società tutta, riesce a metabolizzare, si trasforma nella nevrosi permanente e nella glorificazione della schizofrenia. Il cittadino, a quel punto, si sente sistematicamente sfasato rispetto al reale, come un pesce perennemente fuor d’acqua: non è sintonizzato sui valori e sulle pratiche del proprio tempo, si sente sempre in ritardo, oppresso da una crescente angoscia esistenziale. Talvolta è tentato di reagire con delle fughe in avanti (come nel caso delle avanguardie artistiche o dei gruppi rivoluzionari), in modo da illudersi di aver riacquistato il controllo della situazione, o di essere in grado di farlo: ed è quel fenomeno che Eric Voegelin ha definito della moderna gnosi di massa.

Che la presenza della Chiesa abbia ostacolato la formazione dello stato nazionale, è tesi vecchia e non del tutto convincente: senza dimenticare che fu proprio la Chiesa a favorire, nel contesto della lotta per le investiture, la nascita e l’affermazione dei liberi Comuni, resta il fatto che devono essere i figli a mostrarsi desiderosi e capaci di staccarsi dai genitori, e non viceversa: quando i figli sono fiacchi e deboli, i genitori continuano a tenerli sotto le loro ali protettive. La Chiesa tenne a battesimo i Comuni; erano poi questi ultimi che dovevano mostrare di saper gestire la loro autonomia. Accusare la Chiesa di non essersi fatta da parte è ingeneroso: nessun genitore lo fa, se il figlio mostra di non essere maturo per condurre in autonomia la propria vita.

Il fatto è che l’altro potere universale, l’Impero, era, di fatto, debole e lontano: non bastava qualche discesa delle Alpi per affermarlo stabilmente sugli irrequieti cittadini del Comuni. Negli altri Paesi dell’Europa occidentale il potere regio ebbe il sostegno della borghesia urbana contro la grande nobiltà di origine feudale; in Italia non c’era un potere regio e la borghesia, dopo essersi affermata, non seppe sfruttare il vantaggio e dar vita a un sistema politico più ampio e più stabile del piccolo e litigioso comune. E così lo stato nazionale, che in Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo nacque attorno al potere regio, sostenuto dalla borghesia urbana, in Italia non riuscì nemmeno a formarsi.

L’occasione mancata per formare uno stato nazionale non fu il Rinascimento: nel 1400 e nel 1500 era già troppo tardi: non esisteva alcuna forza politica interna capace di coagulare l’intero tessuto sociale dell’Italia e di difenderla dalla minaccia delle grandi monarchie di Francia e Spagna. L’occasione era sfumata molto prima, fra il X e l’ XI secolo, quando, dai brandelli dell’Impero carolingio in dissoluzione, sorsero un regno di Francia e un regno di Germania, ma non riuscì a sorgere un regno d’Italia. La Lotaringia, di cui l’Italia era parte, era qualcosa di più e qualcosa di meno dell’embrione di un futuro stato nazionale: aleggiava sui di essa il fantasma dell’Impero, ma non esistevano una identità linguistica, culturale e anche geografica quali potenziali fattori coagulanti di un futuro stato nazionale. La Lotaringia era una monarchia mancata: sia perché non corrispondeva ad una nazione (nemmeno i domini asburgici corrispondevano a una nazione, eppure fornirono la base ad un vasto impero plurisecolare), sia perché non corrispondevano a un’idea; e perché non vi erano forze sufficienti a sostenerne il disegno. L’idea imperiale, di per sé, era troppo vaga e insufficiente; occorrevano uomini e mezzi capaci d’interpretarla. Berengario I, Berengario II, Arduino d’Ivrea, non riuscirono ad essere re effettivi d’Italia, ma solo re nominali, perché nessuno di loro si mostrò capace d’imporsi sulla grande nobiltà feudale: la frammentazione politica era troppo accentuata, e in quel mosaico di micro-poteri, nessuno aveva i requisiti per prevalere sugli altri e porsi come principio d’ordine superiore. Pesarono su ciò svariati fattori, compresa la disunione geopolitica della Penisola (con l’Italia centrale dominata dal patrimonio di San Pietro e quella meridionale contesa fra Bizantini, Arabi e Normanni); di fatto, le forze feudali italiane erano troppo numerose, troppo sparse e, prese singolarmente, troppo modeste, perché da loro sorgesse una forza potenzialmente unificatrice dell’intera Penisola. 

Quando Ottone il Grande si affermò come re d’Italia e come imperator “romano”, il tempo era ormai scaduto: l’Italia aveva perduto la sua occasione, la monarchia nazionale non si era nemmeno vagamente delineata (sarà, otto secoli dopo, una oscura dinastia alpina, più francese che italiana, a realizzare l’opera unificatrice). In apparenza, vi furono poi anche altre occasioni: al tempo delle Signorie, per esempio, specialmente con Ezzelino da Romano, poi con Cangrande della Scala; e, ancora, in pieno Rinascimento, soprattutto con l’espansione dello stato visconteo e di quello veneziano; ma erano possibilità in gran parte teoriche: di fatto, l’equilibrio dei poteri all’interno della Penisola, e il vantaggio acquisito da Francia e Spagna in termini di potenza politica, militare, finanziaria, rendevano impossibile la formazione di uno stato nazionale italiano.

Perfino la Francia ebbe bisogno di alcuni secoli di tentativi e, infine, di un secolo di guerre ininterrotte con l’Inghilterra, per trovare in se stessa le forze unificatrici, non solo materiali, ma anche morali (Giovanna d’Arco), e questo dopo che, ai primi del ‘300, si era già affermata come la prima monarchia d’Europa, capace persino di sfidare, con successo, il potere teocratico del papa. L’Italia, che partiva sprovvista di simili elementi favorevoli, non aveva la minima chance: poteva solo aspettare di cader preda del primo venuto. Che poi essa abbia affrettato la rovina, quando Ludovico il Moro chiamò nella Penisola il re francese Carlo VIII, è significativo, ma non sposta i termini della questione. I tempi della storia non concedono sconti e, per l’Italia, era troppo tardi; così come era troppo tardi nel XIX perché essa, divenuta finalmente stato nazionale, potesse inserirsi con successo nel gioco per il potere mondiale (industrie, materie prime, colonie). Era troppo tardi anche per la Germania e per il Giappone: le posizioni-chiave erano ormai saldamente occupate e nemmeno due guerre mondiali valsero a modificare la situazione.

Ecco, dunque, individuati i due fattori geopolitici determinanti nella formazione di un processo storico: il tempo e lo spazio. Perché uno stato nazionale si formi sono necessari dei tempi lunghi: e l’Italia, dopo la mancata occasione del crollo dell’impero carolingio, non poté più disporne. E sono necessarie vaste risorse di popolazione, di territorio, di materie prime: che l’Italia non aveva. Il suo ritardo era incolmabile, le sue carenze irrimediabili. Certo, vi è un terzo fattore: quello ideale: necessario, ma non sufficiente. Nel caso dell’Italia, non vi era neppure quello. La feudalità italiana non sentiva la “causa” nazionale, anche perché, in buona parte, essa era di origine non italiana, ma longobarda, franca e, poi, germanica. Meno ancora la sentivano i comuni, per la buona ragione che lo stato nazionale era esattamente l’ultima cosa che essi potevano desiderare. Mettiamoci pure anche il fattore Chiesa, avversa a qualunque forte Stato nazionale italiano: ma come ultimo fattore, e, di per sé, superabile; non come il primo. Ed ecco che il quadro diventa sufficientemente chiaro, e la mancata formazione dello stato nazionale italiano non appare più come un mistero indecifrabile, ma come l’esito perfettamente naturale delle condizioni storiche date.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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