lunedì, 20 Settembre 2021
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Sfuma, a Tagliacozzo, l’ultima chance d’un regno italiano indipendente

Sfuma, a Tagliacozzo, l’ultima chance d’un regno italiano indipendente. Con essa il partito ghibellino ricevette un colpo dal quale non si sarebbe mai più ripreso veramente con essa inizia l’agonia del Medioevo di Francesco Lamendola  

Con la battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266 e la morte dello scomunicato Manfredi sul campo (che Dante vorrà porre, nonostante tutto, in Purgatorio, attribuendogli un’improbabile pentimento “in extremis”) sembra che il sipario sia calato sulle sorti del partito ghibellino e sulla possibilità che un regno italiano “de facto” sorga dall’eredità normanna e dalla politica sveva del grande Federico II (cfr. il nostro precedente articolo «Tramonta con Manfredi, a Benevento, la stella del partito ghibellino (1266)», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/03/2014).

Adesso, infatti, il regno di Sicilia è passato saldamente nelle mani di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX detto il Santo, e le sorti del partito guelfo, dopo la terribile disfatta di Montaperti del 4 settembre 1260, si sono bruscamente rialzate: di nuovo debole e lontana la presenza dell’imperatore, di nuovo amica, e assai vicina, la presenza del pontefice: tutto sembra perduto per le sorti della casa di Svevia nella Penisola e per i suoi seguaci italiani, i molti fuoriusciti dei comuni guelfi e alcuni signori della Toscana e dell’Italia settentrionale.

Eppure, la partita non è ancora perduta interamente: c’è ancora un filo di speranza, legato all’ultimo rampollo della dinastia sveva, quel Corradino di Hohenstaufen, figlio dell’imperatore Corrado IV e di Elisabetta di Wittelsbach e dunque nipote del grande Federico, che era rimasto orfano di padre a soli due anni di età ed era poi cresciuto in Baviera, tagliato fuori dagli avvenimenti italiani dopo che suo zio Manfredi era stato praticamente costretto dai maneggi della Curia pontificia – prima di Innocenzo IV, poi di Alessandro IV, indi di Urbano IV e da ultimo di Clemente IV – a farsi usurpatore e a prendere per sé la corona del regno di Sicilia, a detrimento dei diritti del giovanissimo nipote.

Corradino era stato re di Sicilia, ma solo di nome, dal 1254, con la morte di suo padre, al 1258, allorché Manfredi, fatta spargere la voce della sua morte, aveva cinto in Palermo la corona regale. Le cose stavano a questo punto allorché, con la conquista del regno di Sicilia da parte di Carlo d’Angiò e la morte in battaglia di Manfredi, il partito ghibellino d’Italia, rimasto senza un capo riconosciuto da tutti (condottieri come Farinata degli Uberti, peraltro morto fin dal 1264, godevano di un certo prestigio solo in ambito locale, né possedevano i mezzi necessari per condurre una politica di vasto raggio), si ricordò del fatto che in Germania viveva ancora un  erede della casata sveva e si affrettò a inviare suppliche a Corradino, affinché questi scendesse nella Penisola e riprendesse in mano le loro sorti, insieme ai diritti ereditari della sua casata.

I feudatari tedeschi rimasero sostanzialmente estranei alla preparazione e all’avvio dell’impresa: dal loro punto di vista, e giustamente, il fatto che Corradino si accingesse a spostare nuovamente in Italia il baricentro dell’Impero li lasciava sospettosi e perplessi; anche se, a ben guardare, era proprio il legame politico e spirituale, con l’Italia, che aveva reso possibile la loro resistenza vittoriosa alle velleità di centralizzazione del potere imperiale, e, in ultima analisi, ciò che aveva impedito il sorgere, in Germania, di una monarchia nazionale, così come stava accadendo in Francia, in Inghilterra, in Spagna. Nell’Italia meridionale, invece, grazie ai Normanni e a Federico II, si era formata una monarchia centralizzata, che se era qualcosa di meno di una monarchia nazionale (perché non comprendeva che una parte della Penisola e perché gli ultimi Svevi, dopotutto, erano pur sempre tedeschi, anche se sul punto di italianizzarsi), era però molto più del regno di Germania, e ovviamente del fantomatico regno d’Italia (cioè l’Italia centro-settentrionale), uno stato “moderno”, o in procinto di divenir tale, con una burocrazia, una amministrazione, una finanza e un esercito relativamente efficienti e ben coordinati. Ora tutto ciò era passato nelle mani degli Angioini, i quali, in verità, non seppero proseguire sulla via della modernizzazione, ma preferirono comportarsi come una dinastia straniera in terra di conquista, tanto più che il voltafaccia di gran parte dell’aristocrazia feudale ai danni di Manfredi aveva convinto Carlo (e i suoi successori) che erano bene non fidarsi affatto della collaborazione di quella gente, ma puntare su funzionari e amministratori provenienti dalla Francia e dalla Provenza.

D’altra parte, Carlo, per conquistare il regno di Sicilia, si era indebitato fino al collo: in pratica, era stato costretto a combattere e a vincere, per poter raccoglier e il denaro necessario a pagare i suoi finanziatori: la Curia pontificia e i banchieri fiorentini. Da ciò lo spietato inasprimento della pressione fiscale, che divenne così insopportabile, da indurre molti nobili – fra i quali spiccavano, per nome e per potenza, i Lancia – a guardare a Corradino come all’unica possibile soluzione per liberarsi dalla tirannia dell’Angioino. A ciò si aggiungeva lo scontento di quanti, come le truppe saracene, rimpiangevano gli Svevi e la loro illuminata tolleranza religiosa, né sapevano adattarsi alla durezza e all’arroganza dei nuovi padroni: la rivolta di Lucera, che resistette con successo all’assedio delle truppe angioine, rappresentò un episodio allarmante per Caro d’Angiò, appena venuto in possesso del suo regno.

Corradino, allora sedicenne, partì dalla Germania nel settembre del 1267, il 21 ottobre giunse a Verona, in gennaio uscì da Pavia e da Vado Ligure, via mare, si portò nella fedelissima Pisa, ove, ai primi di maggio, fu raggiunto dal grosso dell’esercito; finalmente, il 24 luglio 1268, era a Roma, e in agosto entrava nel regno di Sicilia, dirigendosi, appunto, su Lucera. Carlo d’Angiò lo attese ai Piani Palentini, non lungi da Tagliacozzo, e i due eserciti giunsero l’uno di fronte all’altro il 23 agosto.

Quella che ne seguì fu una delle più strane battaglie della storia: una battaglia in cui, più che in molti altri caso, a vincere non fu il valore, e neppure la forza del numero – ché l’esercito di Corradino era  da una volta e mezza al doppio di quello di Carlo -, ma l’astuzia, nel senso più sottile del termine: una trovata geniale, anche se relativamente semplice, di Alardo di Valéry, considerato uno dei più abili comandanti dell’epoca, il quale consigliò il suo sovrano di tenere in riserva, ben nascosto dietro una collina, il nerbo della sua cavalleria, in modo che il nemico non potesse neanche sospettarne la presenza. E poi, fu solo questione di saldezza di nervi, qualità che all’Angioino non mancava certamente: stare a guardare mentre una parte del suo esercito veniva fatta a pezzi, e ucciso Henry de Cousances, suo aiutante di campo, il quale, per l’occasione, aveva indossato i suoi abiti e le sue insegne: cosa che diede subito alla testa degli ingenui cavalieri tedeschi, spagnoli e italiani, i quali s’illusero di aver già vinto e si dispersero, dandosi al saccheggio del campo nemico, quando la mossa decisiva doveva ancora essere giocata.

Ecco come lo storico tedesco Hans Prutz, nella sua nota monografia «Storia degli Stati medievali nell’Occidente», ha ricostruito le drammatiche vicende di quella memorabile giornata (cit. in: O. Ortolani, M. Pagella, «Il tempo e le opere»Firenze, Felice Le Monnier, 1967, pp. 108-110):

«Informato della marcia di Corradino su Roma, Carlo d’Angiò si propose di sbarrare la strada a Corradino ch che, attraverso la strada di Avezzano e Sulmona,  tentava di raggiungere le Puglie per ricongiungersi ai saraceni insorti [di Lucera]. L’esercito ghibellino era forte di circa diecimila uomini mentre  le forze guelfe contavano seimila soldati.

Dopo una marcia estenuante attraverso i monti, Corradino riuscì ad eludere la vigilanza dell’avversario e a sboccare nella pianura del Salto, dove il 21 agosto pose il campo tra Avezzano e Tagliacozzo. Il giorno dopo Carlo d’Angiò raggiunse la posizione di Corradino  ma, essendo completamente esausta la sua cavalleria, forza principale dell’esercito, non accettò battaglia.  Il cimento decisivo ebbe luogo solo il 23 agosto.

I due esercirti erano separati dal Salto, fiume poco profondo. Di fronte alla superiorità numerica del nemico, Carlo scelse la difensiva. Divise le sue truppe in due corpi. Al primo affidò l’incarico di sostenere l’urto principale del nemico, mentre il secondo, al quale egli stesso si unì, era formato da circa ottocento cavalieri scelti, che avrebbero dovuto precipitarsi sul nemico sul nemico al momento decisivo. Questo secondo corpo si attestò in una valle laterale, nascosta al nemico.

Anche Corradino divise il suo esercito in due corpi. Sicuro della vittoria, , il primo corpo irruppe contro il grosso delle truppe nemiche disperdendolo in precipitosa fuga.

Carlo d’Angiò, senza turbarsi minimamente, rimase con la schiera dei suoi scelti guerrieri nella posizione nascosta, lasciò che il primo corpo del suo esercito si disperdesse, e con astuzia e pazienza seguì con lo sguardo i nemici che, esultanti per l’apparente vittoria, si precipitavano innanzi. Visto finalmente che anche il secondo corpo delle truppe di Corradino s’era riversato sul campo abbandonato e che il nemico, nell’ardore del saccheggio, aveva trascurato ogni ordine e ogni disciplina, egli si lanciò su di esso, in file serrate, con gli ottocento cavalieri. Le truppe di Corradino, disordinate, esauste dallo strapazzo della mischia sostenuta e dall’inseguimento dei nemici fuggiaschi, avide di bottino ed intente al saccheggio, furono da quella piccola  schiera di nemici atterrate, calpestate, disperse.

Corradino, dopo essersi rifugiato a Roma, tentò di mettersi in salvo sulla flotta pisana. Ma Giovanni Frangipani, signorotto di Astura, fece inseguire i fuggiaschi con un rapido veliero, che li costrinse a tornare alla riva, ove furono rinchiusi nel castello. Con la promessa di denaro e di terre, il Frangipani consegnò i prigionieri agli emissari di Carlo d’Angiò.»

L’ultimo atto del dramma, come è noto, si svolse a Napoli, sulla Piazza del mercato (allora denominata Campo Moricino), ove il 29 ottobre, senza perder tempo, Carlo d’Angiò fece decapitare il suo regale prigioniero, dopo un processo farsa che si era concluso, in spregio a ogni diritto, con la condanna capitale. Il corpo, insieme a quello degli altri giustiziati, fu lasciato insepolto e solo in un secondo tempo la sventurata Elisabetta di Wittelsbach poté riaverlo, per fargli avere pietosa sepoltura. Le spoglie di Coradino di Hoehnstaufen riposano attualmente nella Chiesa napoletana del Carmine, dove il re Massimilano II di Baviera farà erigere, su disegno di uno dei massimi scultori neoclassici, il Thorvaldsen, un suggestivo monumento funebre.

Carlo volle presentare questa infame esecuzione come un atto di giustizia contro un feroce persecutore della Chiesa e in tal senso ne scrisse al papa Clemente IV; sappiamo, però, che questi, pur avendo approvato l’esecuzione,  non si lasciò incantare dalle parole dell’Angioino e che anzi, fin dall’indomani della battaglia di Benevento, aveva più volte rimproverato a Carlo la durezza dei suoi metodi, ammonendolo a non inimicarsi i suoi nuovi sudditi con una politica di feroci repressioni. Carlo non lo ascoltò: subito dopo la giornata di Tagliacozzo, i prigionieri ghibellini della  nobiltà romana vennero sottoposti a orrende sevizie prima di essere barbaramente uccisi: evidentemente, il nuovo padrone del regno di Sicilia voleva cautelarsi da altre, possibili sorprese, incutendo il massimo terrore a qualsiasi eventuale ribelle, secondo la celebre massima attribuita da Svetonio a Caligola: «Oderint, dum metuant»: che mi odino, purché mi temano. E così fu.

Con la battaglia di Tagliacozzo il partito ghibellino ricevette un colpo dal quale non si sarebbe mai più ripreso veramente. Ci furono altri momenti di speranza e perfino di gloria: con le imprese di Cangrande della Scala e di Uguccione della Faggiola e con la discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo, l’imperatore tanto celebrato da Dante: mai, però, la sua stella tornò a sfolgorare sulla Penisola, come ai tempi degli Svevi, come se le sue fortune si fossero infrante insieme all’estinzione della gloriosa dinastia sveva. Per l’Italia, questo significò lo svanire di una estrema possibilità: quella di essere riunificata in regno autonomo e di poter così affrontare, da pari a pari, il confronto con le altre monarchie nazionali dell’Europa occidentale. Sappiamo cosa abbia significato, per il nostro Paese, il fallimento di quella storica occasione. Si può anche dire che, con la battaglia di Tagliacozzo, ove si videro i soldati angioini sventrare i cavalli del nemico, sia iniziata l’agonia del Medioevo. Col succedere degli avidi e crudeli Angioini ai cavallereschi e illuminati Svevi, un’età oscura stava per incominciare, non più rischiarata dagli ideali della cortesia feudale, ma dominata dalle brutali ragioni della grande finanza: quelle dei banchieri toscani che avevano finanziato la spedizione di Carlo e infeudato il suo regno. Né poteva finire diversamente. La Chiesa, attaccata all’idea del potere temporale, mai avrebbe tollerato il predominio ghibellino in Italia…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Dicembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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