domenica, 13 Giugno 2021
HomeSTORIAQuando gli ebrei si chiesero: Siamo come i nazisti?

Quando gli ebrei si chiesero: Siamo come i nazisti?

Quando gli ebrei si chiesero:”Siamo come i nazisti”? La strage di Kafar Kassem (Qasim) avvenuta il 29 ottobre 1956 in cui vennero uccisi 48 civili arabi inermi dalle guardie di frontiera israeliane. Le osservazioni di Tom Segev di Francesco Lamendola  

Pochissime persone in Italia hanno sentito parlare della strage di Kafar Kassem (Qasim), avvenuta il 29 ottobre 1956 in un villaggio situato presso la “Linea Verde”, nella zona palestinese denominata Triangolo, presso il Giordano, nel primo giorno della guerra arabo-israeliana combattuta in quell’anno, mentre le forze armate israeliane invadevano la Striscia di Gaza e la Penisola del Sinai, la Transgiordania e le alture del Golan. Complessivamente vennero uccisi a freddo 48 0 49 civili arabi da parte delle guardie di frontiera israeliane, comprese 6 donne e 23 bambini sotto i diciassette anni, il più piccolo dei quali ne aveva appena sei. La differenza nel numero dei morti differisce di una unità perché le fonti palestinesi includono il nascituro che una delle donne assassinate portava in grembo, mentre quelle israeliane non ne tengono conto. Sul luogo della strage, sul bordo di una piccola piazza, è stato poi costruito un monumento in ricordo delle vittime, in verità molto brutto, costituito da  una sorta di tronco di piramide scuro dell’altezza di un edificio di tre piani, recante a enormi caratteri la data del fatto.

Non esiste una specifica voce di Wikipedia che parli di quella strage ma solo un brevissimo accenno nella voce Kafr Qasim, dedicata alla cittadina che oggi conta più di 22.000 abitanti. Invece nella versione inglese di Wikipedia c’è un’ampia voce, corredata da una ricca bibliografia, interamente dedicata alla strage, di cui riportiamo solo la parte introduttiva, senza tradurla per non correre il rischio di alterare qualche concetto, e lasciando che il lettore possa formarsi un’opinione del tutto libera e indipendente dei fatti in questione:

The Kafr Qasim massacre took place in the Israeli Arab village of Kafr Qasim situated on the Green Line, at that time, the de facto border between Israel and the Jordanian West Bank on October 29, 1956. It was carried out by the Israel Border Police (Magav), who killed Arab civilians returning from work during a curfew of which they were unaware, imposed earlier in the day on the eve of the Sinai war. In total 48 people died, of which 19 were men, 6 were women and 23 were children aged 8–17. Arab sources usually give the death toll as 49, as they include the unborn child of one of the women.

The border policemen who were involved in the shooting were brought to trial and found guilty and sentenced to prison terms, but all received pardons and were released in a year. The brigade commander was sentenced to pay the symbolic fine of 10 prutot (old Israeli cents). The Israeli court found that the command to kill civilians was “blatantly illegal”.

Issachar (Yissachar) “Yiska” Shadmi — the highest-ranking official prosecuted for the massacre — stated, shortly before his death, that he believed that his trial was staged to protect members of the Israeli political and military elite, including Prime Minister Ben Gurion, from taking responsibility for the massacre.

In December 2007, President of Israel Shimon Peres formally apologised for the massacre.

Inizialmente le autorità tentarono di tenere nascosto l’eccidio, cosa resa più facile dal clima di eccitazione e di esaltazione patriottica della guerra del 1956, risultata vittoriosa su ben quattro fronti: contro l’Egitto, la Giordania, la Siria e il Libano. Tuttavia esso finì per trapelare presso gli organi di stampa e per diventare di dominio pubblico, sia pure con un certo ritardo, innescando polemiche estremamente accese, dal governo in giù, fra quanti sostenevano la sostanziale legittimità di ogni azione che veniva compiuta “per la sicurezza di Israele” e la vibrante condanna morale di quanti sostenevano che gli ebrei, proprio perché avevano vissuto la tragedia dell’Olocausto, non potevano macchiarsi di crimini in qualche modo paragonabili a quelli che i nazisti avevano compiuto ai loro danni, al tempo di Hitler.

Ed ecco come rievoca quell’episodio il noto giornalista e storico ebreo Tom Segev, nato a Gerusalemme nel 1945 da genitori che erano espatriati dalla Germania hitleriana dieci anni prima, senza dubbio uno degli studiosi più equilibrati e obiettivi della storia del moderno stato d’Israele (da: Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia d’Israele (titolo originale: The Seventh Million, Domino Press Ltd., 1991; traduzione di Carla Lazzari, Milano, Mondadori,  2001, pp. 275-277):

Il primo giorno della campagna del Sinai il coprifuoco fu anticipato  alle cinque del pomeriggio. In quell’occasione diversi abitanti di Kfar Kassem, di ritorno dal lavoro, arrivarono alla spicciolata alla periferia del loro villaggio qualche minuto dopo le cinque. Non sapevano che il coprifuoco  era stato anticipato. Avanzavano lungo la strada principale su camion, carri e biciclette. Alle porte del villaggio furono bloccati da una pattuglia di guardie di frontiera. Dopo averli identificati genericamente come abitanti di Kfar Kassem, i miliari li allinearono e aprirono il fuoco.  L’ordine era di “ucciderli tutti”. Ne arrivarono altri e furono anch’essi fucilati. Le vittime furono una cinquantina, fra cui anche donne e bambini. Alcuni feriti  finsero di essere morti e si salvarono. “Dio mio, che cosa ne sarà di questo nostro piccolo paese!” scrisse nel diario Moshe Sharett, che però ormai non era più nella stanza dei bottoni.

Il governo tenne nascosto l’accaduto, ma poiché i giornali non avevano chiesto alla censura militare l’autorizzazione a rendere pubblica la notizia, i primi racconti del massacro si diffusero di bocca in bocca.  Un militante del Mapam, Latif Dori, girò per tutti gli ospedali a raccogliere le testimonianze dei feriti. Altrettanto fecero i funzionari del partito comunista.  Soltanto sette giorni dopo l’eccidio i quotidiani  sottoposero alle censura i primi, brevi e imprecisi articoli su Kfar Kassem. La pubblicazione fu vietata. “Kol Haam” fu l’unico giornale a fare ricorso contro la decisione, ma inutilmente. Nei giorni seguenti i quotidiani, in particolar e”Kol Haam”, “Al Hanishmar”, “Haartez” e “Harolam Hazeh”, cominciarono fare pressioni contro la censura. La deputata Esther Vilenska del Maki accennò al massacro in suo discorso alla Knesset, ma fu subito interrotta dal presidente e le sue parole non furono messe a verbale. Un suo collega di partito, Tawfik Tubi, descrisse la strage in un volantino che fece circolare: il governo, sollecitato da più parti, fu costretto a rilasciare una dichiarazione ufficiale. Era già stata nominata una commissione d’inchiesta. Dopo lunghe trattative fra i diversi partiti politici, fu deciso che Ben Gurion avrebbe riferito al parlamento, che la Knesset avrebbe osservato un minuto di silenzio e rinunciato al dibattito. “Non c’è popolo al mondo che attribuisca tanto valore alla vita umana come gli ebrei”, affermò Ben Gurion. “Abbiamo imparato che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e nessuno sa di che colore fosse la pelle di Adamo”.

Erano passate quasi sei settimane dal giorno del massacro: la maggioranza degli israeliani non sapeva ancora con precisione cosa fosse accaduto. Quando finalmente le fu tolto il bavaglio, la stampa espresse grande sgomento e il paese cominciò a interrogarsi. “Com’è potuto accadere?” si chiedevano Shlomo Gross di “Haaretz” e Natan Alterman sulle pagine di “Davar”. Da dove scaturiva tutto quell’odio per le minoranze? Qual era il meccanismo che portava a eseguire l’ordine di assassinare? Quali erano i limiti dell’obbedienza e quando un ordine era illegittimo? Fu chiaro a tutti fin da principio che quelle domande erano le stesse che avevano tormentato i tedeschi alla fine della guerra, sebbene nessuno osasse ancora dirlo apertamente. “Non siamo migliori degli altri. Le cose che accadono alle altre nazioni possono accadere anche a noi” affermò Uri Avneri. Ma cercava almeno di salvare l’immagine di purezza della gioventù israeliana, chiedendo: “Qualcuno ha mai spiegato ai nostri ragazzi in divisa quand’è che un ordine legittimo diventa illegittimo?”. In altre parole, la colpa era dei politici, non dell’esercito.

A mano a mano che emergevano gli agghiaccianti particolari della strage, i giornali cominciarono a paragonare esplicitamente il massacro di Kfar Kassem ai crimini nazisti. “Tutta la nazione non può che provare un senso di vergogna e di umiliazione… all’idea che fra non molto noi saremo come i nazisti e gli autori dei pogrom” scrisse Rabbi Benyamin, l’uomo che durante l’Olocausto aveva supplicato lo “yishuv”e i suoi dirigenti di fare qualcosa per salvare gli ebrei. E proseguiva: “Che i capi della nazione si alzino. Che i capi rabbinici si alzino e confessino pubblicamente questo terribile crimine, che si rechino a Kfar Kassem a implorare perdono, a chiedere scusa, a espirare”. Yeshayahu Leibowitz, con l’amaro sarcasmo per cui andava famoso, scrisse su “Haaretz”: “Per amore di quella giustizia che lo Stato di Israele va proclamando, propongo di rivolgere una grande petizione ai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e dell’Unione Sovietica perché effettuino la revisione delle leggi di Norimberga e la riabilitazione degli ufficiali, dei soldati e dei funzionari condannati a morte e all’impiccagione, dal momento che essi hanno obbedito tutti a precisi ordini dei loro comandanti”.

Altri giornali, però, tennero una linea ben diversa: si sforzarono di minimizzare quanto accaduto, di ridimensionare la portata dell’eccidio e se la presero persino con il minuto di silenzio osservato dal parlamento, che secondo loro si poteva interpretare come un segno d’incertezza e di scarsa sicurezza di sé. Le pene alle quali furono condannati gli assassini furono molto miti e quasi derisorie: il comandate della brigata della polizia di frontiera, MAGAV, fu condannato a pagare una multa  simbolica di dieci vecchi centesimi israeliani; nel giro di un anno, comunque, ottennero tutti la grazia e tornarono in libertà.

E tuttavia, il problema era stato posto, e da allora non ha cessato di lacerare le coscienze in Israele  e di creare una divisione, non tanto di carattere politico, ma etico, fra quanti ritengono giustificata qualsiasi azione di sicurezza militare, anche preventiva, e quanti sostengono che, dopo l’Olocausto, gli ebrei non possono macchiarsi di quel tipo di crimini senza automaticamente rinunciare alla pretesa della unicità e incommensurabilità della loro tragedia nazionale negli anni della Seconda guerra mondiale. Come scrive Tom Segev (cit., p. 278):

Il confronto fra il massacro di Kafar Kassem e i crimini nazisti elevata l’Olocausto a criterio per misurare l’eticità dei comportamenti nel campo dei diritti umani in generale e del conflitto arabo-israeliano in particolareNon era la prima volta che questo accadeva. In una delle sue prime sedute, il governo israeliano aveva discusso delle atrocità commesse dai suoi soldati contro la popolazione civile durante e dopo la guerra di indipendenza.

Il dilemma etico continua a interrogare la coscienza di quanti, in Israele, sono divisi fra il desiderio di rivendicare per la propria nazione un ruolo unico nella storia, come unica è stata la sua tragedia, e la disponibilità ad ammettere che, quando di tratta delle proprie necessità vitali, anche Israele agisce come qualsiasi altro stato, se necessario anche sacrificando le ragioni della giustizia in nome della sicurezza. Per esempio, ci si chiede se debba ritenersi moralmente lecita l’azione di eliminare fisicamente un terrorista palestinese che medita un attacco contro Israele, o il leader che offre una giustificazione ideologica e religiosa ad attacchi di tal genere, mentre si sta spostando a bordo di un’automobile e quindi non nel calore di un’azione bellica, ma a freddo, senza neppure l’ombra di processo né di un’inchiesta, e quindi in maniera non dissimile da come le organizzazioni criminali procedono ad eliminare i loro nemici? D’altra parte, questa problematica non può essere compresa nei suoi veri termini, da chi la consideri dall’esterno, se non si conosce bene la storia delle origini dello Stato d’Israele e la concezione etico-religiosa che ne è alla base. Anche se oggi deve lottare contro il terrorismo arabo e si presenta come una democrazia che lotta per difendersi  contro il fondamentalismo dei suoi nemici, Israele è nato anche da una serie di azioni terroristiche, prima dirette contro le forze militari inglesi, quando la Palestina era un mandato britannico, poi contro le popolazioni arabe, ogni qualvolta esse venivano percepite come una minaccia, reale o potenziale, nei suoi confronti. Si pensi all’assassinio dell’inviato delle Nazioni Unite, il conte Folke Bernadotte, per mano della banda Stern, il 17 settembre 1948; oppure all’attentato dinamitardo contro il King David Hotel di Gerusalemme, il 22 luglio 1946, che provocò novantuno morti di varie nazionalità. Per un fondamentalista ebreo (perché il fondamentalismo non è esclusivo degli arabi) azioni del genere sono pienamente giustificate nell’ottica delle Scritture talmudiche e, più in generale, dalla legge del taglione, enunciata nel Levitico (24, 20): frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Maggio 2020

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments