martedì, 15 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: una odissea ai confini del mondo, di Alberto M. De Agostini

Una odissea ai confini del mondo di Alberto M. De Agostini. Mirabile per l’esattezza della documentazione non meno che per la limpida eleganza dello stile da essa emerge la statura eccezionale del capitano Pietro Sarmiento di Francesco Lamendola

Dal libro di Alberto Maria de Agostini: «Trent’anni nella Terra del Fuoco», Torino, Società Editrice Internazionale, 1955, pp. 315-20):

«Con il fine di ostacolare gli Spagnuoli nel possesso delle loro colonie dell’America, approfittando del nuovo Stretto scoperto da Magellano per recarsi alle coste del Pacifico, furono iniziate da Sir Francesco Drake le famose scorrerie dei corsari inglesi, le quali, se non ebbero intendimenti scientifici, servirono nondimeno ad allargare la conoscenza di quelle terre. Questo celebre navigatore  inglese, che aveva effettuato quattro viaggi nelle Indie compiendo le imprese più ardue e pericolose, aveva giurato odio eterno agli Spagnuoli per le crudeltà usate da Filippo II contro alcuni prigionieri inglesi e per le lotte religiose che tanto appassionavano gli spiriti del secolo XVI.

Protetto e aiutato dalla regina Isabella, e specialmente da alcuni negozianti che si ripromettevano lauti guadagni da quella impresa, Francesco Drake partiva da Plymouth il 13 dicembre del 1577 al comando di cinque navi – la maggiore era di appena 100 tonnellate – e il 20 agosto entrava nello Stretto.

Prima di imboccarlo gli si ribellarono due delle navi, le quali fecero ritorno in Inghilterra. Con le tre restanti, Drake seguitò il suo viaggio con rara fortuna., Il 24 toccò un’isola, cui diede il nome di Isabella, in ricordo della sua sovrana e protettrice, e dopo solo 17 giorni la squadriglia usciva dallo Stretto con una rapidità quale mai fino allora era stata raggiunta da alcun navigante. Ugual sorte non doveva però accompagnarlo più innanzi: infatti, appena entrò nel Pacifico, una gran tempesta, che durò 40 giorni, disperse ed in parte distrusse la flottiglia. Solo rimase la nave di Drake, la “Pelican”, che, trascinata dapprima dalla tempesta fino al 55°, riuscì a continuare il viaggio ed a risalire la costa del Cile e del Perù, saccheggiando Valparaiso, Lima ed altre indifese località di quel litorale. Nelle vicinanze del panama si impadronì d navi spagnuole cariche di tesori,, e proseguendo la sua ritta al nord raggiunse e s scoperse la California.

Il timore di imbattersi nello Stretto di Magellano con la flotta spagnuola, che supponeva ivi riunita per combatterlo, indusse Drake a far ritorno in patria per il Capo di Buona Speranza, dove giungeva il 3 di novembre del 1580, a tre anni meno 12 giorni dalla partenza carico di immensi tesori e con la gloria di aver compiuto il secondo viaggio di navigazione attorno al globo..

Mentre il racconto delle prodezze delle scoperte di Drake destava in tutta Europa sorpresa e meraviglia, nel Cile e nel Perù le autorità spagnuole, giustamente allarmate dalle depredazioni di ogni genere compiute dall’audace corsaro, si prepararono con ogni mezzo di difesa per garantire il pacifico possesso dei loro domini.

Il viceré del Perù, Don Francesco di Toledo, armò due navi, affidandone il comando al rinomato pilota Pietro Sarmiento di Gamboa, nativo della Galizia, affinché si recasse nello Stretto per distruggere le stazioni che credeva in questo luogo fondate dal celebre corsaro inglese.

Questa prima spedizione di Pietro Sarmiento di Gamboa partiva da Callao l’11 ottobre del 1579, riconosceva molti dei canali occidentali della Patagonia, e il 23 di gennaio entrava nello Stretto di Magellano per il capo Pilar, vi compiva alcuni lavori di riconoscimento, quindi seguiva il viaggio per la Spagna. Sarmiento si presentò al re Filippo con il suo diario di navigazione, che era il più esatto e denso di notizie fatto fino allora, dimostrandogli che era altrettanto necessario, quanto facile, fortificare su entrambe le coste quello Stretto, ch’egli proponeva di chiamare “Estrecho de la Madre de Dios”, e popolarlo con coloni spagnuoli.

Quantunque il progetto del Sarmiento incontrasse grandi oppositori, fra cui il Duca d’Alba, il monarca l’approvò, e desideroso di chiudere lo Stretto di Magellano ai corsari inglesi, ordinò di equipaggiare una numerosa flotta, che mise sotto i comando del generale Diego Flores di Valdés; Sarmiento veniva nominato governatore e capitano generale dello Stretto. Questa squadra, composta di 23 navi con un equipaggio di quasi 5.000 uomini, salpò da Siviglia il 25 settembre del 1581. Disgraziata fin dal principio per vari temporali, defezioni e naufragi, la spedizione, ridotta solo a cinque navi e a 550 uomini, penetrava nello Stretto al principio di febbraio del 1584, due ani e mezzo dopo la sua partenza dalla Spagna.

In una valle vicina al capo Vergini, Sarmiento fondò la colonia di che chiamò Nome di Gesù. In questo frattempo una nave fu issata a terra per toglierle il legname e quanto conteneva, e tre delle altre fuggirono alla volta della Spagna, lasciando Sarmiento senza viveri e con la sola nave “Maria”, la più piccola della flotta. Nonostante questo grave contrattempo, Sarmiento con ferreo volere dispose che questa continuasse il viaggio fino alla punta Sant’Anna, alla metà dello Stretto, dove il luogo sembrava assai adatto, alla metà dello Stretto, dove il luogo sembrava assai adatto, per l’abbondanza della pesca e della caccia, alla fondazione di una colonia; egli invece proseguiva per terra con 100 archibugieri.

Il viaggio fu penosissimo per la difficoltà di avanzare rapidamente su un terreno oltremodo accidentato, per la mancanza di alimento e per gli attacchi notturni degli Indi Patagoni, coi quali egli ebbe seri scontri. Il malcontento dei compagni di Sarmiento, esausti dalle fatiche ed affamati, li spinse ad ammutinarsi; solamente la vista della nave “Maria”, che veniva in loro aiuto, poté acquetarli. Riunitisi alfine alla nave nel luogo indicato, Sarmiento fondava, con le consuete formalità, il 25 marzo 1584, la seconda colonia  che chiamò del re D. Filippo (Porto Fame).

Imbarcatosi di nuovo per andare a visitare la prima colonia, occupata a fortificare lo Stretto, un furioso temporale lo costrinse a uscire nell’Atlantico, e durando la tempesta più di 20 giorni, fu obbligato a ritornare sulla costa del Brasile, dove la “Maria” naufragò.

Sarmiento cercò d’inviare di là soccorsi alle sue due colonie, ma non gli fu possibile. Fatto prigioniero da corsari inglesi mentre si dirigeva in Spagna, e condotto in Inghilterra, riuscì, dopo mille peripezie, a ritornare in patria solamente quattro anni dopo per chiedere aiuto al re Filippo; ma era troppo tardi: le due colonie dello stretto avevano cessato di esistere, vittime della fame. Le relazioni scientifiche che lasciò Sarmiento intorno ai suoi viaggi, le preziose notizie sulla idrografia e sulla fauna di quelle regioni ancora sconosciute, servirono di guida e norma sicura ai naviganti posteriori, compensando così in parte l’esito disgraziato delle sue spedizioni.

In questo frattempo un altro audace corsaro inglese, Tommaso Cavendish (o Candish), stimolato dalla fama e dalle ricchezze acquistate dal celebre Drake, allestiva a sue spese una flotta di tre navi, e il 21 di luglio del 1586 salpava da Plymouth. Ne porto Deseado (costa patagonica), così da lui chiamato dal nome di una delle sue navi, “Desire”, ebbe un combattimento con i Patagoni. Il 6 gennaio del 1587 entrava nello Stretto. Mentre riconosceva la costa settentrionale presso la colonia del Nome di Gesù, fondata da Sarmiento, vide grandi fuochi, e, avendo mandato una barca per sapere di che si trattava, gli inglesi raccolsero un sopravvivente, dal quale conobbero i molti patimenti di quella gente che era ridotta a 18 persone.

Invece di soccorrerli, Cavendish, ritornato alla sua nave, visto il tempo favorevole, seguitò il viaggio nello Stretto, “ancorò nella seconda colonia del re D. Filippo, che denominò Porto della Fame, fece provvista di acqua e legna, valendosi delle rovine di quella popolazione, e “aspettò per prendere la sua artiglieria, mentre invece non aveva aspettato per salvare i suoi miseri abitanti” (Vargas y Ponce, “Relaciòn del ultimo viaje al Estrecho de Magallanes de la fregata S. M. ‘Santa Maria de la Cabeza’ ecc.” Madrid, 1788).

Uscito dallo Stretto e sopportate forti burrasche nel Pacifico si diresse verso la costa del Cile per saccheggiare quelle popolazioni, e dopo alcuni felici tentativi ritornava in Inghilterra nel 1588, per il capo di Buona Speranza.

Altre successive spedizioni di corsari inglesi non lasciarono altra impronta che l’eco di terribili patimenti. Merita però particolare menzione John Davis, il quale, in una seconda navigazione di Tommaso Cavendish, trascinato all’est dalle burrasche e dai venti, mentre si dirigeva allo Stretto scoprì, il 14 agosto del 1592, le isole Falkland o Malvine, delle quali prendeva possesso in nome dell’Inghilterra. Due anni dopo, u altro inglese, Riccardo Hawkins, partito da Plymouth il 13 giugno del 1593, riusciva ad attraversare lo Stretto e a saccheggiare le popolazioni del Pacifico, ma veniva poi catturato dalla squadra spagnuola presso le coste dell’Equatore.»

Ci eravamo già occupati di Alberto Maria De Agostini, come esploratore, nell’articolo «Alberto Maria De Agostini, esploratore-poeta delle remote solitudini australi» (pubblicato sul numero 2 del 2008 della rivista «L’Universo», dell’Istituto Geografico Militare di Firenze); come scrittore, nell’articolo «Una pagina al giorno: luoghi di un altro mondo, di A. M. De Agostini»; infine, sul dramma qui descritto delle due colonie fondate da Sarmiento nello Stretto di Magellano, nell’articolo «La tragica epopea di Sarmiento nello Stretto di Magellano» (entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice).

In questo brano possiamo valutare un aspetto diverso di Alberto Maria De Agostini scrittore: non il coinvolgente, poetico pittore di paesaggi remoti e sconfinati, che richiamano la poetica leopardiana per il senso del vago e dell’indeterminato, ma anche per una certa qual cupa e malinconica grandiosità del paesaggio; ma il saggista preciso e accurato, che, con scrupolosa esattezza, delinea un profilo di storia dell’angolo più dimenticato del pianeta: l’estrema punta meridionale del Sud America, nel corso del XVI secolo.

Dopo che Magellano, navigatore portoghese al servizio della corona spagnola, aveva percorso la via d’acqua che da lui prende il nome, l’immenso Oceano Pacifico era divenuto, «de facto», un lago spagnolo, controllato alle due estremità da poderose sentinelle: il Cile da una parte, dipendenza del vicereame del Perù, e l’arcipelago delle Isole Filippine dall’altro.

La tragica odissea delle due colonie fondate da Pedro Sarmiento de Gamboa sulle rive dello Stretto di Magellano, nella penultima decade del ‘500, si inscrive fra l’audace incursione piratesca di Francis Drake, che riuscì a forzare il passaggio fra la Patagonia e la Terra del Fuoco e penetrò come un lupo nell’ovile di quel «lago spagnolo», predando e saccheggiando, lungo tutta la costa occidentale americana, su fino alla California, terra mai prima conosciuta; e la scorreria di un altro corsaro inglese, Thomas Cavendish, che ripeté l’impresa di Drake e che, come lui, preferì prendere la rotta del rientro per il Capo Buona Speranza, circumnavigando il globo, piuttosto che ritentare la sorte nello Stretto, affrontando l’inevitabile reazione spagnola.

Ricapitoliamo le date.

Magellano scopre la via d’acqua fra l’Atlantico e il Pacifico nel 1520; Hernan Cortés conquista definitivamente Città del Messico nel 1521, e Francisco Pizarro si impadronisce di Cuzco, la capitale incaica, nel 1533

La fortunata incursione di Drake è del 1578; quella di Cavendish, del 1587, nove anni dopo. Nel mezzo, si colloca il fallimentare tentativo spagnolo di inchiavardare lo Stretto di Magellano, ponendovi delle guarnigioni permanenti dotate di artiglieria. La geografia stessa era contro un tale progetto: nel 1616 saranno gli Olandesi, nuovi competitori entrati in lizza per strappare alla Spagna il monopolio del Pacifico, e quindi del commercio delle spezie, a scoprire la rotta del Capo Horn, creando una alternativa a quella, relativamente più sicura ma assai più lunga e difficile, dello Stretto di Magellano.

E questa nuova rotta più meridionale (con la variante dello Stretto di Le Maire, fra l’isola degli Stati e la punta sud-orientale della Terra del Fuoco) non era in nessun modo suscettibile di essere custodita da presidi militari permanenti; né, quand’anche fosse stato possibile costruirli, essi avrebbero potuto svolgere efficacemente il compito di sorvegliare e intercettare la navigazione dei corsari inglesi, olandesi e francesi al largo di Capo Horn, nello Stretto di Drake (cfr. in proposito anche il nostro precedente articolo: «Chi ha scoperto lo Stretto di Drake?», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Questo, il quadro generale dell’azione.

Tornando alla pagina di Alberto Maria De Agostini, mirabile per l’esattezza della documentazione non meno che per la limpida eleganza dello stile,  da essa emerge nel suo giusto risalto la statura eccezionale di Sarmiento, la sua incrollabile tenacia, la sua forza d’animo nell’affrontare le continue, incessanti avversità.

La sua, nondimeno, è una figura malinconica più che tragica, e, in tal senso, donchisciottesca: poiché quel continuo sfuggirgli di mano il controllo della situazione, quel fallimento finale della sua impresa, così totale e irrimediabile, hanno forse a che fare con un certo velleitarismo dei suoi disegni, che ricordano, per molti aspetti, la figura di un altro eminente esploratore spagnolo del XVI secolo: Mendaña de Neira, al quale abbiamo già dedicato uno studio specifico (cfr. F. Lamendola, «Mendaña de Neira alla scoperta delle mitica Terra Australe», sulla rivista dell’Istituto Geografico Polare «Il Polo», n. 1, 1990; articolo consultabile anche, in una versione ampliata e rivista, sul sito di Arianna Editrice).

Al tempo stesso, nella pagina di Albero De Agostini non è tanto Sarmiento il protagonista della vicenda, e nemmeno lo sono quei 5.000 uomini che, partiti  dall’Europa con tante speranze, alla ricerca di una nuova vita, furono dispersi da burrasche, ammutinamenti e, infine, dal freddo e dalla fame, che distrussero completamente le due colonie fondate sulle rive dello Stretto di Magellano. Il vero protagonista è la natura, maestosa e superba, di quelle estreme regioni australi: una natura smisurata, bellissima ma anche temibile, che non sembra fatta per essere abitata, e tanto meno addomesticata, dall’uomo.

Quelle foreste millenarie, sature di umidità e sferzate dai venti impetuosi dell’Ovest; quei grandiosi ghiacciai che spingono le loro fronti giù dalle Ande, fino alle acque del mare; quelle praterie  dagli orizzonti sconfinati, e popolate solo dal guanaco e da qualche tribù vagante di Ona dalle folte pellicce e dall’arco infallibile: non si tratta di un ambiente fatto a misura dell’Europeo, che costruisce città e dissoda la terra per coltivarla.

Al contrario, sembra che laggiù, in capo al mondo, l’uomo sia un intruso, a stento tollerato dalla natura se, in piccoli gruppi di cacciatori, si adatta ai suoi ritmi; altrimenti, soggetto ad essere spazzato via dal rigore del clima e dall’ostilità del suolo, insieme a tutti i suoi sogni ambiziosi di conquista e di dominio.

Sì, la natura grandiosa e selvaggia della Terra del Fuoco è la vera protagonista, la dominatrice assoluta; quando ancora gli uomini non erano certi della modesta natura insulare di quest’ultima, e la maggior parte dei geografi e dei cartografi continuavano a rappresentarla come parte di un  immenso continente sconosciuto, la mitica Terra Australis Incognita, essa nondimeno era ancora un boccone troppo grosso per l’avidità dell’uomo bianco, tanto è vero che i suoi tentativi di presidiarla e di colonizzarla si risolsero in altrettanti fallimenti per ben tre secoli.

Solamente nella seconda metà del XX secolo, per mezzo delle le risorse messe a sua disposizione dalla seconda rivoluzione industriale – prima fra tutte, la navigazione a vapore -, l’uomo bianco sarebbe riuscito a strappare il velo del mistero da quella terra bella e crudele, possente e malinconica; a insediarvi città, ad allevare il bestiame e a perforare la prateria, alla ricerca di petrolio.

Questa nuova realtà, fatta di un «progresso» che schiaccia, come un rullo compressore, non solo le popolazioni indigene, ma anche la fauna e la flora originarie, si stava definitivamente imponendo negli anni in cui padre De Agostini, missionario salesiano rimasto senza più indigeni da convertite, perché ormai erano completamente estinti, scriveva il suo libro «Trent’anni nella Terra del Fuoco», poco oltre la metà del XX secolo.

In tal modo, egli scriveva l’epitaffio di un mondo ormai scomparso, o destinato a scomparire in brevissimo tempo, con tutta la nostalgia di chi aveva avuto modo di conoscere quelle terre quando ancora erano in gran parte vergini e inesplorate, e di misurare la radicale trasformazione verificatasi nel breve corso di una vita umana.

Forse anche per questo la rievocazione del dramma delle due colonie fondate da Sarmiento nel 1584 esercita un fascino così strano e potente sul lettore moderno: perché, per una volta, l’Europeo non ha avuto la meglio sulla natura, ma ha dovuto soccombere miseramente davanti alla sua forza primigenia, subendo quello stesso destino che, in seguito, egli avrebbe imposto a tante popolazioni indigene, a cominciare da quelle fuegine.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/06/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

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