giovedì, 23 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: Bilancio della guerra di Grecia, di Mario Cervi

Una pagina al giorno: in linea con la vulgata a senso unico, il bilancio della guerra di Grecia. Mario Cervi ha voluto rendere onore alla memoria del soldato italiano in una avventura militare che egli definisce «pazzesca» di Francesco Lamendola

Dal libro di Mario Cervi «Storia della guerra di Grecia» (Milano, Sugar, 1966, poi Mondadori, 1969, pp. 341-48):

«La quiete era tornata sulle giogaie insanguinate delle montagne albanesi. Il cannone taceva. La Grecia era adagiata nella rassegnazione di un paese occupato. Hitler preparava la fatale “operazione Barbarossa”. Visconti Prasca tempestava lo Stato Maggiore di ricorsi, pretendendo ancora che il collocamento a riposo fosse stata una misura arbitraria e ingiusta. E Mussolini tentata di “rifarsi la faccia”, ingaggiando un duello impari con la propaganda nemica che sottolineava gli aspetti umilianti della impresa di Grecia. Il “la” a questi attacchi era stato dato, con accenti durissimi, da Churchill, in un discorso radiodiffuso del 27 aprile, che informava il popolo inglese sulle vicende della sfortunata spedizione di Wilson nei Balcani. “Probabilmente avete letto sui giornali – aveva detto sarcasticamente Churchill – che, con uno speciale proclama, il dittatore italiano si è congratulato con l’esercito italiano in Albania per gli allori gloriosi che ha conquistati con la sua vittoria sui greci. Questo è senz’altro il record mondiale nel campo del ridicolo e dello spregevole. Questo sciacallo frustato, Mussolini, che per salvare la sua pelle ha reso l’Italia in uno stato vassallo dell’Impero di Hitler, viene a far capriole al fianco della tigre tedesca con latrati non solo di appetito – il che si può comprendere – ma anche di trionfo. Cose diverse colpiscono popoli diversi in modo diverso. Ma sono sicuro che ci sono milioni e milioni di persone nell’Impero britannico e negli Stati Uniti che troveranno una nuova ragione di vita nell’assicurarsi che, quando giungeremo ala resa dei conti finale, questo assurdo impostore sarà abbandonato alla giustizia pubblica e al disprezzo universale.”

Gli insulti di Chrchill colpivano il bersaglio perché rispecchiavano una amara verità. E Mussolini cercherà di scrollarseli di dosso, nei giorni successivi, con una serie di note polemiche che mal celavano, con il loro linguaggio altezzoso, l’avvilimento. La nota che i greci avevano consegnato a Palairet, ad Atene, per autorizzare il reimbarco britannico, offrì anch’essa uno spunto alo sforzo del duce di rivalutare una campagna fallita. Spiega la nota che “dopo avere vittoriosamente condotto una strenua lotta contro un nemico numericamente superiore e meglio equipaggiato, per oltre sei mesi, l’esercito greco si trova in uno stato di esaurimento perché completamente sprovvisto di certe risorse che sono indispensabili per la condotta della guerra”. E la propaganda fascista commentava: “A parte la vittoria che non c’è stata, com’è agevole dimostrare, e la superiorità numerica che non ci fu mai, è precisa e possiamo aggiungere storica la confessione del governo di Korizis, e cioè che la lotta con l’esercito italiano aveva esaurito l’esercito greco. Non si forza la logica concludendo che l’esercito italiano avrebbe, al più tardi entro il settimo mese, liquidato quell’esercito greco che era già esaurito al sesto. L’azione balcanica dell’Asse, provocata dal colpo di stato di Belgrado, e l’intervento delle ferree divisioni germaniche hanno anticipato – insieme con quello jugoslavo -il collasso greco, che era preventivato e inevitabile. L’ammissione ufficiale del governo greco, riferita da Eden, sgonfia una volta per tutte le vesciche retoriche e propagandistiche che hanno illuso per qualche tempo i greci sull’esito della lotta e, coi greci, i loro cosiddetti alleati e compari d’Europa e d’America”.

Il linguaggio di questa nota è inconfondibilmente mussoliniano: e riesce a condensare in breve spazio molte bugie. L’esercito greco aveva fatto un intenso e pesante sforzo, non c’è dubbio: ma alle nostre divisioni d’Albania avrebbe potuto dare ancora molto filo da torcere, e per un lungo tempo.

L’offensiva nostra di marzo non aveva messo in luce alcun segno premonitore di un collasso. Papagos cullava ancora nei nostri riguardi, lo si è visto, velleità di attacco. Con uno di quei “vuoti logici” che erano tipici della mentalità mussoliniana, la nota vantava, quasi, la nostra mancata superiorità numerica (ma non osava smentire la superiorità del nostro equipaggiamento, e pure avrebbe potuto farlo con piena ragione). Negava che i greci potessero parlare di vittoria,  pur pretendendo che di vittoria potessimo parlare noi.  Alterava la verità storica asserendo che l’attacco tedesco alla Grecia era stato una conseguenza del colpo di stato jugoslavo: laddove sappiamo che l’operazione “Marita”  era stata preordinata da lungo tempo e che gli eventi di Belgrado costrinsero Hitler ad ampliarla e modificarla. Mussolini manifestava con l’arroganza il complesso d’inferiorità nei riguardi dei tedeschi e dell’opinione pubblica mondiale.

Hitler gli diede, in un discorso del 4 maggio che faceva il punto della situazione, un contentino: ma fu anche largo di riconoscimenti al soldato greco: il che avrebbe dovuto far piacere a Mussolini, perché la vigoria del nemico rendeva più plausibile i suoi insuccessi. Ma, paradossalmente, il duce avrebbe voluto che si parlasse di vittoria italiana “tout court”, senza troppo insistere sulle vicende, che pure egli aveva così intensamente sofferte, degli ultimi sei mesi. “La Grecia – aveva dunque detto Hitler al Reichstag il 4 maggio, mentre i giornali italiani pubblicavano le prime fotografie di Mussolini in visita sul fronte albanese – che meno di tutti gli altri stati balcanici aveva bisogno di essere garantita dall’Inghilterra, si prestò fino in fondo ai piani criminosi di Londra. Intendo rendere omaggio alla verità storica facendo una distinzione tra il popolo greco e la cricca dei dirigenti corrotta, capeggiata dal re, asservita agli interessi britannici…”. E poi, riferendosi specificamente all’attacco italiano, Hitler trovava una formula evasiva, abbastanza astuta, che trasformava la nostra disavventura in una scappatoia offerta ai greci: “Le intervenute difficoltà atmosferiche, la neve, la tormenta, e le piogge, unitamente, devo constatarlo per onore della verità storica, ad una resistenza oltremodo valorosa opposta dal soldato greco, lasciarono al governo greco tutto il tempo sufficiente per meditare sulla sua sciagurata decisione e per cercare la possibilità di una onorevole via d’uscita”. Il tempo per la meditazione non era certo mancato, e non per volontà di Mussolini. “Il duce – aggiungeva Hitler – non mi ha mai chiesto di mettere a sua disposizione una sola divisione. Egli era convinto che, con l’inizio della buona stagione, la guerra contro la Grecia sarebbe stata coronata da successo. Anche io ero dello stesso parere. Con lo schieramento delle forze tedesche non si trattava dunque di portare un aiuto all’Italia contro la Grecia”.

Dispiace ammetterlo, ma nella vicenda greca Hitler ha tenuto sempre, rispetto a Mussolini, un atteggiamento più prudente ragionevole, cavalleresco. L’inumano sterminatore di ebrei, il paranoico che fantasticherà ancora di riscosse d i vittorie nel tragico bunker di Berlino, lo stratega folle che lascerà al macello l’armata di Stalingrado, appare qui in luce infinitamente migliore. Avrebbe potuto vendicarsi del dispetto di Mussolini, che lo aveva presuntuosamente messo davanti al fatto compiuto, commettendo un errore fatale. E invece falsava la verità al di là del necessario per proteggere il prestigio del camerata di Roma., è vero che il trionfo consentiva ai tedeschi queste indulgenze. Avevano preso prigionieri 344 mila jugoslavi, 218 mila greci, novemila inglesi, subendo perdite straordinariamente basse. Ma ancora Hitler volle, in quel discorso, rendere omaggio i greci: “Verso l’infelice popolo greco sentiamo un vivo senso di sincera compassione… La Grecia ha lottato così valorosamente che anche la stima dei suoi nemici non può venirle negata”.

Un mese dopo, quando già il popolo greco aveva cominciato, con significativo capovolgimento psicologico, ad apprezzare l’umanità dei soldati italiani, e a odiare la durezza tedesca, Mussolini tracciò il suo consuntivo, nel primo anniversario della nostra entrata in guerra (10 giugno). Parlò, quando italiani e tedeschi avevano occupato anche Creta,  davanti alla osannante Camera dei fasci e delle Corporazioni. Nel discorso, il duce presentò, come frutto di ponderate valutazioni, il suo scatto d’ira di metà ottobre: “Sin dall’agosto 1940 io ebbi le prove che la Grecia non conservava più nemmeno l’apparenza della neutralità… Mi convinsi che la Grecia costituiva veramente una posizione chiave dell’Inghilterra nel Mediterraneo centro-orientale e che anche la Jugoslavia aveva un atteggiamento quanto mai ambiguo… I fatti hanno confermato in pieno che il mio punto di vista era giusto. Dopo questa straordinaria affermazione, che un’opposizione, in un Parlamento democratico, avrebbe ridicolizzata in due minuti, Musssolini disse che “il 15 ottobre fu deciso unanimemente di rompere gli indugi e di scendere in campo verso la fine del mese”.

Il richiamo all’unanimità, in un regime che lasciava ogni decisone e ogni responsabilità  al suo capo, era piuttosto comoda, e ipocrita. Il duce riconobbe che iniziare in una campagna in ottobre “imponeva uno sforzo logistico poderoso” (senza aggiungere che quello sforzo non era mia stato fatto) con il vantaggio tuttavia “delle notti lunghe che facilitavano la navigazione dei convogli… e della preservazione dalla malaria”. Il piano di Visconti Prasca “approvato dagli Stati Maggiori di Roma  e da me era logico e convincente”. Ho cercato di spiegare, in questo libro, quanto poco lo fosse. Dopo aver descritto l’odissea della Julia, Mussolini spiegò che era stato formato il “muro”, e si dilungò poi in una illustrazione “pro domo sua” delle vicende della guerra, aggiungendo che “quando ai primi di marzo mi recai in Albania sentii nell’aria il preludio della vittoria”. Anche questa asserzione può essere controllata attraverso le notazioni sulla ispezione del duce in Albania. “Nella settimana che va dal 9 al 18 marzo e che segna la ripresa dell’attività italiana – continuò Mussolini – l’esercito greco cessò praticamente  di esistere come forza capace ancora di combattere. Ciò fu confessato in seguito dallo stesso governo greco. È assolutamente matematico che in aprile, anche se nulla fosse accaduto per variare la situazione balcanica, l’esercito italiano avrebbe travolto e annientato l’esercito greco. Bisogna onestamente constatare che molti reparti greci si sono battuti valorosamente”.

Dopo questa concessione, la prima che gli uscisse di bocca dal 28 ottobre 1940 in poi, Mussolini spiegò: “Il caso greco dimostra che la valutazione degli eserciti non è immutabile. E che le sorprese se non frequenti sono tuttavia possibili”.. Un’ammissione che mal si conciliava con la prima parte del discorso, dalla quale risultava che tutto era andato più o meno secondo i piani prestabiliti. Dopo avere, con molte reticenze e omissioni  e deformazioni, presentato la “sua” verità sulla campagna di Grecia, Mussolini arrivò al capitolo doloroso, quello delle perdite. Erano state elevate. Cavallero, cui premeva di dimostrare, la “entità dello sforzo”, poteva, a questo riguardo, essere più che appagato. Mussolini dava notizia di 13 mila 502 caduti, 38.768 feriti, quattro mila 391 congelati di terzo grado, i più gravi, “in massima parte salvati”, 8 mila 592 congelati di secondo grado “completamente guariti”, 4 mila 564 congelati in forma lieve. Cinquantanove caduti e 68 feriti albanesi. Così parlò il duce, tra acclamazioni. E le sue cifre erano largamente inferiori alla realtà. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa la campagna di Grecia è costata all’Italia 13.755 morti, 50.874 feriti, 123 mila 368 congelati, 25.067 dispersi, 52.108 ricoverati in luoghi di cura. I dispersi sono, secondo quanto ritiene autorevolmente il Ministero della Difesa, caduti sul campo. La guerra d’Albania è stata sanguinosa, per noi e per l’avversario. Il numero dei caduti greci ammonta, secondo cifre ufficiali a 13.408, e a 42.485 il numero dei feriti. Quasi cinquantamila uomini sono morti, 100 mila sono stati feriti, molti altri hanno vissuto e vivono una vita di sofferenze per mutilazioni causate dal gelo, perché in un giorno ormai remoto di un ormai remoto ottobre Mussolini fu punto nel suo orgoglio dalla protezione tedesca sulla Romania, e volle ripagare Adolfo Hitler della stessa moneta. E altro ancora può essere detto, sulle conseguenze di quella stizza mussoliniana: 18 navi dei convogli che facevano la spola tra l’Italia e l’Albania furono affondate, 65 aerei italiani abbattuti, e 229 uomini degli equipaggi morirono (assai maggiore è il numero degli apparecchi perduti da greci e inglesi), città greche furono devastate dai bombardamenti.. Tanti sacrifici, tanto sangue italiano versato, furono compensati, nella opinione mondiale,  dal discredito e dal disprezzo.

Corremmo il pericolo, serio, di essere buttati fuori dall’Albania. Lo ha confessato, in un articolo del 1950 sulla “Rivista militare”, il comandante del XI armata, Carlo Geloso: e lo ha confessato, paradossalmente, per dimostrare (e possiamo credergli) che Papagos non era poi un fulmine di guerra e che la sua abilità parve sfolgorante per i nostri errori. “Nel novembre del 1940 – ha scritto Geloso – dopo la caduta di Erseke la valle dell’Ossum era quasi completamente sguarnita. L’avversario si attardò… contro due battaglioni di guardie di finanza. Ebbe così modo e tempo di arrivare in linea e di schierarsi la divisione alpina Pusteria. Nel mese di dicembre…la valle Sciuscizza e la strada litoranea erano praticamente aperte ad un nemico che avesse saputo cogliere l’occasione… nel gennaio del 1941, dopo la caduta di Klisura, il nemico aveva strada libera davanti a sé, verso Berati. Sostò e affluirono la Pinerolo e la Cacciatori delle Alpi”. Questi erano stati i frutti del bel piano “logico e convincente”.

Mi riterrò molto soddisfatto se sarò riuscito, con queste pagine, a indirizzare il discredito e il disprezzo sui responsabili della dolorosa avventura, e a dimostrare che i combattenti non ebbero altre debolezze, quando le ebbero, che quelle umane e direi giuste di tutti i combattenti di tutte le nazioni. Il sacrificio di quota 731 – chissà come ridotto ora, con la sua alta croce e con i suoi cimeli gloriosi e melanconici – non deve tanto ricordare una offensiva sterile e una campagna pazzesca, quanto una somma immensa di valore e di dolore. Mussolini e Cavallero, gli uomini che si scambiarono messaggi complimentandosi a vicenda e tentando di porre qualche altra pietra al loro personale monumento con le ossa del sacrario, non sono più. Lasciamoli da parte, nell’ora del congedo.

Ripercorrendo col pensiero, a questo punto, le pagine che ho scritto, mi accorgo che sono risultate forse ancora più amare, tristi, sconfortanti, di quel che pensassi. La verità è un duro impegno ma niente in questo libro, niente nella verità, può suonare offesa ai patimenti e alla memoria dei caduti di Monastero e delle mille altre quote d’Albania, intrise di fango e di sangue. Sia reso onore a chi ha compiuto un dovere che sapeva di fiele, a chi ha obbedito ad ordini sciocchi o iniqui. Nessun reparto greco voleva arrendersi agli italiani, nell’aprile del 1941. Tutti greci preferivano gli italiani ai tedeschi, pochi mesi dopo, una volta conosciuto il calore umano dei nostri soldati., Sia reso grazie all’ardimento dei nostri soldati e insieme alla loro bontà. Sono stati nella campagna di Grecia i soldati peggio guidati del mondo, senza dubbio alcuno. Non hanno perduto. Non si sono smarriti., Hanno bene meritato dalla Patria.»

Mario Cervi, nato a Crema nel 1921, aveva vent’anni quando venne mandato in Albania come ufficiale di fanteria, e ventidue quando i Tedeschi lo fecero prigioniero, insieme a tanti suoi commilitoni, dopo le tristi vicende dell’8 settembre 1943.

Nel suo libro «Storia della guerra di Grecia», che, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, ebbe un notevole successo di pubblico, anche per merito della edizione tascabile negli Oscar Mondadori (al prezzo, estremamente economico, di 500 lire), egli ha voluto rendere onore alla memoria del soldato italiano e, contemporaneamente, ricoprire di infamia il regime politico che lo aveva mandato allo sbaraglio, nel cuore dell’inverno, sulle aspre montagne balcaniche, in una avventura militare che egli definisce «pazzesca».

Si tratta, perciò, di un’opera che vorrebbe essere storica, ma che del metodo storico elude la regola numero uno, enunciata già esemplarmente da Tucidide nella premessa alla sua «Storia della guerra del Peloponneso: ossia quella di procedere alla ricerca disinteressata della verità, «sine ira et studio», senza rabbia e senza forzature.

Invece, proprio nel capitolo conclusivo, Mario Cervi lascia cadere ogni pretesa di imparzialità e dichiara francamente che si riterrà molto soddisfatto se sarà riuscito, «con queste pagine, a indirizzare il discredito e il disprezzo sui responsabili della dolorosa avventura»; al punto da mostrare una tacita solidarietà con i volgari insulti lanciati da Churchill a Mussolini (e l’esplicito invito a una giustizia sommaria, che troverà la sua tragica applicazione nei fatti di Piazzale Loreto) per coprire la realtà della ritirata britannica dalla Penisola Balcanica e la sconfitta totale e irrimediabile della Jugoslavia e della Grecia.

Se Cervi avesse scelto il genere memorialistico, avrebbe avuto tutto il diritto di sfogare la propria amarezza e la propria indignazione contro i capi che, a suo parere, avevano così male ideato e realizzato la campagna contro la Grecia, causando sì gravi sofferenze alle truppe ed esponendole a una misera figura, che non avevano meritato di fare; invece egli ha scelto di cimentarsi nel genere storico, e lo ha fatto con quella approssimazione e con quella tendenza alla semplificazione che avrebbe largamente mostrato, insieme a Indro Montanelli, nella stesura di tredici volumi della «Storia d’Italia», tanto brillanti sul piano giornalistico quanto assolutamente inconsistenti su quello propriamente storiografico.

A parte certe imprecisioni dello stile (ad esempio, nella frase: «Il richiamo all’unanimità, in un regime che lasciava ogni decisone e ogni responsabilità  al suo capo, era piuttosto comoda, e ipocrita», il soggetto è maschile, ma gli aggettivi diventano inspiegabilmente femminili), tutto l’andamento della trattazione è caratterizzato da un autentico livore nei confronti di Mussolini, di Visconti Prasca e di Cavallero, che lo spinge a polemizzare continuamente con le affermazioni del Duce, in maniera petulante e ingenerosa. Nulla viene trascurato per sottolineare, e all’occorrenza esagerare, le manchevolezze, gli errori, le ingenuità, dei capi politici e militari che progettarono e attuarono la campagna di Grecia.

Lo stesso metro e la stessa misura non vengono però applicati ai capi politici e militari greci, o a quelli inglesi, e neppure a quelli tedeschi. Tipico esempio dell’adesione di Cervi a quella Vulgata acriticamente antifascista che volle addossare, crocianamente, tutte le colpe del Ventennio al fascismo, assolvendone in blocco il popolo italiano. E, più in generale, Cervi mostra la solita tendenza allo sport nazionale preferito dagli intellettuali italiani, quello di denigrare sistematicamente tutto quanto l’Italia ha fatto sotto un governo di colore politico diverso da quello che essi avrebbero voluto; mostrando, al tempo stesso, una viscerale solidarietà per quanto hanno fatto i governi stranieri  che con esso si sono trovati in conflitto.

Nella sua requisitoria d’obbligo contro l’irresponsabilità di quanti vollero la campagna di Grecia, per meglio assolvere il popolo italiano innocente di tanta imperizia e di tanta scelleratezza, l’Autore non si perita di tracciare un quadro manicheo a tinte bianche e nere, ove tutte le colpe sono da una parte sola, e tutte le ragioni dall’altra.

La conclusione che il lettore ne ricava, e non può non ricavarne, è che la campagna di Grecia sia andata come è andata per una sorta di «insostenibilità storica», per usare l’espressione adoperata dal Presidente Napolitano nel commemorare i nostri caduti di El Alamein; avvalorando la rassicurante filosofia della storia secondo la quale, alla fine, la giustizia avrebbe trionfato con la vittoria dei «buoni» e la sconfitta dei «cattivi» (cfr. il nostro precedente articolo «Ci son voluti sessantasei anni per ridare il dovuto onore ai caduti di El Alamein», anch’esso consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Questa, però, è una pia leggenda ad uso delle anime belle. Se vogliamo parlare di insostenibilità storica, non si vede perché, circa la battaglia di Stalingrado, si debbano adoperare due metri e due misure: per quale motivo, cioè, si ritiene che i Sovietici DOVEVANO vincere, mentre i Tedeschi non avrebbero potuto che perdere? Né si capisce perché i Tedeschi abbiano vinto, e in modo strepitoso, nelle campagne di Polonia, di Norvegia, di Francia: se le cause sbagliate sono destinate a perdere, come mai ciò non accadde?

La verità è che, nella valutazione dei fatti storici, occorre molta indipendenza di giudizio per sottrarsi alle suggestioni ideologiche e morali della Vulgata dei vincitori di turno e per affermare, ad esempio, che, se la campagna italiana contro la Grecia fosse stata meglio preparata e fosse stata coronata da successo, ora nessun Mario Cervi ne avrebbe fatto il simbolo della pazzia di un singolo dittatore.

Quanto alla battuta secondo cui un Parlamento democratico avrebbe ridicolizzato in due minuti la relazione di Mussolini, si vede che Cervi non ha presente quante manipolazioni della verità «passino» tranquillamente nei parlamenti democratici. Non abbiamo forse visto, recentemente, il Congresso americano passare per buone le spudorate menzogne di George Bush junior, di «Big» Cheney e di Colin Powell sulla intollerabile minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, per giustificare la più iniqua di tutte le guerre, quella lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iraq il 20 marzo del 2003?

Mario Cervi, da buon liberale, condivide l’idea che tutti i mali vengono dalle dittature, e tutte le virtù dalle democrazie; e, da buon intellettuale italiano di prima classe (inizialmente come giornalista del «Corriere della Sera», poi come direttore de «Il Giornale»), è fermamente convinto che un dittatore italiano debba essere un dittatore doppiamente miserevole, perché – a differenza di altri – non sa far bene nemmeno la parte che si è scelto.

Tace pudicamente sul fatto che Churchill, che nell’aprile del 1941 paragona Mussolini a uno sciacallo (meno di un anno prima Roosevelt aveva creato il mito della pugnalata alla schiena della Francia), si era sprecato per anni in elogi sperticati del Duce e del fascismo; e che il democratico leader inglese si era accorto della sua malvagità solo quando questi si era messo in rotta di collisione con gli interessi dell’imperialismo britannico: un po’ come la casa Bianca si è resa conto che Saddam Hussein era un pericolo per la pace nel Medio Oriente e nel mondo intero, solo dopo anni ed anni di felice e fruttuosa collaborazione politica, economica e militare con lui.

Visto che Mario Cervi non esita a sottolineare l’ipocrisia di Mussolini, perché non spende una parola sull’ipocrisia di Churchill e di quanti, anche in Italia, ammirarono o appoggiarono così a lungo Mussolini: compreso quel Benedetto Croce che, ancora nel 1924, DOPO il delitto Matteotti, consigliava agli Italiani di aver fiducia in Mussolini e di sostenere il fascismo?

Ma entriamo più nello specifico.

Nel suo libro, Mario Cervi presenta la campagna contro la Grecia come il frutto di una assurda ripicca di Mussolini per l’ingresso delle truppe tedesche in Romania, il 9 ottobre 1940, di cui Hitler non lo aveva debitamente preavvertito; e questa posizione è parsa così solida e convincente, da assurgere in breve al rango di una di quelle verità storiche talmente evidenti, per quanto sgradevoli, da non necessitare più di alcuna verifica. Diventano delle certezze assodate e definitive, quindi inappellabili, come la «pugnalata alla schiena» contro la Francia di rooseveltiana memoria (mentre esistono testimonianze, come quella di Umberto I, che il presidente francese, tramite il Vaticano, chiese a Vittorio Emanuele III di entrare in guerra, per non lasciare il suo Paese da solo a negoziare la pace con la Germania).

Spiacenti, ma così non si fa la storia. La storia si fa prendendo in esame, pacatamente e obiettivamente, per quanto possibile, le ragioni e i torti di entrambe le parti; e sforzandosi non di condannare questo o quello (la storia non è un tribunale, e lo storico non è un pubblico accusatore), ma sforzandosi di comprendere – il che non significa giustificare – le motivazioni di ciascuna parte in causa.

Così, non ci sembra che un solo storico italiano abbia speso una parola per segnalare l’illegalità dell’occupazione inglese dell’Egitto, nel 1940, che diede origine alla campagna nordafricana culminata ad El Alamein, e che costò tanti morti e tanti sacrifici all’Italia, alla Gran Bretagna e alla Germania; mentre quasi nessuno si è astenuto dal gettare il suo bravo sasso contro la decisione di Mussolini di invadere la Grecia, nel medesimo anno, senza prendersi alcun pensiero di ricercarne le ragioni strategiche e politiche.

Eppure, come ha fatto notare un esperto di cose militari, G. Giglioli, la decisione di attaccare la Grecia non era né peregrina, né irragionevole: se l’operazione fosse stata ben preparata, essa avrebbe offerto la possibilità di migliorare di molto la nostra posizione strategica nel Mediterraneo orientale contro l’avversario principale: la Gran Bretagna. Si sarebbe creato un collegamento diretto fra le nostre basi aeree e navali in Italia e quelle del Dodecanneso, e la posizione britannica in Egitto sarebbe stata seriamente minacciata.

Intendiamoci: non stiamo dicendo che l’attacco alla Grecia sarebbe divenuto moralmente accettabile se fosse stato coronato da successo. Al contrario: stiamo dicendo che, troppo spesso, gli storici italiani e gli scrittori che si sono occupati della nostra storia nazionale (e Mario Cervi è un giornalista, non uno storico) hanno sempre palesato una particolare severità morale verso le azioni militari mal condotte dai nostri governi, mostrandosi però stranamente comprensivi, o tacendo addirittura, davanti ad azioni militari anche più discutibili sul piano morale, condotte però con perizia da governi stranieri.

Del resto, lo abbiamo detto in più occasioni e lo ribadiamo: la guerra è sempre una scelta moralmente sbagliata e condannabile, perché costituisce, in se stessa, la somma delle peggiori ingiustizie e della brutalità più gratuita. Ciò premesso, non si vede perché, quando si parla dell’Italia e della sua storia recente, bisogna usare verso di essa un criterio diverso da quello adoperato per qualunque altro Stato.

Nella seconda guerra mondiale non c’erano i «buoni» contro i «cattivi»: erano tutti, indiscriminatamente, «cattivi» (cfr. i nostri precedenti articoli «Chi ha scatenato la seconda guerra mondiale?» e «Nell’Italia del 1943 non vi furono amici né, tanto meno, liberatori, ma soltanto nemici», entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice).

Perché mai, in un simile contesto, la decisione di Mussolini di invadere la Grecia dovrebbe essere vista come moralmente più biasimevole di quella sovietica di invadere la Finlandia; o di quella inglese di distruggere la flotta francese a Mers el Kebir; o di quella inglese e sovietica di invadere, congiuntamente, la Persia neutrale; oppure, ancora, di quella americana di occupare l’Islanda e la Groenlandia? Erano tutte azioni perfettamente giustificabili sul piano strategico e militare: perché, quando si fa la guerra, la si fa per vincerla e non per perderla; e ogni mezzo è considerato lecito per raggiungere il fine. Sul piano etico, evidentemente, le cose stanno in maniera assai diversa; ma non è corretto ragionare sul piano etico quando si tratta di certe nazioni, e sul piano tecnico e strategico, allorché si discute di altre.

Se la decisione di Mussolini di attaccare la Grecia era sbagliata sul piano morale, lo era anche quella inglese di invadere l’Iraq e di occupare l’Egitto nel corso dello stesso conflitto. Se l’invasione britannica dell’Iraq e l’occupazione dell’Egitto (per non parlare della sanguinosa campagna contro la Siria francese) erano giuste sul piano strategico e militare, allora lo fu indubbiamente anche il piano italiano di occupare la Grecia.

Certo, la campagna fu condotta malissimo: nella stagione sbagliata e con forze insufficienti; per giunta, proprio quando una parte consistente delle forze armate erano state appena smobilitate e dovettero essere richiamate, precipitando i servizi logistici nel caos. E questa imperizia, sicuramente, suona come un atto di accusa contro gli uomini che idearono e condussero l’operazione, sia a livello politico (Ciano in testa) che militare (Visconti Prasca e non Cavallero, che riuscì a salvare il salvabile).

Qui, però, il discorso diventa squisitamente politico, invece che militare, e coinvolge un giudizio complessivo sul regime fascista e sulla capacità della classe dirigente da esso insediata al potere. Ma il libro di Mario Cervi pretende di essere una ricostruzione storica della campagna di Grecia in quanto tale, non una indagine sulle responsabilità complessive del fascismo.

Ebbene, in una tale prospettiva, avrebbe dovuto sforzarsi di essere meno prevenuto e meno partigiano; più equanime nella valutazione dei fatti; più indipendente nel giudizio storico, rispetto ai moduli vieti di una Vulgata a senso unico.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/07/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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