venerdì, 24 Settembre 2021

Terra Australis Incognita

È noto come i cartografi del XVI secolo fossero convinti dell’esistenza di un continente australe la cui massa “doveva” necessariamente esistere quale naturale contrappeso alle terre emerse dell’emisfero boreale di Francesco Lamendola  

È noto come i cartografi del XVI secolo fossero convinti delll’esistenza di un continente australe la cui massa, secondo le teorie geofisiche allora accettate da tutti gli studiosi, e risalenti fino a Tolomeo, “doveva” necessariamente esistere quale naturale contrappeso alla notevole estensione di terre emerse dell’emisfero boreale.

       Incidentalmente, tale concezione della geografia fisica presupponeva una estensione di terre maggiore di quella ricoperta dalle acque, e soddisfaceva così anche quelle tendenze della filosofia rinascimentale che collocavano l’uomo in una posizione centrale e privilegiata nell’ambito del creato. Sicchè l’esistenza del misterioso continente australe venne data per certa prima ancora che se ne avessero delle prove dirette, esempio tenace del persistere di una mentalità aristotelica basata sul metodo deduttivo, e che solo la rivoluzione scientifica del secolo successivo capovolgerà irreversibilmente.

       Tutte le notizie di avvistamenti di nuove isole nell’emisfero australe venivano, quindi, interpretate come  altrettante conferme dell’esistenza di una tale ipotetica massa continentale.  Dapprima, in verità, non si pensava che quest’ultima superasse di molto il Circolo Polare Antartico. Così, il mappamondo costruito da Giacomo Gastaldi, secondo una proiezione ovale, nel 1550, paradossalmente mostra una “Terra Australis Incognita” che, in verità, non differisce molto dalla reale configurazione del continente antartico, così come noi oggi la conosciamo. L’unico grosso “errore” risiede nel fatto che la Terra del Fuoco non è riconosciuta nella sua natura insulare (sulla scorta della relazione lasciata dallo stesso Magellano), ma come appendice settentrionale della stessa Terra Australe. Dunque, in quel mappamondo, il limite meridionale del Sud America è costituito dallo Stretto di Magellano, mentre non vi è traccia dello Stretto di Drake (che separa la terra del Fuoco dalla Penisola Antartica). Ma, se si pensa che il mappamondo gastaldiano mostra il Catai ancora unito alla California, e le Indie Orientali vi compaiono delineate  assai rozzamente, nel complesso le terre e i mari dell’emisfero sud appaiono raffigurate con maggiore esattezza di quelle dell’emisfero nord.

   Venti anni dopo, Abramo Ortelio costruisce un altro mappamondo a proiezione ovale, il cui confronto col precedente non può che lasciare stupiti. Nel 1570, infatti, la “Terra Australis Nondum Cognita” (ovvero Terra Meridionale non ancora conosciuta) appare smisuratamente estesa, fino a sfiorare, in alcuni punti, l’Equatore e dando, così, al complesso dei tre oceani del globo (Atlantico, Indiano e Pacifico) quasi l’aspetto di tre enormi laghi racchiusi fra le terre emerse. La Nuova Guinea vi è rappresentata come un’isola, ma lo stretto a sud di essa (oggi, Stretto di Torres) la separa direttamente dalla Terra Australe, che viene a inglobare, così, tutta l’Australia. Inoltre, il continente australe comprende ancora la Terra del Fuoco, si espande fino quasi a Tristan da Cunha, scende in un profondo golfo alla latitudine di Ceylon e risale, poi, a inglobare alcune penisole, che si protendono sin quasi alla latitudine di Giava.

       Ortelio, evidentemente, ritiene di avere una piena consapevolezza del fatto che, nell’Atlantico e nell’Indiano, il continente australe non può limitarsi ad una latitudine antartica, ma “deve” raggiungerne una almeno temperata, se non sub-tropicale, dal momento che, in quel settore, lo denomina poeticamente “Psitacorum regio”, ossia Regione dei pappagalli. Colpisce, inoltre, l’approssimazione con cui è delineata la linea costiera del Sud America. In compenso, l’Estremo Oriente appare nettamente separato dal Nord America, cosa che in molte carte precedenti non risultava. Altra bizzarria è la comparsa, oltre il Circolo Polare Artico, di una “Terra Septentrionalis Incognita” (di cui, peraltro, la Groenlandia non fa parte, essendo delineata chiaramente  come un’isola a sé stante), che ha tutta l’aria di voler fare da contrappeso – “estetico” e non più solamente meccanico – a quella Australe.

      Se facciamo un altro balzo in avanti di circa vent’anni, il mappamondo di Gerardo Mercatore in due emisferi separati, occidentale e orientale, non presenta grandi novità rispetto al problema della “Terra Australis”. Ancora nel 1589, Mercatore segue         quasi alla lettera le indicazioni di Ortelio. Il misterioso continente del Sud vi appare enorme:  si affaccia di fronte alla Nuova Guinea, e di lì scende diagonalmente, verso ovest-sudovest, sino alla Terra del Fuoco.  Essa appare inoltre percorsa da grandi fiumi, che sfociano sia nel Pacifico che nell’Atlantico, proprio nelle posizioni già indicate da Ortelio; compaiono, inoltre, delle isole minori di difficile identificazione. Non compaiono, viceversa, né le Falkland-Malvine, né la misteriosa Isola Pepys, alla cui esistenza l’Ammiragliato britannico (che pure non era uso a dar facile corso alle chimere) ancora fermamente credeva, in pieno XVIII secolo. Passando non molto a sud del Capo di Buona Speranza, la “Terra Australis” sfiorava quasi La Réunion, scendeva in un vastissimo golfo, sin quasi a toccare il Circolo Polare Antartico, fra 70° e 80° di long. E da Greenwich. Infine la linea costiera risaliva fino quasi a toccare l’isola di Giava, molto oltre il Tropico del Capricorno (e quindi comprendeva, sempre, tutto il continente australiano).

    Nei decenni successivi, però, il mitico continente australe sfuma come una bolla di sapone. Allettate dalle ricchezze che la “Terra Australis Incognita” si diceva promettesse, le Potenze europee vararono una serie di spedizioni, che si risolsero in altrettanti fiaschi clamorosi.

      Francis Drake avvista Capo Horn nel 1578,  e Schouten e Le Maire lo doppiano nel 1616: la Terra del Fuoco, dunque, non è parte del continente australe. E questo è il primo colpo. Poi Bouvet de Lozier scende a mezzogiorno del Capo di Buona Speranza, nel 1738, fra nebbie e ghiacci galleggianti, senza vedere altra terra che una minuscola isola (non riconosciuta però come tale, ma scambiata per un promontorio del continente australe), cui verrà dato il suo nome. E questo è il secondo colpo. Rimane l’Australia, toccata da navigatori indonesiani, e forse anche cinesi, già nel XIV e XV secolo, e che, verso la fine del 1500, è oggetto di spedizioni europee. Farà parte, almeno essa, della Terra Australe?

     Nel 1567, Alvaro Mendaña de Neira parte dal Callao, nel Perù, e bordeggia lungo tutto il Pacifico, verso occidente, alla sua ricerca; ma non trova che le Isole Salomone. In un secondo viaggio effettuato quasi trent’anni dopo, nel 1595, scopre  anche le Isole Marchesi; ma niente continenti, da nessuna parte: solo immense distese d’acque (e neanche tanto “pacifiche”, come le aveva ottimisticamente battezzate, nel 1520, Magellano all’uscire dallo stretto che porta il suo nome).

       Nel 1601 pare che il portoghese Godino de Heredia, dopo aver sparso la voce di aver scoperto una leggendaria “Isola d’Oro” nel Pacifico, avvisti per primo il Capo Van Diemen (Isola Melville, a nord dell’Australia). Nel 1616 Dirk Hartogszoon tocca l’estremità occidentale dell’Australia, credendola ancora parte della Terra Australe. Ma né lui, né i navigatori olandesi che gli succedono, trovano le agognate spezie o le pietre preziose. Nel 1642-43, infine, Tasman – partendo da Giava – tocca l’Australia meridionale, la Tasmania (che da lui prende il nome) e la Nuova Zelanda, dimostrando così che l’Australia non fa parte del supposto continente meridionale. Le spedizioni vengono allora sospese, e l’Australia  resterà dimenticata per quasi un secolo.

      Il colpo di grazia per la teoria della mitica “Terra Australis Incognita”  giunge, però, solo coi viaggi del grande navigatore inglese James Cook. Dal 1572 al 1575, egli circumnaviga il globo alle alte latitudini australi; sfidando ghiacci, nebbie e tempeste, si spinge a sud fino a 71°10′, dopo avere oltrepassato, primo uomo della storia, il Circolo Polare Antartico. Ma il risultato è tragicamente deludente. “Se anche una terra si estende ancora più a sud – dirà al ritorno da questi avventurosissimi viaggi, prima di cadere sotto le lance degli indigeni delle Isole Hawaii, nel 1779 – oso affermare che il mondo civile non potrà ricavarne alcun vantaggio, tanto essa dovrà essere gelida e inospitale.”

      Il mito è finito, ucciso dallo spirito razionalista dell’Illuminismo; il continente leggendario, se pure c’è (di fatto, verrà avvistato  con certezza solo nel 1820) non può che essere una terra spoglia e desolata, priva di qualsiasi attrattiva economica – tranne che per la caccia alle balene, alle foche e alle otarie. Sono i balenieri, infatti, a proseguire le navigazioni australi e a scoprire, una alla volta, le piccole isole subantartiche – Campbell e Macquarie nel 1810, Heard nel 1833 – insieme alle varie spedizioni scientifiche delle potenze europee, degli Stati Uniti e, da ultimo, anche del Giappone.  I filosofi non possono più collocare nella leggendaria Terra Australe le loro colorite utopie, come avevano fatto quelli rinascimentali e perfino alcuni del primo 1700.

   Qualcosa, tuttavia, di quei miti favolsi, è rimasto nella coscienza collettiva, e non vuol morire. A vari intervalli, si ricomincia a parlare di terre, di isole: certo, brandelli minuscoli a confronto della passata “Terra Australis Incognita”; che tuttavia serbano il fascino di ciò che si colloca al confine dell’ignoto. Già si è accennato all’Isola Pepys, che l’Ammiragliato inglese ordinò a John Byron, nonno del celebre poeta, di esplorare nel 1746, insieme alle Falkland; e che il commodoro – ovviamente – non potè trovare.

       La  vicenda legata all’Isola Bouvet ebbe un destino particolarmente strano. Scoperta il 1° gennaio 1739 dall’omonimo navigatore francese, che la credette, manco a dirlo, una propaggine della Terra Australe, l’isola è riavvistata solo nel 1808 dal capitano J. Lindsay, che però non riesce a sbarcarvi; e nel 1822 da  B. Morrell, che per primo vi mandò degli uomini sulla spiaggia. Nel 1825, G. Norris trova addirittura due isole; ma, nel 1843, James Clark Ross e, nel 1845, T. E. L. Moore non scorgono altro che nebbie e icebergs. Bouvet viene poi ritrovata solamente nel 1878 e, da allora, esattamente localizzata da varie spedizioni; non viene invece più riveduta la sua compagna, che Norris aveva battezzato Isola Thompson. Forse si trattava, semplicemente, dell’isolotto Lars, uno scoglio che si erge a sud-oves di Bouvet;  ma la spiegazione appare un po’ tirata per i capelli, e l’enigma rimane.

      Se Bouvet è dapprima scomparsa, per poi riapparire definitivamente, come si fosse stancata di giocare a nascondino fra i mari tempestosi dell’Antartico, altre isole australi sono invece scomparse per sempre, in maniera alquanto misteriosa. Tale il caso delle Isole Auroras, un gruppo di tre isole situate nell’Atlantico meridionale, a circa 53° lat. S. e 47° long. O. Avvistate dalla nave spagnola”Aurora” nel 1762, poi nel 1790 dalla “Princess”, pure spagnola (nonostante il nome inglese), sono rilevate astronomicamente dalla corvetta “Atrevida”, nel 1794. Altre due navi le scorgono nel XIX secolo, la “Helen Baird” nel 1856 e la “Gladys” nel 1892; il capitano di quest’ultima sostiene, però, che non si tratta di tre isole, ma di un’unica terra, caratterizzata da due colline. Dopo di che, le Auroras svaniscono nel nulla. (Ma su tutta la questione, vedi l’articolo di F. Lamendola “Il mistero delle Isole Auroras”, su “Il Polo”, vol, 3 del 2004, pp. 25-39, destinato anche a comparire  nel sito dell’Associazione Eco-Filosofica).  

      In maniera analoga, svanisce pure l’isola Saxemberg, anch’essa nell’Atlantico meridionale, che il capitano Lindeman, olandese, scopre nel 1670 a circa 600 miglia a nord-ovest di Tristan da Cunha. Saxemberg sarà rivista solo nel 1804 dal veliero americano “Fanny” e, nel 1809, da un altro veliero statunitense, il “Columbus”; e questo sarà il suo ultimo avvistamento.

      Nei primi decenni del XX secolo si parla insistentemente di terre merse anche nella zona più meridionale dell’Oceano Pacifico. Nel 1821 il capitano Nockells avvista un’isola “molto vasta” a sud della Nuova Zelanda, ch’egli battezza col nome poetico di “Emerald” (Smeraldo). Ma nessuno la rivede più, sebbene il famoso esploratore polare Ernest Shackleton continui a cercarla ancora quasi cent’anni dopo, nel 1912.  Lo stesso accade per l’arcipelago Nimrod, posto a circa 56° lat. S. e 159° long. O.; per l’Isola della Compagnia Reale, a sud della Tasmania; e per l’isola Dougherty. Soprattutto quest’ultima è stata al centro di vicende a dir poco singolari.

       Viene avvistata nel 1800 da un cacciatore di balene americano, il capitano Swan, a circa 60° lat. S. e 120° long. O., e battezzata (poco modestamente) con il suo nome. Rivista nel 1841 da un altro baleniere, l’inglese Dougherty, riceve da questi (altrettanto immodesto) il suo nome definitivo. Anche perché, da allora, l’isola sembra svanire nel nulla. Molte spedizioni vanno alla sua ricerca, dal momento che essa è stata descritta come ricchissima di foche; ma ben nove di esse devono invertire la rotta, senza nulla aver trovato. Il grande esploratore Robert Falcon Scott (che raggiungerà per secondo, dopo Amundsen, il Polo Sud e che perderà la vita sulla via del ritorno) conduce, nel 1904, una miniuziosa campagna oceanografica. Ma, nella posizione indicata da Dougherty, ha la sorpresa di ritirare lo scandaglio dopo aver toccato la profondità stupefacente di oltre 4.000 metri.

       E tuttavia l’Ammiragliato inglese, sempre alla ricerca di basi e punti d’appoggio per la sua marina in ogni angolo del globo terracqueo, accetta alcuni anni dopo il pagamento di 2.500 sterline l’anno da parte del capitano Bull, norvegese, che vuole assicurarsi il monopolio sulla caccia alle foche dell’isola. Bull sostiene di averla esattamente localizzata, ma la guerra del 1914-1918 gli impedisce di recarsi a esercitare i suoi diritti. Quand’essa è terminata, il norvegese è troppo vecchio per mettersi di nuovo in mare; salpa invece la nave “Norwega”, sulla scorta delle sue indicazioni, ma anch’essa deve rientrare indietro senza aver ottenuto alcun risultato: dell’isola, nessuna traccia.

      Alcuni atlanti e mappamondi, fatto piuttosto singolare, continuano a riportare queste “isole evanescenti” ancora in pieno XX secolo. Si potrebbero citarne molti; basterà un esempio. La casa editrice Vallardi realizza un globo terrestre del diametro di 25 cm., sotto la direzione del prof. A. Minelli: esso non reca data, ma dev’essere costruito fra il 1919 e il 1922, così come si può desumere dai confini politici in esso tracciati. Ebbene, vi si trovano rappresentate non solo l’Isola Dougherty, ma anche le due isole Nimrod, come se la loro esistenza fosse scientificamente confermata! In compenso appaiono delle nuove isole, come gli Scogli Sefton, a sud-ovest dell’Arcipelago Juan Fernandez (circa 600 km. al largo del Cile centrale), che sono oggi regolarmente riportati nelle carte del Sud America, mentre non comparivano negli atlanti almeno fino agli anni ’70 del XX secolo.

    Che cosa pensare di queste sparizioni e riapparizioni, ancor più bizzarre del mistero della Terra Australis nel suo momento aureo? Allora si poteva facilmente incolpare l’imprecisione degli strumenti, come nel caso dell’Isola Pepys e, forse, delle Auroras (queste ultime identificabili, sia pure con molte forzature, negli Scogli Shag, a nord-ovest della Georgia Australe). Ma coi mezzi moderni di rilevazioone, errori tanto clamorosi sono impossibili, e sia pure nel bel mezo di un oceano tempestoso come il Pacifico australe, sulla famigerata rotta dei “quaranta ruggenti” e oltre, a migliaia di chilometri dalla terra emersa più vicina.

      Gli studiosi di cose polari, che si sono occupati dei problemi posti da tali “isole evanescenti”, esprimono pareri diversi. Per alcuni di essi, isole del genere non sono mai esistite, poiché furono puramente e semplicemente “inventate” dai balenieri o, nel migliore dei casi, confuse in buona fede con degli “icebergs” alla deriva. Questa è, fra le altre, l’opinione di George Deacon, e comprende sia le Nimrod, sia Emerald, sia Dougherty.

       Esiste, d’altra parte, una possibilità che i capitani Nockells, Swan, Dougherty e Bull, che dopotutto non erano dei novellini né, fino a prova contraria, degli imbroglioni matricolati, abbiano realmente avvistato delle terre emerse nel Pacifico australe, e che queste si siano poi inabissate. Fenomeni vulcanici del genere non sono impossibili, quantunque abbastanza rari. Nel XIX secolo, in pieno Mar Mediterraneo, fece ad esempio scalpore il caso dell’Isola Giulia, la cui improvvisa emersione provocò, tra l’altro, una disputa diplomatica tra la Gran Bretagna (allora padrona di Malta) e il Regno delle Due Sicilie, entrambi interessati al suo possesso per motivi strategici. Ma l’Isola Giulia pose fine al contenzioso da sé stessa, sprofondando improvvisamente poco tempo dopo, quasi con la stessa rapidità con cui era venuta a galla. Si potrebbe fare un elenco di casi del genere. Uno dei più recenti è quello dell’Isola Surtsey, emersa nel 1963 al largo delle coste dell’Islanda.

    Ora, l’arco del Pacifico è noto ai vulcanologi per la frequenza  dei fenomeni eruttivi che lo caratterizzano, tanto da meritare alle sue sponde il nome di “anello di fuoco dell’Oceano Pacifico”. Dall’Alaska al Messico alle Ande all’Antartide, e poi dall’Antartide alla Nuova Zelanda al Giappone e alla Kamciatka, è tutto un susseguirsi di coni vulcanici spenti ed attivi, di geysers, di zone altamente sismiche. In via teorica, dunque, è possibile che delle isole vulcaniche siano emerse, in tempi recenti, dalla fascia tra il 50° e il 60° parallelo sud, per poi sprofondare in seguito a nuovi sconvolgimenti tellurici. Basti pensare alla celebre, apocalittica esplosione del vulcano Krakatoa, in Indonesia (allora Indie orientali Olandesi), nel 1883, che smantellò gran parte dell’isola omonima, provocando una enorme ondata di marea che fece 40.000 vittime; mentre nel 1927 un’altra eruzione diede origine ad un secondo cratere, l’Anak Krakatoa (Figlio di Krakatoa).

       È anche possibile che delle isole di recentissima formazione possano essere state sgretolate dalla furia delle tempeste antartiche, mentre si trovavano ancora allo stadio di agglomerati basaltici incoerenti. Esse potrebbero essere emerse e sprofondate anche più volte di seguito, e questo permetterebbe di spiegare l’intermittenza degli avvistamenti in un medesimo luogo.

       La spiegazione geologica, dunque, appare nel complesso soddisfacente, anche se  in via puramente  teorica, per l’Arcipelago Nimrod e per l’Isola  Emerald, localizzate in mari non troppo profondi e percorsi da poderose catene di montagne sottomarine. Nel caso dell’Isola Dougherty essa appare più problematica, dato che è difficile immaginare come un fondale di 4.000 metri e oltre, possa essersi sollevato fin sopra il livello dell’acqua, per poi sprofondare nuovamente: il tutto in un arco di tempo di appena mezzo secolo.  Non impossibile, forse, dal momento che tutta la zona a ovest e nord-ovest del Capo Horn è caratterizzata da una grande instabilità geologica. I vulcani sottomarini vi si contano a decine, parecchi tuttora in attività; anche le Isole Juan Fernandez erano attive in tempi storici, come tramandano le cronache del presidio spagnolo, nel XVIII secolo, benchè oggi siano in fase di totale quiete e vi machino tracce di attività vulcanica recentissima.

      Infine, nel concludere questo breve saggio, non possiamo tacere un tentativo di spiegazione completamente diverso. Fin dall’inizio della storia delle esplorazioni geografiche, l’uomo sembra aver coltivato la tendenza – parallelamente al progredire delle conoscenze scientifiche – a credere in una dimensione extrarazionale, poetica o, se si preferisce, mitica, della realtà. Mano a mano che i dati acquisiti dall’esperienza scientifica ricacciavano sempre più indietro l’orizzonte del mito, questa forma di credenza meta-empirica e meta-logica è divenuta un bisogno imperioso.  I favolosi continenti di Atlantide, Mu, la Lemuria, infine la “Terra Australis Incognita” parevano esprimere, per un certo verso, tale insopprimibile bisogno umano.  Ora, quando esse svanirono per il progredire delle conoscenze geografiche, la fantasia dei navigatori e una sorta di inconscio collettivo dovettero ripiegare su alcune misteriose, piccole isole, smarrite nella zona più deserta dell’Oceano Pacifico, talmente vuota di terre emerse che viene di solito prescelta, dalle case costruttrici di globi geografici, per porvi la “legenda” con i dati tecnici, sullo sfondo del blu ininterrotto del mare.

        I dischi volanti, il Triangolo delle Bermude, le “isole evanescenti” sarebbero dunque, alla luce della teoria degli “archetipi” junghiani, espressione di un bisogno ancestrale di mistero e di evasionre – eredi diretti della epopea del mitico El Dorado che invano decine di spedizioni, avide d’oro, hanno cercato nel cuore dell’Amazzonia. O di quella non meglio precisata Città dei Cesari che sorgeva, e secondo alcuni irriducibili sorge ancora, in un angolo sperduto delle Ande dell’Araucania, laggiù da qualche parte, verso lo Stretto di Magellano.

        Scrive lo studioso francese René Thévenin: “I Paesi leggendari… Li abbiamo scorti all’inizio della civiltà. Li ritroviamo all’apogeo della nostra. Come possiamo credere che non dureranno tanto quanto l’uomo, poiché è in noi stessi che vivono?”

BIBLIOGRAFIA SOMMARIA

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Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Agosto 2017

Del 01 Novembre 2020

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