sabato, 25 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: I giorni di Lublino nel 1914, di Concetto Pettinato

1914 di Concetto Pettinato. Giornalista di razza, che divenne direttore della «Stampa» di Torino durante la Repubblica Sociale Italiana, nell’agosto del 1914 appena scoppiata la prima guerra mondiale si recò in Polonia di Francesco Lamendola  

Concetto Pettinato, giornalista di razza, che divenne direttore della «Stampa» di Torino durante la Repubblica Sociale Italiana e che fu arrestato, nel marzo 1945, per volontà dei duri di Salò, e particolarmente di Farinacci, i quali non sopportavano la sua azione di critica interna al regime, aveva alle spalle un passato di inviato speciale per uno dei maggiori giornali italiani, nei primi anni del Novecento.

Nell’agosto del 1914, appena scoppiata la prima guerra mondiale, si recò in Polonia e visitò Varsavia e Lublino, proprio nel momento cruciale delle battaglie di Lemberg (Leopoli; L’vov in polacco) fra l’esercito austriaco di Conrad von Hötzendorf e l’esercito russo del granduca Nicola, che sarebbe terminato, alla metà di settembre, con la clamorosa vittoria del secondo – assai sminuita, peraltro,  dalle contemporanee sconfitte di Tannenberg e dei Laghi Masuri ad opera dell’esercito tedesco, sui confini della Prussia Orientale.

In particolare, egli fu uno dei pochi giornalisti occidentali, se non l’unico (dato lo stato di guerra in cui già si trovavano Francia e Gran Bretagna; mentre l’Italia aveva proclamato la neutralità) a visitare Lublino quando le armate austriache dei generali Dankl e Auffenberg, colte le vittorie iniziali di Krasnik e Komarow, giunsero fino a pochi chilometri dalla città, dalla quale si poteva udire il rombo dei cannoni e vedere gli incendi in lontananza.

Giornalista di razza, ma anche scrittore istintivo, dotato di una certa vena espressionistica, egli raccolse la sua esperienza di quelle vicende in un volume, intitolato «Sui campi di Polonia», che fu pubblicato nel 1915 con una prefazione del celebre scrittore polacco e Premio Nobel per la letteratura Henryk Sienkiewicz, autore – fra l’altro – del celeberrimo romanzo storico «Quo vadis?» (1896), nel quale paragonava implicitamente la Roma di Nerone alla Germania degli Hohenzollern, e la pura e bellissima eroina cristiana, Licia, alla sventurata sua patria, la Polonia, in ardente attesa della liberazione dal dominio straniero.

Il dramma della Polonia era che il suo territorio si trovava diviso fra i tre Imperi che, nel corso della seconda metà del Settecento – nel 1772, nel 1793 e nel 1795 – se lo erano spartito: la Russia, la Prussia (poi Reich tedesco) e l’Austria. Di conseguenza, allo scoppio della prima guerra mondiale i Polacchi si trovavano in una posizione assai intricata e non sapevano se augurarsi la vittoria degli Imperi Centrali o quella della Russia.

Degli Imperi Centrali temevano la dura politica di germanizzazione praticata dal governo tedesco nelle province orientali della Germania (specialmente nella regione di Posen/Poznan, ma anche in Alta Slesia e in Prussia Occidentale); mentre il governo austriaco si era mostrato nel complesso mite nel governare la Galizia, pur se aveva favorito il nazionalismo dell’elemento ucraino, prevalente nelle campagne della parte orientale,  per controbilanciare con esso ogni velleità d’indipendenza dell’elemento polacco, prevalente nelle città.

Della Russia avevano sperimentato la brutale repressione di ogni tentativo insurrezionale, nel corso dell’Ottocento (nel 1830-31 e nel 1863) e non sapevano se fidarsi, oppure no, del proclama del granduca Nicola, il quale prometteva – a guerra finita – un’ampia autonomia del Regno di Polonia, ingrandito con i territori polacchi che sarebbero stati tolti agli Imperi Centrali; ma pur sempre nell’ambito dell’Impero zarista.

Di fatto, la risurrezione della Polonia del novembre del 1918 fu resa possibile proprio dalla disfatta di tutti e tre i suoi potenti vicini: dapprima della Russia, uscita dalla guerra con la pace separata di Brest-Litowsk (marzo 1918), poi degli Imperi Centrali, costretti a chiedere l’armistizio alle potenze dell’Intesa, rafforzate dal decisivo intervento degli Stati Uniti d’America.

E, fin da subito, la neonata Repubblica dovette vedersela con il risorgere della minaccia russa nella versione bolscevica (cfr. F. Lamendola, «Chi ha voluto la guerra sovietico-polacca del 1920? Una questione storiografica ancora aperta», consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Dicevamo del libro di Concetto Pettinato dedicato alla sua esperienza di inviato di guerra sul fronte orientale nel 1914, e della prefazione di esso scritta da Sienkiewicz, che il giornalista italiano aveva già avuto occasione di conoscere e di intervistare, in precedenza, a Vevey, in Svizzera, ove – insieme al celebre musicista e uomo politico Ignacy Jan Paderewski -, l’autore del «Quo vadis?» aveva organizzato il Comitato di soccorso per i combattenti polacchi.

Vale la pena di riportarne un breve estratto:

«Caro Signore,

ho letto con interesse grandissimo le bozze del vostro libro “Sui campi di Polonia”. Queste note così drammatiche, così piene di movimento, di vita e di colore familiarizzano il lettore col nostro paese, le sue città, le sue campagne, i suoi abitanti, e lo rendono quasi testimonio del vostro viaggio e della spaventosa tormenta scatenatasi sulla Polonia.

Non è in campo qui solo il vostro talento di narratore. Ciò che ammiro almeno altrettanto e che avevo già avuto occasione di notare durante le nostre conversazioni a Vevey, si è il dono di orientazione che vi ha permesso egualmente bene nell’intimo fondo dell’anima polacca come d dipingere gli aspetti delle cose. Voi avete saputo cogliere la nostra tragica esitazione fra la speranza e il dubbio, il nostro slancio verso un avvenire accennante a mutare da cima a fondo la vita della Polonia, e ad un tempo la nostra inveterata diffidenza verso questo avvenire  terribilmente oscuro. Conoscendo la secolare politica della Russia, avete compreso come i nostri dubbi non fossero che troppo fondati e come non li attenuino che le promesse del Governatore russo e la profonda convinzione che una vittoria prussiana equivarrebbe all’annientamento totale del nostro popolo.

Le vostre qualità di osservatore sono già state a tal segno apprezzate, che i miei compatrioti stabiliti in Francia hanno concepito il progetto di ripubblicare il vostro lavoro in francese e in inglese. Presentati dalla penna di uno straniero, tali spettacoli e tali verità non potranno che produrre un effetto anche maggiore sulla opinione del mondo.

Il vostro libro contribuirà molto a porre in luce il dilemma agitantesi oggi nell’anima polacca…»

E proseguiva ricordando che, nel solo primo anno di guerra, la popolazione civile polacca aveva sofferto enormemente a causa di essa; che dieci dei nove distretti del regno di Polonia ne erano stati irreparabilmente devastati; che migliaia e migliaia di persone avevano dovuto lasciare le proprie case e fuggire in luoghi lontani, a volte riducendosi a far bollire la corteccia degli alberi per non morire di fame; che 15.000 villaggi erano stati investiti dalla guerra, e molte migliaia di essi erano stati interamente distrutti, insieme a più di 400 città e borgate; che di oltre mille chiese, non restavano più che le macerie; che la sorte una città come Kalisz, rasa al suolo dalle artiglierie, aveva commosso l’opinione pubblica del mondo intero.

Dal libro di Concetto Pettinato, riportiamo qui una parte del capitolo intitolato «I giorni di Lublino», in cui, con stile nervoso e, a volte, quasi espressionista, Pettinato rende con immediatezza ed efficacia il clima che si viveva in quella parte della Polonia russa meridionale, sotto l’incalzare dell’avanzata austro-ungarica, poi fermata e respinta, ai primi di settembre («Sui campi di Polonia», Milano, Fratelli Treves Editori, 1915, pp. 14-30):

«Fra Varsavia e Ivangorod, 28 agosto.

– A Radom? Volete dire a due passi!

– C’è di mezzo la Vistola.

– L’ala destra?

– No: la sinistra.

Gli occhi corrono al finestrino, quasi a cercare gli Austriaci sull’orizzonte piatto briciato dal tramonto.-

– Probabilmente non andremo al di là di Ivangorod.

– Esagerazioni. Andremo anche fino a Lublino.

– Ieri si sentiva ancora il cannone, a Lublino. Erano a venti chilometri.

Una signora, candida:- ma perché li lasciano venire così vicino? Perché?

Meditazioni.- Per accerchiarli, forse. Dalle parti di Grubescioff e di Tomascioff dicono che la manovra già riesca. Hanno fatto una quantità di prigionieri. Un’intera divisione di Ungheresi c’è rimasta.

– Ciarle!

– Telegrammi del Gran Comando.

– Sotto Lublino, a ogni modo, la battaglia dura da tre giorni. E i Russi non interrompono il fuco nemmeno di notte. Segno che l’osso è duro.

– È il centro, lì, sfido!

– Vedrete che ci fermano a Ivangorod!

Silenzio. Sempre gli stessi discorsi. In fondo, che sieno più in là o più in qua, codesti Austriaci, che cosa ci importa? Se saranno vicini tanto meglio: li vedremo. Adesso basta. Il  crepuscolo è già così pesante, grigio, squallido! Par di essere in prigione, in questi eterni treni russi dalle finestre piccole, dalle enormi pareti uggiose. Si rotola lentamente, a malincuore, quasi una ruota dopo l’altra. Dovrebbe essere già notte da un pezzo: ma anche la sera non ha voglia di scendere. Ci fermano tutti i quarti d’ora a piccole stazioni pullulanti di ebrei smunti in levita e tocco neri, il bastone appeso al gomito. Parlano poco dimenando la barba, gesticolano. Due giovinotti assorti passeggiano tenendosi per mano come fidanzati. Due donne eccitate vogliono tirar giù dal treno un uomo che si ostina a non scendere. Perché? Corriamo forse dei pericoli? La campagna ondeggia, bronzea, intorno a isole di pini che anneriscono come roghi spenti. Laghi di sabbia biancastri, spogli. Nello scompartimento attiguo una signorina con la treccia legge alla madre e alla sorella da un’antologia francese: “In autunno il bravo contadino semina a terra, quando le prime piogge…”. C’è ancora gente al mondo la quale si aggrappa alla propria vita come a uno scoglio. Arriva il conduttore a mettere un pezzo di candela nella lanterna. La notte. Ombre. Mi sovviene di altre notti recenti, di altre ombre: in mare, a Smirne, a Pera, e pochi giorni fa a Kowel, in viaggio per Varsavia, l’albergo idillico ove la padrona voleva darci il letto senza le lenzuola… E i nervi della compagna bionda che per tornare in patria aveva impegnato i propri brillanti a Roma:

Ma, insomma, non c’è neanche un cinematografo, qui?…

Si sentiva per la prima volta la guerra, a Kowel. Il paese sepolto nella paglia. Processioni di cavalli. Alla trattoria due ufficiali truci masticanti in silenzio, stanchi, polverosi, il frustino tra le gambe. Ci diedero un pollo per una lira. Cose che non avvengono in tempo di pace. Passando, un maresciallo di foraggi ci chiese la strada pel cimitero. Chissà se v’è arrivato… la notte, che caldo! Si udivano nel gran silenzio squilli di tromba da ogni parte e lontani rotolii di carri. E ciò pareva così fantastico! Così terribile, incomprensibile, estraneo e soave!

Stazioni. Dischi. Raggiungiamo treni interminabili carichi di soldati. In alcuni vagoni sono ancora svegli, si pigiano contro la stanga della porta., gli uni sugli altri, in una buona fraternità bovina. Altrove mangiano sotto una lanterna che fila, i cavalli sbavanti, cupidi, nelle gamelle. Uomini 32 cavalli 8. Odore caldo di rancido e di letame. Di quando in quando un gruppo canta,, grave. Dai finestrini di seconda appaiono nelle cuccette gli ufficiali in manica di camicia, ritti sul gomito, annoiati. Facce, facce, facce. Sembra di veder sfilare i fili di erba di un prato. È enorme e nello stesso tempo faticoso, piccino, lento, come lo sarebbero tanti pezzi da un soldo messi in fila sino a fare un biglietto da mille. Ancora più opprimente la sfilata, misteriosa nella notte, delle carrette, delle cucine, delle ambulanze, dei foraggi, di tutto ciò che non serve direttamente alla guerra ma solo a coloro che la fanno e che dà coscienza immediata della pesantezza degli eserciti, immagine di un immenso trasloco e di una immensa ingombrante famiglia da mantenere…

Ivangorod, 29 agosto.

A Ivangorod una gran novità: piove. La stazione asserragliata, invasa. Le finestre dei magazzini barricate con tronchi d’albero a feritoie. Nel raggio di un fanale cinquanta soldati fanno coda alla fontana per riempire la borraccia. In fondo al refettorio pieno di fumo un comandante di corpo d’armata dalla barba a ventaglio e dalla voce di basso, importante. Consiglio. Ressa di generali e colonnelli intorno alla tavola. Mano alla visiera, cozzo di speroni, ginnastica. Il comandante si muove operando flessioni di braccia e di reni come prima di un assalto di pugilato. Gli anziani sono soddisfatti, in sostanza, di essere alla guerra, di servire a qualche cosa, finalmente. Si sente che la loro individualità si dilata, piglia terra come le loro gambe tese negli stivaloni brillanti. Alle altre tavole i giovani mangiano, affamati, gli occhi distratti. Fisionomie non vivaci ma risolute, robuste. Ne sento diversi chiedere al cameriere a che stazione sono, quasi arrivassero dalla luna e non avessero mai guardato una carta. Un capitano, in un crocchio, racconta sottovoce di aver ricevuto in due giorni di battaglia quattordici ordini contraddittori. Un altro dal collo bendato sospira dietro una ragazza bruna che passa:

– Tanto tempo che non vedo una donna!

In fondo alla sala, le spalle al muro, i borghesi contemplano, esterrefatti e rassegnati. Non si permette loro quasi più di muoversi. Rimbrottati, ricacciati indietro dalle sentinelle, dagli impiegati, dagli uscieri. Danno fastidio, ingombrano. Cosa fanno lì? Perché non sono a casa? Perché esistono? Chiedere a che ora si parte, che giorno si arriva equivale a urtarsi in sorrisi di commiserazione sprezzante. Il treno per Lublino? Ma sì, partirà: prima o poi. Credono che non si abbia altro pel capo? Ringrazino Dio di aver trovato una sedia, un bracciale di divano, una valigia sulla quale accoccolarsi e aspettare tre, cinque, dieci ore. Il mondo non è più dei borghesi: è tutto dei militari. La Polonia, la Russia, l’Europa non servono più che a dar posto ai corpi d’armata e da mangiare ai reggimenti e ai cavalli dei reggimenti. Tutto ciò che non è destinato ai militari è inutile:; peggio: è  importuno. Parassiti, incapaci perfino di spaccare un fascio di legna e di attingere una secchia d’acqua.! Solo a vedere le loro facce pallide di gente che non dorme più e che ha paura, come potrebbe l’uomo d’arme non sentirsi tentato di saltar loro addosso, di incollarli alla parete come mosche o come ricotta?

Sul marciapiedi passeggiata, capannelli, baionette. Un gruppo di cosacchi arruffati e bui presenta con enfasi ogni due minuti le armi a un generale pacifico che va innanzi e indietro, le mani dietro la schiena, provandosi a digerire. Due automobili gracchiano, dall’altro lato della stazione, tingono un istante di gesso un gruppo d’alberi, una barriera, un braccio della strada avvallata e fangosa, rovinata dalle artiglierie. Mezzanotte. Al di là di uno stagno d’ombra un riflettore fruga inquieto il cielo nuvoloso. Dev’essere lontano dieci o dodici leghe: probabilmente l’ala destra russa che tenta di riprendere Radom. Nel treno abbandonato silenzio, sonno. Qualche forma incerta alle portiere segue i balzi giganteschi del raggio bianco. Ricordo, il cuore un po’ stretto, il raggio non meno bianco che due mesi fa, dall’alto della Torre Eiffel guidava Parigi spensierata verso “Magic City” piena di lumi e di musica alla festa dei “Mille desideri”. Come i tigli e le donne odoravano, due mesi fa! Non è forse questo l’anno del tango oltre che della guerra europea?

Alle tre, partenza. Nel dormiveglia, le trombe, i nitriti, l’angoscia sorda dei treni pieni di corpi umani che scendono sballottati come noi verso il sud serrano alla gola, soffocano quasi la pressione sensibile del grande fiume vivo  corrente gli occhi chiusi da tutte le parti dei due Imperi alla foce tragica. Galeggia solo sulla coscienza  un desiderio smanioso che tutto avvenga presto, che il grande cozzo fragoroso ci annienti subito e poi sia il silenzio per sempre.

Lublino, 30 agosto.

L’alba. Lublino. Intorno alla stazione centinaia di carri militari strepitano, agglomerati. Ai crocicchi delle strade che salgono, larghe e fredde, verso la cattedrale, cosacchi a cavallo o a piedi, il moschetto a bandoliera, lo staffile in mano, il ceffo brutale e fatuo di domatori di belve. La città è in stato d’assedio. Sono loro i padroni. Per distrarsi caracollano sui marciapiedi, fermano le vetture, minacciano i passanti. Il sobborgo di Cracovia, la città nuova, è pieno di trinquellii, scalpitii, comandi. Si avverte diffuso uno sgomento irritante e inutile. Un pope passa su una carretta da fieno, scortato da un gruppo di ulani. Alle finestre di una scuola i primi prigionieri austriaci, azzurri., le mani in tasca, simili a impiegati in pensione. Guardano in giù con aria ebete. Si alza un po’ di vento e la polvere pare sollevata da eserciti innumerevoli coprenti la campagna. Dietro la porta di Cracovia massiccia e merlata, che sormonta il maschio dalla mezza cupola ottagona caratteristica dell’architettura polacca, la città vecchia aggroviglia i soliti vicoli strozzati fra i pianterreni panciuti. Ebrei sulle soglie: gli uomini sornioni, le donne curiose e adunche. Rade finestre variopinte nel grigio degli intonachi. A sommo delle case più antiche i timpani a scaglioni, anche qui come a Varsavia, ricordano – bizzarro destino – le Fiandre. Entro un momento nella Cappella dei Carmelitani., al Mercato. Il sagrestano tira giù cauto un lampadario per rimettervi le candele. Pace. Grandi statue di legno dorato, pompose. Le contadine vanno e vengono leste, pregano con divozione, senza il lusso mimico degli ortodossi. Il segno di croce, un bacio in terra, poi un inchino alla vicina di destra, accompagnato da una frase di augurio. Hanno un’aria di dimestichezza col buon Dio. Parecchie seguono sui gradini degli altari, comodamente. Una porta seco dei polli vivi entro un canestro, i quali chiocciano sommesso, acquattati. Un’altra, ginocchioni, riconta i soldi che tiene nella cocca del fazzoletto. Circola, quasi una nostalgia di serenità, uno scalpiccio mite e fresco, agreste, dei piedi nudi premuti sul marmo.

Lublino non fa nulla: prega, sospira e aspetta. È vietato occuparsi della guerra, è vietato parlare ai soldati, visitare i feriti, chiedere notizie dei congiunti che si trovano al campo. Una popolana, per avere offerto due mele a un ferito che passava, venne presa a frustate da un cosacco. Un proprietario di campagna, per aver puntato un cannocchiale su un reggimento sfilante lungo il proprio giardino, venne arrestato come spia. Naturalmente il brio in città non è grande. I negozi sbarrati. I poteri civili assenti. L’amico che mi ospita dichiara non esservi altro da fare se non tapparsi in casa a bere del tè e mangiare dei biscotti. Impossibile persuaderlo a lasciarmi prendere delle fotografie dalla finestra.

– E se vi vedono? Siamo spacciati tutti. Per lo meno ci fucilano.. In tempo di pace io fu già arrestato quattro volte per questo.

– Di dietro la tenda…

– La tenda è trasparente: per carità, non vi azzardate!

Non c’è verso. Sono ridotto a fotografare nei rari istanti in cui mi lasciano solo,  tenendo con una mano l’apparecchio, con l’altra la maniglia dell’uscio, quasi sparassi una mitragliatrice. Tutte lastre bianche, s’intende. Peccato. Lungo il sobborgo di Cracovia sfila il grosso dell’esercito che torna dalle posizioni di Krasnik ove il nemico comincia a ripiegare e va a Trawniki, ove la ferrovia di Kowel è minacciata. Dopo Radom e Krasnik è questo il terzo punto in cui gli austriaci tentano sfondare le linee russe. La battaglia s allunga ormai su un fronte di 350 chilometri, un grande arco che va da Radom per Lublino e Grubescioff a Lwow, avente la cocca a Tomascoff, e Rawa Russka, al confine della Galizia. Dalla terrazza, nell’aria velata di fumo un pallido riflesso rosa a sud-est verso Piotrkoff, al di sopra della sbarra bruna del bosco, segnala gli incendi che gli austriaci appiccano ritirandosi. Sono in campo due milioni d’uomini. Ne abbiamo visti passare almeno duecentomila sotto le finestre. Senza posa grandina sul selciato il loro passo in cadenza. Sono stanchi, accaldati, arsi. Dondolano, infagottati, il busto voluminoso sulle gambe arcuate negli stivaloni terrosi, il cappotto a tracolla, il tascapane ballante sulle reni, il fucile sull’una o sull’altra spalla, baionetta innastata, lungo come un archibugio medievale. Gli ufficiali, in testa ai plotoni, calcano sui tacchi, il capo all’indietro, irrigidendosi. Ogni tanto le file si allentano, le baionette cozzano come coltelli da affilare, i caporali vociano, senza convinzione:

– Ras, dva, tri, citiri. Ras, dva…

L’unico svago è ascoltare quando perdono il tempo. In piazza, davanti all’albergo , i generali passano la rivista. Saluti a voce, bruschi, martellati. Quando sfila della cavalleria lo strepito degli zoccoli sembra picchiettio di scalpelli in una cava di pietra. Contro lume, gli squadroni color polvere, compatti e irti di lance, hanno un’aria selvaggia di compagnie di ventura. Ulani, ussari, cosacchi del Don, cosacchi del Dniepr. I cosacchi senza speroni. Cavalcano spavaldi come scudieri di circo. Sono i cucchi dell’esercito. Alla carica, levati sul piede sinistro, col destro spianano orizzontalmente e spingono la lancia che una correggia assicura al pomo della sella, mentre le due braccia libere menano la sciabola, e il cavallo, la briglia sul collo, fa da sé. Dicono che ieri uno abbia spaccato così un austriaco dalla nuca all’addome, con un fendente. Si pavoneggiano, passando, un pugno sull’anca, il berretto di traverso, il ciuffo sugli occhi. Ogni squadrone ha in testa un gruppo di cantori, ai quali un sergente batte la misura con la mano aperta e alzata. Fanno la melodia e ‘accompagnamento, con ordine: e l’effetto è solenne e triste quanti un coro di pastori ginocchioni intorno a un altare. Quando passano i cannoni, ravvolti nelle coperte di tela come cadaveri portati al mortorio, tutto il corteo, così fragoroso, pesante e monotono, allungantesi all’infinito sulla strada dritta in un solco di polvere gialla traversata dal sole obliquo, è enorme, funebre e tetro.

31 agosto.

La sera, in piazza, sotto il colonnato bianco del caffè, fra le tende che sbattono fiacche, gruppi di borghesi e di militari, conversazioni sommesse.

Arriva da noi lo stato maggiore. Osservano coi cannocchiali, confabulano. Domando se conviene scappare: rispondono che non c’è pericolo. Andiamo a letto. La mattina appena chiaro, i vetri in frantumi, terremoto. Che succede? I russi tirano dal guardino. Si vede in lontananza, a destra, il fuoco del nemico. Le donne cominciano a strillare. Presto, un po’ di biancheria in un sacco, delle coperte, poi via sulla carretta del fieno. Abbiamo visto di lontano la stalla in fiamme. Devono aver saccheggiato tutto…

Parla un proprietario di Turobin, calmo, quasi sorridente. Sembra appena un po’ svanito di cervello. Al tavolo vicino uno studente vanta una visione più ironica delle cose:

– Da noi a Neglowitz era un divertimento. Tedeschi e russi pareva montassero la guardia per turno. Un giorno arrivano tredici o quattordici prussiani, si installano, rubano un po’ di galline, ripartono. La mattina dopo, all’altra estremità del paese, ecco avanzarsi lemme lemme in fila indiana sei o sette cosacchi. Razzie, perquisizioni,, partenza. Il giorno appresso di nuovo i prussiani. E così di seguito. Ogni tanto, quando quelli del giorno prima non si ritiravano a tempo, quattro fucilate all’anglo di una strada. Saranno morti, in due settimane, una dozzina d’uomini.-

– Ridicolo.

– Hanno una paura maledetta dei cosacchi, questi Tedeschi.

– Non li conoscono. I cosacchi valgono molto all’arma bianca. Ma innanzi a un fuoco nutrito scappano a briglia sciolta.

– E gli Austriaci? Dicono che verso Tomascioff, l’altro giorno, reggimenti interi abbiano gettatole armi senza sparare una cartuccia. Si buttavano in ginocchio davanti ai cavalli.

– Gli Slavi, sì. Ma i Tedeschi e gli Ungheresi stanno duri e gli ufficiali austriaci si fanno ammazzare come disperati. Hanno mitragliatrici terribili. I nostri debbono riconquistare i paese a palmo a palmo.

– Il fatto è che li costringono ad andare al fuoco serrati come pecore, affinché non possano sbandarsi e arrendersi. Dietro ogni battaglione slavo debbono tenere un battaglione tedesco, pronto a sparargli addosso al primo cenno di indisciplina. Non è comodo far la guerra così. Le nostre mitragliatrici saranno meno buone, ma ne folto fanno strage, mentre le loro macinano a vuoto sui Russi, che avanzano in ordine sparso.

– A questo aggiungete che a Rawa Russka i nostri stanno per tagliarli in due. Un colpo magnifico. Una volta divisa l’armata del Nord da quella del Sud rimarranno prese entrambe come fra le tenaglie di un granchio…

– A proposito: avete sentito del capitano Morosoff? Ferito ai due piedi, volle essere rimesso in sella e corse di nuovo dritto sul nemico., la spada sguainata, a farsi crivellare di palle…

– Furioso!

– Una voce:

– È vero che Francesco Giuseppe è morto, e che lo hanno imbalsamato e nascosto?- Già, in piedi sul trono, con la corona e lo scettro…

– Macabro. Accendono le lampade, dentro. Un ufficiale aviatore, uscendo, manda in frantumi un bicchiere. Cattivo presagio? In un angolo, nell’ombra, zampilla limpida una risata di donna, sensuale e calda, fatta di morbide gamme discendenti riunite da un lieve singulto tenero ad ogni ripresa di fiato…»

Non si parla più di Concetto Pettinato, né come giornalista, né come saggista; e ciò, noi crediamo, per ragioni di censura ideologica.

Ci è sembrato giusto spezzare questo silenzio e rendergli il dovuto omaggio, dopo decenni di quasi completo oblio da parte della cultura italiana “ufficiale”: quella formata da tanti impeccabili specialisti del salto sul carro del vincitore di turno, al momento giusto.

Nato a Catania il 3 gennaio 1886 e morto ad Este il 12 gennaio 1975, Pettinato è stato una voce originale e non trascurabile nel campo del giornalismo e della saggistica.

Viaggiatore curioso e instancabile fra la Russia, la Francia, la Turchia e la Polonia, inviava le sue corrispondenze al direttore e proprietario de «La Stampa» di Torino, Alfredo Frassati, dapprima come corrispondente volontario e poi come inviato ufficiale del quotidiano torinese.

Nel 1914 si trasferisce a Parigi e, di lì, allo scoppio della guerra, in Polonia.

Entrata in guerra anche l’Italia, nel maggio del 1915, egli vi prende parte come membro del Comando supremo del generale Cadorna, in qualità di responsabile dell’Ufficio informazioni.

Nel 1918, alla conclusione della guerra, riprende servizio presso «La Stampa» ed è di nuovo inviato speciale in Ungheria all’epoca della rivoluzione comunista di Béla Kun, repressa dall’intervento dell’esercito romeno e dalla reazione dei latifondisti e dalle forze della borghesia magiara.  Inviato speciale a Berlino dal 1920, fino al 19126 vive e lavora fra la Germania e la Francia, nella sua vecchia sede di Parigi.

Iscritto al partito fascista dal 1926, diviene poi inviato speciale in Spagna, a Madrid. Nel 1938 è tra i firmatari del manifesto di adesione alle Leggi razziali varate dal regime fascista.

Nel 1943 aderisce alla Repubblica Sociale Italiana e riceve da Mussolini l’incarico di dirigere «La Stampa», alla quale – d’accordo con il Duce – imprime un indirizzo di discussione critica all’interno del regime, appoggiando, fra l’altro, «L’Italia del popolo» e il Raggruppamento nazionale repubblicano socialista di Edmondo Cione. Tale indirizzo non piace ai «duri e puri» di Salò, tanto che nel marzo 1945 Pettinato viene addirittura arrestato dalla polizia fascista.

Dopo la caduta della Repubblica Sociale e la fine della guerra, Pettinato si nasconde a Milano, ma nel giugno del 1946 viene arrestato e processato a Torino, dove un tribunale lo condanna a ben quattordici ani di carcere per collaborazionismo; ma lo stesso anno viene rimesso in libertà, per effetto della sopraggiunta amnistia del Ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti.

Nel secondo dopoguerra, a differenza di tanti e tanti intellettuali italiani che, dopo aver flirtato per vent’anni col fascismo, passano con la massima disinvoltura nel campo dell’antifascismo, egli rimane fedele alle sue idee di «fascista di sinistra»  e nel 1947 si iscrive al Movimento Sociale Italiano. Ma, scomodo e irrequieto come lo era sempre stato nell’ambito del fascismo stesso, nel 1952 si dimette anche da quel partito.

Negli ultimi anni diviene collaboratore fisso per «Il Tempo».

Ingiusto, dicevamo, l’oblio cui è stato condannato già nell’ultima parte della sua vita e, poi, ancor più dopo la morte.

Come scrittore egli ha firmato anche altri libri, dei quali ci riserviamo di occuparci in altra occasione.

Speriamo che sia possibile, per una volta, ricordare un giornalista e un autore italiano di valore, indipendentemente dalle sue idee politiche: senza che lo si debba esecrare per la sua adesione al fascismo e senza che il fatto di rendergli giustizia sul piano professionale debba suonare, per ciò stesso, come una sorta di apologia retrospettiva di quella parte politica.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Agosto 2015

Del 01 Novembre 2020

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