domenica, 7 Marzo 2021
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Una pagina al giorno: l’ultima vergine di Mario Appelius

L’ultima vergine di Mario Appelius. Ma chi era? Una simile domanda pronunziata negli anni Trenta avrebbe fatto semplicemente ridere. Era il giornalista italiano più famoso dell’epoca capo di un certo Montanelli di Francesco Lamendola  

“Secondo informazioni datemi dallo stesso Governatore generale del Territorio magellanico -l’intelligente e simpatico signor Chaparro – gli Yaganes saranno oggi [cioè nel 1930] un centinaio, gli Alacalufes un paio di centinaia e gli Onas sì e no una cinquantina. In tutto, anche tenendo conto degli indigeni che possono vivere più o meno numerosi nel Canali inesplorati e negli arcipelaghi australi, gli indios si riducono ormai al massimo a cinquecento o seicento individui.

“Entro con un certo rispetto nel toldo dell’indio Andrea di razza Ona, col riguardo di chi entra in una tomba che per essere la tomba di una gente è più solenne del semplice sepolcro d’un uomo e mi soffermo lungamente a contemplare i volti di quest’indio e delle sue tre donne che ben presto porteranno nell’al di là l’estrema testimonianza viva d’una stirpe umana che fu numerosa e che popolò per secoli una vasta regione. Anche il loro idioma che, secondo il dizionario d’un missionario salesiano, conta oltre seimila vocaboli, è ormai sulla soglia della morte. Il vecchio Andrea parla con la figlia un curioso spagnolo deformato da cadenze selvagge e da parole indias, ma quando si rivolge alla moglie usa il linguaggio Onas che par fatto di tanti piccoli mugghi musicali e ha l’aria ogni tanto d’incespicare in una sillaba lunga e di fermarvisi un po’ con un tremito di paura.

“Andrea e la sua donna sono già anziani. I loro volti bronzei sono pirografati da cento piccole rughe. Entrambi hanno negli occhi un non so che di stanco e di lontano che fa pensare alle pupille di certi idoli brahamini immobilizzate fissamente nell’immenso. La moglie dell’indio Pacheco è addirittura una vecchia. Il suoi volto sembra una maschera fatta di scorza d’albero. È legnoso, rugoso, bitorzoluto. Gli occhi cupi, severi, permanentemente aggrottati, sono carichi di collera e di tragedia: occhi che hanno veduto lo scempio della razza, la distruzione dei toldos, le migrazioni forzate verso i monti inospitali, e che si mantengono costantemente inacerbiti, aspri, funerei, con una indefinibile espressione di muto rimprovero, con un non so che di pianto nelle pupille. Fra i due coniugi, che incarnano per me più che altro la rassegnazione al destino, e la vecchia bisavola che esprime nella sua maschera tragica il dramma della razza agonizzante, la figlia di Andrea sfoggia una carnosa e insolente bellezza di giovane gigantesca. Alta come un corazziere e solidamente piantata, Koyukà ha un volto regolare e simpatico color rame opaco, reso un po’ geometrico da due zigomi alla mongola e illuminato da due splendidi occhi obliqui, di quel nero lucido e vetroso che hanno solo gli occhi dei cinesi e che fare fatto artificialmente con uno smalto. La grande pelle di guanaco avviluppa confusamente il corpo robusto e prospero della femmina, lasciando scoperto un braccio tutto carne e muscoli che diventa aspro sul gomito e maschio sul polso. Attraverso la piega della pelliccia s’intravede sotto l’ascella monda di pelo la sottostante nudità del torto statuario e l’attacco d’un seno che si annunzia turgido e provocante. La carne ha qualche cosa di petrigno che fa pensare alla superficie lucida e sdrucciolevole di certe rupi levigare dal mare. Ma la caratteristica di Koyukà sta nelle guance: due guance quasi scarlatte, che sprizzano fuoco e salute, piene d’una strana luce interiore che si direbbe scaturisca dalla fiamma del giovane sangue selvaggio. La bocca un po’ larga non è bella, ma è imperlata da una sana e fitta dentatura di meravigliosa bianchezza. Quando le labbra sono socchiuse, i denti paiono mandorle fresche e sbucciate, ma quando s’aprono nel riso scoprendo le gengive di gomma rossa, ricordano a chi l’ha vista la chiostra degli incisivi nei grandi carnivori.

“Ne guardare questa ragazza che, nonostante la sua innegabile bellezza, ripugna ai miei sensi per il forte odore di capra, anzi di guanaco che si sprigiona dalla sua nudità a me vicina, ho l’impressione che la razza morente abbia concentrato le sue estreme forze di vita in quest’ultimo virgulto:; così la vita si raduna in quelle gemme che sbocciano in cima a un tronco scheletrito in una foresta distrutta dal fuoco e sembrano un insulto della selva alla fatalità che l’ha uccisa. Mi vien quasi la pazza idea che la razza Ona potrebbe risorgere, vivere, fruttificare, espandersi, se il destino accordasse a quest’ultima Eva un poderoso Adamo e la pace patriarcale d’un grande Eden selvaggio, popolato di guanacos e circondato di ghiacciai.! La giovane carne di questa femmina è come un immenso e bestiale urlo alla maternità. Il corpo, gli occhi, l’anima sono schiacciati dal palpito dominante del suo grembo giovane e fecondo, nel quale e col quale la razza che muore si avvinghia disperatamente alla vita.

“Ma con chi può unirsi Koyakà se non vi sono più uomini di sua razza e quei pochissimi esistenti sono già tutti anziani?

“Nell’inesorabile interrogativo sta tutta la grandiosità della tragedia che, arrivata ormai velocissimamente all’ultimo atto, si ferma sopra un vuoto senza fondo.

“Morti il vecchio Andrea e la sua donna, Koyukà la gigantesca resterà sola nell’ultimo toldo Ona della Patagonia. Coi suoi cani e coi suoi stracci. Coi vaghi ricordi di tante canzoni e di tante leggende che hanno in lei l’estremo tabernacolo. Con le ultime frasi e parole d’una lingua che sta per essere inghiottita nel nulla.

“Sarebbe bello che questa tragica femmina riservasse alle foreste magellaniche la sua postrema verginità e che magari la sacrificasse con bestialità quasi sublime ad uno di quei guanacos selvaggi che quando non hanno la femmina covano cl loro desiderio animale anche una carne di donna! Questo ultimo crimine contro l’umanità potrebbe essere un formidabile insulto della razza distrutta contro il resto degli uomini! Svolgersi in una notte di tempesta, sotto il tumultuante baldacchino delle nuvole sconvolte dai venti, fra i sibili dell’uragano e gli urli delle ultime volpi, sopra un letto di foglie e di sterpi, in mezzo ai tronchi grigi e scheletrici degli alberi magellanici butterati di licheni e schiomati dalle bufere… Il mugghio del guanaco insoddisfatto si fonderebbe col rantolo della vergine squarciata, in un orrendo spasimo animale e umano, raffreddato dalla morte… In mezzo alle vampe magnesiache dei fulmini che imbizziscono nello spazio, gli occhi degli uccelli da preda vigilerebbero il prossimo pasto, pronti a conficcare i becchi e gli artigli nella carne morta dell’ultima femmina Ona.

“Però Koyukà non avrà una visione così drammatica del suo destino. E una notte qualsiasi, fatto  tacere i cani con una vigorosa pedata, darà la sua assetata verginità selvaggia a un qualsiasi audace bracciante, magari ubriaco, che abbia lo stomaco abbastanza forte per vincere il lezzo del grasso rancido con cui queste beltà Ona usano spalmarsi il corpo e i capelli.

“E la razza sarà sepolta per sempre.

“Un bastardo inizierà una nuova famiglia meticcia, più o meno duratura. (…)

“Una delle usanze caratteristiche degli Ona era quella di fare un grande funerale ai loro morti. Poi sotterravano il defunto nel luogo in cui era vissuto, bruciavano tutte le sue cose compreso il suo arco, disfacevano il toldo e andavano ad abitare altrove, né tornavano mai più in quei paraggi.

“Con l’agonia della razza stanno scomparendo tutte le usanze, le leggende e le canzoni. Il ricordo di quest’interessante umanità primitiva scomparirebbe completamente anche dalla memoria degli uomini, se alcuni missionari, specialmente italiani, non avessero raccolto con amore le ultime tradizioni e il linguaggio degli indios magellanici. E questo inesorabile dissolversi d’una intera stirpe umana nel grande nulla, evitato solo parzialmente e per puro caso dai missionari, lascia l’uomo pensoso sul vero passato dei nostri primi padri che, anch’essi, naufragarono nel nulla senza lasciar traccia del loro passaggio, perché allora non v’era nessuno che potesse raccogliere il ricordo di quanto apparteneva loro. Chissà quante stirpi e quante famiglie primitive dell’umanità sono scomparse così nel buio dei secoli?

“Non è senza tristezza che esco dal toldo dell’indio Andrea, ultimo esemplare d’una famiglia umana, la quale fino a pochi anni fa era tanto numerosa che il nostro console in Magellano ricorda d’averne visi in una adunata più di diecimila.

“A notte, dalla finestra della mia stanzetta al primo piano della fattoria, contemplo l’immensa pianura fueghina che all’una dopo mezzanotte incomincia a sbiancarsi per le prime luci dell’alba australe. Gli armenti addormentati sull’erba picchiettano i pascoli di fagotti bianchicci. Una torma di cavalli bradi, già sveglia, mareggia in un recinto con brevi conati di galoppo. Due stalloni s’azzuffano per una puledra lacerando coi loro nitriti selvaggi l’immenso silenzio. In lontananza occhieggia una laguna. Il toldo dell’indio Andrea erge la sua miserabile cupola di stracci in mezzo agli arbusti spinosi dei calafates, accanto a un ciuffo d’alberi striminziti, contorti dal vento.

“Io immagino quel misero interno, arrossato dalle braci, appesantito dal fumo: il vecchio e la sua donna allungati sui lerci giacigli, coi cani magellanici stretti intorno alle membra per riscaldarsi. In un angolo la bisavola di cartapecora, forse coi grandi occhi funerei aperti dall’insonnia, fissi sui tizzoni che s’incipriano di cenere. E mi par di vedere di traverso, sulla sozza ma morbidissima coperta di guanaco che è come un sudiciume vaporoso, il grande corpo osceno di Koyukà depilato dalle conchiglie radenti, ricco di carne procace, fetido di grasso rancido, scoperto dai movimenti del sonno nella sua nudità statuaria: estremo esemplare d’una razza che è ormai entrata nel coma, splendido e puzzolente, giovanissimo eppur decrepito., gonfio di fermenti vitali e di succhi fecondi e nello stesso tempo avvolto in un odore di putredine. Sentore rancido di grasso di guanaco che è come il tanfo d’un cadavere.

“Il cadavere della stirpe Ona che in lei muore per sempre.”

Questo brano è tratto dal libro Cile e Patagonia di Mario Appelius, pubblicata dalle Edizioni Alpes  di Milano nel 1930, “anno VIII dalla rivoluzione fascista”.

Mario Appelius: chi era costui?

Una simile domanda, pronunziata negli anni Trenta, avrebbe fatto semplicemente sorridere: e chi non lo conosceva? Era il giornalista italiano più famoso dell’epoca, prestigioso redattore de Il popolo d’Italia, nonché il “capo” di un certo Indro Montanelli (con il quale non andava d’accordo). E, durante la seconda guerra mondiale, fu la “voce” che milioni e milioni di Italiani – da quattro a sei, è stato calcolato – erano abituati a sentire alla radio, attraverso i suoi commenti delle notizie politico-militari, che andavano in onda ogni sera dopo il radiogiornale. Una voce roca, dall’inconfondibile accento toscano – aretino, per l’esattezza – che rincuorava gli animi, profetizzando l’inevitabile sconfitta della “perfida Albione”, ricca e decadente; e che concludeva le trasmissioni con quella invocazione, truculenta ma efficacissima: Dio stramaledica gli Inglesi!, che lo ha poi bollato come tipico esempio di faziosità propagandistica.

Eppure, l’uomo aveva della stoffa; i suoi libri, che uscivano a getto continuo dalla sua penna di inviato speciale ai quattro angoli del mondo, si stampavano ad altissime tirature; e non era affatto il solito servo sciocco di regime. Quando la situazione bellica cominciò a farsi critica, dopo Stalingrado ed El Alamein, si rifiutò di nascondere ai radioascoltatori le crescenti difficoltà dell’Asse; e, in seguito a due drammatici colloqui con Mussolini – che egli continuava a stimare e rispettare -, il Minculpop (Ministero della Stampa e Propaganda), da cui dipendeva, gli tolse  definitivamente il microfono, il 20 febbraio del 1943.

Fascista convinto, aveva compreso che la guerra era perduta e, soprattutto, che il popolo italiano non era più disposto a sopportarla: questo, e non una frattura ideologica, fu ciò che lo allontanò dal regime. Spirito franco e leale fino alla brutalità, ma sostanzialmente ingenuo, non fuggì nella Repubblica Sociale e rimase a Roma, tenendosi però nascosto al momento della resa dei conti. Quando a Roma giunse l’esercito alleato – quando giunsero, come si diceva allora e si è ripetuto un po’ troppo a lungo, i “liberatori”- Appelius si trovava inchiodato in un letto d’ospedale per una gravissima malattia (inizialmente diagnosticata come tumore al cervello e, poi, come meningo-encefalite), che lo aveva condotto in fin di vita.

Era lì, assistito dalla giovane moglie spagnola, che gli aveva dato tre bambini,  quando, nel novembre del 1944, i poliziotti si presentarono a notificargli l’accusa del tribunale di Roma: era imputato di aver compiuto «atti rilevanti a favore del regime fascista nella sua qualità  di propagandista radiofonico». Stava così male che l’imputazione non poté essergli letta; fu letta invece, alla moglie: e quando, insperatamente, le sue condizioni migliorarono, venne trasferito direttamente nell’infermeria di Regina Coeli.

Vi rimase fino all’estate del 1946, quando l’amnistia del 22 giugno lo rimise in libertà, insieme ad altri ventimila detenuti per “crimini fascisti”. Non si era ‘ravveduto’ e aveva vissuto la carcerazione come un’ingiustizia: dopotutto, non aveva fatto altro che parlare alla radio, facendo propaganda per la vittoria dell’Italia impegnata in guerra. Non, come si disse per Ezra Pound, a favore del “nemico”, ma proprio per il suo Paese: era forse un crimine? E non aveva cercando di nascondere la verità al suo pubblico: prova ne era stato il suo licenziamento. Anzi, era stato lui stesso a chiedere di essere ricevuto da Mussolini, nell’inverno del 1942-43, per esporgli i suoi dubbi e per dirgli che non si sentiva più di fare propaganda per una vittoria di cui era giunto a dubitare. Eppure si era fatto un anno e mezzo di prigione e, se non fosse sopravvenuta l’amnistia di Togliatti, molto probabilmente sarebbe stato condannato.

Gli amici gli avevano voltato le spalle, l’editore Mondadori, che aveva fatto soldi a palate con la vendita dei suoi libri, gli centellinava i quattrini, proprio adesso che aveva tre bambini piccolissimi da mantenere. L’Italia voleva girare pagina e Mario Appelius era troppo noto e troppo compromesso col passato regime per passare inosservato o per riciclarsi, come pure tanti altri stavano facendo, volando coraggiosamente in soccorso del vincitore. Del resto, non sappiamo come quell’uomo dalle mille risorse se la sarebbe cavata, perché non ebbe neanche il tempo di ricominciare. Era tornato a casa, dai suoi cari, da qualche mese appena, allorché sua moglie lo trovò a terra, morto, subito dopo il Natale del 1946. Se n’era andato senza un lamento, senza nemmeno il tempo di un congedo. La stampa “libera” dell’epoca, a cominciare dal Corriere della Sera, non dedicò alla notizia che qualche avaro trafiletto, senza una frase di commento, con asettica, glaciale freddezza. Ai funerali, due o tre amici in tutto.

Era un morto che si voleva seppellire in fretta, perché evocava ricordi scomodi per tutti e, forse, perché evocava rimorsi e amari rimpianti che si preferivano soffocare. Come avrebbe potuto lavorare ancora, pur essendo un eccellente giornalista, colui che aveva inventato lo slogan Dio stramaledica gli Inglesi? Gli Inglesi avevano vinto, le plutocrazie avevano vinto; e il sogno dell’Italia imperiale, della “grande Italia ” – come l’ha definita lo storico Emilio Gentile – era naufragato per sempre (cfr. il nostro saggio il  dualismo  tra  nazione  e  fascismo alle  origini  della  disfatta  del  1943, sempre sul sito di Arianna Editrice). Insomma un morto imbarazzante, da dimenticare per sempre.

E così è stato fatto: perché da quella damnatio memoriae, Mario Appelius non è stato ancora liberato. Si sono “sdoganati”, poco a poco, i personaggi più discutibili di quella stagione italiana che sembra così remota ma che è, in realtà, così vicina (come lo sono sempre le cose passate, quando vengono rimosse anziché lealmente affrontate); ma lui, no.

La vita di Mario Appelius è una continua avventura: cento viaggi, cento mestieri diversi, una passione divorante per gli orizzonti lontani e per la parola: sia la parola scritta che quella radiofonica. La sua vita è quella che più ricorda la biografia di uno scrittore americano, alla Hemingway, per intenderci: entusiasta, autodidatta, irrequieto, perennemente in movimento. Tutto il contrario di un intellettuale da tavolino, come lo erano quasi tutti gli scrittori italiani dell’epoca, da Montale a Saba: gente che non ha mai visto il mondo, che non si è mai spinta all’estremo, che non si è mai messa veramente in gioco sino in fondo. Il dinamismo di Mario Appelius non era una posa, il suo vitalismo non era artificioso: c’era in lui più del Sandokan di Emilio Salgari che dei tanti superuomini in sedicesimo che avevano letto, e mal compreso, il pensiero di Nietzsche. La sua irrequietezza era autentica, era un vero e proprio “mal d’avventura”, come lo ha definito il giornalista Livio Sposito nella sua eccellente biografia, edita da Sperling & Kupfer nel 2002, e alla quale rimandiamo i lettori che desiderino approfondire l’argomento.

Poiché in questa rubrica, che abbiamo intitolato Una pagina al giorno, ci siamo proposti non già di delineare una serie di ritratti d’autore, ma di rompere il muro del silenzio nei confronti di varie opere, a diverso titolo dimenticate o trascurate dalla critica “alta” e politicamente corretta, diremo poco altro della sua vita.

Era nato ad Arezzo nel 1892 e aveva manifestato subito la sua insofferenza per il rigido clima borghese della sua famiglia, tanto da scappar di casa a quindici ani e imbarcarsi come mozzo su una nave italiana diretta all’estero. Da allora, non si era più fermato: aveva fatto il venditore ambulante in Egitto, l’impiegato di una società commerciale in Indocina, il finanziere, l’industriale in Sudan, l’interprete. E aveva visitato le solitudini della Patagonia, l’India di Gandhi, la Cina prima della cacciata dell’ultimo imperatore, il Messico della rivoluzione. Aveva intervistato il generale Sandino sulle montagne del Nicaragua e attraversato il Sahara a dorso di cammello. Assunto dal Popolo d’Italia diretto dal fratello di Mussolini, Arnaldo, per una corrispondenza dall’Africa al seguito di un viaggio d’esplorazione, di cui faceva parte come interprete, aveva girato il mondo, scrivendo articoli e libri in quantità prodigiosa.

Fra i suoi volumi più importanti ricordiamo, non potendoli citare tutti, la Sfinge nera (1924), India (1925), Cina e Asia gialla (entrambi del 1926), Il cimitero degli elefanti (1928), Le isole del raggio verde, L’Aquila di Chapultepec e Nel paese degli uomini nudi (tutti e tre del 1929), il già ricordato Cile e Patagonia (1930), Da mozzo a scrittore (1932),  Le terre che tremano (1935), Il crollo dell’impero dei Negus (1936), Una guerra di trenta giorni. La tragedia della Polonia (1940), Al di là della Grande Muraglia (1941), Cannoni e ciliegi in fiore , La crisi di Budda. Due anni fra i Cinesi (entrambi del 1941). Poi, il matrimonio, la rinuncia ai viaggi per stare accanto alla famiglia, l’ingaggio come radiocronista politico.

Il suo stile giornalistico è sciolto, vivace, scattante, la parola facile ed eloquente; i suoi giudizi politici e morali sono rapidi, sbrigativi, spesso superficiali, ma comunque sinceri; le sue doti narrative sono innegabili e potenti, anche se, non di rado, viziate da una certa sciatteria letteraria e da un ricorso eccessivo ai facili effetti.

Il libro Cile e Patagonia fu scritto nel corso di un prolungato soggiorno in Sud America, nel corso del quale, fra le molte altre cose, Mario Appelius aveva fondato Il mattino d’Italia a Buenos Aires e lo aveva diretto per tre anni, dal 1930 al 1933. Ovunque aveva fatto propaganda fascista fra i nostri connazionali all’estero; va detto, peraltro, che egli il fascismo, da vicino, lo vide sempre poco, perché era continuamente in viaggio lontano dall’Italia. Forse anche per questo non comprese tutta la gravità e le possibili implicazioni di certe scelte politiche, come le leggi razziali del 1938, che egli approvò, unendosi ai firmatari del Manifesto della razza.

È pur vero che, nei suoi viaggi, egli vide di persona la realtà coloniale e ne trasse la convinzione che, effettivamente, esiste un darwinismo nella competizione tra i popoli e i loro diversi modi di vita, e che si può anche rimpiangere il mito del “buon selvaggio”, ma avendo piena consapevolezza  del fatto che si tratta, appunto, solo di un mito.

Ecco come egli valuta lo sterminio e l’ormai prossima estinzione degli indios della Terra del Fuoco (oggi, purtroppo, totale e definitiva), in una pagina dalla caratteristica, brutale franchezza, sempre nel libro Cile e Paagonia:

“L’uomo di cuore inorridisce dinanzi alla distruzione d’una razza innocente, non d’altro colpevole che di esistere in un dato luogo e di disturbare con la sua esistenza i nuovi venuti.

“L’uomo di studio, pur riconoscendo l’immensa ingiustizia e tristezza del fatto, è obbligato ad ammettere che non si poteva fare altrimenti.

“I bianchi, per mettere in valore il territorio magellanico, dovevano occupare i terreni propizi per la pastorizia e quindi spossessarne necessariamente gli indigeni. Per assicurare il pascolo alle loro pecore, dovevano distruggere i guanacos selvaggi che vivevano fino allora e quindi privare gli indigeni dell’animale col quale si alimentavano. Rimasto senza guanacos, l’indio è ricorso naturalmente alla pecora, e il colonizzatore bianco per difenderla ha dovuto servirsi contro l’indio dello sfratto e della carabina. L’indio avrebbe potuto salvarsi se si fosse adattato al nuovo stato di cose, se cioè avesse fornito ai bianchi la mano d’opera di cui abbisognavano per la vigilanza e la manutenzione delle pecore, ma abituato da secoli ad una vita selvaggia, libera, primitiva era fisicamente e spiritualmente era incapace di prestarsi in un batter d’occhio ad una trasformazione così radiale. Si è prodotta così una situazione di carattere inesorabile. O l’indio o la pecora. La pecora era la più forte perché sostenuta dai bianchi. La pecora ha vinto! E gli indios sono scomparsi! (…)

“Questa spinosa questione degli indigeni della Patagonia è una specie di passaggio obbligato nel quale lo scrittore straniero è aspettato al varco. Se dici bianco sei amico! Se dici nero sei nemico! Si può ricorrere al silenzio, ma allora si inganna il lettore il quale ha il sacrosanto diritto di non essere mai ingannato. Io preferisco prendere bravamente il toro per le corna. L’indio è scomparso, perché la civiltà bianca lo ha distrutto. Si poteva fare altrimenti? No, era impossibile…”

Comunque si voglia valutare questo giudizio, non si può disconoscere a chi lo ha formulato la chiara coscienza di un codice deontologico rigoroso: non si devono raccontare storielle ai lettori, non si devono propinare ad essi pie frodi, ma essere, sempre, inequivocabilmente chiari. Certo, si può dissentire dai contenuti specifici del giudizio; ma il rigore e la franchezza non si possono negare. E ci sembrano tanto più apprezzabili, quanto più siamo abituati a scrittori e giornalisti che farebbero mille giochi di equilibrismo pur di non dispiacere al pubblico, pur di apparire, sempre,  “politicamente corretti”.

Del brano che abbiamo riportato al principio di questo scritto, non daremo un vero e proprio giudizio letterario, fedeli alla regola che ci siamo imposta: ossia di lasciar giudicare al lettore e, se possibile, di invogliarlo alla lettura, completa e personale, del libro preso in esame. Cosa, quest’ultima, che non sarà facilissima: perché bisogna cercare i libri di Mario Appelius nelle librerie  antiquarie o nei mercatini, dato che – dopo il 1943 – più nessun editore italiano ha avuto il fegato di ripubblicarli.

Ci limiteremo a osservare che, nella fantasia ad occhi aperti circa il tragico destino di Koyukà, giovane e bella indigena che porta in sé il dramma di essere l’ultimo virgulto di una stirpe in estinzione, Appelius mette in mostra tutti i suoi pregi di scrittore e anche qualcuno dei suoi limiti. L’effetto d’insieme, comunque, è indubbiamente potente: quell’immagine della notte di tempesta, in cui la donna e il guanaco consumano l’ultimo crimine contro la natura, sembra uscita dalla penna di uno scrittore modernissimo, surrealista; eppure ha anche qualche cosa di classico, nella sua cupa tragicità, di barocco o, forse, di shakesperiano (le streghe di Macbeth?).

Così pure, l’atteggiamento di attrazione e repulsione dell’uomo bianco verso le intraviste nudità della procace india, ci dicono più cose sui complessi e sulle frustrazioni del pubblico borghese dell’epoca, che non sulla realtà descritta, in senso oggettivo e rigorosamente documentario. Come sottrarsi, infatti, alla netta impressione che “il grande corpo osceno di Koyukà depilato dalle conchiglie radenti, ricco di carne procace, fetido di grasso rancido, scoperto dai movimenti del sonno nella sua nudità staturia” è, oltre che una dichiarata fantasia sessuale dell’autore, un ritratto eloquente della oscenità non della giovane india, ma dei pensieri dell’uomo bianco che la desidera, ma con senso di colpa e con cattiva coscienza?

Mario Appelius è fatto così: quel suo aprirsi, quel suo mostrarsi, mentre crede di mostrare l’altro, è perfino commovente nella sua ingenuità. Prendere o lasciare.

Gli editori italiani, dal dopoguerra ai giorni presenti (e sono passati più di sessant’anni: quasi tre generazioni!), hanno deciso di “lasciare” queste pagine scottanti, inopportunamente scoperte, di un fascista ingenuo ed entusiasta.

Ma siamo sicuri che essi non abbiano gettato, insieme all’acqua sporca, anche un bel bambino, pieno di forza e di vita?

E che il lettore italiano sia ancora così inerme e bisognoso di protezione, da non potersi confrontare a tu per tu con un autore come Appelius, e giudicare da sé quello che è vivo e quello che, invece, è morto, nei suoi numerosi libri di viaggio?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/03/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

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