venerdì, 17 Settembre 2021
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Tupac Amaru II: la voce della rivolta indigena

L’ultimo sforzo della popolazione indigena per scuotere il giogo spagnolo. Tupac Amaru II: la voce della rivolta indigena. Tra il 1780 e il 1782 una rivolta in Perù fece tremare dalle fondamenta il secolare Impero spagnolo di Francesco Lamendola

TUPAC AMARU II :  LA VOCE DELLA RIVOLTA

Il suo vero nome era José Gabriel Condorcanqui ma sin da giovane aveva rivendicato la sua discendenza da Tupac Amaru, l’ultimo inca della storia peruviana.

Il 4 novembre 1780 a Tungasuca, sull’Altopiano del Perù, si tiene un grande banchetto in onore del re di Spagna Carlo III. L’anfitrione è il “corregidor” di Tinta, don Antonio Arriaga, uomo superbo e crudele, tristemente noto fra la popolazione indiana per la sua insaziabile cupidigia di ricchezze. L’atmosfera  spensierata e gioiosa della festa è giunta al culmine allorchè un modesto Indiano, un mulattiere di trentotto anni, alto e vigoroso nella persona e un’espressione di regale fierezza nel volto, si alza in piedi e ordina al “corregidor” di considerarsi agli arresti. Per un momento don Arriaga deve avere l’impressione d’un inconcepibile scherzo, poi di un brutto sogno. Ma l’espressione del suo interlocutore è dura e inflessibile, la musica tace, i commensali ammutoliscono. Non è uno scherzo, né una allucinazione. E l’orgoglioso “corregidor”, che fino al giorno innanzi era stato il terrore degli umili e sottomessi Indiani, senza opporre resistenza si lascia trascinar via e imprigionare come un qualunque malfattore.

Questa scena incredibile segna l’esordio della grande rivolta peruviana di Tupac Amaru II, che fra il 1780 e il 1782 fece tremare dalle fondamenta il secolare impero che la Spagna, con le lacrime e il sangue di generazioni d’Indiani, s’era costruito nell’America del Sud. Il processo a carico di don Antonio Arriaga viene immediatamente istruito da un tribunale rivoluzionario. L’accusa è di malgoverno, sfruttamento e oppressione ai danni del popolo indio, e al presidente del tribunale, un negro di nome Antonio Oblitas, non mancano certo né i testimoni né le prove. Tutta l’amministrazione dell’ex “corregidor” narra una lunga e triste storia di avidità e spietatezza.

Per salvasi la vita, l’imputato si lascia indurre a firmare un ordine per il cassiere di Tinta, sua residenza abituale, con il quale i patrioti entrano in possesso, senza colpo ferire, di 22.000 “pesos”, vari lingotti d’oro nonché mule, cavalli e 75 moschetti. Ma ciò non è sufficiente a placare il risentimento troppo a lungo covato dalla popolazione, e il tribunale emette una sentenza capitale.

Sotto gli sguardi fissi di una folla d’Indiani, che sino a qualche giorno prima non osavano nemmeno levarsi a guardare uno Spagnolo negli occhi, il 10 novembre don Antonio Arriaga compare sulla piazza di Tungasuca e sale il patibolo per essere decapitato…

IL DISCENDENTE DELL’ULTIMO INCA

José Gabriel Condorcanqui, colui che aveva arrestato il “corregidor” durante il banchetto e si era posto a capo del movimento indiano, era nato verso il 1742 nell’Alto Perù, il territorio corrispondente all’attuale Bolivia.

Fin da giovinetto aveva rivendicato la discendenza diretta dall’ultimo grande Inca della storia peruviana, Tupac Amaru. Il fatto che Tupac Amaru avesse capeggiato l’ultimo disperato sforzo della popolazione indigena per scuotere il giogo spagnolo, e che fosse stato sconfitto e giustiziato dal vicerè Francisco de Toledo, nel 1572, dopo un’epica guerriglia, indicava già nel giovane José Gabriel la rivendicazione di una fierezza nazionale e, forse, un programma politico. Rifiutando il nome spagnolo, egli aveva assunto quello di Tupac Amaru II e aveva mostrato una costante insofferenza per l’ordine imposto, con la forza, dal dominatore. Aveva ricevuto una buona educazione alla scuola dei gesuiti, prima che, nel 1767, un ordine del re spagnolo Carlo III ne provocasse la scacciata dalle due Americhe.

La sua acuta intelligenza e il suo desiderio di riappropriarsi delle tradizioni culturali del suo popolo, che i dominatori facevano di tutto per soffocare, lo portò a leggere e a meditare con passione i Comentarios reales de los Incas di Garcilaso de la Vega.

Gli studiosi moderni non hanno mai potuto stabilire, né mai lo potranno, la fondatezza della discendenza incaica rivendicata dal giovane Tupac Amaru, ma è certo che gli Spagnoli finirono per riconoscerla. Impensieriti dalla popolarità che egli veniva acquistando fra i suoi fratelli di razza e dalle richieste di una maggior giustizia sociale che coraggiosamente rivolgeva loro, le autorità spagnole adottarono la politica di tenerlo buono con gli onori e le ricchezze, o almeno tentarono di farlo. Gli concessero, fra l’altro, il titolo di marchese di Oropesa, che era stato prerogativa degli ultimi sovrani del Perù sotto il dominio coloniale, e che equivaleva pertanto a un formale riconoscimento dei suoi diritti ereditari. Ma l’intrepido Indiano non era uomo che avesse un prezzo. Rifiutò i favori e il denaro e scelse di guadagnare la vita per sé e per la sua sposa Micaela Bàstidas col sudore della propria fronte.

Così il discendente del Figlio dal Sole si mise a fare il mulattiere su per gli aspri sentieri delle Ande, viaggiando in lungo e in largo attraverso gli immensi territori dello scomparso impero incaico e prendendo conoscenza diretta delle miserrime condizioni di vita degli indigeni. Ciò che vide, unito a quanto gli era maturato nell’anima alla lettura di Garcilaso, lasciò una traccia incacellabile nella sua personalità di idealista generoso. Tempestò il vicerè di Lima con le sue richieste di porre un freno agli abusi della corrotta ed esosa amministrazione, ma non ricevette altro che generiche buone parole. Allora. nella sua mente cominciò a farsi strada l’idea che la situazione del suo popolo non avrebbe mai potuto esser migliorata  seguendo le vie pacifiche.

Fino a quel momento egli si era costantemente professato devoto al re di Spagna e alla religione cattolica; non sappiamo quanto vi fosse di strumentale, o se vi fosse, in siffatte dichiarazioni: può essere stata una saggia strategia quella di invocare giustizia a nome dello stesso monarca spagnolo e contro il malgoverno dei suoi funzionari irresponsabili.

Ma verso il 1780 Tupac Amaru si era definitivamente convinto che con le rispettose petizioni non avrebbe ottenuto nulla, e che l’unico argomento che gli spagnoli intendessero era quello della pura forza. D’altra parte egli sentiva su di sé gli sguardi dei suoi compatrioti: sguardi colmi di tristezza e di speranza, sguardi di uomini e donne che da oltre due secoli e mezzo vivevano nell’umiliazione, calpestati nella loro stessa patria, “bestiame -dice uno storico moderno – cui si attingeva per i lavori dei campi e delle miniere.”

La sua figura maestosa e naturalmente regale, la sua personalità fiera e generosa, la sua cultura e la sua dimestichezza con i poveri e gli sfruttati ne avevano fatto il naturale punto di riferimento per tutti gli Indiani del Perù meridionale. Così, quando il 4 novembre 1780 si era levato dalla mensa del banchetto a Tungasuca e aveva tratto in arresto con la sola autorità della sua persona il temuto e avversato “correggidor”, era giunta alla sua naturale conclusone una graduale e coerente presa di coscienza da parte di Tupac Amaru II.

IL PERÙ DEL XVIII SECOLO

La situazione sociale ed economica del Perù nella seconda metà del XVIII secolo era caratterizzata da una rigorosa segregazione e da un asfittico immobilismo.

Tutto il potere e tutta la ricchezza erano concentrati nelle mani di un modesto numero di signori feudali di razza bianca, gli “encomienderos”. Inizialmente l’istituto della “encomienda” era stato creato dalla monarchia spagnola con lo scopo di proteggere in qualche modo la popolazione indigena dallo scempio che, nei primi anni della conquista, ne avevano fatto Pizarro, Almagro e i loro luogotenenti. Questa protezione, ben inteso, era a sua volta motivata dalla considerazione che la minaccia di genocidio degli Indiani avrebbe lasciato ai conquistatori il problema delle braccia necessarie allo sfruttamento delle piantagioni e delle miniere d’oro e d’argento. Ma, insomma, la sopravvivenza degli indigeni era almeno, in qualche modo, tutelata.

Senonché, ben presto, i grandi proprietari terrieri avevano totalmente snaturato l’istituto della “ecomienda”. In cambio di una generica protezione contro non si sa bene quale nemco, essi sfruttavano senza pietà il lavoro forzato dei coloni indiani. Essi vivevano nella miseria più spaventosa e conducevano una vita di fatiche e di stenti. I più infelici di tutti erano, probabilmente, gli Indiani adibiti all’estrazione del minerale prezioso nelle regioni degli odierni Perù meridionale e Bolivia occidentale: stremati dalla silicosi, denutriti, costretti a cercare una illusoria vitalità masticando eternamente le foglie della “coca”, condannati a una morte prematura che avrebbe lasciato le loro famiglie nell’abbandono.

A questo quadro sconfortante di squallore, in cui viveva la grande massa della popolazione indigena, si contrapponeva la vita splendida dei dominatori. Il clero, nella maggioranza dei casi, non era all’altezza della situazione. Molti sacerdoti e frati si servivano del loro potere spirituale per spaventare e ricattare gli indigeni, inculcando loro il concetto che l’ordine presente era voluto da Dio, e che ribellarvisi sarebbe stato sacrilego. E molti religiosi erano essi stessi proprietari terrieri. Il vicerè di Lima, scelto fra la più pura nobiltà iberica e nominato direttamente da Madrid, non aveva altra funzione che quella di garantire il metodico sfruttamento del Paese da parte di una socieà creola favolosamente rapace e ristretta di idee. Esisteva, è vero, l'”audiencia”, un tribunale cui ci si poteva teoricamente appellare contro le decisioni del vicerè, e che ne giudicava l’operato allo scadere della sua carica: ma non bisogna pensare che fossero gli Indiani i beneficiari di questo istituto. Del resto, un vicerè che fosse stato in grado di dimostrare, al sovrano e all'”audiencia”, di aver sorvegliato in maniea adeguata affinché questi ultimi venissero cristianizzati e battezzati, poteva ritenersi più o meno a posto quanto alla sua politica indigena. Le contestazioni che doveva eventualmente temere al momento di lasciar la carica erano quelle del clero e degli “encomienderos”: una faccenda tra bianchi.

Fra gli Indiani, gli unici che avessero conservato una certa posizione di privilegio erano i “caciques”, i cacicchi amici degli Spagnoli. Essi fungevano da intermediari fra i dominatori e le comunità di villaggio teoricamente libere, ossia non dipendenti da qualche “encomienda”.  Facendo leva sulla loro gelosia  per la carica ambita che possedevano e sulle rivalità di tipo tribale, non di rado gli Spagnoli trovavano in essi i più fedeli sostenitori. Tipico il caso del cacicco di Chincheros, Pumacagua, il cui intervento in soccorso della guarnigione di Cuzco si rivelerà decisivo nel salvare la città dall’attacco di Tupac Amaru. Comunque, mentre nelle Filippine spagnole il caccicchismo diede origine a una classe di grandi proprietari terrieri indigeni, in Perù e, in genere, nel Sud America esso rimase un fatto essenzialmente politico-amministrativo. Le terre erano nelle mani dei bianchi.

Quanto alla figura del sovrano Inca, gli Spagnoli l’avevano tollerata anche dopo la conquista e la morte di Atahualpa., naturalmente riducendolo a un burattino dei loro voleri. Ma poiché, col primo Tupac Amaru, perfino questi sovrani-fantoccio si erano rivelati potenzialmente molto pericolosi, ai primi del XVII secolo anche quest’ultimo fantasma di sovrano indigeno fu fatto scomparire. Bisogna dunque considerare che la nomina di Tupac Amaru II a marchese di Oropesa significò la riesumazione di una tradizione politica ormai estinta. E dopo che gli stessi Spagnoli ebbero commesso l’errore di riconoscerlo Inca davanti al suo popolo, non poterono sottrarsi all’effetto “boomerang” della loro decisione: perché un Inca che si ribella al vicerè non è più un avventurirero qualsiasi: è il Figlio del Sole, cui tutti gli indigeni devono venerazione e obbedienza…

Le nuove della insurrezione indiana di Tungasuca vennero portate a Cuzco una settimana dopo da un corriere spagnolo che era andato a incappare nel mezzo della sommossa, il giorno 11 novembre. Spogliato della corrispondenza, era stato lasciato libero e, naturalmente, era rientrato a Cuzco a spron battuto, informando le autorità della fine di Arriaga. Già in questo episodio traspare un tratto caratteristico del movimento capeggiato da Tupac Amaru: la moderazione costante dimostrata dall’Inca, l’assenza di violenze inutili. Perfino nell’infuriare della rivoluzione, nei mesi successivi, egli seppe impedire che i civili spagnoli fossero vittime di violenze indiscriminate. Se si considerano la particolare durezza e la durata secolare dell’oppressione coloniale, e quindi la carica di aggressività repressa accumulata dagli sfruttati, bisognerà riconoscere che fu un risultato eccezionale. Solo un capo che godeva del massimo prestigio  tra i suoi seguaci poteva conseguire una tale disciplina, e solo un capo animato da alti sentimenti morali poteva desiderarla.

In effetti, la sua popolarità era divenuta immensa. Nel giro di poche settimane, l’incendio si era esteso ai quattro angoli del Perù, e aveva varcato le sue frontiere. In Bolivia, la rivoluzione non era meno generale. Ovunque le guarnigioni spagnole, prese alla sprovvista, battevano in ritirata e si trinceravano nei loro capisaldi. Ad aggravare le difficoltà dei dominatori, altre sollevazioni scoppiavano nell’impero spagnolo del Sud America. In Cile, per opera di creoli e diSpagnoli che reclamavano una monarchia costituzionale (mentre proseguiva, nel mezzogiorno, l’ostinata resistenza dei fierissimi Araucani); in Venezuela, ove Francisco de Miranda sobillava la lotta indipendentista e prendeva contatti col governo britannico per convincerlo a patrocinare la causa di un Sud America libero e unito sotto un principe incaico, certo suggestionato dai fatti del Perù. Ma soprattutto in quest’ultimo vicereame il dominio spagnolo appariva scosso dalle fondamenta.

Su una popolazione totale di 1.076.997 abitanti (secondo il censimento del 1794), una massa di 70 od 80.000 uomini si trovava ormai mobilitata sotto le bandiere di Tupac Amaru. Una massa, è vero, in gran parte disarmata, o armata solo di attrezzi agricoli e  lance: ma una massa grandiosa, praticamente l’intera popolazione maschile valida dell’Altopiano peruviano.  Con quesata armata il giovane Inca spazzò nel giro di pochi mesi tutta la regione tra la spettacolare gola del Rio Urubamba e la sponda settentrionale del lLago Titicaca, il lago più alto del mondo. E la serie dei suoi successi continuava, si diffondeva a macchia d’olio. Le sue colonne erano arrivate vittoriose fino a Paucartambo, sull’estremo sperone della Cordigliera, sospesa sul verde oceano della sottostante foresta amazzonica. I pochi comandanti spagnoli che avevano cercato di resistere erano stati travolti.

A Sangarara vi era stata un’epica battaglia fra una colonna spagnola di 600 uomini, guidata dai capitani Landa ed Escajadillo, e un  immenso benchè male armato esercito indiano. Respinti dalla città, i difensori si erano asserragliati nella chiesa e avevano continuato a opporre una resistenza così furibonda che gli Indiani, inferociti, avevano gettato il fuoco sul tetto e avevano arso l’edificio insieme ai soldati. Appena una ventina di Spagnoli erano scampati alla strage: tutti gli altri erano periti tra le fiamme o erano caduti sotto le lance degli assedianti, appena usciti dal fumo dell’edificio…

Ma, tranne questa e poche altre eccezioni, la rivoluzione indiana fu – lo ripetiamo – singolarmente clemente, assai più di quanto non si sarebbe rivelata, più tardi, la cosiddetta “giustizia” spagnola. Per usare le parole dello storico inglese Markham: “Tupac Amaru fu un uomo del quale la sua patria deve andare orgogliosa.”  

Verso la fine del 1781 egli si sentiva ormai abbastanza forte da poter muovere direttamente contro Cuzco, quartier generale degli Spagnoli nel Perù meridionale e antica capitale dell’impero incaico. Ma, frattanto, i dominatori avevano avuto il tempo di riorganizzarsi e di reagire allo smarrimento iniziale. Ovunque frati e sacerdoti incitavano i bianchi ad armarsi per la crociata antipagana, dando l’esempio in prima persona. Armi e munizioni affluivano a Cuzco da Lima e a Lima, per la via marittima del Callao, dalla Spagna stessa. Praticando a regola d’arte la vecchia politica romana del “divide et impera”, il vicerè era riuscito ad attrarre sotto le proprie bandiere persino i naturali alleati dell’Inca: i meticci in primo luogo, poi i negri e, naturalmente, i cacicchi. A Cuzco affluivano, oltre agli uomini di Pumacagua, 200 soldati mulatti, mentre una colonna doi 1.000 soldati negri si preparava ad entrare a sua volta in azione…

L’esercito raccogliticcio di Tupac Amaru, quasi privo di armi da fuoco, fu assalito sotto le mura della città, sconfitto e volto in ritirata verso Tungasuca, suo quartier generale. Magnifico lottatore, lasciando altrove la moglie con un distaccamento di scorta (che non riuscirà a proteggerla), Tupac Amaru tira il fiato, raccoglie nuove forze, torna all’ attacco in grande stile. Cuzco è assediata per la seconda volta: gli “encomienderos” tremano, i religiosi suonano le campane a stormo… Una nuova, violenta battaglia divampa sotto le mura della cittadella. L’esercito indiano, che ha quasi esaurito le poche munizioni, è costretto a levare l’assedio e a ritirarsi nuovamente, tallonato da due implacabili inseguitori, i comandanti spagnoli Areche e Valle.

Siamo all’inizio del 1782, il grande momento dell’Inca è passato. D’ora in avanti, egli non potrà far altro che giocare a rimpiattino coi suoi inseguitori, su e giù per le scoscese, aride montagne dell’Altopiano, senza prospettive, con l’esercito in progressiva dissoluzione.

Perché gli avvenimenti presero questa piega? Perché un modesto numero di Spagnoli, quantunque bene armati, riuscì a tenere in scacco, contrattaccare e, alla fine, sconfiggere un’armata indiana così numerosa? Come potè il popolo peruviano lasciarsi nuovamente piegare in servitù, pur avendo risposto in forma tanto massiccia ed entusiastica all’appello di Tupac Amaru II, il suo capo prestigioso? Certo le cause tecniche – la superiorità degli Spagnoli in fatto di armamento, la loro migliore organizzazione militare – non spiegano tutto, anche se sarebbe sciocco ignorarle. Un peso maggiore nella sconfitta indiana dovettero avere, comunque, i fattori di ordine politico.

In primo luogo, sembra che Tupac Amaru non abbia saputo concepire, o quantomeno pubblicizzare, una idea chiara e realistica circa la sistemazione futura del Perù dopo la cacciata degli Spagnoli. Pare che egli sognasse non già una impossibile riedizione dell’Impero del Sole, ma una nazione ove Indiani e bianchi potessero convivere pacificamente. Ma i particolari di questo progetto non sono chiari, e la mancanza di chiarezza è un gravissimo fattore di debolezza in qualsiasi rivoluzione.

Alcuni storici moderni hanno salutato in Tupac Amaru un antesignano delle lotte d’indipendenza del Sud America, che giunsero all’eplogo vittorioso tra il 1820 e il 1825 con Bolìvar e San Martìn: ma questo è, ovviamente, falso. Tupac Amaru era un indiano che lottava per il riscatto politico e sociale degli Indiani, mentre il Sud America indipendente del XIX secolo fu opera dei creoli: un Sud America bianco ove gli indigeni non ebbero voce in capitolo, e in molti casi ne ebbero ancor meno di quanta ne avessero avuta sotto il dominio coloniale della Spagna. Forse proprio qui, in questo insufficiente disegno di alleanza con la società bianca, si può individuare la maggior causa di debolezza della rivoluzione del 1780-82.

Tupac Amaru voleva restituire le terre agli Indiani, espropriando gli “encomienderos” e gli ordini religiosi (in virtù di che venne dipinto dai frati come una specie di Anticristo), e questo è logico.Avrebbe dovuto, però, cercar di perseguire una alleanza con i settori meno privilegiati della società bianca e, innanzitutto, con i mulatti e i meticci; poi, se possibile, con la nascente borghesia commerciale del Callao. Ma essa, a quell’epoca, era un fattore ancor trascurabile della vita politico-sociale peruviana, e inoltre era geograficamente al di fuori della portata dei rivoluzionari. Un collegamento operativo con essa appariva dunque, obiettivamente, problematico.

D’altra parte, nella seconda metà del XVIII secolo, una rivoluzione indiana che fosse, e rimanesse, unicamente indiana, non aveva in pratica alcuna prospettiva di successo. Dopo il crollo delle loro civiltà autoctone, nei primi decenni del 1500, i popoli indiani dell’America centrale e meridionale erano piombati in uno stato di grave apatia. L’intelligenza e l’eroismo di un uomo solo non potevano realizzare il miracolo di colmare questo vuoto secolare. Per questi motivi, il tentativo generoso di Tupac Amaru apppare sconfitto in partenza…

Dopo la seconda ritirata da Cuzco, gli Indiani non furono mai più in grado di riprendere l’iniziativa, quantunque Tupac Amaru lo tentasse in qualche occasione. Egli concentrò i suoi sforzi sul piano propagandistico, tentando di riaccendere qua e là le fiamme della rivoluzione: ma una ritirata senza fine non è la miglior premessa per ridestare gli entusiasmi. La natura del movimento peruviano era tale, che solo alla condizione del successo poteva estendersi indefinitamente: sorto all’improvviso quasi dal nulla, altrettando rapidamente si andava spegnendo.

Le truppe spagnole, bene armate ed eccellentemente guidate, animate da quel valore militare e da quella audacia e rapidità di movimenti che nessu avversario ha mai potuto negar  loro, stringevano sempre più le maglie della rete attorno al capo ribelle. Finalmente, a Tananico, arrivò la fine: grazie al tradimento di un suo seguace, Tupac Amaru fu fatto prigioniero con la sua sposa, con i figli e con i suoi principali amici e collaboratori.

Le autorità vicereali decisero di agire nella maniera più rigorosa e inflessibile. L’insurrezione era ancora tutt’altro che dommata sia al di qua che al di là del Lago Titicaca, ed esse volevano dare una lezione esemplare alla popolazione indigena. Tupac Amaru fu tradotto a Cuzco, ove entrò in catene sotto gli sguardi soddisfatti di coloro che, pochi mesi prima, avevano tremato per il terrore di vederlo entrare in città, armato e vittorioso. Fu istituito immediatamente il processo dal commissario reale José Antonio de Areche. Riconosciuto colpevole di alto tradimento e di vari misfatti, venne rapidamente condannato a morte insieme ad altri otto suoi collaboratori.

La sentenza fu eseguita pubblicamente, sulla piazza principale della città, il giorno 18 maggio 1782, e fu di una ferocia veramente barbarica. Dapprima furono uccisi sotto gli occhi del disgraziato Inca la sua sposa fedele e coraggiosa, Micaela Bàstidas, i suoi figli e i suoi amici. Poi gli fu strappata la lingua e venne gettata in pasto ai cani. Infine il suo corpo venne legato a quattro cavalli, che furono fatti partire nelle quattro direzioni. Al colmo dell’orrore, le membra robustissime dell’Indiano scricchiolarono, ma non cedettero. Slo allora lo spietato commissario acconsentì a che la pena dello squartamento venisse commutata in quella della decapitazione. La testa ed il corpo di Tupac Amaru vennero quindi portati in giro per i villaggi che lo avevano aiutato, come un terribile ammonimento.

Poco prima di farlo uccidere, Areche aveva domandato al morituro di rivelargli i nomi dei suoi complici. La fiera risposta dell’Indiano era stata questa: “Gli unici cospiratori siamo voi e io. Voi, per aver oppresso il popolo ad un punto intollerabile; io, per aver tentato di liberarlo da una simile tirannia.” Con queste nobili parole Tupac Amaru II si consegnava al giudizio dei posteri e della storia.

Rimasti privi del loro capo, sul quale forse troppo si erano appoggiati, gli Indiani  resistettero isolatamente ancora per un certo tempo, ma senza più costituire una minaccia diretta per il governo vicereale. Gli Spagnoli se ne sbarazzarono con una serie di operazioni di rastrellamento. La memoria del leggendario capo indiano, però, non scomparve mai del tutto fra quelle popolazioni. E forse ancora verso il 1950, quando i “Comuneros” in rivolta lottarono per riappropriarsi delle loro legittime terre, essa guidava le loro menti e i loro cuori.

La memoria di Tupac Amaru è entrata, così, a far parte della coscienza nazionale e del patrimonio culturale di tutti gli Indiani del Perù. Ma forse nessuno è riuscito a esprimere questo sentimento di ammirazione e di riconoscenza per l’ultimo Inca e la sua sfortunata impresa, come il grande poeta peruviano Alejandro Romualdo (nato nel 1926) nel suo Canto coral a Tupac Amaru, que es la libertad. I suoi versi trasparenti e perfetti, di una suggestività totalmente esente da retorica, sono introdotti da una frase disperata di Micaela Bàstidas, breve come un soffio di mortale angoscia: “Yo ya no tiengo paciencia para aguantar todo esto…”, “Ormai non ce la faccio più a sopportare tutto questo…”

Francesco Lamendola

(Articolo pubblicato su “Il Calendario del Popolo. Rivista mensile di cultura”, Milano, Teti ed., n. 564, anno 49° aprile 1993, pp. 15.994-16.000).

CANTO CORALE A TUPAC AMARU, CHE È LA LIBERTÀ

di

Alejandro Romualdo

Lo faranno saltare

Con la dinamite. In massa,

lo solleveranno, lo trascineranno. A bastonate

gli riempiranno di polvere la bocca.

Lo faranno saltare:

e non potranno ucciderlo!

Lo metteranno a testa sotto. Sradicheranno

I suoi desideri, i suoi denti e le sue grida.

Con furia lo scalceranno. Poi

gli toglieranno il sangue:

e non potranno ucciderlo!

Coroneranno di sangue la sua testa;

gli zigomi, di botte. E di chiodi

le sue costole. Gli faranno mordere la polvere.

Lo picchieranno:

e non potranno ucciderlo!

Gli toglieranno i sogni e gli occhi.

Vorranno squartarlo grido per grido.

Lo sputeranno. E a colpi di mattanza

lo inchioderanno:

e non potranno ucciderlo!

Lo metteranno al centro della piazza,

a bocca in su guardando l’infinito.

Gli legheranno le membra, di brutto

lo tireranno:

e non potranno ucciderlo!

Vorranno farlo saltare e non potranno

farlo saltare.

Vorranno squarciarlo e non potranno

squarciarlo.

Vorranno ucciderlo e non potranno ucciderlo.

Vorranno squartarlo, triturarlo,

sporcarlo, calpestarlo, disanimarlo.

Vorranno farlo saltare e non potranno

farlo saltare.Vorranno squarciarlo e non potranno

squarciarlo.

Il terzo giorno delle sofferenze,

quando si crede che tutto è consumato,

gridando: libertà! sopra la terra

allora ritornerà.

E non potranno ucciderlo!

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/04/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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