martedì, 21 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: Vendette demoniache, di Piera Gatteschi Fondelli

Vendette demoniache di Piera Gatteschi Fondelli. Una pagina poco conosciuta della nostra storia recente: Piera Gatteschi Fondelli generale del Corpo delle ausiliarie nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana di Francesco Lamendola  

Questa volta non presentiamo una pagina di letteratura e nemmeno di saggistica vera e propria, ma una parte del drammatico memoriale, inedito fino al 1995, di una donna che è stata protagonista di una pagina poco conosciuta della nostra storia recente: Piera Gatteschi Fondelli, generale del Corpo delle ausiliarie nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, nella fase terminale della seconda guerra mondiale e durante la guerra civile.

All’età di 82 anni, la signora Gatteschi Fondelli viveva ritirata e non si occupava di politica, allorché, nel 1984, venne contattata dallo storico Luciano Garibaldi, che la persuase a pubblicare il proprio memoriale inedito, insieme alle loro conversazioni, aventi lo scopo di rievocare quella vicenda, così vicina eppure così lontana.

Ne è risultato un libro, «Le soldatesse di Mussolini», che ha avuto il pregio di far conoscere al grosso pubblico un aspetto pressoché ignorato della Repubblica Sociale Italiana: quello della storia di circa 6.000 donne e ragazze, alcune giovanissime, che si arruolarono volontarie e vestirono l’uniforme, con tanto di gradi e mostrine, senza mai, però, portare le armi; ma che, dopo il 25 aprile 1945, furono oggetto di vendette atroci da parte dei partigiani, specialmente delle formazioni comuniste, subendo maltrattamenti, violenze, stupri, torturi e, in diversi casi, la morte, senza che ai genitori o ai parenti fosse dato di poter dare loro degna sepoltura.

Perché abbiamo deciso di proporre ai lettori una pagina così insolita e, per molti aspetti, così maledettamente scomoda, non solo politicamente, ma anche moralmente?

In primo luogo, per onorare la verità, che non conosce etichette, tessere o lasciapassare di alcun colore politico o di alcuna ideologia.

In secondo luogo, per ridare visibilità alla memoria di quelle donne, sia quelle che pagarono con la vita, sia quelle che sopravvissero: perché scelsero di correre dei gravi rischi quando avrebbero potuto restarsene alla finestra, e furono protagoniste di un pezzo significativo della nostra storia patria.

Infine, perché è giusto, storicamente e moralmente, che si sappia che, dall’altra parte della barricata, nella guerra civile del 1943-45, non c’erano soltanto torturatori come la famigerata banda Koch, energumeni spietati e sadici dalla dubbia sanità mentale, ma anche persone, in questo caso giovani donne, perfettamente in buona fede, animate da un immenso amor di Patria e aliene da ogni opportunismo.

Il pubblico italiano già conosce, perché le hanno pubblicate importanti case editrici di sinistra, magari blasonate e che vendono i loro libri a prezzi proibitivi per le tasche di un semplice operaio, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Esse testimoniano il fatto, indubitabile, che molti partigiani erano animati da nobilissimi sentimenti e da sincero amore di Patria; persone che, dopo la catastrofe, morale e materiale, dell’8 settembre 1943, presero una decisione difficile, sapendo di esporre se stesse e anche i propri cari alla vendetta della parte avversa.

Ora, è giusto e doveroso che gli Italiani sappiano, e non dimentichino mai, che tale nobile sentire si trovava anche nell’animo di molte persone e di molti giovani che fecero la scelta opposta, e, invece di schierarsi con il governo Badoglio e con il Corpo Volontari della Libertà, aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, convinti di doversi sacrificare per la dignità, l’onore e l’indipendenza della Patria.

Leggendo le parole vergate in fretta da una di queste ragazze qualsiasi, pochi istanti prima di essere passata per le armi dopo la fine delle ostilità, e quindi in un clima di vendetta che nulla aveva di legale o di legittimo, non si può non provare una profonda commozione, al pensiero di quanto idealismo, quanta purezza e quanto spirito di sacrificio potessero albergare nel cuore di una ragazza che, probabilmente, poco o nulla sapeva della vita, ma che possedeva un’altissima idea della Patria e di quello che era il proprio dovere, anche nelle circostanze più avverse.

Prevediamo già la solita obiezione che qualcuno ci vorrà rivolgere: che cosa ci ripromettiamo, da tutto questo discorso? È forse una maniera, una delle tante, per fare del revisionismo storico; per far rientrare dalla finestra una ideologia politica – quella fascista – che gli Italiani hanno, a suo tempo, hanno cacciato dalla porta?

Tanto per cominciare, è tutto da dimostrare che gli Italiani, nella loro maggioranza, abbiano voltato le spalle al fascismo. Come gli studi di Giampaolo Pansa hanno mostrato (cfr. il nostro recente articolo «Una pagina al giorno: le leggende sulla Resistenza, di Giampaolo Pansa», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), la verità è che la Repubblica Sociale Italiana godette, nel complesso, di un consenso popolare maggiore di quello di cui godettero i partigiani, e questo quasi fino al termine della guerra. Basti pensare, aggiungiamo noi, alla folla entusiasta e strabocchevole che corse ad ascoltare e ad applaudire Mussolini nel suo celebre discorso al Teatro Lirico di Milano, quando ormai la guerra era veramente perduta e tutti potevano capirlo, e non solo ascoltando Radio Londra, ma anche udendo il rombo ormai vicino dei cannoni.

E che cosa poteva spingere all’estrema fedeltà verso Mussolini uomini colti e intelligenti come Alessandro Pavolini, uomini dal lungo passato di militanti di sinistra come Nicola Bombacci, studiosi come il filologo Goffredo Coppola (anche lui fucilato a Dongo), ma anche tante migliaia di giovani d’ambo i sessi – è questa la novità, che ancora oggi tanti Italiani ignorano -, i quali al tempo della marcia su Roma non erano nemmeno nati e durante il Ventennio non avevano certo accumulato onori e prebende; ma che si arruolarono con indomito coraggio per un’idea che ritenevano nobile e giusta, e per la quale furono capaci di affrontare senza esitazioni anche il sacrificio della vita?

Non vogliamo, tuttavia, in questa sede, fare un discorso politico; non è in quest’ottica che proponiamo la lettura, serena e spassionata, delle pagine di Piera Gatteschi Fondelli: bensì in un’ottica puramente umana.

Molte delle donne che vestirono l’uniforme di ausiliarie meritano di essere ricordate con stima, compassione e affetto; la loro tragica vicenda merita di essere conosciuta, di non precipitare in quella forma di seconda morte che è l’oblio.

Al di là di quello che si può pensare delle loro idee politiche, quelle ragazze amavano la Patria con una dedizione assoluta e non meritavano di essere trattate come delle criminali e di subire le umiliazioni e le violenze che si scatenarono contro di loro dopo il 25 aprile 1945. Quella fu realmente una pagina brutta della nostra storia, in cui il popolo italiano, o una parte di esso, diede il peggio di cui era capace; e, tuttavia, una pagina che è doveroso conoscere.

Dal libro di Luciano Garibaldi: «Le soldatesse di Mussolini. Con il memoriale inedito di Piera Gatteschi Fondelli, generale delle Ausiliarie della RSI» (Milano, Mursia, 1995, pp. 82-89):

«[…] Un’idea, precisa ed impressionante, del clima in cui vennero a trovarsi le ausiliarie in quei giorni p resa da Antonia Setti Carraro, mamma di Emanuela Setti Carraro e futura suocera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che, nei drammatici giorni dell’insurrezione torinese, era capogruppo delle crocerossine della divisione “Littorio”. Antonia Setti Carraro, che ha narrato la sua testimonianza in un libro dal titolo “Carità e tormento” (1982), ancora quarant’anni dopo non riusciva a togliersi dalla memoria le scene spaventose alle quali aveva dovuto assistere, allorché, dopo essere scesa a Torino con un treno-ospedale proveniente dalla Val d’Aosta, aveva dato vita ad una infermeria da campo  vicino a Porta Novara, con l’ausilio di tre consorelle e di cinque ausiliarie-infermiere.

Scoppiata l’insurrezione, i feriti (tutti soldati fascisti)furono fatti a pezzi, le otto ragazze catturate e messe al muro. Prima che toccasse a loro, furono costrette ad assistere a qualcosa che Antonia Setti Carraro descrive con queste parole: sul fondo della baracca di legno “vedemmo un mucchio di cose immobili che sembravano stracci. Il sangue rappreso aveva modificato le tinte di quelle giacche, e di quei pantaloni grigioverdi e ne aveva smorzato i toni. Ora non sembravano più cadaveri ammucchiati: le facce erano forti e poltiglia, le teste erano scoppiate, i capelli, confusi tra loro, sembravano ammassi di foglie autunnali, cataste di legname coperto di muffa. E invece, fino a poche ore prima, erano state creature umane.”

Scambiate tutte per ausiliarie (inutilmente sorella Antonietta e sorella Myriam si affannavano a mostrare la croce rossa che portavano sul grembiule, sotto il cappotto militare, ottenendone, come unica risposta: “Non vogliamo Cristi né padroni! Vogliamo solo ammazzarvi tutti: uomini e donne, grandi e bambini!”), un ulteriore “intermezzo” sopraggiunse a sottrarle ancora alla morte. Uomini arrivarono ancora su mezzi a motore chiamando a gran voce i carcerieri: “Venite, presto, li ammazziamo con gli autocarri! Li riduciamo con tutte le ossa rotte. Uno spettacolo fantastico! Vedrete! Li inseguiamo mentre cercano di scappare. Muoiono urlando come cani!”

L’eccitazione per la nuova carneficina distrae per un attimo quelle belve e consente alle ausiliarie e alle crocerossine di darsi alla fuga. È una fuga allucinante, attraverso una Torino in preda all’odio e al sangue, con cadaveri disseminati dovunque, corpi che precipitano da qualche piano alto venendo a sfracellarsi ai piedi delle ragazze, disperati che spirano su una panchina o in mezzo a un’aiuola con un’espressione di terrore sul volto, individui portati in giro per le strade dentro gabbie da polli, continuamente pungolati con bastoni appuntiti che ne riducono visi e membra a pezzi di carne sanguinolenta, e infine impiccati per la gioia generale.

La signora Setti Carraro, con le sue due colleghe e le cinque ausiliarie, si illudono finalmente di trovare la salvezza in casa di conoscenti, ma vengono bruscamente messe alla porta: “Questa guerra non l’abbiamo voluta noi. Non possiamo impedire al popolo di prendersi le sue vendette”. “Ma siamo crocerossine!”. “Arrangiatevi!”. Ed eccole nuovamente catturate da una banda di partigiani comunisti, all’inizio di un ponte sul Po, costrette per un pezzo a guardare giù. “L’acqua.- riporto le parole di Antonia Setti Carraro – che era bassa e sembrava ferma, brulicava di cadaveri. A testa ingiù, a braccia aperte, a gambe divaricate, a faccia in su, a pezzi o tutti interi, giovani, ragazzi, uomini, donne e fanciulle giacevano scomposti, aggrovigliati, ammassati, paurosi a vedersi, atroci nelle posizioni. Le ausiliarie erano impallidite in modo terribile.”

Questo racconto, che resta, a mio giudizio, uno dei più sinceri, fedeli e direi religiosi dell’odio demoniaco di cui sono capaci, in certe circostanze della loro storia, gl’italiani, si conclude con la quasi miracolosa fuga delle otto donne inseguite, per fortuna invano, da raffiche di mitra e bombe a mano, dopo che sono riuscite a distrarre i loro carcerieri, troppo impegnati a gustarsi, nei minimi particolari, l’agonia di un fascista che “meno esposto ai colpi dei carnefici, non era morto sul colpo, ma si lagnava debolmente e, annaspando con le mani, cercava di sciogliersi dalle funi che lo tenevano legato agli altri del gruppo, e, mugolando, suscitava l’ilarità di chi lo aveva appena colpito, e continuava a colpirlo con randellate sorde che gli frantumavano ossa e cranio”.

Se le cinque ausiliarie protagoniste di questa agghiacciante, tremenda pagina di vita vissuta scritta da Antonia Setti Carraro, poterono salvarsi, una sorte ben più tragica era in agguato per le otto ausiliarie del Comando provinciale di Piacenza che, la mattina del 26 aprile [1945], mentre viaggiavano su un autocarro alla volta di Como, incapparono in un posto di blocco di partigiani comunisti a Casalpusterlengo. Con loro viaggiavano sei soldati di sanità, tutti disarmati. Portato alla Torre, il gruppo vi trascorse l’intera giornata e la notte, ra le urla e gli insulti della folla che chiedeva giustizia sommaria. La mattina dopo furono fatti salire su una corriera, trasportati davanti all’ospedale e qui schierati in fila davanti al muro , mentre un plotone improvvisato si allineava davanti a oro. Fu a quel punto che una delle ausiliarie, Adele Buzzoni, si mise ad urlare scongiurando i “giustizieri” di salvare sua sorella Maria, che era nel gruppo, perché potesse aver cura della loro madre, cieca e sola. Maria Buzzoni fu afferrata da un partigiano e spinta da parte. Subito dopo, il plotone aprì il fuoco. Vedendo la sorella cadere assieme agli altri, Maria gridò per la disperazione con quanto fiato aveva in gola. Per farla tacere, un partigiano le scaricò il mitra addosso., freddando anche lei. Intanto, una scena irreale, spaventosa, stava accadendo. L’ausiliaria Anita Romano, che era rimasta soltanto ferita, si alzò dal mucchio sanguinante, avanzando versoi suoi assassini. Ra le ausiliarie c’erano altre due sorelle, Ida e Bianca Poggioli. Anch’esse erano rimaste soltanto ferite, e Bianca Poggioli gridava: “Uccidetemi! Uccidetemi!”. Mentre i partigiani si preparavano a finirle, si precipitò davanti a loro padre Paolo, del vicino convento dei cappuccini. “No – disse – non lo fate.. Stanno morendo. Andate via. Le assisterò io fino alla morte”. Lividi, sudati, i “giustizieri” si allontanarono, ma poco dopo tornarono sui loro passi, pentiti di aver dato retta al frate. Quei pochi istanti erano basti a padre Paolo per trascinare le tre sventurate  all’interno dell’ospedale e nasconderle, con l’aiuto delle suore, in uno scantinato. I comunisti diedero loro la caccia per tutto il giorno, poi si stancarono. Le ragazze poterono così essere curate e salvate. Le altre vittime, oltre a sei soldati sconosciuti, e alle sorelle Buzzoni, furono Luigia Mutti, Rosetta Ottadana e Dosolina Nassani.

A Margherita Audisio, fucilata il 26 aprile sa Nichelino (Torino), consentirono di scrivere l’ultima lettera alla sorella. La famiglia apprese così che la ragazza era morta serena solo perché aveva ottenuto d essere fucilata al petto, come un soldato. “Carissima Luciana – diceva la lettera – fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: la fucilazione al petto e non alla schiena. Raggiungo papà in paradiso, perché mi sono confessata e comunicata, e con lui vi proteggerò tutti. Tu sai che sono sempre stata una pura della mia fede: in essa ho sempre creduto, credo ancora e per essa sono contenta di morire. Consola la mamma. Perdono a tutti. Viva l’Italia! Ti bacio. Tua sorella.”

Nessuna pietà, invece, per l’ausiliaria Jolanda Crivelli. Aveva solo 20 anni ed era giovanissima vedova di un ufficiale del “Battaglione M”, ucciso a Bologna, durante la guerra civile, in un agguato dei “sapisti”. Il 26 aprile raggiunse Cesena, la sua città, per tornare dalla madre, che viveva sola. Fu riconosciuta e additata ad alcuni partigiani comunisti: “È una fascista, moglie di un fascista!”. Percossa a sangue, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri , fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere, nudo, rimase esposto per due giorni. Poi fu permesso alla madre di seppellirlo.

A Novara, invece, il vescovo riuscì ad impedire il progetto di fare sfilare nude tutte le ausiliarie catturate, circa trecento, per le vie della città. I partigiani dovettero accontentarsi  di raparle a zero. In seguito, alcune di esse furono violentata e quindi fucilate.

In quella autentica tomba delle ausiliarie che fu Nichelino, trovarono la morte, il 30 aprile, assieme ad un gruppo di loro compagne, anche le ausiliarie scelte Laura Giolo, di 25 anni, e Lidia Fragiacomo, di 32, dopo un’autentica gara di emulazione per rispondere alla domanda: “Chi di voi è la comandante?”. Questa qualifica spettava a Laura Giolo, che infatti non ebbe esitazione a rispondere, ma Lidia, convinta di poter così salvare la compagna, disse ai partigiani: “Non datele retta, sono io che comando il gruppo”. Fu messa al muro e accadde, allora, uno di quei fati che, nella barbarie, rappresentano un raggio di speranza. I partigiani che formavano il plotone d’esecuzione, pur essendo comunisti, garibaldini della 105a Brigata “Pisacane”, toccati dall’eroismo e dalla generosità di quella scena, scaricarono i mitra in aria. Ma intervennero altri partigiani che non ebbero pietà. Fu accolta soltanto la richiesta di assistenza religiosa e don Angelo Ruffino, parroco di San Secondo, poté confessare le condannate.

Di Lidia Fragiacomo è rimasta una lettera, che i garibaldini le avevano consentito di scrivere, quando avevano deciso di fucilare lei e fucilare le altre. Lidia, triestina, sola al mondo, prima di arruolarsi era stata bambinaia presso una famiglia torinese.. Fu dunque alla sua “padrona”, la signora Giovanna Albanese, che indirizzò la sua ultima lettera: “Carissima signora Giovanna – essa diceva -, quando riceverete questa lettera, io sarò nel mondo dei più., in un mondo più buono; forse avremo finito di soffrire.  Sono felice di dare lamia vita per l’Italia, per il nostro ideale. Forse, il mio sangue non sarà inutile: mi hanno promesso di salvare la mia Comandante e ciò mi fa estremamente felice.  Il mio desiderio terreno è solamente uno: che l’Italia possa ritornare  una, libera e grande. Non mi spiace morire, perché so che in questo mondo vi sono soltanto brutture  e nell’altro troveremo la giustizia, almeno così spero. Siate forte e fiera nel dolore. Io, se avrò la fortuna d andare in Paradiso, pregherò per la nostra Italia. Baciatemi forte Marinuccio, la zia e la contessina. Al maggiore i miei più cari saluti. Anche a Crac un bacio. Come vedete, sono tranquilla. Un bacio forte a Voi. Viva l’Italia! Ausiliaria scelta Fragiacomo Lidia.”

Tra i più spregevoli crimini compiuti ai danni delle ausiliarie dopo il 2 maggio, vi fu il massacro del Santuario di Graglia, nel Biellese. Qui era stato condotto, dopo aver stipulato regolare resa con l’onore delle armi, grazie all’intervento dell’autorità ecclesiastica, l’intero II Reparto allievi ufficiali della GNR: 30 uomini, al comando del maggiore Galamini, più le ausiliarie Rina Chandré, Itala Giraldi e Lucia Rocchetti. Del gruppo facevano parte anche le signore Antonietta Milesi e Carlo Paolucci, moglie di due ufficiali. Ebbene, infrangendo tutte le leggi di guerra, nonché la parola solennemente data, i carcerieri, comunisti di Moranino, fucilarono tutti gli uomini del gruppo e le due signore. Le tre ausiliarie, risparmiate sul momento, furono fucilate più tardi a Muzzano, perché i partigiano, come riferì un testimone, “dovevano andare a ballare e non sapevano che fare delle tre prigioniere”. Fu la madre di Itala Giraldi che ritrovò i tre corpi, sommariamente sepolti sull’argine di un torrente, scavando la terra con una cazzuola, tra i lazzi e lo scherno dei comunisti del luogo.

A Jole genesi, stenodattilografa della Brigata Nera “Augusto Cristina” di Novara, e a Lidia Rovilda, assegnata alla GNR della stessa città, toccò una fine allucinante. Catturate alla Stazione Centrale di Milano il primo maggio, furono condotte all’albergo “San Carlo” di Arona, torturate tutta la notte con degli spilloni conficcati nella carne, poi legate assieme con un filo di ferro e finite con un colpo alla nuca.. Non avevano voluto rivelare dove si era nascosta la comandante provinciale di Novara.

Marcella Batacchi, fiorentina, e Jolanda Spitz, trentina, erano state assegnate al distretto militare di Cuneo. Il 30 aprile, la colonna in fuga della quale facevano parte, con sette loro compagne, si arrese ai partigiani a Biella. Per salvarsi, le sette ragazze dichiararono di essere prostitute che avevano lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Marcella e Jolanda rifiutarono il compromesso e si dichiararono ausiliarie. Furono violentate e massacrate di botte, poi fucilate e sepolte in una stessa fossa, l’una sull’altra. Quando i genitori, mesi dopo, poterono esumarle, trovarono due visi tumefatti e sfigurati, ma i corpi bianchi e intatti. Avevano entrambe 18 anni.

I partigiani comunisti assassinarono anche una ausiliaria terziaria francescana: si chiamava Angela Maria Tam, era di Buglio al Monte, in provincia di Sondrio. Venne fucilata il 6 maggio. La famiglia riuscì ad entrare in possesso del suo ultimo biglietto: “Viva l’Italia! Che Gesù la benedica e la riconduca all’amore e all’unità per il nostro sacrificio. Così sia.”

Le due vittime più giovani furono Luciana Minardi e Marilena Grill: sedici anni. Luciana Minardi, di Imola, era al fronte, sul Senio, col battaglione “Colleoni”, della Divisione “San marco”, addetta al telefono da campo e a cifrario. Aveva rischiato la vita cento volte. Durante la ritirata, il comandante del battaglione le affidò il gagliardetto perché lo portasse in salvo. Catturata dagli inglesi, Luciana riesce a disfarsi del gagliardetto, gettandolo nel Po. Gli inglesi la rilasciano dopo un breve interrogatorio. Gettata la divisa,  torna dai genitori, sfollati a Cologna Veneta, in provincia di Verona. Ma qualcuno avverte i partigiani comunisti della zona che quella ragazzina “è una fascista”. Vanno a prenderla a metà maggio, i mitra puntati alla gola dei genitori, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo innominabili violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!”, grida il comunista che la uccide con una raffica.

Marilena Grill etra di Torino., lavorava all’Ufficio ricerche dispersi. Il 28 aprile i partigiani vanno a prenderla in casa dei genitori, dov’è tornata. Chiede di indossare la divisa. La tengono cinque giorni alla caserma “Valdocco”. Un colo alla nuca la liquida il 3 maggio.

All’Istituto di medicina legale dell’Università di Tornino è probabilmente ancora possibile consultare il registro del mese di maggio 1945, al quale attinse Giorgio Pisanò per completare i capitoli dedicati alle ausiliarie della sua pera “Storia delle Forze Armate della RSI”, pubblicata a Milano nel 1967. È dal suoi libro che riporto questi due verbali:

“Autopsia n. 7065. Entrata 3 maggio. Uscita 11 maggio. Provenienza: Stazione Porta Nuova. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni al cranio, torace, addome. Indossa la divisa militare della Repubblica, con mostrine recanti fascetti rossi. Una A rossa sulla tasca sup. sx. Si tratta di cadavere di giovane donna dell’apparente età di 18-20 a. Capelli neri rasati a zero.”

“Autopsia 7143. Entrata 11.6, uscita 17.6. Provenienza fiume Po dietro caserma dei pompieri Barriera Milano. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni cranio-cerebrali e toraco-addominali. Riferiscono che questa giovane donna, già ausiliaria presso i reparti della Repubblica, sia stata prelevata e collocata in un canile di via Nizza, indi prelevata e uccisa. Veste una gonna grigia e un giubbetto rosso a grosse fasce bianche trasversali, ha capelli color castano scuro rasati a zero. Si tratta di giovane donna dell’apparente età di 17-q9 a. incinta al settimo mese circa di gestazione. All’ispezione sono rilevabili n. 6 fori tondeggianti d’arma da fuoco del diametro di circa 1 cm. circondati da orletto escoriativo nerastro situati 2 vicini alla regione laterale sx. del collo, un terzo alla regione precordiale e gli altri tre al basso ventre.”

Se ho voluto diffondermi nel racconto di questi crudeli e terribili fatti, che rappresentano peraltro solo una piccola parte di ciò che accadde dopo il 25 aprile ’45 sulle ausiliarie, è perché sono convinta [il femminile è dovuto al fato che il racconto è stato fatto all’Autore da Piera Gatteschi Fondelli]che gl’italiani devono conoscere la propria storia nel bene e nel male. Ma tradirei i sentimenti più sacri delle ausiliarie cadute, se mi lasciassi travolgere dal rancore e dalle recriminazioni. Esse, come dimostrano le loro ultime lettere, furono le prime a perdonare. Purtroppo, le loro nobili parole non sono state raccolte, e l’Italia, dopo tanti anni, è l’unico Paese del mondo occidentale  che, dilaniato da una sanguinosa guerra civile, non ha saputo trovare (come la trovarono gli Stati Uniti e la Spagna) la forza morale di comprendere in un unico abbraccio i caduti della parte vincente e quelli della parte soccombente, insegnando ai giovani a rispettarne la memoria.»

Possiamo aggiungere che la formazione del Corpo delle ausiliarie della RSI, di cui Piera Gatteschi Fondelli fu generale di brigata (l’unico generale donna delle Forze Armate italiane), era nato in gran parte da un’idea del geniale e anticonformista direttore de «La Stampa» di Torino, quel Concetto Pettinato di cui ci siano già occupati in due precedenti articoli («Una pagina al giorno: Sono buoni gli Inglesi?, di Concetto Pettinato»; e «Una pagina al giorno: i giorni di Lublino nel 1914, di Concetto Pettinato», entrambi sul sito di Arianna Editrice).

A proposito di idealismo e di assoluta mancanza di opportunismo: Concetto Pettinato era così poco fascista, se fascista vuol dire reazionario, che nel 1925 aveva formato il «Manifesto degli intellettuali antifascisti», redatto da Benedetto Croce. E Pettinato era già un giornalista affermato: era stato corrispondente all’estero ed esperto di cose militari in varie parti d’Europa; aveva davanti a sé una brillante carriera professionale. Aderendo al «Manifesto» di Croce, aveva certamente tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ma la stessa cosa vale anche per la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana! Che cosa poteva sperare per sé, un uomo della sua intelligenza e della sua esperienza del mondo? Certo non era tipo da farsi illusioni circa le «armi segrete» di Hitler, come invece se le facevano, probabilmente, taluni fascisti sprovveduti.

E allora?

E allora – e lo stesso discorso vale non solo per i personaggi importanti della Repubblica Sociale, ma anche per le persone qualsiasi, come queste ragazze in divisa delle quali abbiamo voluto ricordare il sacrificio – forse è arrivato il tempo di rimettere in discussione alcuni luoghi comuni sinora accettati in maniera totalmente acritica: a cominciare da quello che dipinge tutti i combattenti «repubblichini» (e già il diminutivo è un dispregiativo, dunque un termine storiograficamente inaccettabile) come vili servitori del tedesco invasore, gente senza onore e senza ideali, interessata solo alla paga e all’esercizio indiscriminato della violenza.

Al contrario, da quelle ragazze di Salò – indipendentemente dalla loro scelta politica, ripetiamo – ci viene una lezione di coraggio, di coerenza, di lealtà e di abnegazione: tutti valori dei quali ci sarebbe un gran bisogno nell’Italia d’oggi, e specialmente fra i giovani, così facilmente sedotti e adescati dalle sirene di un consumismo becero e di un benessere senz’anima.

Forse, dopotutto, furono proprio loro e quelli come loro – compresi quanti fecero la scelta opposta, e salirono in montagna con i partigiani – a tenere alta la dignità del nostro Paese, dopo la vergogna incancellabile dell’8 settembre 1943.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/10/2009

Del 31 Dicembre 2017

Questa volta non presentiamo una pagina di letteratura e nemmeno di saggistica vera e propria, ma una parte del drammatico memoriale, inedito fino al 1995, di una donna che è stata protagonista di una pagina poco conosciuta della nostra storia recente: Piera Gatteschi Fondelli, generale del Corpo delle ausiliarie nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, nella fase terminale della seconda guerra mondiale e durante la guerra civile.

All’età di 82 anni, la signora Gatteschi Fondelli viveva ritirata e non si occupava di politica, allorché, nel 1984, venne contattata dallo storico Luciano Garibaldi, che la persuase a pubblicare il proprio memoriale inedito, insieme alle loro conversazioni, aventi lo scopo di rievocare quella vicenda, così vicina eppure così lontana.

Ne è risultato un libro, «Le soldatesse di Mussolini», che ha avuto il pregio di far conoscere al grosso pubblico un aspetto pressoché ignorato della Repubblica Sociale Italiana: quello della storia di circa 6.000 donne e ragazze, alcune giovanissime, che si arruolarono volontarie e vestirono l’uniforme, con tanto di gradi e mostrine, senza mai, però, portare le armi; ma che, dopo il 25 aprile 1945, furono oggetto di vendette atroci da parte dei partigiani, specialmente delle formazioni comuniste, subendo maltrattamenti, violenze, stupri, torturi e, in diversi casi, la morte, senza che ai genitori o ai parenti fosse dato di poter dare loro degna sepoltura.

Perché abbiamo deciso di proporre ai lettori una pagina così insolita e, per molti aspetti, così maledettamente scomoda, non solo politicamente, ma anche moralmente?

In primo luogo, per onorare la verità, che non conosce etichette, tessere o lasciapassare di alcun colore politico o di alcuna ideologia.

In secondo luogo, per ridare visibilità alla memoria di quelle donne, sia quelle che pagarono con la vita, sia quelle che sopravvissero: perché scelsero di correre dei gravi rischi quando avrebbero potuto restarsene alla finestra, e furono protagoniste di un pezzo significativo della nostra storia patria.

Infine, perché è giusto, storicamente e moralmente, che si sappia che, dall’altra parte della barricata, nella guerra civile del 1943-45, non c’erano soltanto torturatori come la famigerata banda Koch, energumeni spietati e sadici dalla dubbia sanità mentale, ma anche persone, in questo caso giovani donne, perfettamente in buona fede, animate da un immenso amor di Patria e aliene da ogni opportunismo.

Il pubblico italiano già conosce, perché le hanno pubblicate importanti case editrici di sinistra, magari blasonate e che vendono i loro libri a prezzi proibitivi per le tasche di un semplice operaio, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Esse testimoniano il fatto, indubitabile, che molti partigiani erano animati da nobilissimi sentimenti e da sincero amore di Patria; persone che, dopo la catastrofe, morale e materiale, dell’8 settembre 1943, presero una decisione difficile, sapendo di esporre se stesse e anche i propri cari alla vendetta della parte avversa.

Ora, è giusto e doveroso che gli Italiani sappiano, e non dimentichino mai, che tale nobile sentire si trovava anche nell’animo di molte persone e di molti giovani che fecero la scelta opposta, e, invece di schierarsi con il governo Badoglio e con il Corpo Volontari della Libertà, aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, convinti di doversi sacrificare per la dignità, l’onore e l’indipendenza della Patria.

Leggendo le parole vergate in fretta da una di queste ragazze qualsiasi, pochi istanti prima di essere passata per le armi dopo la fine delle ostilità, e quindi in un clima di vendetta che nulla aveva di legale o di legittimo, non si può non provare una profonda commozione, al pensiero di quanto idealismo, quanta purezza e quanto spirito di sacrificio potessero albergare nel cuore di una ragazza che, probabilmente, poco o nulla sapeva della vita, ma che possedeva un’altissima idea della Patria e di quello che era il proprio dovere, anche nelle circostanze più avverse.

Prevediamo già la solita obiezione che qualcuno ci vorrà rivolgere: che cosa ci ripromettiamo, da tutto questo discorso? È forse una maniera, una delle tante, per fare del revisionismo storico; per far rientrare dalla finestra una ideologia politica – quella fascista – che gli Italiani hanno, a suo tempo, hanno cacciato dalla porta?

Tanto per cominciare, è tutto da dimostrare che gli Italiani, nella loro maggioranza, abbiano voltato le spalle al fascismo. Come gli studi di Giampaolo Pansa hanno mostrato (cfr. il nostro recente articolo «Una pagina al giorno: le leggende sulla Resistenza, di Giampaolo Pansa», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), la verità è che la Repubblica Sociale Italiana godette, nel complesso, di un consenso popolare maggiore di quello di cui godettero i partigiani, e questo quasi fino al termine della guerra. Basti pensare, aggiungiamo noi, alla folla entusiasta e strabocchevole che corse ad ascoltare e ad applaudire Mussolini nel suo celebre discorso al Teatro Lirico di Milano, quando ormai la guerra era veramente perduta e tutti potevano capirlo, e non solo ascoltando Radio Londra, ma anche udendo il rombo ormai vicino dei cannoni.

E che cosa poteva spingere all’estrema fedeltà verso Mussolini uomini colti e intelligenti come Alessandro Pavolini, uomini dal lungo passato di militanti di sinistra come Nicola Bombacci, studiosi come il filologo Goffredo Coppola (anche lui fucilato a Dongo), ma anche tante migliaia di giovani d’ambo i sessi – è questa la novità, che ancora oggi tanti Italiani ignorano -, i quali al tempo della marcia su Roma non erano nemmeno nati e durante il Ventennio non avevano certo accumulato onori e prebende; ma che si arruolarono con indomito coraggio per un’idea che ritenevano nobile e giusta, e per la quale furono capaci di affrontare senza esitazioni anche il sacrificio della vita?

Non vogliamo, tuttavia, in questa sede, fare un discorso politico; non è in quest’ottica che proponiamo la lettura, serena e spassionata, delle pagine di Piera Gatteschi Fondelli: bensì in un’ottica puramente umana.

Molte delle donne che vestirono l’uniforme di ausiliarie meritano di essere ricordate con stima, compassione e affetto; la loro tragica vicenda merita di essere conosciuta, di non precipitare in quella forma di seconda morte che è l’oblio.

Al di là di quello che si può pensare delle loro idee politiche, quelle ragazze amavano la Patria con una dedizione assoluta e non meritavano di essere trattate come delle criminali e di subire le umiliazioni e le violenze che si scatenarono contro di loro dopo il 25 aprile 1945. Quella fu realmente una pagina brutta della nostra storia, in cui il popolo italiano, o una parte di esso, diede il peggio di cui era capace; e, tuttavia, una pagina che è doveroso conoscere.

Dal libro di Luciano Garibaldi: «Le soldatesse di Mussolini. Con il memoriale inedito di Piera Gatteschi Fondelli, generale delle Ausiliarie della RSI» (Milano, Mursia, 1995, pp. 82-89):

«[…] Un’idea, precisa ed impressionante, del clima in cui vennero a trovarsi le ausiliarie in quei giorni p resa da Antonia Setti Carraro, mamma di Emanuela Setti Carraro e futura suocera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che, nei drammatici giorni dell’insurrezione torinese, era capogruppo delle crocerossine della divisione “Littorio”. Antonia Setti Carraro, che ha narrato la sua testimonianza in un libro dal titolo “Carità e tormento” (1982), ancora quarant’anni dopo non riusciva a togliersi dalla memoria le scene spaventose alle quali aveva dovuto assistere, allorché, dopo essere scesa a Torino con un treno-ospedale proveniente dalla Val d’Aosta, aveva dato vita ad una infermeria da campo  vicino a Porta Novara, con l’ausilio di tre consorelle e di cinque ausiliarie-infermiere.

Scoppiata l’insurrezione, i feriti (tutti soldati fascisti)furono fatti a pezzi, le otto ragazze catturate e messe al muro. Prima che toccasse a loro, furono costrette ad assistere a qualcosa che Antonia Setti Carraro descrive con queste parole: sul fondo della baracca di legno “vedemmo un mucchio di cose immobili che sembravano stracci. Il sangue rappreso aveva modificato le tinte di quelle giacche, e di quei pantaloni grigioverdi e ne aveva smorzato i toni. Ora non sembravano più cadaveri ammucchiati: le facce erano forti e poltiglia, le teste erano scoppiate, i capelli, confusi tra loro, sembravano ammassi di foglie autunnali, cataste di legname coperto di muffa. E invece, fino a poche ore prima, erano state creature umane.”

Scambiate tutte per ausiliarie (inutilmente sorella Antonietta e sorella Myriam si affannavano a mostrare la croce rossa che portavano sul grembiule, sotto il cappotto militare, ottenendone, come unica risposta: “Non vogliamo Cristi né padroni! Vogliamo solo ammazzarvi tutti: uomini e donne, grandi e bambini!”), un ulteriore “intermezzo” sopraggiunse a sottrarle ancora alla morte. Uomini arrivarono ancora su mezzi a motore chiamando a gran voce i carcerieri: “Venite, presto, li ammazziamo con gli autocarri! Li riduciamo con tutte le ossa rotte. Uno spettacolo fantastico! Vedrete! Li inseguiamo mentre cercano di scappare. Muoiono urlando come cani!”

L’eccitazione per la nuova carneficina distrae per un attimo quelle belve e consente alle ausiliarie e alle crocerossine di darsi alla fuga. È una fuga allucinante, attraverso una Torino in preda all’odio e al sangue, con cadaveri disseminati dovunque, corpi che precipitano da qualche piano alto venendo a sfracellarsi ai piedi delle ragazze, disperati che spirano su una panchina o in mezzo a un’aiuola con un’espressione di terrore sul volto, individui portati in giro per le strade dentro gabbie da polli, continuamente pungolati con bastoni appuntiti che ne riducono visi e membra a pezzi di carne sanguinolenta, e infine impiccati per la gioia generale.

La signora Setti Carraro, con le sue due colleghe e le cinque ausiliarie, si illudono finalmente di trovare la salvezza in casa di conoscenti, ma vengono bruscamente messe alla porta: “Questa guerra non l’abbiamo voluta noi. Non possiamo impedire al popolo di prendersi le sue vendette”. “Ma siamo crocerossine!”. “Arrangiatevi!”. Ed eccole nuovamente catturate da una banda di partigiani comunisti, all’inizio di un ponte sul Po, costrette per un pezzo a guardare giù. “L’acqua.- riporto le parole di Antonia Setti Carraro – che era bassa e sembrava ferma, brulicava di cadaveri. A testa ingiù, a braccia aperte, a gambe divaricate, a faccia in su, a pezzi o tutti interi, giovani, ragazzi, uomini, donne e fanciulle giacevano scomposti, aggrovigliati, ammassati, paurosi a vedersi, atroci nelle posizioni. Le ausiliarie erano impallidite in modo terribile.”

Questo racconto, che resta, a mio giudizio, uno dei più sinceri, fedeli e direi religiosi dell’odio demoniaco di cui sono capaci, in certe circostanze della loro storia, gl’italiani, si conclude con la quasi miracolosa fuga delle otto donne inseguite, per fortuna invano, da raffiche di mitra e bombe a mano, dopo che sono riuscite a distrarre i loro carcerieri, troppo impegnati a gustarsi, nei minimi particolari, l’agonia di un fascista che “meno esposto ai colpi dei carnefici, non era morto sul colpo, ma si lagnava debolmente e, annaspando con le mani, cercava di sciogliersi dalle funi che lo tenevano legato agli altri del gruppo, e, mugolando, suscitava l’ilarità di chi lo aveva appena colpito, e continuava a colpirlo con randellate sorde che gli frantumavano ossa e cranio”.

Se le cinque ausiliarie protagoniste di questa agghiacciante, tremenda pagina di vita vissuta scritta da Antonia Setti Carraro, poterono salvarsi, una sorte ben più tragica era in agguato per le otto ausiliarie del Comando provinciale di Piacenza che, la mattina del 26 aprile [1945], mentre viaggiavano su un autocarro alla volta di Como, incapparono in un posto di blocco di partigiani comunisti a Casalpusterlengo. Con loro viaggiavano sei soldati di sanità, tutti disarmati. Portato alla Torre, il gruppo vi trascorse l’intera giornata e la notte, ra le urla e gli insulti della folla che chiedeva giustizia sommaria. La mattina dopo furono fatti salire su una corriera, trasportati davanti all’ospedale e qui schierati in fila davanti al muro , mentre un plotone improvvisato si allineava davanti a oro. Fu a quel punto che una delle ausiliarie, Adele Buzzoni, si mise ad urlare scongiurando i “giustizieri” di salvare sua sorella Maria, che era nel gruppo, perché potesse aver cura della loro madre, cieca e sola. Maria Buzzoni fu afferrata da un partigiano e spinta da parte. Subito dopo, il plotone aprì il fuoco. Vedendo la sorella cadere assieme agli altri, Maria gridò per la disperazione con quanto fiato aveva in gola. Per farla tacere, un partigiano le scaricò il mitra addosso., freddando anche lei. Intanto, una scena irreale, spaventosa, stava accadendo. L’ausiliaria Anita Romano, che era rimasta soltanto ferita, si alzò dal mucchio sanguinante, avanzando versoi suoi assassini. Ra le ausiliarie c’erano altre due sorelle, Ida e Bianca Poggioli. Anch’esse erano rimaste soltanto ferite, e Bianca Poggioli gridava: “Uccidetemi! Uccidetemi!”. Mentre i partigiani si preparavano a finirle, si precipitò davanti a loro padre Paolo, del vicino convento dei cappuccini. “No – disse – non lo fate.. Stanno morendo. Andate via. Le assisterò io fino alla morte”. Lividi, sudati, i “giustizieri” si allontanarono, ma poco dopo tornarono sui loro passi, pentiti di aver dato retta al frate. Quei pochi istanti erano basti a padre Paolo per trascinare le tre sventurate  all’interno dell’ospedale e nasconderle, con l’aiuto delle suore, in uno scantinato. I comunisti diedero loro la caccia per tutto il giorno, poi si stancarono. Le ragazze poterono così essere curate e salvate. Le altre vittime, oltre a sei soldati sconosciuti, e alle sorelle Buzzoni, furono Luigia Mutti, Rosetta Ottadana e Dosolina Nassani.

A Margherita Audisio, fucilata il 26 aprile sa Nichelino (Torino), consentirono di scrivere l’ultima lettera alla sorella. La famiglia apprese così che la ragazza era morta serena solo perché aveva ottenuto d essere fucilata al petto, come un soldato. “Carissima Luciana – diceva la lettera – fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: la fucilazione al petto e non alla schiena. Raggiungo papà in paradiso, perché mi sono confessata e comunicata, e con lui vi proteggerò tutti. Tu sai che sono sempre stata una pura della mia fede: in essa ho sempre creduto, credo ancora e per essa sono contenta di morire. Consola la mamma. Perdono a tutti. Viva l’Italia! Ti bacio. Tua sorella.”

Nessuna pietà, invece, per l’ausiliaria Jolanda Crivelli. Aveva solo 20 anni ed era giovanissima vedova di un ufficiale del “Battaglione M”, ucciso a Bologna, durante la guerra civile, in un agguato dei “sapisti”. Il 26 aprile raggiunse Cesena, la sua città, per tornare dalla madre, che viveva sola. Fu riconosciuta e additata ad alcuni partigiani comunisti: “È una fascista, moglie di un fascista!”. Percossa a sangue, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri , fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere, nudo, rimase esposto per due giorni. Poi fu permesso alla madre di seppellirlo.

A Novara, invece, il vescovo riuscì ad impedire il progetto di fare sfilare nude tutte le ausiliarie catturate, circa trecento, per le vie della città. I partigiani dovettero accontentarsi  di raparle a zero. In seguito, alcune di esse furono violentata e quindi fucilate.

In quella autentica tomba delle ausiliarie che fu Nichelino, trovarono la morte, il 30 aprile, assieme ad un gruppo di loro compagne, anche le ausiliarie scelte Laura Giolo, di 25 anni, e Lidia Fragiacomo, di 32, dopo un’autentica gara di emulazione per rispondere alla domanda: “Chi di voi è la comandante?”. Questa qualifica spettava a Laura Giolo, che infatti non ebbe esitazione a rispondere, ma Lidia, convinta di poter così salvare la compagna, disse ai partigiani: “Non datele retta, sono io che comando il gruppo”. Fu messa al muro e accadde, allora, uno di quei fati che, nella barbarie, rappresentano un raggio di speranza. I partigiani che formavano il plotone d’esecuzione, pur essendo comunisti, garibaldini della 105a Brigata “Pisacane”, toccati dall’eroismo e dalla generosità di quella scena, scaricarono i mitra in aria. Ma intervennero altri partigiani che non ebbero pietà. Fu accolta soltanto la richiesta di assistenza religiosa e don Angelo Ruffino, parroco di San Secondo, poté confessare le condannate.

Di Lidia Fragiacomo è rimasta una lettera, che i garibaldini le avevano consentito di scrivere, quando avevano deciso di fucilare lei e fucilare le altre. Lidia, triestina, sola al mondo, prima di arruolarsi era stata bambinaia presso una famiglia torinese.. Fu dunque alla sua “padrona”, la signora Giovanna Albanese, che indirizzò la sua ultima lettera: “Carissima signora Giovanna – essa diceva -, quando riceverete questa lettera, io sarò nel mondo dei più., in un mondo più buono; forse avremo finito di soffrire.  Sono felice di dare lamia vita per l’Italia, per il nostro ideale. Forse, il mio sangue non sarà inutile: mi hanno promesso di salvare la mia Comandante e ciò mi fa estremamente felice.  Il mio desiderio terreno è solamente uno: che l’Italia possa ritornare  una, libera e grande. Non mi spiace morire, perché so che in questo mondo vi sono soltanto brutture  e nell’altro troveremo la giustizia, almeno così spero. Siate forte e fiera nel dolore. Io, se avrò la fortuna d andare in Paradiso, pregherò per la nostra Italia. Baciatemi forte Marinuccio, la zia e la contessina. Al maggiore i miei più cari saluti. Anche a Crac un bacio. Come vedete, sono tranquilla. Un bacio forte a Voi. Viva l’Italia! Ausiliaria scelta Fragiacomo Lidia.”

Tra i più spregevoli crimini compiuti ai danni delle ausiliarie dopo il 2 maggio, vi fu il massacro del Santuario di Graglia, nel Biellese. Qui era stato condotto, dopo aver stipulato regolare resa con l’onore delle armi, grazie all’intervento dell’autorità ecclesiastica, l’intero II Reparto allievi ufficiali della GNR: 30 uomini, al comando del maggiore Galamini, più le ausiliarie Rina Chandré, Itala Giraldi e Lucia Rocchetti. Del gruppo facevano parte anche le signore Antonietta Milesi e Carlo Paolucci, moglie di due ufficiali. Ebbene, infrangendo tutte le leggi di guerra, nonché la parola solennemente data, i carcerieri, comunisti di Moranino, fucilarono tutti gli uomini del gruppo e le due signore. Le tre ausiliarie, risparmiate sul momento, furono fucilate più tardi a Muzzano, perché i partigiano, come riferì un testimone, “dovevano andare a ballare e non sapevano che fare delle tre prigioniere”. Fu la madre di Itala Giraldi che ritrovò i tre corpi, sommariamente sepolti sull’argine di un torrente, scavando la terra con una cazzuola, tra i lazzi e lo scherno dei comunisti del luogo.

A Jole genesi, stenodattilografa della Brigata Nera “Augusto Cristina” di Novara, e a Lidia Rovilda, assegnata alla GNR della stessa città, toccò una fine allucinante. Catturate alla Stazione Centrale di Milano il primo maggio, furono condotte all’albergo “San Carlo” di Arona, torturate tutta la notte con degli spilloni conficcati nella carne, poi legate assieme con un filo di ferro e finite con un colpo alla nuca.. Non avevano voluto rivelare dove si era nascosta la comandante provinciale di Novara.

Marcella Batacchi, fiorentina, e Jolanda Spitz, trentina, erano state assegnate al distretto militare di Cuneo. Il 30 aprile, la colonna in fuga della quale facevano parte, con sette loro compagne, si arrese ai partigiani a Biella. Per salvarsi, le sette ragazze dichiararono di essere prostitute che avevano lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Marcella e Jolanda rifiutarono il compromesso e si dichiararono ausiliarie. Furono violentate e massacrate di botte, poi fucilate e sepolte in una stessa fossa, l’una sull’altra. Quando i genitori, mesi dopo, poterono esumarle, trovarono due visi tumefatti e sfigurati, ma i corpi bianchi e intatti. Avevano entrambe 18 anni.

I partigiani comunisti assassinarono anche una ausiliaria terziaria francescana: si chiamava Angela Maria Tam, era di Buglio al Monte, in provincia di Sondrio. Venne fucilata il 6 maggio. La famiglia riuscì ad entrare in possesso del suo ultimo biglietto: “Viva l’Italia! Che Gesù la benedica e la riconduca all’amore e all’unità per il nostro sacrificio. Così sia.”

Le due vittime più giovani furono Luciana Minardi e Marilena Grill: sedici anni. Luciana Minardi, di Imola, era al fronte, sul Senio, col battaglione “Colleoni”, della Divisione “San marco”, addetta al telefono da campo e a cifrario. Aveva rischiato la vita cento volte. Durante la ritirata, il comandante del battaglione le affidò il gagliardetto perché lo portasse in salvo. Catturata dagli inglesi, Luciana riesce a disfarsi del gagliardetto, gettandolo nel Po. Gli inglesi la rilasciano dopo un breve interrogatorio. Gettata la divisa,  torna dai genitori, sfollati a Cologna Veneta, in provincia di Verona. Ma qualcuno avverte i partigiani comunisti della zona che quella ragazzina “è una fascista”. Vanno a prenderla a metà maggio, i mitra puntati alla gola dei genitori, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo innominabili violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!”, grida il comunista che la uccide con una raffica.

Marilena Grill etra di Torino., lavorava all’Ufficio ricerche dispersi. Il 28 aprile i partigiani vanno a prenderla in casa dei genitori, dov’è tornata. Chiede di indossare la divisa. La tengono cinque giorni alla caserma “Valdocco”. Un colo alla nuca la liquida il 3 maggio.

All’Istituto di medicina legale dell’Università di Tornino è probabilmente ancora possibile consultare il registro del mese di maggio 1945, al quale attinse Giorgio Pisanò per completare i capitoli dedicati alle ausiliarie della sua pera “Storia delle Forze Armate della RSI”, pubblicata a Milano nel 1967. È dal suoi libro che riporto questi due verbali:

“Autopsia n. 7065. Entrata 3 maggio. Uscita 11 maggio. Provenienza: Stazione Porta Nuova. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni al cranio, torace, addome. Indossa la divisa militare della Repubblica, con mostrine recanti fascetti rossi. Una A rossa sulla tasca sup. sx. Si tratta di cadavere di giovane donna dell’apparente età di 18-20 a. Capelli neri rasati a zero.”

“Autopsia 7143. Entrata 11.6, uscita 17.6. Provenienza fiume Po dietro caserma dei pompieri Barriera Milano. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni cranio-cerebrali e toraco-addominali. Riferiscono che questa giovane donna, già ausiliaria presso i reparti della Repubblica, sia stata prelevata e collocata in un canile di via Nizza, indi prelevata e uccisa. Veste una gonna grigia e un giubbetto rosso a grosse fasce bianche trasversali, ha capelli color castano scuro rasati a zero. Si tratta di giovane donna dell’apparente età di 17-q9 a. incinta al settimo mese circa di gestazione. All’ispezione sono rilevabili n. 6 fori tondeggianti d’arma da fuoco del diametro di circa 1 cm. circondati da orletto escoriativo nerastro situati 2 vicini alla regione laterale sx. del collo, un terzo alla regione precordiale e gli altri tre al basso ventre.”

Se ho voluto diffondermi nel racconto di questi crudeli e terribili fatti, che rappresentano peraltro solo una piccola parte di ciò che accadde dopo il 25 aprile ’45 sulle ausiliarie, è perché sono convinta [il femminile è dovuto al fato che il racconto è stato fatto all’Autore da Piera Gatteschi Fondelli]che gl’italiani devono conoscere la propria storia nel bene e nel male. Ma tradirei i sentimenti più sacri delle ausiliarie cadute, se mi lasciassi travolgere dal rancore e dalle recriminazioni. Esse, come dimostrano le loro ultime lettere, furono le prime a perdonare. Purtroppo, le loro nobili parole non sono state raccolte, e l’Italia, dopo tanti anni, è l’unico Paese del mondo occidentale  che, dilaniato da una sanguinosa guerra civile, non ha saputo trovare (come la trovarono gli Stati Uniti e la Spagna) la forza morale di comprendere in un unico abbraccio i caduti della parte vincente e quelli della parte soccombente, insegnando ai giovani a rispettarne la memoria.»

Possiamo aggiungere che la formazione del Corpo delle ausiliarie della RSI, di cui Piera Gatteschi Fondelli fu generale di brigata (l’unico generale donna delle Forze Armate italiane), era nato in gran parte da un’idea del geniale e anticonformista direttore de «La Stampa» di Torino, quel Concetto Pettinato di cui ci siano già occupati in due precedenti articoli («Una pagina al giorno: Sono buoni gli Inglesi?, di Concetto Pettinato»; e «Una pagina al giorno: i giorni di Lublino nel 1914, di Concetto Pettinato», entrambi sul sito di Arianna Editrice).

A proposito di idealismo e di assoluta mancanza di opportunismo: Concetto Pettinato era così poco fascista, se fascista vuol dire reazionario, che nel 1925 aveva formato il «Manifesto degli intellettuali antifascisti», redatto da Benedetto Croce. E Pettinato era già un giornalista affermato: era stato corrispondente all’estero ed esperto di cose militari in varie parti d’Europa; aveva davanti a sé una brillante carriera professionale. Aderendo al «Manifesto» di Croce, aveva certamente tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ma la stessa cosa vale anche per la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana! Che cosa poteva sperare per sé, un uomo della sua intelligenza e della sua esperienza del mondo? Certo non era tipo da farsi illusioni circa le «armi segrete» di Hitler, come invece se le facevano, probabilmente, taluni fascisti sprovveduti.

E allora?

E allora – e lo stesso discorso vale non solo per i personaggi importanti della Repubblica Sociale, ma anche per le persone qualsiasi, come queste ragazze in divisa delle quali abbiamo voluto ricordare il sacrificio – forse è arrivato il tempo di rimettere in discussione alcuni luoghi comuni sinora accettati in maniera totalmente acritica: a cominciare da quello che dipinge tutti i combattenti «repubblichini» (e già il diminutivo è un dispregiativo, dunque un termine storiograficamente inaccettabile) come vili servitori del tedesco invasore, gente senza onore e senza ideali, interessata solo alla paga e all’esercizio indiscriminato della violenza.

Al contrario, da quelle ragazze di Salò – indipendentemente dalla loro scelta politica, ripetiamo – ci viene una lezione di coraggio, di coerenza, di lealtà e di abnegazione: tutti valori dei quali ci sarebbe un gran bisogno nell’Italia d’oggi, e specialmente fra i giovani, così facilmente sedotti e adescati dalle sirene di un consumismo becero e di un benessere senz’anima.

Forse, dopotutto, furono proprio loro e quelli come loro – compresi quanti fecero la scelta opposta, e salirono in montagna con i partigiani – a tenere alta la dignità del nostro Paese, dopo la vergogna incancellabile dell’8 settembre 1943.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/10/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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