lunedì, 21 Giugno 2021
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Un “Imperatore” francese per la confederazione degli Auracani

L’ultimo sussulto d’indipendenza dei Mapuche. Nel 1860 vi fu un grottesco tentativo da parte di un avventuriero francese Antoine de Tounens di diventare viceré dell’Araucania, libero Stato indio offrendola a Napoleone III di Francesco Lamendola

 

“La prima Costituzione della Repubblica cilena, del 1822, estendeva la sovranità dello Stato fino al Capo Horn, e cioè su tutta la terraferma, pur non incorporando formalmente il territorio indio  fra il Bio-Bio e la baia di Reloncavi. Vennero riconosciuti ai Mapuche la cittadinanza e il diritto alla terra su cui vivevano, ma contemporaneamente s’incominciarono a distribuire vaste aree dell’Araucania ai coloni europei, soprattutto tedeschi.

“Nel 1860 vi fu un grottesco tentativo da parte di un avventuriero francese, Antoine de Tounens, di diventare viceré dell’Araucania, offrendola a Napoleone III. Sulle prime egli riuscì a illudere gli indigeni, facendo loro credere che le truppe francesi sarebbero venute a liberarli dagli’ spagnoli’ [ossia dalle autorità del Cile, nazione indipendente dal 1814], ma presto la bolla di sapone si sgonfiò. Fu tuttavia l’ultimo sussulto d’indipendenza dei Mapuche. Due anni dopo essi dovettero accettare che la storica frontiera con il Cile venisse spostata dal Bio-Bio al Malleco, una trentina di chilometri più a sud, e nel 1865 anche il confine meridionale venne limitato al fiume Toltén.

Ormai il governo aveva deciso di cancellare la nazione mapuche: nel 1877 furono innviate truppe nel territorio, dove ben più a sud del Malleco venne fondata Temuco, oggi capoluogo della regione. Fra il 1885 e il 1896 più di diecimila coloni europei giunsero in Araucania e nel 1898 ogni traccia del libero Stato indio poteva dirsi scomparsa.”

(Da AA.VV:, America, la riscoperta, Milano, Ed. Società San Paolo, supplemento a Famiglia cristiana, 1991, p. 139).

Il Cile è sempre stato l’estrema frontiera della colonizzazione europea nella parte sud del Nuovo Mondo. Dal Perù vi era penetrato, nel 1535, il conquistador Diego de Almagro, con un piccolo esercito, inviato da Francisco Pizarro per cercarsi più a sud dell’Impero inca un oggetto di conquista per le sue ambizioni personali. Varcato il fiume Maule, egli venne a contatto per la prima volta con la fiera e indipendente nazione degli Araucani, che mai gli stessi imperatori incaici erano riusciti a sottomettere al loro dominio. La spedizioni si rivelò molto più impegnativa del previsto, non solo per le difficoltà logistiche legate all’attraversamento del torrido Deserto di Atacama e per la lunghezza smisurata delle vie di comunicazione, ma proprio per la fiera resistenza che gli indigeni, superato il primo momento di sorpresa, seppero rapidamente organizzare. Una resistenza così accanita che Almagro, dopo due anni di campagna pressoché inconcludente, si vide costretto a ripiegare e a fare ritorno in Perù: lo attendevano la tragica resa dei conti con il suo capo nominale, Pizarro, che egli avrebbe assassinato per poi cadere a sua volta sotto i colpi dei fedelissimi dello scomparso. Al suo posto venne inviato in Cile un altro conquistador, Pedro de Valdivia, cui nel 1539 Pizarro affidò la conquista, o la riconquista, di quei lontani territori, ritenuta necessaria per coprire verso mezzogiorno il territorio, ormai in gran parte sottomesso, del Perù e dell’Alto Perù (l’odierna Bolivia, che allora aveva un ampio sbocco sulla costa del Pacifico). Erano gli anni in cui la Spagna, per usare l’espressione dello storico inglese O. H. K. Spate, si apprestava a fare dell’immenso Oceano pacifico una specie di “lago spagnolo”, controllandone tutte le vie di accesso sia dall’Oceano Indiano (arcipelago delle Filippine) che dall’Atlantico (Stretto di Magellano: ma quest’ultimo insediamento, tentato da Pedro Sarmiento de Gamboa, fallì tragicamente con la morte per fame di tutti i colonizzatori). La parte meridionale del versante andino verso il Pacifico, o Mar del Sud come allora era chiamato (da quando Balboa lo aveva avvistato per la prima volta, dall’istmo di Dairén, nel 1513, e lo aveva visto scintillare all’infinito in direzione Sud), rientrava in questo disegno e anzi ne era il naturale completamento. Occorreva impedire che altre potenze marittime, per esempio la Francia, l’Inghilterra o il Portogallo, tentassero di stabilirvi delle basi navali e, magari, commerciali, facendo poi valere la formula giuridica dell’uti possidetis: era ormai chiaro, infatti, che la spartizione degli oceani fra Spagnoli e Portoghesi, sancita da papa Alessandro VI col trattato di Tordesillas, non era più che un pezzo di carta, e che i diritti territoriali sulle nuove terre e sui nuovi mari valevano solo per chi fosse stato in grado di farli rispettare con le armi in pugno, e non solo nei confronti degli indigeni.

Anche Valdivia incontrò una resistenza abile e intelligente da parte degli Araucani, cosa che lo costrinse a guerreggiare per diversi anni fra il rio Maule e il Bio-Bio. Nel 1541 fondò la città di Santiago e, nel 1550, Concepciòn; due anni dopo, nel 1552, la città che porta ancor oggi il suo nome. La graduale opera di penetrazione degli Spagnoli e l’organizzazione dei territori così conquistati subì tuttavia una brusca battuta d’arresto a causa della strategia degli Araucani che, dopo essere riusciti ad attirare il piccolo esercito spagnolo ben addentro nel loro territorio, lo attaccarono dopo aver finto formale una sottomisione. Il capo da essi eletto in quella difficile situazione, Lautaro, si mostrò estremamente avveduto, anche perché in giovinezza aveva ben conosciuto gli Spagnoli, osservandone da vicino le armi e la strategia: conoscenze che fu poi in grado di rivolgere improvvisamente contro di essi. Un po’ come il principe Arminio dei Cherusci all’epoca del disastro di varo nella foresta di Teutoburgo, Lautaro riuscì ad isolare e circondare l’esercito di Valdivia e a logorarla con una serie di attacchi e ritirate incessanti, non concndendo mai tregua agli Spagnoli grazie alla sua enorme superiorità numerica. Così, nella battaglia di Tucapel del 1533, per la prima volta l’invincibile cavalleria spagnola subì una sconfitta totale ad opera degli indigeni, e valdivia trovò la morte sul campo con tutti i suoi conquistadores.

La sua morte segnò una nuova fase della politica spagnoli nei confronti degli Spagnoli. A sostituirlo venne inviato Francisco de Villagra, quindi garcia Hurtado de Mendoza, che continuò la guerra contro gli Araucani e si spinse perfino in territorio argentino, valicando la poderosa Cordigliera delle Ande. Sotto di lui il Cle divenne una “capitania general”, dipendente dal viceré di Lima; ma gli Spagnoli, sostanzialmente, rinunciarono al disegno di sottomettere la confederazione araucana, impresa che si era rivelata troppo costosa in fatto di uomini e mezzi finanziari, e che non prometeva neppure, quale compenso a tante fatiche, delle ricchezze naturali anche solo lontanamente paragonabili all’oro e all’argento del Perù. La frontiera venne così stabilita lungo il corso el fiume Bio-Bio, che gli Araucani avevano fortificato e saldamente presidiato: casi unico nella storia coloniale di quell’epoca, una grande potenza eurpoea, anzi la massima potenza politico-militare dell’epoca, riconosceva de facto l’esistenza di un potentato indigeno ostile, con una frontiera stabile che poneva un limite ben precise alle sue ambizioni territoriali e alla sua pretesa di dominio incontrastato.

Divenuti esperti nell’uso del cavallo, gli Araucani seppero difendere con fierezza la loro indipendenza per ben tre secoli, fin dopo la conclusione del dominio coloniale spagnolo sull’America Latina e la nascita delle Repubbliche indipendenti, tra le quali il Cile, nel 1814. A un certo punto essi riuscirono a respingere il nemico verso nord, sino al fiume Mataquito, grazie alle loro forti bande di mocetones, come venivano chiamati i loro guerrieri. Si dice che nella battaglia di Peteroa, del 1557, gli Spagnoli abbiano lasciato sul campo non meno di 300 caduti, cifra impressionante se si considera l’esiguità degli eserciti dei conquistadores (Pizarro, ad esempio, aveva conquistato l’Impero degli Incas con una forza iniziale di circa 180 soldati, solo in parte a cavallo).

“Negli anni seguenti, tuttavia – scrivono ancora gli autori citati in apertura di questi articolo, pp. 134-139) – i rapporti degli indi con i nuovi venuti andarono migliorando, tanto che gli Spagnoli poterono insediarsi a sud del Bio.-Bio e fondare città, come Villarica, osorno, Arauco (quest’ultma avrebbe dato il nome all’intero territorio: Araucania: il nome viene dall’albero di araucaria, una conifera che produce grossi e nutrienti pinoli). Tuttavia, se essi erano venuti a portare la civiltà, non trascuravano di comportarsi incivilmente, ossia di depredare, schiavizzare, violentare.

“E, come sempre, non seppero trattare con gli indigeni neppure quando erano animati dalla sincera volontà di migliorarne le condizioni. Invece di lasciarli vivere a modo loro, e cioè sparsi nel territorio, decisero di riunirli in grossi centri, in modo da poterli civilizzare e convertire più rapidamente. Ma nel 1559 i mapuche, gli Huilliche e i Pehuenche si sollevarono e spazzarono via tutti gli insediamenti spagnoli, uccidendo anche il governatore che era succeduto a Pedro de Valdivia, Martìn de Loyola.  Tantolontano da casa, il re di Spagna non poteva inviare truppe sufficienti per domare la rivolta, che si spense solo nel 1655, con una situazione che vedeva gli Indi padroni delle loro terre, a parte la zona di valdivia, passata agli Spagnoli con un trattato che riconosceva la frontiera del fiume Bio-Bio.

“Ebbe inizio un lungo periodo, oltre due secoli, di tranquillità, nel quale i Mapuche poterono vivere da uomini liberi, ma sempre più assimilando i costumi degli europei: in particolare, impararono ad allevare i cavalli, dopo averne ricevuti alcuni in dono, e i gauchos della pampa argentina continuano oggi a seguirne l’esempio. Solo due volte i fuochi di guerra si riaccesero. Nel 1723 e nel 1766. Ogni volta gli Indi ripresero le armi perché provocati dalle continue pretese e angherie dei capitanes de amigos, come gli Spagnoli chiamavano gli agenti incaricati di trattare con loro.

“Non vi furono importanti fatti d’arme, né grande spargimento di sangue da nessuna elle due parti, ma la reazione fu sufficiente a mantenere i conquistatori al loro posto, a nord del Bio-Bio. I Mapuche costruirono perfino una serie di fortini per impedire le scorrerie nelle loro terre. Quella del fiume era e rimase a lungo la frontiera meridionale del Cile, dapprima vicereame spagnolo e poi repubblica sovrana.

“A sartire dal 1814, il Governo di Santiago diede il via a una politica d attenzione verso gli Indi, che nel frattempo si erano ridotti ai soli Mapuche e a pochissimi Huilliche, essendosi estinte le altre tribù.”

Si giunge così alla rimozione formale della frontiera el Bio-Bio e all’apertura dell’Araucania a un massiccio fenomeno di immigrazione europea, specialmente germanica: i coloni tedeschi trovarono in questa regione un clima e un paesaggio che ricordava loro la patria lontana, e costruirono una serie di centri urbani con le casette in legno secondo la caratteristica architettura dell’Europa centrale. Sopravviveva però formalmente una finzione di indipendenza degli Araucani, che venne totalmente abolita solo nel 1898, esattamente quattrocentosei anni dopo il primo sbarco di Cristoforo Colombo su un lembo del continente americano. E fu di una tale confusione giuridica, complicata dal fatto che la Spagna, formalmente, non aveva del tutto rinunciato alla propria sovranità sulle sue ex colonie (come avvenne dimostrato il donchisciottesco tentativo di imporla, almeno teoricamente, con la guerra del 1864-66 contro il Perù e lo stesso Cile), che tentò di insinuarsi quella strampalata figura di avventuriero.-sognatore che fu l’avvocato di Carmaux, Antoine de Tounens. Di lui possediamo anche una documentazione fotografica, che fa parte di una raccolta custodita nel Museo storico dell’Araucania, a Temuco, nella quale è testimoniata anche la firma, da parte dei Mapuche, dello stoico trattato che pose fine per sempre alle ultime vestigia della loro indipendenza.

 Il cosiddetto “re” o “imperatore” dell’Araucania, che aveva assunto il nome altisonante di Aurelio Antonio I, aveva forse sperato di collegarsi con gli abitanti della mitica Città dei Cesari, di cui era stato, probabilmente, l’ultimo ricercatore sulle orme del celebre missionario italiano Mascardi (vedi il nostro articolo Alla ricerca della Città dei Cesari nelle estreme regioni magellaniche). Vi è una foto, nel Museo storico di Temuco, che lo raffigura nella sua tenuta ufficiale di sovrano di una nazione indigena indipendente: la lunga barba e la bianca benda avvolta intorno alla ronte, che ricade in una banda fino al petto, ne fa un personaggio stralunato e anacronistico, una via di mezzo fra un sacerdote druidico e un magistrato dell’antica Grecia. Lo sguardo fisso, l’atteggiamento ieratico, l’espressione assorta (ma non aggressiva, anzi piuttosto mite) rivelano un temperamento contemplativo e sognante, come di chi ha finito per lasciarsi andare interamente alle creazioni ella propria sbrigliata fantasia.

Non v’è dubbio, infatti, che Aurelio Antonio I aveva preso estremamente sul serio la sua ‘missione’ di salvare i Mapuche dai maltrattamenti degli “Spagnoli” (ossia dei Cileni) e che si considerava a tutti gli effetti il capo di stato indipendente e sovrano. Bisogna dire, che nel panorama degli avventurieri che l’Europa riversava, a quell’epoca, sugli altri continenti sotto le vesti più o meno rispettabili di mercanti, soldati, esploratori, e alcuni dei quali erano dei veri psicopatici con manie di grandezza e istinti sadici da sfogare sugl’indigeni pressoché inermi, de Tounens si fa notare per la sua mitezza. Non commise alcun atto di violenza e, anche se la sua azione velleitaria e sconsiderata rischiò di provocare gravi conseguenze sui Mapuche, sembra certo che egli nutrisse un desiderio abbastanza sincero di arrecare conforto agli indigeni, proteggendoli dalle violenze indiscriminate dei bianchi. Mentre uomini come l’ingegnere romeno Giulio Popper, nella Terra del Fuoco, sparavano a vista su qualsiasi indigeno per sbarazzare i grandi allevamenti ovini o le trivellazioni petrolifere dal ‘fastidio’ dei selvaggi, Aurelio Antonio I, com’egli si faceva chiamare, non si macchiò di alcun misfatto e forse credette davvero di avere la missione di ergersi a difensore dell’Araucania. I suoi progetti possono apparire pazzeschi con il senno del poi, ma bisogna tener presente che il contesto geo-politico nel quale egli tentava di inserirsi era abbastanza fluido da far apparire come realizzabili, o almeno possibili, dei disegni che, in circostanze normali, sarebbero apparsi come puramente chimerici.

Due, in particolare, erano gli elementi che parevano giocare a suo favore: il fatto che il governo del Cile, nonostante tutto, aveva ereditato dalla Spagna un rapporto giuridico con gli Araucani che era sostanzialmente da pari a pari, ossia da nazione indipendente a nazione indipendente. E il de Tounens, avvocato di professione, non poteva non far leva sul fatto che gli indigeni non avevano ancora firmato alcun trattato di resa e non potevano pertanto considerarsi legalmente sottoposti alla giurisdizione cilena, nonostante che il governo di Santiago avesse rivendicato, fin dalla stesura della propria Costituzione, il possesso di tutte le terre del versante andino occidentale, fino allo Stretto di Magellano compreso e alla Terra del Fuoco. È vero che si trattava di una mera dichiarazione di principio, dal momento che né la Spagna prima, né, ora, il Cile, avevano mai realizzato una occupazione effettiva della regione magellanica: de facto, la sovranità cilena (e, a suo tempo, della Spagna) si spingeva a sud non oltre l’isola di Chiloé, sulla cui costa settentrironale sorgeva la forte base navale di Ancud che era stata l’ultima piazzaforte iberica a capitolare dopo le guerre d’indipendenza delle colonie latino-americane, nel 1826. Proprio tale mancata presa di possesso era all’origine di un grave contenzioso di confine con la vicina Repubblica argentina, la quale -pur non avendo nemmeno essa, come si è visto, proceduto all’occupazione effettiva della Patagonia – nondimeno lanciava a sua volta avide occhiate verso l’estremo sud, cioè verso lo Stretto di Magellano e verso la Terra del Fuoco (e, poi, più a sud ancora, verso l’Antartide). Sprezzante è il giudizio dello storico francese Pierre Chaunu sulla fiera e prolungata indipendenza dei Mapuche: “(…) L’Araucania rimase, per tre secoli e a sua disgrazia, nelle mani degli araucani”, con riferimento alle incursioni degli indigeni contro le piazzaforti spagnole come Osorno, che fuera stata presa e saccheggiata nel 1600, poi ricostruita nel 1796 secondo il progetto originario del 1558 (in Huguettee Pierre Chaunu, Seville et l’Atlantique (1504-1650, 8 voll., Parigi, Sevpen, 1955-60, VIII, pp. 141-142). Ma lo storico britannico O. H. K. Spate (autore del fondamentale studio Il lago spagnolo. Storia del Pacifico, Torino, Einaudi, 1987, pp. 105-106) con sagacia gli ribatte: “(…) qualcuno potrebbe obiettare che, dando per scontata l’ineluttabilità di una dominazione straniera, sia comunque meglio attendere per quanto possibile che i conquistatori abbiano avuto modo di guadagnare qualcosa in fatto di coscienza e di capacità di civilizzazione.”

Proprio qui, tuttavia, nasceva il secondo elemento – questo di natura strettamente politico-strategica – che faceva sperare al de Tounens di avere qualche carta da giocare nell’inevitabile confronto con il governo cileno e, molto probabilmente, anche con quello argentino. La Francia era una grande potenza in piena espansione marittima e coloniale e aveva adocchiato lo Stretto di Magellano quale principale via di comunicazione fra gli oceani Atlantico e Pacifico (mentre la rotta del Capo Horn era assai più difficile e pericolosa, all’epoca della navigazione a vela, per le continue burrasche che provocavano ogni anno un gran numero di naufragi fra l’Isola degli Stati e lo Stretto di Drake. Più tardi, una analoga attenzione la Francia avrebbe riservato ad altre due vie marittime artificiali di capitale importanza strategica: il canale di Suez e il canale di Panama. Napoleone III, da parte sua,  non era insensibile a una politica di espansione coloniale e stava appunto mettendo gli occhi su alcune aree strategiche dell’America Latina, a cominciare dal Messico ove, infatti, di lì a poco avrebbe insediato l’imperatore-fantoccio Massimiliano d’Asburgo. Il momento sembrava favorevole perché gli Stati Uniti si stavano avviando rapidamente lungo la china della guerra civile (che scoppierà, infatti, nel 1861, dopo l’elezione dell’abolizionista Lincoln alla presidenza), e questo comportava una temporanea sospensione della capacità statunitense di far rispettare la cosiddetta “dottrina Monroe”. Pertanto  l’imperatore dell’Araucania poteva nutrire qualche speranza che, mettendosi sotto la protezione della sua madrepatria, i ministri del Secondo Impero sarebbero stati ben lieti di poter disporre di un punto d’appoggio verso la Patagonia australe, da cui far leva per ribattere allo smacco subito nel 1843, quando la Francia aveva perso una prima occasione di insediarsi nello Stretto di Magellano.

Cediamo la parola a Gabriele Rossi Osmida, che ha ben delineato l’oscura vicenda di questo imperatore-avventuriero in un suo saggio, Viaggi e conquiste nel Paese dei giganti, che fa parte del volume Patagonia, terra del silenzio (Venezia-Mestre, Erizzo Editrice, 1980, pp. 47-48), realizzato con la collaborazione del Centro Studi Ricerche Ligabue.

“Tra il 1830 e il 1840 diverse nazioni desideravano impadronirsi dello Stretto di magellano per controllare la navigazione transoceanica.

“Tra queste spiccavano la Francia, il Cile e l’Argentina.

“Nel 1843 il Cile, anticipando di pochi giorni il governo francese s’impossessò ufficialmente dello Stretto causando nel contempo gravi tensioni territoriali con l’Argentina per la definizione delle reciproche sovranità.

“Questa controversia, che si trascinò per lungo tempo, è passata alla storia con il nome di Divortium Aquarum.

“Anche se si trattò di un’epoca di tensioni tra Cile e Argentina, grazie all’oggetto della discordia venne avviato un minuzioso rilevamento dello Stretto di Magellano con incredibili risultati e scoperte.

“Essendo le attenzioni dei due stati esclusivamente polarizzate su questo problema, diversi territori vennero sguarniti in modo che la presenza di un’autorità centrale  era affatto inesistente. In tale situazione si verificò  un fenomeno analogo a quello occorso in Madagascar, ossia esplosero ambizioni di singoli avventurieri che tentarono di inventare regni su misura.

“Fu così che Orillie Antoine de Tounens si proclamò imperatore di Araucania, creando un Regno Andino nella Cordigliera cilenomenquina.

“Il 17 ottobre del 1860 de Tounens emise il primo dei suoi considerandos [delibere tipiche della diplomatica spagnola che iniziano appunto con la parola considerandos] dove si legge: «Noi, principe Orillie Antoine de Tounens. Considerando che la Araucania non dipende da nessun altro Stato, che si trova divisa in tribù e che ha richiesto un governo centrale  tanto nell’interesse particolare quanto nell’ordine generale, decretiamo quanto segue: Art. 1: una monarchia costituzionale ed ereditaria si avrà in Araucania, il principe Orillie Antoine de Tounens è designato eletto…». Tre giorni dopo un’altra ordinanza annetteva la Patagonia all’impero di Araucania «considerando come gli indigeni della Patagonia abbiamo gli stessi diritti  e interessi degli Araucani…». Questo regno come prevedibile durò ben poco; ma non volendo inimicarsi la Francia (che per tutelare l’integrità fisica del proprio principe aveva inviato una goletta da guerra in Patagonia), l’Argentina [in realtà il Cile, nota nostra] preferì riconoscergli la semi-infermità mentale, rimpatriandolo con tutta la corte dopo pochi mesi di regno.

“Analoga avventura venne tentata nel 1870 dal capitano della marina inglese George Musters che con più intelligenza, trasformò in seguito il proprio impero in una concessione per novantanove anni dei terreni più adatti alla pastorizia siti nel Nord della Patagonia.”

La figura di Antoine de Tounens è così bizzarra e, a suo modo, interessante, che vale la pena di fornire qualche altro particolare sulla sua vita e sulla sua stravagante impresa nell’America meridionale.

Era nato il 12 maggio 1825 a La Chèze, nel comune di Courgnac, in Dordogna, e aveva rascorso un’esistenza piuttosto tranquilla, senza far parlare di sé fino al colpo di testa che lo avrebbe reso celebre. Imbarcatosi per il Cile, il 28 agosto 1858 sbarca a Coquimbo e si reca dapprima a Valparaiso e Santiago, indi a Valdivia, dove conosce il cacique Quilapàn con il quale si accorda e ottiene il privilegio di poter entrare, unico uomo bianco, nel territorio dei Mapuche indipendenti. Il 17 novembre 1860 redige una Costituzione e il 20 novembre viene eletto sovrano, anche se nessuno Stato riconosce il suo regno. Egli batte moneta e crea una bandiera nazionale, coi colori blu, bianco e verde in bande orizzontali; proclama l’annessione della Patagonia fino all’Oceano Atlantico e alla Terra del Fuoco; indi, con enorme ingenuità, si reca a Valparaiso, allo scopo di notificare al governo del Cile la nascita del suo regno. Il presidente Manuel Montt lo fa arrestare e tradurre in prigionia dapprima a Nascimiento, indi a Los Angeles, ove viene decisa la sua reclusione in un ospedale psichiatrico. A questo punto interviene il console di Francia che riesce a farlo liberare e rimpatriare.

Tornato in patria, de Tounens non si dà per vinto e, trovati alcuni finanziatori (incredibile ma vero: si vede che certe follie sono contagiose), tenta ancora per ben tre volte di riprendere possesso del suo regno: nel 1869, nel 1874 e nel 1876. Ogni volta è costretto a fuggire per sfuggire all’arresto, e ogni volta è salvato dall’intervento diplomatico francese (bisognerebbe vedere fino a che punto per ragioni di prestigio o per tenersi comunque aperta una carta da giocare nella disputa seguita al Divortium aquarum). 

Muore il 17 settembre 1878 a Tourtoirac e, per testamento, trasmette i suoi diritti all’amico Achille Laviarde che assume il titolo di Achille I di Araucania, sovrano in esilio. Al giorno d’oggi esiste ancora un ‘legittimo’ discendente, don Felipe, che però ha rinunciato al titolo pur dedicandosi a mantener viva la memoria del suo predecessore. Anche la letteratura si è interessata a questa strana figura di avventuriero. Esistono due romanzi di una certa risonanza ispirati alla sua vicenda: Le roi blanc des Patagons di saint-Loup, el 1905, e Moi, Antoine de Tounens, roi de Patagonie di Jean de Raspail, da cui è stata tratta anche una versione cinematografica. Esiste inoltre una discreta bibliografia sull’argomento, soprattutto in lingua spagnola e in lingua francese. Quanto ai Mapuche, la loro odissea non è finita: insidiati nelle loro terre avite dall’invadenza delle multinazionali, sia in Cile che in Argentina, ancora lottano per ottenere giustizia e il rispetto dei loro antichi diritti sul Paese che abitano da sempre.

Ma questa è storia di oggi, e non ha nulla di romantico o di stravagante: è la solita storia, cruda e senza voli di fantasia, dello sfruttamento economico e del genocidio culturale che va tanto di moda sotto il nome asettico e quasi ‘progressista’ di globalizzazione.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/06/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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