martedì, 22 Giugno 2021
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Quando Sadat attendeva Rommel con impazienza

Quando Sadat attendeva Rommel con impazienza. Alla fine di giugno del 1942 i nazionalisti egiziani contavano le ore e i minuti che mancavano al crollo della potenza coloniale inglese nel loro Paese. Le memorie di Anwar el-Sadat di Francesco Lamendola

Quando l’Afrika Korps e il Regio esercito, dopo aver battuto i britannici e averli cacciati fuori dalla Cirenaica, giunsero, inseguendoli, fino ad El Alamein, a poco più di 100 km. da Alessandria, alla fine del giugno 1942, i nazionalisti egiziani contavano le ore e i minuti che mancavano al crollo della potenza coloniale inglese nel loro Paese. Specialmente nell’esercito egiziano il movimento indipendentista contava numerosi seguaci, disgustati dalla debolezza e dall’accondiscendenza del giovane re Faruq verso la Gran Bretagna, che aveva reso l’Egitto praticamente uno Stato fantoccio nelle mani di questa; e anche dal fatto che la corruzione della pubblica amministrazione aveva raggiunto livelli intollerabili. Faruq, salito al trono a soli sedici anni, era rimasto impressionato dalla conquista italiana dell’Etiopia, nel 1935-36, e aveva firmato un tratto con i britannici, i quali si erano impegnati a ritirare le loro truppe da tutto il Paese, tranne che dalla zona del Canale di Suez e dal Sudan, il quale ultimo continuava ad essere un condominio anglo-egiziano. Nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, i coloni italiani adulti di sesso maschile erano stati internati in campi di prigionia e le forze armate britanniche avevano occupato nuovamente tutto l’Egitto, e fatto di Alessandria la principale base navale per la flotta di Sua Maestà che presidiava il Mediterraneo (cfr. il nostro articolo: Quando Hitler voleva assegnare l’Egitto all’Italia, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18/09/2019).

Per più volte le speranze dei nazionalisti egiziani si erano accese e poi smorzate, a seconda delle avanzate e delle ritirate dell’esercito italo-tedesco nella guerra che si combatteva nel deserto fra la Libia e l’Egitto. Adesso, all’inizio del’estate del 1942, sembrava che fosse giunta la volta buona e che nulla avrebbe impedito a Rommel si giungere fino ad Alessandria, e a Mussolini di fare il suo ingresso trionfale al Cairo. I militari nazionalisti dell’esercito egiziano non si erano limitati a sperare in una imminente vittoria delle forze dell’Asse; avevano anche stabilito o cercato di stabilire dei contatti, sia pure in maniera rudimentale e maldestra, con i loro servizi segreti, anche perché davano per certa la vittoria italo-tedesca e non volevano passare da una dominazione coloniale a un’altra, ma rivendicare il proprio diritto all’indipendenza presso i loro liberatori. In quei tentativi si era segnalato un giovane ufficiale di belle speranze, Anwar el-Sadat, di etnia nubiana, nato nel dicembre del 1918 e che perciò, all’epoca, aveva ventitré anni; era anche buon amico del futuro presidente Nasser, il quale, però, si trovava allora dislocato nel Sudan. Ecco come lui stesso ha rievocato quei tentativi nella sua autobiografia (da: A. Sadat, In cerca di una identità. Autobiografia; titolo originale: In Search of Identity. An Autobiography, 1977; traduzione dall’inglese di Francesco Saba Sardi, Milano, Mondadori, 1978, pp. 39-42):

Ogni giorno che passava cresceva l’animosità contro gli inglesi. Durante l’estate, il feldmaresciallo Rommel mise in ritta l’Ottava Armata britannica raggiungendo El Alamein a settanta chilometro da Alessandria. Gli egiziani allora diedero libero sfogo ai loro sentimenti repressi. Organizzarono dimostrazioni per le strade, al grido di slogan come: “Vieni avanti, Rommel!”, poiché nella sconfitta inglese vedevano l’unico mezzo per liberare il paese dalla potenza occupatrice. Gli inglesi, in preda al panico, cominciarono a bruciare documenti ufficiali e ad evacuare sudditi britannici e loro sostenitori verso il Sudan. La strada per l‘Egitto si spalancava davanti a Rommel, ora che si era impadronito di El Alamein: impossibile dubitare che continuasse l’avanzata su Alessandria e quindi sul Cairo. Pensavamo che fosse solo questione di tempo, addirittura di ore. Correva voce che l’Egitto sarebbe stato assegnato all’Italia e che Mussolini sarebbe entrato al Cairo come si usava ai tempi dell’impero romano.

Convocai una riunione dei miei amici dell’Organizzazione dei liberi ufficiali. Dissi loro che bisognava fare qualcosa, poiché non potevamo certo lasciare che Rommel invadesse l’Egitto senza opporre resistenza. Convenimmo che uno di noi doveva raggiungere El Alamein per riferire al feldmaresciallo che eravamo patrioti egiziani i quali avevamo costituito un’organizzazione in seno all’esercito; al pari dei tedeschi, anche noi stavamo combattendo contro gli inglesi, ed eravamo pronti a reclutare reparti che combattessero al loro fianco e a procurare fotografie aeree delle linee e posizioni delle forze britanniche in Egitto: ci saremmo assunti il compito di fare in modo che nessun soldato inglese riuscisse ad abbandonare il Cairo, in cambio della concessione della completa indipendenza del nostro paese, che non avrebbe dovuto essere assegnato all’Italia né cadere sotto la dominazione tedesca: nessuno avrebbe dovuto interferire nelle attività interne o esterne del nostro paese.

Questi i termini dell’accordo quali furono da me stilati e inviati a El Alamein a bordo di un aereo pilotato da Ahmed Saudi Hussein. Avevo all’epoca ventidue anni, e la proposta da me avanzata ottenne l’approvazione di tutti i miei commilitoni (eccezion fatta per Abdel Nasser, che come ho detto si trovava nel Sudan). Per garantire il rispetto dell’accordo dando una parvenza di legalità alla nostra azione, mi recai al mercato, dove acquistai diecimila bottiglie del tipo di cui servivamo per preparare le bombe Molotov. Quindi, al-Baghadi, Hassan Ibrahim, Ahmed Saudi Hussein e Hassan Izzat provvidero a riprendere fotografie aeree delle posizioni militari inglesi; le pellicole e la bozza di accordo furono poste in una valigia e consegnate a Saudi perché le portasse a Rommel a El Alamein.

Quel giorno, l’aero di Hassan Ibrahim doveva tenersi pronto a decollare su allarme; Ibrahim cedette il proprio posto a Saudi, il quale decollò come per un regolare volo di ricognizione, puntando però su El Alamein. Si trattava, inutile dirlo, di un aereo di fabbricazione inglese, precisamente un Gloster Gladiator. La conseguenza fu che sebbene Saudi avesse segnalato di essere un amico, la contraerea tedesca lo abbatté e Ahmed Saudi restò ucciso. Quando giunse notizia che l’aereo era andato perduto, Hassan Ibrahim fu sottoposto a procedimento disciplinare, cosa che gli costò il ritardo nella promozione; ma le autorità non scoprirono dietro l’incidente l’esistenza di un piano preciso.

All’epoca, prestavo servizio presso il Genio comunicazioni  ad Al-Jabal al-Asfar vicino al Cairo. Aspettavo un messaggio da Saudi o dai tedeschi ma, poiché non arrivava nulla, cominciai a preoccuparmi. Poi, un bel giorno, ebbi una sorpresa. Hassan Izzat venne da me e mi disse che due ufficiali dell’esercito tedesco volevano mettersi in contatto con me in vista di un’eventuale collaborazione. Ne fu assai felice: la ritenni anzi una vera e propria benedizione.

Uno dei due si chiamava Eppler; sua madre, tedesca, aveva sposato un giudice della Copre Suprema egiziana, con cui aveva avuto un figlio, Hassan Gafar, un uomo molto ammodo. Eppler era però alquanto diverso dal fratellastro. Vissuto a lungo in Egitto, parlava correntemente l’arabo, aveva persino un nome arabo, Hussein Gafar, ma il patrigno egiziano lo aveva cacciato di casa per la sua cattiva condotta. L’altro era un ufficiale dei servizi comunicazioni che non sapeva una parola di arabo. Chiesi loro come fossero riusciti a entrare nel nostro paese; mi risposero che si erano travestiti da ufficiali dell’Ottava Armata britannica e quindi, seguendo le piste dei beduini, note soltanto ai nomadi del deserto, avevano raggiunto l’oasi di al-Kahalrjah e di là Asyut e il Cairo.

Qui, Eppler e il suo collega che si faceva chiamare Sandy, avevano preso l’abitudine di passare le serate al Kit Kat Night-Club, senza curarsi affatto di passare inosservato. Poiché avevano con sé un bel po’ di sterline stampate in Grecia, e poiché si mostravano assai generosi, avevano attirato l’attenzione di tutti, e alla fine una danzatrice li aveva denunciati alle autorità. Ovviamente, come seppi più tardi, i servizi d’informazione inglesi avevano cominciato a tenerli d’occhio ma, quando mi incontrai con loro, sapevo soltanto che abitavano su una casa galleggiante sul Nilo, nei pressi del Kit Kat, che ad affittarla per loro era stata Hikmat Fahmi, ballerina di un altro locale notturno, il Badiah Musabni, e che erano in possesso di una radiotrasmittente tedesca guasta.

Mi recai con loro alla casa galleggiante per esaminare l’apparecchio. In realtà, ce n’era anche un altro, questo di fabbricazione americana e nuovo di zecca, un’ottima radiotrasmittente di grande potenza, precisamente un Halicrafter/Skychallenger. L’apparecchio tedesco era invece fuori uso, e Eppler mi spiegò che quando si era guastato, aveva preso segretamente contatto con l’ambasciata svizzera (la Confederazione Elvetica era il paese che rappresentava gli interessi tedeschi in Egitto durante la guerra) e che il funzionario addetto alla sezione tedesca, anch’egli di tale nazionalità, gli aveva fornito la nuova radio americana. La quale, costatai, era in effetti assai migliore della tedesca; entrambe tuttavia mancavano di manopole, e io proposi di applicarne altre, fabbricate in Egitto. I due acconsentirono, e quindi presi la trasmittente e, caricatala su un taxi, la portai a casa mia a Kubri al-Qubbah.

La provai e costatai che era davvero molto potente. Ne fui assai compiaciuto pensai che finalmente saremmo stati in grado di metterci in comunicazione con Rommel, rendergli note le nostre condizioni per prestare aiuto ai tedeschi, le stesse indicate nella bozza di accordo che ora ne sono persuaso, non gli era mai pervenuta. Il lungo silenzio seguito al nostro tentativo di metterci in contatto con Rommel mi preoccupava: non potevamo certo starcene con le mani in mano: il tempo non lavorava per noi. I tedeschi avrebbero potuto entrare al Cairo da un momento all’altro, per lo meno così supponevo; e, se questo fosse accaduto in mancanza di accordi preventivi, se cioè Rommel non fosse stato messo al corrente della nostra resistenza agli inglesi e dell’assistenza che la nostra organizzazione era disposta a dargli in cambio dell’indipendenza dell’Egitto, c’era il rischio che il giogo inglese fosse sostituito da un altro, tedesco o italiano. Per uscire da quel vicolo cieco, esisteva un’unica strada: mettersi direttamene in contatto con Rommel, ed ecco che finalmente disponevo di un mezzo di comunicazione, dopo l‘evidente fallimento del metodo precedentemente scelto. Non mi restava altro da fare che portare la trasmittente nella mia officina di al-Jabal al-Asfar per un collaudo definitivo, e quindi cominciare a servirmene.

Ma di quella radio, Sadat non ebbe modo di servirsi: il controspionaggio britannico arrestò i due agenti tedeschi, la notizia filtrò negli ambienti nazionalisti egiziani e lui decise di nascondere la trasmittente. La sera stesa, i poliziotti vennero ad arrestarlo, ed egli riuscì a nascondere la radio appena in tempo: se glie l’avessero trovata, sarebbe stato perduto, mentre così, in assenza di prove certe della sua colpevolezza, poté ostinarsi a negare ogni addebito, anche se non venne creduto. La detenzione non fu lunga, anche se venne accompagnata dalla privazione dei gradi di capitano. Ma nella terza battaglia di El Alamein (23 ottobre-4 novembre 1942), il maresciallo Montgomery riportò una vittoria decisiva sulle forze italo-tedesche, la possibilità di un’invasione dell’Egitto sfumò, e questa svolta nell’andamento della guerra, paradossalmente, rese gli inglesi più morbidi con gli egiziani sospettati di nutrire simpatie per le potenze dell’Asse, tanto che Sadat venne rilasciato senza ulteriori complicazioni, nel quadro di una politica di distensione il cui scopo era scongiurare una sollevazione anti-britannica, evitando di esacerbare i sentimenti patriottici del popolo egiziano.

Per la verità, dal racconto di Sadat emergono non soltanto l’improvvisazione e il dilettantismo dei nazionalisti egiziani, nonché la loro ingenuità nel pensare che bastasse mandare un aereo e qualche fotografia a Rommel, per conquistarsi il diritto di trattare con la Germania e con l’Italia da pari a pari, e di pretendere l’impegno dell’Asse al pieno riconoscimento dell’indipendenza egiziana, ma anche una notevole dose d’impreparazione e superficialità da parte degli agenti tedeschi, i quali si comportarono nel modo più imprudente, attirando su di sé l’attenzione generale e, del resto, frequentando ambienti di per sé equivoci e pericolosi, invece di cercar di farsi notare il meno possibile. Sembra inverosimile che il figlio di una tedesca e un cittadino egiziano, che viveva in Egitto, non immaginasse che sarebbe stato quanto meno sottoposto a una discreta sorveglianza da parte delle autorità britanniche, specialmente nel momento in cui pareva che l’Egitto stesse per cadere come un frutto maturo nelle mani di Rommel. E questo è il minimo che si possa dire del modo in cui i tedeschi condussero la loro azione di spionaggio al Cairo, nel momento decisivo della campagna di Rommel in Africa settentrionale. Del resto, questo episodio non è che il riflesso di una situazione più generale: il livello complessivamente modesto, per non dire mediocre, dello spionaggio tedesco, non solo nella Seconda guerra mondiale, ma anche nella Prima. La decrittazione, da parte alleata, della macchina Enigma, che permise alla Gran Bretagna di venire a conoscenza, in particolare, dei movimenti della flotta tedesca e italiana, in seguito alla cattura di un sottomarino tedesco che aveva a bordo l’apparecchio e anche i documenti di cifratura, nel maggio 1941, ne è un esempio. Il fatto poi che il comandante supremo dell’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, l’ammiraglio Wilhelm Canaris, fosse un convinto antinazista, il quale sarà pienamente implicato nel complotto del 20 luglio 1944 (in seguito al cui fallimento verrà giustiziato, il 9 aprile 1945, nel campo di concentramento di Flossenburg), non facilitava le cose, perché era cosa difficilissima e quasi impossibile, per Canaris, evitare che le manovre occulte per ingannare Hitler e indebolire il suo potere non avessero, quale effetto collaterale, dei risvolti negativi sull’efficienza delle operazioni militari tedesche.

Si sarà notato che Sadat, nelle sue memorie, parla sempre di Rommel e dell’esercito tedesco, e che nomina l’Italia solo per ricordare che gli egiziani si attendevano un ingresso trionfale di Mussolini al Cairo, e per esprimere il timore che l’Egitto potesse cadere sotto il protettorato italiano, dopo la cacciata dei britannici. Eppure, a El Alamein, nella prima battaglia (dal 1° al 27 luglio) le forze dell’Asse contavano 56.000 italiani e solo 40.000 tedeschi; e nella terza e decisiva battaglia, quella dell’ottobre-novembre, i tedeschi effettivamente in campo erano meno di 30.000, su un totale di circa 100.000. Tuttavia, nella guerra del deserto la quantità di uomini è secondaria, come si era visto nella battaglia di Sidi El Barrani del dicembre 1940 (nota come Operazione Compass, dove 36.000 britannici avevano sconfitto 150.000 italiani); molto più importante è la disponibilità di carri armati pesanti, di camion per il trasporto delle truppe, di una copertura aerea adeguata, e, naturalmente, di carburante e di artiglieria controcarro e contraerea; e in tutti questi settori i tedeschi erano più forti dei loro alleati. È quindi abbastanza naturale che Sadat parli dell’armata di Rommel come di un’armata puramente tedesca; del resto, anche moltissimi autori anglosassoni cadono nello stesso errore, o meglio nella stessa sciatteria storiografica. Resta il fatto che i patrioti egiziani erano consapevoli della concreta possibilità che l’Egitto diventasse un protettorato italiano, tanto più che Mussolini, entrando in guerra, aveva assunto la veste di “protettore dell’islam” allo scopo di attirare le simpatie di tutti i nazionalisti arabi, compresi gli iracheni di Rashid Alì al-Kaylani che nel maggio 1941 sostennero una breve e sfortunata guerra contro le forze britanniche nel loro Paese (cui parteciparono anche, ma invano, squadriglie aeree tedesche e italiane). Ovviamente il prestigio dell’Italia agli occhi delle popolazioni islamiche non poteva non risentire del fallimento della “guerra parallela” e delle sconfitte subite su numerosi fronti dalle sue forze armate, mentre quello della Germania continuò ad essere in ascesa fino alla battaglia di Stalingrado, cioè fino all’inverno 1942-43. Nell’estate del 1942 esso toccò il punto più alto perché, mentre Rommel era giunto a El Alamein, nella Russia sud-orientale (Operazione Blu) un potente gruppo di armate germaniche al comando del feldmaresciallo Wilhelm von List si era spinto vittoriosamente, attraverso il Kuban,  fino alle pendici settentrionali del Caucaso, la cui cima, il Monte Elbrus (5.621 metri s.l.m. ), il 21 agosto venne scalata da una squadra di alpini tedeschi che vi piantarono la bandiera con la svastica. Tale mossa parve il preludio di una invasione del Medio Oriente attraverso la Turchia o l’Iran, per poi dilagare in Mesopotamia, là dove il filo-tedesco e filo-italiano Al Kaylani aveva fallito l’anno precedente.

Da parte sua la massima autorità politico-religiosa islamica, il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, aveva preso contatti sia con Roma che con Berlino fin da prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dopo aver scatenato una sanguinosa ribellioni antibritannica e antiebraica in Palestina, dal 1936 al 1939, e aver partecipato alla breve guerra anglo-irachena del 1941, era riuscito a fuggire in Iran sotto false generalità, munito di un passaporto italiano, e aveva poi raggiunto l’Europa, incontrandosi sia con Mussolini, a Roma, sia con Hitler, a Berlino, per concordare una strategia comune antibritannica e antisionista. Dato il suo odio inveterato per gli ebrei, Husseini dovette trovarsi maggiormente in sintonia con i nazisti tedeschi, più che con i fascisti italiani. Ad ogni modo, egli insisté presso il governo italiano per la formazione di un reparto inquadrato nel Regio esercito e formato da iracheni siriani, palestinesi e di alte nazionalità arabe, fuggiti dalla sovranità britannica e francese, con funzioni di incursori, sabotaggio e spionaggio, che effettivamente prese vita col nome di “Formazioni A” (“A” per arabo), al comando del maggiore Ugo Donati, che tuttavia ebbe modesto sviluppo (circa 650 uomini, di cui poco più di 100 volontari arabi). Assai più consistente fu invece la collaborazione militare coi tedeschi, che portò alla formazione di una divisione di Waffen SS costituita da bosniaci musulmani, la 13a Divisione Handschar, sotto il comando di ufficiali tedeschi, che fu impiegata sia in Iugoslavia, contro i partigiani (Operazione Sava, marzo 1944), sia sul fronte orientale, che si batté con accanimento e mostrò notevoli qualità militari.

E l’Italia, sul fronte dello spionaggio, non fece nulla, mentre i suoi soldati entravamo in Egitto e la conquista di quel Paese pareva cosa imminente? Questo è un capitolo di storia poco esplorato e pochissimo conosciuto, sul quale ci proponiamo di tornare un’atra volta, in maniera più specifica. Per adesso ci limiteremo a fare il nome di una donna, Hamadeh Ikbal, una sceicca libanese innamorata del nostro Paese, che svolse attività di spionaggio a favore dell’Italia e che credé nella sua missione storica nel mondo mediorientale, nonché nella sua vittoria finale nella Seconda guerra mondiale, più di quanto ci credessero gli italiani stessi. Le sue memorie sono affidate a un libro, Fui la Mata Hari dell’Oriente?, che trasudano una fede sconfinata e commovente nella sua seconda patria, l’Italia. Senza dubbio questo libro interessante non sarebbe passato pressoché inosservato se al valore del soldato italiano, come ricorda la lapide posta presso il sacrario militare di El Alamein, si fosse unita la fortuna, e l’esito della guerra fosse stato perciò diverso. Ma, come è noto fin dall’antichità, mentre la vittoria ha cento padri, la sconfitta è figlia di nessuno. E così, mentre le memorie della signora Ikbal sarebbero state apprezzate e valorizzate, e la sua figura sarebbe oggi nota a tutti, qualora il nostro Paese fosse uscito vittorioso dalla Seconda guerra mondiale, come era uscito dalla Prima, la sconfitta e la totale mortificazione del sentimento nazionale seguita al modo in cui avvenne la disfatta, con la tragica appendice della guerra civile, fecero sì che quel libro scivolasse nell’oblio, tra l’indifferenza generale, e che nessuno, oggi, ricordi il nome di quella coraggiosa straniera che ebbe fede nella grandezza dell’Italia, quando tanti italiani non ne avevano già più nemmeno un po’.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Ottobre 2019

Del 31 Ottobre 2020 

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