domenica, 13 Giugno 2021
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Ricorre il centenario della «decena tragica» di Città del Messico (9-18 febbraio 1913)

Ricorre il centenario della «decena tragica» di Città del Messico (9-18 febbraio 1913). Povero Messico, è stato detto, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti. Gli Americani dovrebbero chiedersi tante cose di Francesco Lamendola  

È da poco trascorso il centesimo anniversario della “decina tragica” o “decade tragica” (in spagnolo: “decena tragica”), una fulminea guerra civile e un drammatico colpo di Stato che abbatterono il prino governo liberale del Messico moderno, quello del presidente Francisco Indalencio Madero, succeduto alla lunga stagione del dittatore Porfirio Diaz. Ebbe luogo dal 9 al 18 febbraio 1913 e passò quasi inosservata nel resto del mondo, perché, in quel momento, l’Europa si stava avviando a grandi passi verso la tragedia della prima guerra mondiale, allorché milioni di combattenti si fronteggeranno, dalla Svizzera al Mare del Nord e dal Baltico al confine romeno, in quello che si può considerare come l’inizio del declino irrimediabile della civiltà occidentale moderna e anche del predominio politico ed economico europeo sul resto del mondo. Si tratta di un episodio non molto conosciuto al grosso pubblico occidentale, comprese le persone di media cultura; e notissimo, invece – tristemente noto, in verità -, presso quella messicana, che ne custodisce gelosamente la memoria e che la considera inseparabile dalla perfidia dello Zio Sam, lo strapotente vicino americano

Gli Stati Uniti d’America, che, per il momento, non mostravano alcuna intenzione di intervenire nel conflitto europeo – ma che lo avrebbero fatto nel 1917, quando Woodrow Wilson, eletto con la promessa di tenere il Paese neutrale e poi fulmineamente convertitosi alla guerra, anzi, autoproclamatosi banditore di cieli nuovi e terre nuove, per ricostruire il mondo dalle fondamenta – tenevano d’occhio con preoccupazione l’evolvere della situazione oltre le loro frontiere meridionali: essi avevano enormi interessi economici, oltre che strategici, nel Messico (latifondi e miniere), interessi che avevano prosperato sotto il regime corrotto e paternalistico di Porfirio Diaz, abituato a reprimere il malcontento dei “peones”, i contadini poveri, con rappresaglie sanguinose per mezzo dei “rurales”, un corpo di gendarmeria a cavallo, mentre avevano molto da perdere qualora il neopresidente Madero, un liberale timido, ma pieno di buone intenzioni, avesse attuato anche solo una parte delle riforme che la stragrande maggioranza del popolo e della stessa borghesia aspettavano con ansia. Ed è per questo che l’ambasciatore statunitense a Città del Messico, Henry Lane Wilson, non esitò a mettersi al centro di un tenebroso complotto per manovrare le forze ostili a tali riforme, e particolarmente l’ambiente degli alti comandi militari, in modo da rovesciare lo scomodo Madero, così come avrebbe fatto la C.I.A., nel 1973, con il generale Augusto Pinochet, contro il presidente cileno Salvador Allende e il suo governo, democraticamente eletti. Il ruolo giocato dall’ambasciatore Wilson nell’insurrezione militare che diede il via alla “decina tragica” e al successivo assassinio di Madero è oggi storicamente accertato al di là di ogni possibile dubbio e resterà scolpito nella coscienza dei Messicani, e di tutti i popoli latino-americani, come un tipico esempio del cinismo e della violenza con cui le banche e le grandi aziende statunitensi, sostenute dal loro governo, hanno sempre condotto la loro azione nei confronti delle nazioni a Sud del Rio Grande, in omaggio alla “dottrina Monroe”, dietro la rassicurante facciata democratica e l’ipocrita pretesa di voler “difendere” tali Paesi dalle ambizioni delle potenze europee.

In realtà, non è che Madero, giunto al potere nel 1911, dopo essersi candidato alle elezioni presidenziali contro Diaz e dopo aver vinto una prima, breve guerra civile contro il dittatore recalcitrante ad abbandonare la poltrona, si fosse mostrato sollecito nella realizzazione delle riforme sociali contenute nel suo ”Piano di San Luis Potosi”. Temendo il contraccolpo che esse avrebbero potuto provocare, sia a livello interno che a livello internazionale, egli si mostrò estremamente prudente, per non dire esitante, tanto da conservare al loro posto gran parte dei collaboratori dl deposto dittatore Diaz e di riporre la sua fiducia, quale capo di Stato Maggiore dell’esercito, nel generale Victoriano Huerta, un indio alcolizzato e forse pazzo, affidandogli, per di più, l’incarico di condurre una spedizione punitiva contro i due capi rivoluzionari Pascual Orozco ed Emiliano Zapata.Questi, in un primo tempo, avevano appoggiato Madero contro Diaz; ma poi, delusi dal mancato avvio della riforma agraria, invece di deporre le armi, avevano proseguiti la lotta armata contro le forze governative, occupando le terre dei latifondisti; i quali, più che mai preoccupati, avevano preteso da Madero che desse prova della sua affidabilità, conducendo una energica azione repressiva contro i “peones” insorti; ciò che, peraltro, non era bastato a rassicurarli interamente, perché, in cuor loro, essi erano convinti che le loro proprietà non sarebbero mai state al sicuro sotto il governo del debole Madero, che aveva commesso l’errore di fare appello ai contadini per costringere Diaz ad abbandonare il Paese. Soltanto Pancho Villa, che da Huerta stava per essere fucilato e che era stato salvato dall’intervento personale di Madero, era rimasto fedele al presidente, mentre le masse contadine si erano allontanate da lui; la fedeltà di Villa rimarrà legata alla memoria del presidente assassinato anche in seguito, quando, insieme a Zapata, il 6 dicembre 1914 occuperà Città del Messico, e si troverà sostanzialmente d’accordo su tutto con il capo  contadini del Morelos, tranne che su una cosa: il giudizio politico e umano su Madero, fortemente negativo per Zapata, riconoscente e commosso da parte di Villa.

Huerta, dunque, dopo aver marciato contro Orozco nel Chihuahua e averlo sconfitto, rientra a Città del Messico, rafforzato dal successo militare; ma nel Sud rimane in armi Zapata, che ha lanciato il suo Piano di Ayala e le cui truppe, al grido di “Terra e Libertà” e con lo stendardo della Vergine di Guadalupe, non demordono. Huerta si prepara a marciare anche contro Zapata, ma prima prende accordi con l’ambasciatore americano Wilson e con alcuni capi dell’esercito: ormai ha deciso di sbarazzarsi di Madero e di puntare egli stesso ad autoproclamarsi presidente.

Il 9 febbraio 1913 un reparto dell’esercito, al comando del generale Manuel Mondragon, insorge contro Madero e il generale a lui fedele, Lauro Villar; vengono liberati a viva forza due generali ribelli, che il presidente aveva fatto arrestare: Bernardo Reyes e Felix Diaz; sono prese d’assalto alcune postazioni strategiche della capitale messicana e viene proclamato lo stato d’assedio. A questo punto le truppe ribelli marciano sul Palazzo Nazionale, ma vengono respinte da truppe fedeli al governo; poco dopo il generale Reyes muore crivellato di colpi, mentre tenta di spingere alla sedizione le truppe lealiste. Il primo giorno di combattimenti è costato la vita a più di 800 persone, di cui circa 150 militari delle due parti, e il resto civili. Sarebbe troppo complicato seguire, giorno per giorno, l’andamento della “decina tragica”, con i combattimenti strada per strada; le mitragliatrici che spazzano case e cortili, appostate sui balconi e dietro le finestre; le granate dell’artiglieria che piovono su tetti, esplodendo; il quotidiano tributo di sangue della popolazione; le trattative e le congiure che s’intrecciano alle spalle dei combattenti, le perfide manovre, gli accordi inconfessabili. Huerta, incaricato personalmente da Madero di por fine al massacro con un attacco decisivo, promette e continua a rimandare, accampando scuse: in realtà, sta perfezionando il suo voltafaccia, sta pattuendo il prezzo del tradimento.

Il 18 febbraio terminano, praticamente, i combattimenti, che hanno provocato qualcosa come 5 o 6.000 morti in totale. L’accordo fra i congiurati è stato raggiunto, Huerta si è inteso con Felix Diaz: Madero verrà deposto e lo stesso Huerta formerà un governo provvisorio, teoricamente allo scopo di indire nuove elezioni; Reyes gli dà il benestare, puntando a candidarsi egli stessi per farsi eleggere nuovo capo dello Stato. Il 19 febbraio, Huerta si proclama presidente, mentre le truppe della Cittadella uccidono il fratello di Madero, Gustavo, dopo averlo crudelmente torturato e avergli cavato l’occhio di vetro con la baionetta. Verso la mezzanotte del 22, Madero e il vicepresidente Pino Suarez, ai quali è stata estorta una rinuncia legale alle loro cariche con la promessa di aver salva la vita, vengono trasferiti dal Palazzo, in automobile, verso un’altra destinazione; a un certo punto vengono fatti scendere e uccisi sul posto dalla scorta. L’ambasciatore Wilson, a conoscenza di tutto, non ha cessato per un solo momento di intrigare e complottare, esercitando anche pressioni sul corpo diplomatico europeo per isolare e screditare Madero e presentando al presidente William Howard Taft una versione addomesticata di quanto stava accadendo a Città del Messico.

Ed ecco la testimonianza della vedova di Madero, Sara Pérez, rilasciata al giornalista Robert Hammond Murray,  sul colloquio avuto con l’ambasciatore Henry Lane Wilson il 20 febbraio, mentre Madero era prigioniero di Huerta ed ella cercava di far recapitare al presidente Taft un telegramma in cui chiedeva aiuto per salvare la vita di lui  (da: Jesus Silva Herzog, «Storia della rivoluzione messicana»; titolo originale: «Breve Historia de la Rivoluciòn Mexicana», traduzione dallo spagnolo di mariano de Angelis, Milano, Longanesi & C., 1975, vol. 1, pp. 210-11):

«D. Cosa accadde dopo che lei ebbe consegnato all’ambasciatore il telegramma diretto al presidente Taft?

R. L’ambasciatore mi disse: “Sarò sincero con lei, signora. La caduta di suo marito è dovuta al fatto che egli non volle mai consultarmi”. Non potei rispondere nulla, poiché ero andata a chiedere un favore e a sollecitare l’intercessione per la vita di mio marito e non a discutere di politica e della condotta di chicchessia.

D. Che altro disse l’ambasciatore?

R. Egli continuò dicendo: “Lei sa, signora, che suo marito aveva idee molto singolari”. Io gli risposi: “Signor ambasciatore, io marito non aveva idee singolari, bensì alti ideali”. L’ambasciatore non rispose, e io continuai dicendogli che sollecitavo la stessa protezione per il vicepresidente Pino Suarez. Allora repentinamente s’agitò, e mi disse: “Pino Suarez non è nulla di buono e non posso dare nessuna assicurazione a suo proposito. Egli è colpevole della maggior parte delle difficoltà che ha avuto suo marito. Questa categoria i uomini deve sparire, egli è uno dei capi della “porra”. L’ambasciatore usava il termine con il quale si designava volgarmente il Partito progressista che il presidente Madero aveva fondato durante la campagna elettorale.

D. Cosa voleva intendere l’ambasciatore affermando che Pino Suarez dovesse sparire?

R. Io capii che si sarebbe dovuta sacrificare la vita del vicepresidente, e perciò feci sapere che il signor Pino Suarez aveva moglie e sei figli che sarebbero rimasti nella miseria se egli fosse morto.

D. E cosa disse a riguardo?

R. Alzò le spalle. Mi disse che il generale Huerta lo aveva consultato sul come comportarsi con i prigionieri. “E lei cosa gli ha detto?”, domandai. “Gli dissi che facesse ciò che era meglio per gli interessi del Messico”, rispose. Mia cognata non poté fare a meno di interromperlo, dicendo: “Come?E lei gli disse questo? Lei sa bene che specie di uomo è Huerta e chi è la sua gente; essi uccideranno tutti”.

D. Cosa rispose a questo l’ambasciatore?

R. Non rispose nulla, ma rivolto a me, disse: “Lei sa che suo marito è impopolare, che il popolo non condivideva la sua politica”. “Bene – gli risposi – se ciò è vero perché non lo rimettete in libertà e lo lasciate andare i Europa, dove non potrebbe arrecare fastidio di sorta” L’ambasciatore mi rispose: “Non si preoccupi lei, n si spaventi: non faranno nulla di male alla persona di suo marito. So in ogni particolare che così sarà. Per questo suggerii che suo marito rinunciasse”. […]

D. Come finì l’incontro?

R. Quando l’incontro si concluse e lasciammo l’ambasciata non avevamo ottenuto altro che la promessa dell’ambasciatore che la persona del presidente non avrebbe subito alcun danno, e che avrebbe inviato al Presidente Taft il messaggio in cui si chiedeva di salvare la vita dei prigionieri.

D. La promessa dell’ambasciatore fu mantenuta?

R. Due giorni dopo i prigionieri vennero assassinati.»

Povero Messico, è stato detto, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti. Ed è una storia che si è ripetuta con diversi dittatori, anche i più impresentabili, come François Duvalier ad Haiti. Per capire fenomeni come quello di Chavez in Venezuela, bisogna tener conto della percezione che i Latinoamericani hanno degli “yankees”; e che è condivisa anche da molti altri popoli del Sud del mondo. Gli Americani dovrebbero chiedersi perché l’11 settembre 2001 tanti abbiano festeggiato…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26/04/2013 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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