sabato, 18 Settembre 2021
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Quando, con Demostene, gli Ateniesi scelsero di cadere con onore

Quando con Demostene gli Ateniesi scelsero di cadere con onore. L’importante dal punto di vista morale non è vincere ma battersi si può essere sconfitti senza aver combattuto quando si rinuncia alla propria dignità nel battersi di Francesco Lamendola  

Le battaglie non si perdono, si vincono sempre, diceva il comandante Ernesto “Che” Guevara; stramba maniera di esprimere un concetto più profondo e più vero: l’importante, dal punto di vista morale, non è vincere, ma battersi; si può essere sconfitti anche senza aver combattuto, quando, appunto, si rinuncia a battersi, cioè si rinuncia alla propria dignità e alla propria fierezza e si porge il collo al giogo di un nemico arrogante e sicuro di sé.

Questo concetto è importante per capire come avvenne la fine della libertà greca e come, in particolare, la polis che era stata l’anima di quella civiltà, Atene, si dispose ad affrontare la prova contro un nemico potente, che, sceso dal Nord, si accingeva a sottomettere non lei sola, ma tutto il sistema delle città-stato elleniche; e lo fece con coraggio e lungimiranza, avendo perfettamente compreso quale fosse la posta in gioco: non solo l’indipendenza politica, ma il tramonto di una gloriosa e antica civiltà, che aveva avuto nelle poleis il proprio nucleo economico e produttivo, ma anche intellettuale e spirituale.

Sconfitta disastrosamente da Sparta nella Guerra del Peloponneso (404 a. C.), Atene aveva dovuto rivedere drasticamente la propria politica di potenza ed era stato già molto se aveva potuto liberarsi dal governo oligarchico imposto dai vincitori, mediante una ripresa del partito democratico. D’altra parte, proprio nella vittoria Sparta aveva mostrato la propria strutturale incapacità di assumere il ruolo effettivo di città-guida del mondo ellenico, sia per la sua inconsistenza economica e commerciale, sia, soprattutto, per la struttura sociale aristocratica e guerriera che la escludeva dalla possibilità di giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere di una civiltà raffinata e complessa, essa che somigliava più a un grosso villaggio autarchico che a una vera polis. E infatti, la pace di Antalcida del 387-386, nota anche come “pace del Re”, aveva, sì, assicurato un periodo di pace alle città greche, ma le aveva, di fatto, infeudate all’Impero persiano, cioè proprio al vecchio nemico che, ai tempi di Dario e Serse, aveva cercato di sopraffarle e sottometterle.

Adesso si profilava una nuova, e imminente minaccia, per l’indipendenza delle poleis: la crescente potenza del re dei macedoni, Filippo, uomo scaltro e deciso, abile e fortunato, il quale, con lo strumento formidabile delle sue falangi di opliti, si stava costruendo un vasto dominio nella Penisola Balcanica e guardava ormai apertamente alla Grecia come alla prossima meta delle sue mire espansionistiche. Filippo era un “barbaro”, ma, da uomo intelligente, anzi, geniale, nutriva, e non lo nascondeva, una sincera ammirazione per la civiltà greca: il suo atteggiamento verso le poleis avrebbe voluto essere quello del protettore, più che del conquistatore: avrebbe voluto divenire l’arbitro della Grecia in maniera relativamente indolore, e, nello stesso tempo, farsi il promotore di una grande politica di espansione a Oriente, verso l’Impero persiano, quasi raccogliendo l’eredità morale di Maratona, per allontanare definitivamente la minaccia achemenide e per creare nuove aree di espansione all’economia e alla civiltà greca. Ma era comunque un sovrano, un sovrano pieno di progetti e di dinamismo, e, però, un campione dell’idea monarchica, tanto aborrita dei Greci: era dunque facile prevedere che alle poleis non restavano aperte che due possibilità, o fare blocco comune contro di lui, agendo tempestivamente, prima che s’insediasse nelle posizioni strategiche chiave, come le Termopili, la Penisola Calcidica e la sponda europea dei Dardanelli (Chersoneso Tracico), o adattarsi, di buon grado, ad accettarne la larvata signoria, e aderire ai suoi grandiosi piani di espansione asiatica, incanalando in quella direzione le energie morali e materiali di una civiltà gloriosa, ma ormai già quasi priva di ulteriore capacità propulsiva.

Filippo si era già affacciato alle Termopili, tradizionale via d’invasione della Grecia per un nemico proveniente dal Nord, nel 357, dopo essersi assicurato il controllo della Tessaglia, anche se poi aveva dovuto ritirarsi dal passo. Nel 349 ebbe inizio la campagna contro la città di Olinto, nella Penisola Calcidica, che permise a Filippo di assicurarsi il controllo delle miniere d’oro del monte Pangeo, utilissime per finanziare l’allestimento e il rafforzamento della sua possente macchina bellica, oltre che per spargere la corruzione fra le poleis che incominciavano a fare fronte comune contro di lui, intuendo la minaccia imminente. Fra l’assedio di Olitino (che finì per arrendersi e venne rasa al suolo, nel 348) e la battaglia presso il Leone di Cheronea, nel 338, intercorse una decennio tumultuoso, convulso, che Demostene, ad Atene, utilizzò per suonare la diana ai suoi svogliati concittadini e spronarli a por mano alla borsa, ma anche alle armi, prima che Filippo si impadronisse di posizioni inespugnabili e fosse troppo tardi per predisporre qualsiasi piano atto a resistergli. Su di lui i giudizi storici sono contrastanti, tanto più che la sua stessa azione non fu priva di contraddizioni, incertezze ed errori; ma una cosa è certa: fu quello che vide con maggiore chiarezza il destino che si stava preparando per le poleis elleniche e il più lucido e coerente nel predicare la necessità, con le sue orazioni Filippiche, di armarsi e prepararsi alla lotta.

Ha scritto l’insigne storico Helmut Berve (1889-1979), che fu docente presso le università di Lipsia, Monaco ed Erlangen, nella sua Storia greca (titolo originale: Griechische Geschichte, Freiburg im Breisgau, Herder & Co., 1951-52; traduzione dal tedesco di Fausto Codino, Bari, Giuseppe Laterza & Figli, 1959, pp. 553-555 e 567-568):

… Intanto si era fatta difficile la situazione della Calcidica, dove lo Stato unitario di Olinto, per quanto si fosse ingrandito a spese di Atene mercé l’aiuto di Filippo, si sentiva minacciato e quasi soffocato dalla crescente potenza del re. Perciò già nel 353 Olinto aveva fatto la pace con Atene e riconosciuto i suoi diritti su Anfipoli, sebbene il trattato col re gli vietasse espressamente di concludere ogni pace separata. Filippo, che a quel tempo era fortemente impegnato nelle altre imprese, per il momento aveva rinunciato a intervenire in forze e si era limitato a far cacciare dalla città, per mezzo della corruzione, i più accaniti nemici della Macedonia. Quando ebbe le mani libere, nel 350, impose di venire a una decisione reclamando categoricamente la consegna dei fratellastri Arrideo e Menelao che si erano deliberatamente rifugiati proprio a Olinto. Avendo ottenuto un rifiuto, irruppe nella Calcidica e dopo aver conquistato alcune località minori marciò direttamente contro Olinto (349). Atene, che seguiva allora la politica di Eubulo, intesa ad assicurare il benessere e la salvezza dei cittadini, all’appello della città alleata mandò soltanto 2.000 mercenari al comando di Carete: era una misura poco energica, che doveva restare inefficace ed essere combattuta con decisione, e giustamente, dalla crescente opposizione.

Infatti dal giorno che il re macedone era apparso alle Termopili si era costituito un fronte che avversava il regime privo di ideali, animato soltanto da considerazioni economiche, del partito di Eubulo. Questa opposizione trovò presto un capo in Demostene, allora trentaduenne, il quale, dopo avere inclinato inizialmente dalla parte di Eubulo, riconobbe ora (352-1) la necessità di una politica estera con obiettivi ben fissati e la propugnò con tutta la forza della sua oratoria. In questi oppositori le concezioni romantiche e l’entusiasmo per la passata grandezza della patria si accompagnavano alla convinzione che l’esistenza di Atene e di tutti gli Stati greci fosse minacciata da Filippo molto più seriamente di quanto fosse stata minacciata durante l’ultimo secolo dal re di Persia, e che quindi occorresse provvedere alla difesa con tutte le forze e soprattutto in tempo, Se la filosofia idealistica di Platone reclamava la restaurazione dello Stato su una base morale, come unico fondamento sufficientemente solido, così anche nella vita pratica della polis sorse ora, indipendentemente dalla dottrina di Platone ma muovendo dallo stesso terreno, una reazione mirante al rinnovamento interno della polis, la quale aspirava con serio pathos alla rinascita del senso comune, delle virtù civiche e dell’antico spirito di sacrificio. Per quanto questo movimento riflesso non potesse far risorgere come per incanto negli uomini mutati lo spirito di Maratona, per quanto il seguito che esso ebbe negli anni che seguirono fosse dovuto piuttosto a giovanile e cieco entusiasmo che a un profondo patriottismo e a una chiara presa di coscienza, esso è però illuminato da un’aureola di gloria e i sacrifici apparentemente inutili che esso provocò ebbero almeno la ricompensa di una fama eterna. Grazie ad esso anche la fine della libertà greca ha quel tanto di grande e di esemplare che non manca a tutto ciò che è ellenico. La città radiosa e inghirlandata di viole di Pericle non ebbe una fine miserevole, ma cadde combattendo virilmente. Anche la personalità di Demostene, per quanto possa apparire problematica per il suo nervoso fanatismo e per parecchie debolezze morali, risplende come quella del campione di una grande causa e le sue orazioni spumeggianti ebbero alta risonanza in tutti i tempi. Infatti, benché parecchi seguaci delle nuove tendenze, come il rigido moralista Licurgo, il cui nome non a torto ricorda l’antico rigorismo spartano, fossero personalmente irreprensibili, nessuno però dimostrò la passione di Demostene nel fare appello aglio ateniesi. figlio di un artigiano facoltoso del “demos” di  Peania, egli si era fatto un nome con le sue operazioni giudiziarie; e in un tempo in cui non c’era distinzione fra avvocati e demagoghi  ciò lo aveva avviato alla vita politica. Ora, nella questione di Olinto, la sua voce risuonò con efficacia maggiore che negli ani precedenti. […]

Dal tempi della capitolazione del 404 [cioè quella davanti a Sparta, che aveva posto fine alla Guerra del Peloponneso] gli ateniesi non erano mai dovuti umiliare fino a questo punto [ossia concedendo a Tebe privilegi notevolissimi, pur di averla alleata nella lotta risolutiva contro Filippo il Macedone]. In confronto a queste condizioni, la sovranità di Filippo, liberamente riconosciuta, o anche soltanto la leale osservanza della pace del 346 sarebbero state un peso ben lieve! Ma non si può dire che essi s’ingannassero sullo stato reale delle cose per un romanticismo esagerato e per un’ostinata fedeltà a un fantasma di libertà e di grandezza. Che ne fossero consapevoli o no, l’istinto diceva loro che la subordinazione a Tebe, per quanto amara fosse, non sarebbe mai stata paragonabile a ciò che avrebbe portato, sia pure nella forma più mite, la signoria macedonica: la fine del mondo della polis. Per la sua salvezza Atene, molto più nobilmente dell’egoista vicina, accettò i sacrifici più duri. Per la salvezza della polis essa si gettò con decisione nella lotta.

E fu la disfatta di Cheronea, del 2 agosto 338 a. C. nella quale le falangi di Filippo – armate, per la prima volta, con le lunghissime sarisse – pur prive della superiorità numerica (schieravano anzi 30.000 opliti e 2.000 cavalleggeri contro forse 35.000 greci) spazzarono via le forze riunite di Atene e Tebe, compreso il famoso “battaglione sacro” tebano, con una vittoria strepitosa che segnò la fine dell’indipendenza greca. Demostene vi aveva combattuto da soldato semplice, coerentemente con le sue idee, e fu tra gli scampati. Filippo impose alle città greche l’adesione alla Lega di Corinto, uno strumento di pacificazione coatta, che, facendo del regno di Macedonia l‘arbitro e il garante della pace e della reciproca indipendenza delle poleis, preparava anche le condizioni affinché la Grecia, letteralmente costretta alla pacificazione interna, si raccogliesse in se stessa in preparazione di un rinnovato sforzo comune, questa volta non più contro di sé, come finora era avvenuto, ma contro l’antico nemico persiano: progetto che Filippo non farà in tempo ad attuare per la morte improvvisa, nel 336 (appena due anni dopo la vittoria di Cheronea) ad opera di una congiura ordita, pare, dalla sua terza moglie, Olimpiade, dalla quale aveva divorziato; ma che sarebbe stato realizzato da suo figlio Alessandro. Intanto, però, erano state gettate le basi del nuovo edificio e della nuova civiltà: la Lega di Corinto aveva aderito ai piani orientali di Filippo, unendo il proprio destino a quello della Macedonia, mentre un contingente di truppe macedoni era già sbarcato in Asia Minore, sotto la guida dei generali Attalo e Parmenione. Alessandro non fu il creatore, ma l’esecutore del grande progetto paterno; di suo, nei confronti della Grecia, non mise che una brutalità quale suo padre non aveva mai avuto, visto come si regolò nei confronti della ribellione di Tebe: dopo averla sconfitta in battaglia, nel 335, la fece radere al suolo, perché il terribile monito rinsaldasse l’unità della Lega di Corinto: cioè, in realtà, per ricordare a tutti i Greci che cosa avrebbe significato opporsi al suo potere. Demostene e gli uomini del partito nazionalista ateniese, dunque, avevano visto giusto, prima di Cheronea: accettare la sudditanza nei confronti del regno macedone avrebbe significato accettare la scomparsa del mondo stesso, di cui le poleis erano espressione. E, piuttosto che scegliere volontariamente il suicidio, avevano preferito battersi. La strada per la fioritura della civiltà ellenistica, basata sull’incontro e la fusione dell’Oriente e dell’Occidente, era ormai spianata.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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