giovedì, 17 Giugno 2021
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Alcune considerazioni sull’opera storiografica di William Robertson (1721 – 1793)

Lo storico scozzese William Robertson (1721 – 1793) è autore di capolavori quali la Storia di Scozia durante i regni della regina Maria e di Giacomo VI 1759, Storia del regno dell’imperatore Carlo V 1769 e Storia d’America di Francesco Lamendola 

Benché oggi sia ricordato solo entro una ristretta cerchia di specialisti, lo storico scozzese William Robertson, autore di capolavori quali la Storia di Scozia durante i regni della regina Maria e di Giacomo VI fino alla sua ascesa al trono d’Inghilterra (1759), Storia del regno dell’imperatore Carlo V (1769) e Storia d’America (quinta edizione, 1788) godette a suo tempo di una fama notevole e ampiamente meritata. Fu annoverato fra i tre grandi storici britannici del Settecento, accanto a Edward Gibbon e a David Hume (quest’ultimo più noto come filosofo ed esponente di una corrente che dall’empirismo lockiano giunge fino alle soglie dello scetticismo). Abbiamo ritenuto giusto sottrarre, per quanto possibile, la figura di questo eminente studioso all’ingiusto oblio in cui è caduta, tipico esempio di quella capricciosità della storiografia che – con buona pace dei cultori della storia come “scienza” – non testimonia affatto una tendenza evolutiva, e tanto meno un accumulo di sapere sempre più selezionato, attendibile e veritiero.

NOTA BIOGRAFICA INTRODUTTIVA.

       William Robertson fu uno storico fortunato e sfortunato al tempo stesso. Fortunato, perché in vita ottenne i più alti riconoscimenti e potè attendere al proprio lavoro circondato dalla stima e dall’apprezzamento generali.  Sfortunato perché, dopo la sua morte, col, passare degli anni, le sue opere vennero un po’ alla volta dimenticate, e i suoi meriti di studiosi vennero infine sottoposti a una critica impietosa da parte della storiografia del XX secolo. Oggi il suo nome è noto soltanto a una ristretta cerchia di specialisti e le sue opere, che pure venbnero subito tradotte in Italia (come nel rresto d’Europa), non sono più state ristampate e risultano quasi introvabili.

      Spesso la critica non è equa e si dimostra capricciosa ed instabile. Talvolta pare si diverta ad offuscare e poi, improvvisamente, a risollevare la memoria degli esseri umani. Fa venire in mente le rappresentazioni medievali della Fortuna: essa appariva bendata e girava senza posa la ruota delle umane vicissitudini. William Robertson fu un grande storico, forse il maggiore del suo tempo, e per molti aspetti si può considerare superiore perfino al tanto ammirato Gibbon, che anche tra i posteri è stato più fortunato. Ebbe anch’egli i propri limiti, né intendiamo in alcun modo cercare di minimizzarli. Del resto, non è in questa sede che intendiamo affrontare un discorso esauriente sulla sua opera poderosa, non ci limiteremo che ad alcune considerazioni, non sempre sviluppandole in maniera unitaria. Ma è tempo che il nome di William Robertson venga tratto dall’ingiusto oblìo in cui, da troppo tempo, giace abbandonato.

     Tre grandi nomi hanno segnalato la storiografia britannica nella splendida gara settecentesca dell’ingegno europeo: quelli di David Hume, di William Robertson e di Edward Gibbon. In tutti e tre si palesa l’influenza dell’illuminismo francese, soprattutto di Voltaire; e due di essi, Hume e Gibbon, trascorsero vari anni sul continente, venendo direttamente a contatto con il nuovo indirizzo di pensiero diffuso dalla cultura francese. Prima di essi, si può dire che la storiografia avesse un peso del tutto trascurabile negli interessi della cultura inglese; per loro merito quasi esclusivo, essa balzò in primo piano nella seconda metà del secolo, acquistando al tempo stesso una dignità letteraria prima insospettata. Per questo tutti e tre, e specialmente il Gibbon, hanno meritato un posto nella storia letteraria oltre che nella storiografia del proprio Paese, un posto che a distanza di oltre due secoli ha confermato il suo carattere di validità non legato a contingenze del gusto e della critica.

      William Robertson nacque nel 1721 a Borthwick, nella contea scozzese di Midlothian. Nel 1743 divenne ministro presbiteriano di Gladsmuir, nell’East Lothian, e nel 1745 prese parte alla repressione del tentativo di carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra. Nel 1759 apparve la sua History of Scotland during the Reigns of Queen Mary and James VI until his Accession to the Crown of England, in due volumi. L’opera ebbe immediato successo e la fama del Robertson si diffuse rapidamente dall’Inghilterra all’Europa; ed egli, che nel 1761 era stato nominato ministro e regio cappellano a Edimburgo, ottenne i più ampi riconoscimenti anche in sede ufficiale. Al plauso generale, cui si unirono David Hume e Edward Gibbon, seguì nel 1762 la nomina a rettore dell’Università di Edimburgo, nel 1763 a moderatore dell’Assemblea generale, e infine a storiografo regio perla Scozia con una pensione annua di 200 sterline.

      Nel 1769 apparve la History of the Reign of the Emperor Charles V, in tre volumi, con un’ampia introduzione panoramica sui secoli del Medioevo, dalla decadenza dell’Impero Romano all’inizio del XVI secolo. Nel 1777 vide la luce la History of America (3 volumi), della quale l’ultimo volume fu pubblicato, incompleto, nel 1796. Seguì, a grande distanza, la Disquisition concerning the Knowledge which the Ancients had of India, nel 1791. Due anni dopo, nel 1793, Robertson moriva.

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       La Storia del regno dell’imperatore Carlo V si divide in due parti: la prima consta di un rapido excursus sull’età medioevale ed è integrata da un’ampia appendice documentaria; la seconda, molto più vasta, tratta propriamente il periodo dell’imperatore Carlo V. In tempi moderni si è sottolineato il valore della parte introduttiva, da molti considerata più penetrante e originale dei dodici libri dedicati alla storia di Carlo V. Si è fatto carico al Robertson di aver seguito le fonti troppo strettamente; di conseguenza è  parso che, nell’introduzione sul Medioevo – necessariamente rapida e incisiva – l’autore abbia saputo padroneggiare la materia con maggior disinvoltura, e rivelato una capacità di approfondimento critico superiore alla restante parte dell’opera. A questa introduzione noi dedicheremo, per adesso, la nostra attenzione.

      E chiediamoci, in primo luogo: perché un’introduzione che abbraccia oltre un millennio di storia europea, per trattare i trentotto anni (1519-56) dell’impero di Carlo Carlo V?  Lo spirito indagatore e metodico del Robertson si palesa fin dall’inizio con questa decisione impegnativa: essa risponde soprattutto allo scrupolo di esattezza, al timore di poter falsare la prospettiva dell’indagine storica qualora il lettore – e forse anche l’autore – non abbiano ben chiaro il processo e gli sviluppi attraverso i quali l’Europa assunse la sua precisa fisionomia alle soglie dell’età moderna.

       “Siccome poca istruzione ritrarrebbero i miei lettori da una siffatta storia del regno di Carlo V, senza avere qualche conoscenza dello stato d’Europa, precedentemente al secolo decimosesto, così la mia brama di supplirvi ha prodotto un volume preliminare, ove ho tentato di indicare e spiegare le grandi cause ed eventi, all’azione de’ quali devonsi attribuire  tutti i miglioramenti nello stato politico d’Europa, dal sovvertimento dell’Impero Romano fino al principio del secolo accennato.” (Prefaz., p. 3; d’ora in poi tutte le citazioni si riferiscono all’edizione milanese del 1824, in 4 voll.).

      Così il Robertson, fin dalla Prefazione, espone la sua convinzione della concatenazione causale del processo storico, rivelando in partenza una differenza sostanziale con la concezione “casualistica” dello Hume, la cui History of England era stata già in gran parte pubblicata (1754-61). Il Robertson, inoltre, dichiara di voler fermare l’attenzione soltanto sulle “grandi cause ed eventi”, cercando di penetrarne il significato alla luce di una visione generale dei problemi di quell’età, trascurando tutto ciò ch’è accidentale e non necessario alla comprensione del quadro d’insieme. E fin dalll’inizio egli fa una chiara ed aperta professione d’illuministica fede nel progresso della storia umana, giacché dichiara esplicitamente che l’attenzione dello storico sarà rivolta all’esame dei “miglioramenti”  prodottisi nella vita politico-sociale d’Europa nei secoli del Medioevo.

      Non essenziale alla comprensione del quadro d’insieme, dunque, egli ritiene l’esame dell’antichità classica, e individua nel drammatico trapasso dallo stato universale romano alla frammentazione territoriale, culturale e religiosa dei nuovi regni romano-barbarici, la nascita dell’Europa moderna. Ciò lo pone immediatamente di fronte a un problema dei più impegnativi, quello relativo al significato o, come allora si diceva, delle ‘cause’ della decadenza e caduta dell’Impero Romano: il grande tema che già stava assorbendo tutto l’ingegno e la tenacia di Edward Gibbon, nella sua titanica ricostruzione.

      “Due grandi rivoluzioni sono accadute nello stato politico, e ne’ costmi delle nazioni europee. L’una fu causata dai progressi della romana potenza, l’altra dal sovvertimento dell’Impero Romano.” ( vol. 1, p. 7).

      Un tema sì vasto e complesso, affrontato in una diecina di pagine, costituiva un rischio evidente: quello di una caratterizzazione generica e piuttosto banale, ricalcante le idee più comuni diffuse in proposito. Ma il Robertson lo affronta con disinvoltura e sicurezza, con uno stile rapido e incisivo di notevole efficacia, e che tuttavia non perde mai di piacevolezza e di eleganza. Egli penetra con passo leggero nel regno opaco di quegli anni oscuri e, se non dimostra una eccessiva originalità nei giudizi, le sue argomentazioni sono esposte con convinzione, e chiara e pacata è l’impostazione dei problemi.

      Delle guerre di conquista condotte dai Romani egli, inizialmente, non sembra vedere che l’aspetto negativo, le crudeli distruzioni e il trionfo della disciplina militare di uno Stato selvaggiamente imperialista, sul valore generoso ma disorganizzato dei popoli meno progrediti.

      “Devastata così l’Europa, si accinsero i Romani ad incivilirla…” ( vol. 1, p. 8).

      Ma questa seconda fase, il momento “positivo” della conquista romana, sembra insufficientemente delineato: i vincitori ricostruiscono le città distrutte e ne erigono delle nuove, ma non si pone l’accento sulla novità assoluta che la costruzione di grandi e industriose città recava in regioni, come la Gallia o la Britannia,  che unicamente per esse, e per il sistema stradale romano, conobbero una trasformazione economica, sociale, culturale, che le inserì nel contesto della civiltà greco-romana per mezzo dell’Impero universalistico dei Cesari. Rimangono perciò in ombra gli elementi di trasformazione legati alla diffusione della civiltà classica nelle zone più remote dell’Euopa occidentale, con il che si rischia di non avere gli elementi necessari per comprendere la natura di quell’altra trasformazione, che nella fase finale dell’Impero Romano vide la nascita dell’Europa moderna. Coerentemente con tali premesse, il Robertson conclude:

     “Era però ben lontana questa situazione[cioè l’espansione dell’Impero Romano] dall’essere felice, o favorevole ai progressi dell’umano intelletto.”  (vol. 1, p. 8).

      Nel delineare lo stato di decadenza dell’Impero, che implicitamente viene interpretato come il momento (spenglerianamente) dell'”esaurimento” e della “cristallizzazione” delle energie vitali della Repubblica, non vi è grande originalità da parte dell’autore. Oppressione delle province, corruzione, decadenza dello spirito marziale sono indicate come le cause del generale regresso, ma superficialmente il Robertson evita un ulteriore esame di quelle che furono, a loro volta, le origini storiche di tali fenomeni. L’aspetto economico della crisi tardo-romana, come più tardi nel Gibbon,  è del tutto assente; come assente – a differenza che nel Gibbon – è l’aspetto religioso. Ma se la sottovalutazione degli aspetti economici è una caratteristica di molta parte della storiografia settecentesca (e non si può imputarla al Robertson come sua specifica manchevolezza), l’assenza di un esame della rivoluzione religiosa verificatasi alla fine del mondo antico, desta non poca sorpresa. La diffusione del cristianesimo nell’Impero e le sue ripercussioni in ogni campo della vita pubblica e privata della società tardo-antica, sono taciuti del tutto. Si ha quasi l’impressione che l’autore, ministro presbiteriano ma con una forte coscienza storica razionalista e illuminista, preferisca evitare un argomento imbarazzante, quello stesso che nei famosi capitoli XIV e XV del Decline and Fall di Gibbon (“Ho descritto il trionfo della barbarie e della religione”) provocherà tanto scandalo e tante polemiche. Pare che il Robertson presentisse come l’affrontare una simile questione, nella sua posizione e con la sua formazione culturale, lo avrebbe inevitabilmente posto in una situazione contraddittoria e penosa, dalla quale non avrebbe potuto uscire se non rinunciando a una parte di sé stesso. Ma trascurando la diffusione del Cristianesimo nel tardo Impero, indipendentemente da ogni giudizio di valore circa i rapporti con la società civile, sfuggono inevitabilmente al Robertson gli aspetti “rigenerativi” che pur non mancano nella crisi romana.

       Il mondo antico è travagliato da mille interni mali e si sta sfasciando, ma sarebbe incomprensibile sia la storia della sua decadenza, sia quella dei secoli successivi se si prescindesse dal lento ma graduale sotterraneo progredire delle forze spirituali – e anche sociali e politiche – che avranno una così larga parte nel sorgere della civiltà medioevale. Così del pari sfuggono al Robertson le premesse economiche e sociali di quel sistema feudale, che sarà ampio oggetto di esame nelle pagine successive della sua opera, ma che già durante l’Impero Romano, e soprattutto nel tardo Impero, avevano trovato piena espressione nelle forme del latifondo, del colonato e dell’economia curtense.

      E così – conclude amaramente il Robertson– “il dominio de’ romani, come quello di tutti i grandi Imperi, degradò ed avvilì la specie umana”.  (vol. 1, p. 9).

 Ancora una volta si nota, al di sotto dello strato di ottimismo illuministico comune agli altri storici della sua età,  una nota di fondo imprevedibilmente pessimistica, che qua e là fa capolino tra le pagine fitte della sua opera e getta un luce di notevole complessità sull’insieme della sua concezione storica. Quanto poi egli  stesso, cittadino britannico del XVIII secolo ed espressione della cultura del più grande impero commerciale e marittimo di tutti i tempi, abbia avuto coscienza delle implicazioni del suo concetto pessimistico dei grandi imperi nella storia, non sapremmo dire. Sembra quasi che, rievocando l’imperialismo dell’Impero Romano, Robertson – che è uno scozzese – si senta piuttosto discendente dei liberi abitanti della Caledonia, che sempre respinsero quel dominio e la cui fierezza nazionale traspare dalle famose parole di Calgaco, alla vigilia della battaglia dei monte Graupio, contro i Romani del generale Agricola:

      “Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari affectu concupiscunt. Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.” (“Predatori del mondo intero: quando alle loro ruberie vennero meno le terre, si misero a frugare il mare. Se il nemico è ricco, eccoli avidi; se è povero, diventano arroganti. Né Oriente né Occidente potranno mai saziarli: soli fra tutti gli uomini riescono a essere ugualmente avidi della ricchezza e della povertà. Depredare, trucidare, rubare essi chiamano col nome bugiardo di impero. Dove passano, creano deserto e lo chiamano pace.”  (Tacito, Agricola, XXX; tr. di Gian Domenico Mazzocato, in Tacito. Opere complete, 4 voll., Roma, Newton & Compton, 1995).

      Certo è che la distanza tra tali concezioni e lo spavaldo ottimismo gibboniano, è enorme. Ecco, per esempio, come il Gibbon come conclude le sue Osservazioni generali sulla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, inserite tra i capitoli XXXVIII e XXXIX della sua History:

      “Possiamo dunque raggiungere questa ottimistica conclusione: ogni età del mondo ha accresciuto e continua ad accrescere la reale ricchezza, la felicità, la saggezza e forse la virtù del genere umano.”  (Edward Gibbon, Deacdenza e caduta dell’Impero Romano,  Milano, 1973, vol. 4, p. 70).

      La visione del Robertson rifuggirà sempre da tali perentorie prese di posizione, i suoi quadri sono sempre più sfumati, e in essi vengono graduate con maggior equilibrio le luci e le ombre.

     Un’altra osservazione, comunque, merita l’ultimo passo da noi citato dello storico scozzese. In esso è presentela stessa presunzione universalistica settecentesca, che si ritrova anche nel Gibbon:

      “Chi fosse chiamato a fissare il periodo della storia del mondo durante il quale lo stato dell’umanità fu più felice e più prospero, nominerebbe senza esitazione quello che trascorse dalla morte di Domiziano all’ascesa di Commodo [ossia, quello degli Antonini].” (Edward Gibbon, Op. cit., cap. III).

      Modello di entrambi è, naturalmente, Voltaire; e che non si tratti di mero nominalismo, appare evidente da tutta la loro concezione del progresso e della storia. Al tempo stesso, la frase del Robertson indica una tendenza alla generalizzazione, mirante a stabilire nessi e, più ancora, rapporti causali, universalmente validi e riscontrabili: “… come quello di tutti i grandi imperi…“. La storia viene sottratta all’imponderabile relativismo humiano. In essa è possibile riconoscere delle linee costanti, delle connessioni dirette e facilmente individuabili fra periodi e civiltà diversi. “Propter hoc”, dunque; e non solo e semplicemente, come pensava Hume, “post hoc”.

      Quel che vi è di nuovo, nell’indagine sulle cause della decadenza dell’Impero Romano – a differenza, ad esempio, del Gibbon – è l’importanza assai relativa attribuita all’invasione dei popoli germanici. Certo, essa diede il colpo di grazia al cadente edificio, e le terribili devastazioni che la accompagnarono colorirono quella caduta di tinte fosche e patetiche.  Ma quel grandioso organismo sociale era già agonizzante e condannato in ogni caso; anzi, i mali che lo portarono alla rovina erano attivi già da gran tempo innanzi, e riconoscibili nella sua struttura fin dagli anni dell’antica potenza.

      “Una società – egli scrive – non poteva durare in questo stato più lungo tempo. Esistevano difetti nel governo de’ Romani, anche nella sua forma più perfetta, che ne minacciavano lo scioglimento. (…) Una costituzione guasta e sdrucita doveva cadere da per sé stessa in pezzi, senza urto esterno.” (vol. 1, p. 9).

      In questa analisi il Robertson appare veramente moderno, certamente più del Gibbon. Quest’ultimo partirà dal presupposto che l’Impero Romano raggiunse il culmine della sua forza e prosperità all’epoca degli Antonini, e che la sua successiva decadenza e caduta furono provocate, in sostanza, “dal trionfo della barbarie e della religione” (Edward Gibbon, Op. cit.,  cap. LXXI).

      Osserva, in proposito, il Toynbee:

      “Ma a Gibbon non venne mai in mente che l’epoca degli Antonini non fu l’estate, ma ‘l’estate di San Martino’ della storia ellenica. Lo stesso titolo della sua grande opera rivela quanto travedesse: Decadenza e caduta dell’Impero Romano! L’autore di una storia che porta questo titolo e poi comincia nel secondo secolo delì’èra volgare, inizia certo il suo racconto a un punto che è molto vicino alla fine.” (Arnold J. Toynbee, Storia comparata delle civiltà, tr. it. Milano, Newton & Compton, 1974 (compendio di D. C. Somervell), vol. 1, p. 264-265).

       Robertson, se ci è consentito fare una innocente supposizione, avrebbe certo approvato; soprattutto sarebbe stato d’accordo sul fatto che

      “…il trionfo della barbarie e della religione non era la trama del dramma, ma soltanto il suo epilogo – non la causa del crollo ma soltanto l’inevitabile accompagnamento di uno sfacelo in cui doveva terminare il lungo processo di degenerazione.” (A. J. Toynbee, Op. cit., vol. 1, p. 265).

      La “modernità” del Robertson è alquanto ridimensionata dal fatto che il cristianesimo, come abbiamo già osservato – sia come fattore corrosivo della compagine imperiale, sia come fermento spirituale di una nuova civiltà – viene da lui passato sotto silenzio; e, quanto ai barbari, a differenza del Toynbee egli non li vede affatto nella luce di un “proletariato esterno” della società romana.

      Passando poi a confutare le teorie – allora correnti – di una grande popolosità delle terre d’origine dei barbari invasori, con grande finezza e precisione ne dimostra l’infondatezza (ma su questo argomento, cfr. anche il Saggio sulla popolosità delle nazioni antiche di David Hume, in Discorsi politici, tr. it. Torino, Boringhieri, 1969, pp. 147-233). Nei popoli germanici egli vede l’aspetto fiero e guerresco, di contro alla mollezza e viziosità dei degeneri Romani; ne ammira il vigore marziale; e, avendo in precedenza sostenuto che la disciplina, non un valore superiore permisero ai Romani le loro conquiste, con tutta coerenza rileva come, al venir meno di quella disciplina, il rapporto di forze doveva inevitabilmente inclinare a favore dei barbari. Non migrazioni di popoli, non reazioni a catena originate dalle lontane steppe dell’Asia centrale, sono per lui alle origini delle invasioni entro l’Impero, ma la pura sete di saccheggio.

      “Procedettero le incursioni nell’Impero di questi popoli dall’amore del bottino, anzi che dal desiderio di nuovi stabilimenti…” (vol. 1, p. 11).

      Come mai le invitte legioni non ressero all’urto, ma finirono per sfasciarsi e per disperdersi? Sembra che il Robertson ignori la lunga, accanita e spesso gloriosa resistenza opposta dagli eserciti romani sul limes, dal tempo di Marco Aurelio in avanti. Non una lotta alterna e durissima durata almeno tre secoli, ma soltanto pochi anni sembra che,  – nella sua ricostruzione – separino l’inizio delle invasioni dalla caduta finale dell’Impero d’Occidente. E quanto alle cause tecniche e militari della disfatta, a suo avviso esse vanno rintracciate nella decadenza della fanteria romana, cui gl’imbelli Romani preferivano ormai la cavalleria. Egli non sembra sospettare che, tecnicamente, fu proprio la cavalleria pesante dei barbari ad assicurar loro una netta superiorità rispetto alla sorpassata fanteria romana; e che, semmai, potenziando la cavalleria l’imperatore Gallieno aveva compreso il nocciolo del problema.

      Solo a questo punto il Robertson affronta decisamente il complesso problema delle “cause” della decadenza; e lo affronta con speditezza e disinvoltura, distinguendole principalmente in civili e militari. Il venir meno delle massime di buon governo, che avevano fatto la forza di Roma durante la Repubblica, e l’allentarsi della disciplina militare, che aveva consentito sì estese conquiste: tali, in sostanza, le cause individuate dallo storico scozzese. Neppure adesso il problema religioso viene affrontato; né quello economico-sociale, o quello monetario; e neppur quello dell’incapacità di assimilazione, da parte della società romana, dei popoli germanici (com’era avvenuto, ad esempio, per quelli di stirpe celtica).  Non manca di aspetti retorici e piuttosto superficiali il rapido esame dei caratteri delle invasioni, viste dalla parte soccombente; negli imperatori del tardo Impero, egli non scorge che lusso e mollezza e viltà davanti al pericolo. Pare che egli non abbia presenti le spendide vittorie di Claudio II il Gotico o di Aureliano, di Giuliano o di Valentiniano I; sembra che alla sua mente siano presenti solo i depravati, i deboli e i pusillanimi: la vuota vanteria di Commodo, le pazzie di Eliogabalo e Teodosio II che compra la pace dagli Unni a peso d’oro. È una generalizzazione che dà efficacia al quadro, ma che arresta l’indagine piuttosto in superificie: il dramma si fa troppo lineare e assume quasi l’aspetto di una lotta manichea, ove il buio è tutto concentrato da una parte, e il corso degli eventi appare scontato in partenza.

      Quando passa a considerare il carattere disastroso delle invasioni barbariche per le popolazioni dell’Impero, il quadro delle terribili calamità e sofferenze raggiunge un’intensità emotiva cui lo stesso storico non riesce a mantenersi insensibile, e gli strappa questa considerazione:

      “Se qualcuno fosse invitato a fissare un periodo, nella storia del mondo, durante il quale la condizione dell’umana razza fu maggiormente sventurata ed afflitta, egli indicherebbe, senza esitare, il periodo di tempo dalla morte di Teodosio il Grande allo stabilimento dei Longobardi in Italia.” (vol. 1, p. 16; pare che il Gibbon abbia avuto presente questa frase quando scrisse il passo citato più sopra).

      Il mondo è, ancora una volta – si badi – l’Europa  meridionale e occidentale, se non addirittura l’Italia. Il futuro studioso della storia d’America e dell’India sembra per adesso non tenere in alcun conto l’esistenza di altre civiltà, anche progredite, per le quali la caduta dell’Impero Romano non fu che una lontana eco proveniente da terre poste quasi ai confini del mondo.

      Studiando la costituzione dei nuovi regni romano-barbarici, il Robertson ne sottolinea le caratteristiche di società fondamentalmente anarchiche, tenute insieme dal precario sentimento di fedeltà personale verso il sovrano, cioè il capo eletto per comune consenso di tutti i guerrieri. Mentre nelle civiltà progredite, come l’Impero Romano, la conquista di nuove terre è sempre un’operazione militare programmata dal potere monarchico e condotta in vista di un’ampia e consapevole politica internazionale, i barbari

      “… reputavano la conquista una proprietà comune, ad una porzione della quale tutti avevano un diritto, perché tutti avevano contribuito a conquistare.”  (vol. 1, p. 17).

      Di qui l’origine stessa della diversa struttura politico-sociale dei nuovi regni romano-barbarici, basati sul sistema della delega dell’autorità sovrana a una quantità di feudatari, e di qui le origini militari dell’aristocrazia feudale in Europa.

      “Così un regno feudale rassomigliava uno stabilimento militare, anziché una istituzione civile.” (vol. 1, p. 21).

      E con molta finezza il Robertson rileva la fondamentale debolezza insita in questo tipo di società, senza di che non sarebbe dato comprendere né il rapido crollo dei regni romano-germanici ariani, né la crisi del pur cristiano e cattolico regno dei Franchi, il nucleo del futuro Sacro Romano Impero. In quei regni militarmente forti covava il cancro dissolutore di una congenita debolezza politico-sociale, aggravata dall’adozione della consuetudine dell’ereditarietà dei feudi, che in origine erano la ricompensa data dal sovrano ai suoi guerrieri per meriti segnalati. Da ciò ebbero origine le endemiche, furiose lotte civili che incessantemente travagliarono le società alto-medioevali; da ciò la corruzione e l’anarchia, che perpetuavano i peggiori mali della tarda società romana, senza che di essa sopravvivessero gli aspetti positivi: le raffinatezze della civiltà e la moderazione dei costumi. Il selvaggio, ma franco e vigoroso animo dei barbari venne  venne corrotto dai mali dell’ambizione, della cupidigia, dell’egoismo, perdendo così quel che di limpido e quasi verginale ne aveva costituito, all’origine, il maggior vanto.

      “L’autore condivide la comune idea dell’Illuminismo che il medio evo sia un’età di barbarie e di oscurantismo, ma sa dosare le ombre e la luce, comprendendo che nella stessa barbarie v’è una freschezza di forze vive e sorgive, e che nel cammino dell’umanità i tempi di Talete e di Socrate presuppongono quelli di Omero.”  (Guido De Ruggiero, L’età dell’Illuminismo, Roma-Bari, Laterza, 1974, p. 152).

      È quasi vichiana (e dunque, in certo qual modo, quasi pre-romantica) questa visione delle forze vive e sorgive dei giovani popoli germanici. Ma esse, fin dal primo sorgere delle nuove entità politiche sorte sulle rovine dell’Impero d’Occidente, si isteriliscono e si pietrificano; in esse l’insubordinazione e l’arroganza di una turbolenta aristocrazia feudale finiscono col ridurre il sovrano, e i regni tutti,  all’impotenza. Potè bene il genio politico di Carlo Magno rinsaldare  temporaneamente l’autorità del potere centrale; ma, a giudizio del Robertson, era inevitabile che alla sua morte l’opera faticosamente costruita andasse in frantumi, essendo tali forze disgregatrici insite nella natura stessa di ogni società feudale. Questo concetto è importante, perché serve a darci un’idea di quel che pensa l’autore circa le “svolte” impresse al processo storico dalle personalità di genio: esse possono bensì accelerare (o magari rallentare), non mai fermare o mutare il corso degli eventi causalmente concatenati.

      E, di pari passo con il disfrenarsi dei disordini in seno alla società feudale, si consuma l’opera di distruzione della civiltà romana, che può dirsi compiuta entro un secolo dalla conquista definitiva dell’Impero. Nel considerare l’aspetto culturale della civiltà medioevale, si palesa la forte istanza illuministica dell’indagine di Robertson:

      “Non produsse l’Europa, durante lo spazio di quattro secoli, un autore che meriti di essere letto. (…) Difficilmente si troverebbe un’invenzione utile e di ornamento alla società.” (vol. 1, p. 26).

      Ma l’aspetto più interessante di questa tendenza illuministica è quello in rapporto alla storia religiosa dell’alto Medioevo, che per la prima volta appare al Robertson un fattore importante nella storia di quell’età. Talune sue affermazioni paiono addirittura anticipare il pensiero del Gibbon; ma è soprattutto all’empirismo e allo scetticismo di Hume che fanno pensare pagine come questa:

      “La religione cristiana (…) degenerò entro que’ secoli di oscurità in una superstizione illiberale:”(vol. 1, p. 26). “La religione, per diversi secoli, consisté principalmente nel credere alla leggenda storica di quei Santi, i nomi de’ quali riempiono il calendario romano.”  (p. 60).

     Quando, più avanti, Robertson passa a considerare la diffusa credenza popolare circa i miracoli, il tono del ministro presbiteriano si avvicina alquanto a quello del libero pensatore, al tono di David Hume:

      “Tale credulità avvezzò gli uomini a pensare, che le leggi stabilite dalla natura potessero essere violate nelle occasioni le più frivole, ed impararono piuttosto a starsi in aspettazione di atti straordinari e particolari di potere della divina Provvidenza, di quello che contempla il progresso regolare e il compimento di un disegno generale.”  (vol. 1, pp. 60-61).

      Circa dieci anni prima (nel 1748) erano apparsi i Philosophical Essays concerning Human Understanding di Hume, che nelle sezione X, intitolata Dei miracoli, affermava:

      “Un miracolo è una violazione delle leggi di natura; e poiché un’esperienza fissa ed inalterabile ha stabilito queste leggi, la prova contro un miracolo, tratta dalla stessa natura del fatto, è tanto completa quanto si può immaginare che lo sia un argomento derivato dall’esperienza.” (David Hume, Ricerche sull’intelletto umano, tr. it. Roma-Bari, laterza. P. 145).

      Lo stesso tono di tranquillo razionalismo (fin troppo tranquillo, si direbbe: possibile non gli sia mai sorto il minimo dubbio che le supposte “leggi di natura” altro non siano che il paradigma della scienza occidentale moderna,  galileiana e cartesiana, cioè un modo di vedere il mondo storicamente determinato?) nel ministro presbiteriano; la stessa insofferenza e il medesimo disprezzo per il fanatismo religioso e l’ignoranza popolare.

      Una superstizione faceva strada all’altra…”  (vol. 1, p. 619).

     Altrove, del resto, Robertson cita esplicitamente Hume, definendolo “profondo ed elegante storico” (vol. 1, p. 28); e Hume, a sua volta, era stato fra i primi ad applaudire , con tutto il peso della sua autorità, la  giovanile History of Scotland del collega e compatriota.

   Descrivendo a cupe tinte il quadro del disfrenarsi di violenze e anarchia all’interno della società feudale, Robertson è portato quasi insensibilmente ad identificare nell’impotente sovranità medioevale l’unica possibile fonte di ordine e di giustizia, e il suo esautoramento nei feudi dei vassalli coincide con l’abbandono del popolo inerme agli abusi e ai soprusi di un’aristocraiza turbolenta e avida di potere.

     “Lo spirito di dominio corruppe i nobili, il giogo di servitù depresse il popolo, né più freno rimase alla ferocia e violenza.” (vo. 1, p. 27).

      Finalmente, verso la fine dell’XI secolo, la crisi della società feudale tocca l’apice, oltre il quale essa non può oltre cadere e deve quindi, necessariamente, avere inizio la ripresa. Le Crociate ne sono al tempo stesso l’effetto e lo stimolo potente: esse indicano all’esausta civiltà medioevale la via verso nuovi orizzonti, e la risvegliano dal suo profondo letargo. E nel descrivere l’ondata di entusiasmo popolare che attraversa come un fremito l’Europa e la risveglia a nuova vita, lo storico ancora una volta sembra lasciarsi trascinare egli stesso dalla forza della rievocazione, e si abbandona entusiasta a contemplare i segni grandiosi del movimento ideale diretto verso la Terra Santa, lasciando inizialmente in ombra le cause economiche, e in genere materiali, che pure vi ebbero parte non secondaria. Dopo aver riconosciuto, con cortesia sttecentesca, l’umanità di nobili figure musulmane, come quella del Saladino, Robertson traccia a vivi colori i nuovi scenari culturali che le Crociate spalancano in Europa, e vi riemerge lo spirito illuministico che apertamente si compiace dello svanire delle “tenebre” dell’alto Medioevo. Al tempo stesso, ricompare il razionalismo estremamente critico nei confronti della superstizione religiosa, e ancora lo storico scozzese ci sorprende con  la risolutezza delle critiche a certi aspetti del cristianesimo:

      “Dobbiamo a queste spedizioni [cioè, alle Crociate], frutti della superstizione e follia, i primi barlumi di luce che incominciarono a scacciare la barbarie e l’ignoranza.” (vol. 1, p. 26).

      Si osservi che i motivi ideali delle Crociate, che fino a un attimo prima erano stati caldamente esaltati, non furono dunque che un colossale, generale abbaglio. Ancora una volta, il gioco delle ombre e delle luci pare complicarsi, rende il quadro più complesso e problematico. È questa la differenza più sensibile che si riscontra fra la visione storica del Robertson e quella di molti storici suoi contemporanei, a cominciare dal Gibbon. Il tono narrativo di quest’ultimo è più pacato e uniforme, non solo dal punto di vista letterario (benché stilisticamente più elaborato), ma anche per la maggiore uniformità di ragionamento che lo sottende. Il Gibbon non ci sorprende mai: spiega, analizza, soppesa e confronta, infine dimostra; ma non ci sono mai voli nel suo ragionare, mai passaggi imprevisti. Egli procede lento e solenne, magnifico ma giammai originale o inaspettato. Il Robertson, invece, è più vario e più mosso; più svelto e, vorremmo dire, più agile nel ragionamento. Il suo stile è meno sontuoso e svolazzante ma altrettanto nobile ed elegante, forse più interessante e piacevole; non stanca e non appesantisce mai il lettore. Lo storico lo ha meravigliosamente forgiato e ha fatto della lingua uno strumento perfettamente idoneo ad esprimere la complessità e, talvolta, l’ambiguità del processo storico. Esso risponde in pieno al suo ragionare, che è altrettanto vario e complesso; e se, a tratti, appare metodico e  regolare, di colpo ci riscuote con un’intuizione, con ua illuminazione anche solo accennata, che ci lascia il compito di chiarire mediante la riflessione personale.

      Le tenebre della barbarie e dell’ignoranza sono fugate per mezzo dellasuperstizione e della follia: una concezione così articolata e complessa rappresenta una novità nella storiografia illuministica; e lo sguardo acutamente indagatore dello storico non teme di figgersi nelle realtà più oscure e contraddittorie del passato. E, proseguendo su questa strada, Robertson giunge finalmente a individuare i moventi più egoistici e materiali delle Crociate: l’ambizione politica dei grandi monarchi europei, la fame di terre dei cavalieri esclusi dai diritti della primogenitura, gli enormi interessi economici delle Repubbliche marinare di Venezia, Genova e Pisa.  Ma quel che più interessa allo storico dell'”età dei lumi” sono le ripercussioni economiche e sociali, nonché politiche, del grande movimento.

       Qui, più che altrove, appare il processo di concatenzione causale individuato da Robertson nel corso della storia: le immense ricchezze che affluiscono nelle Repubbliche marinare, rivitalizzando gli scambi commerciali e aprendo nuovi spazi di mercato, mettono in crisi la società feudale in Italia; hanno inizio le lotte per l’autonomia, favorite dalla debolezza e lontananza del potere imperiale; la crisi del feudalesimo si trasmette oltre le Alpi e investe la Francia. Quivi i sovrani sono ben lieti di iniziare la politica della concessione di privilegi alle città, per frenare e combattere lo strapotere dei grandi feudatari; ha inizio l’abolizione della servitù; si costituiscono le libere corporazioni che portano veramente uno spirito nuovo nell’Europa occidentale. I sovrani francesi, sinora legati a una stretta dipendenza dai propri vassalli sia in campo economico che militare, favorendo le città recuperano il potere perduto e fondano le monarchie assolute che per la prima volta, dopo i secoli di disgregazione e particolarismo dell’età medioevale, riportano un elemento di unità e compattezza in Europa. Nelle rinate città affluiscono la ricchezza ed anche il lusso; i commerci riprendono e si espandono dopo il lungo letargo; mentre i parlamenti e le diete si trovano a dipendere sempre più strettamente dalla corona, che finisce per immettervi – accanto ai membri feudali ed ecclesiastici – anche deputati delle città: processo che inizia in Inghilterra e si estende, poi, anche alla Francia.

       Di pari passo con l’abolizione della servitù, ha inizio la riorganizzazione della giustizia; e qui trova nuovamente sfogo, in Robertson, la tipica indignazione sttecentesca verso tutto quanto di barbaro, di superstizioso e di violento era in uso nella giustizia medioevale.  Lo storico si compiace dei progressi realizzati dalla società verso la fine del Medioevo, e particolarmente della proibizione della prova mediante il combattimento giudiziario e della cosiddetta “prova di Dio”, che gli strappa una veemente riprovazione:

      “Fra tutte le caprocciose ed assurde istituzioni (…) sembra la più stravagante e fuor di ragione”.  8vol. 1, pp. 59-60).

      Quanto al combattimento giudiziario, originato anch’esso dalla superstizione,

      “questo era creduto un metodo di scoprire la verità più liberal ee soddisfacente, che quello di esaminare od argomentare.”  (vol. 1, p. 62).

       Né può rilevare senza un moto d’indignazione che per tale

       “barbara usanza (…) discernimento, dottrina, integrità divennero per un giudice qualità meno necessarie, che forza fisica e destrezza nel maneggio dell’armi.” (vol. 1, p. 63).

        Ora invece, alle soglie dell’età moderna, la giustizia ottiene una considerevole vittoria con l’istituzione del diritto d’appello dalle corti dei baroni a quelle del re, e con il diritto di revisone di queste nei confronti di quelle. Ma ciò che v’è di più positivo, da un punto di vista politico generale, in questa riorganizzazione della giustizia, consiste a parere del Robertson nella riunificazione giurisdizionale delle monarchie europee, che nell’età feudale erano state divise e polverizzate in una quantità di giurisdizioni territoriali indipendenti. E ancora una volta, lo storico esprime apertamente la sua convinzione che le monarchie, rispetto alla turbolenta aristocrazia feudale, abbiano costituito per il popolo vessato uno scudo e una difesa contro abusi e ingiustizie.

       “Così i re ritornarono capi della comunità e dispensatori della giustizia ai popoli.” (vol. 1, p. 72).

       Il Medioevo è dunque finito, l’Europa si è lasciata definitivamente alle spalle l’età dei “secoli bui”; e per noi è tempo di fare un bilancio di quanto lo storico scozzese si è discostato dalla comune interpretazione che di quella età si aveva ai suoi tempi. Anzitutto, scendendo dietro la superficie dell’apparente unità imperiale e dei sogni universalistici cristiani che, ancora nel 1300, avevano costituito agli occhi di Dante Alighieri la sola realtà auspicabile e concepibile, il Robertson ha pienamente afferrato l’estrema frammentazione politica e sociale del Medioevo. Ma che dire del totale silenzio sulla funzione del papato e della Chiesa attraverso quei secoli di impotenza dell’autorità civile, di violenza da parte di una riottosa nobiltà feudale, di paralisi commerciale, di isolamento culturale, di ricorrenti incursioni barbariche (dei Vichinghi, degli Ungari, dei Saraceni)?

      Ancora una volta, lo storico scozzese lascia il lettore perplesso: possibile che proprio lui, ministro presbiteriano, dopo avere così drasticamente messo a nudo la superstizione e l’ignoranza  che avevano corrotto la religione, non abbia saputo vedere alcuna funzione positiva nell’edificio – spirituale e temporale – eretto alla Chiesa di Roma? Che non abbia riconosciuto a quella religione, pur degadata e avvilita da tanto fanatismo, il minimo ruolo nell’aver tenuto in qualche modo unito un mondo in costante pericolo di disgregazione? O un fattore di moderazione nei costumi della società altomedioevale, quando i regni romano-barbarici erano stati da poco fondarti sulle rovine, per così dire, ancora fumanti della civiltà classica?

       Eppure sembra così. Come, nel rapido esame della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la funzione decisiva di assorbimento religioso e culturale del cristianesimo nei confronti degli invasori germanici era stata misconosciuta; così nell’alto Medioevo il Robertson ignora completamente la funzione unificatrice e moderatrice svolta dalla Chiesa nel contesto della civiltà europea. Il suo interesse per la storia civile, per le istituzioni giuridiche e politico-sociali, per la formazione di un nuovo tipo di società nel trapasso dall’antica, lo portano a trascurare e a svalutare il contributo della spiritualità cristiana e della stessa autorità morale dei Papi nella costruzione del nuovo edificio europeo.

      Ma infine, è possibile comprendere la genesi dell’Europa moderna – e, quindi, lo stesso regno di Carlo V – ignorando del tutto un elemento di tale importanza? Sembra che questo sia stato lo scotto che la rinata storiografia britannica, sotto le insegne del razionalismo e dell’Illuminismo, doveva pagare alla comprensione della storia medioevale; e il Robertson, uno dei fondatori della nuova storiografia, era nelle condizioni meno adatte per rendersene conto. Che poi il suo punto di vista protestante, in un’epoca di forte tensione e contrapposizione al cattolicesimo, anche interna (erano gli anni dei tentativi di restaurazione degli Stuart), abbia avuto una parte in tale misconoscimento degli aspetti positivi del cattolicesimo medioevale, è più che probabile. E conferma, checché ne dicano i sostenitori della scientificità del metodo storico, quanto difficile sia anche allo storico più dotato, sottrarsi ed emanciparsi dal clima culturale in cui si trova a vivere ed operare.

       Possiamo inoltre osservare che un riconoscimento della funzione unificatrice svolta dal papato nei secoli del Medioevo barbarico avrebbe potuto serenamente coesistere con le critiche alla sua funzione reazionaria e oscurantista, svolta soprattutto negli ultimi secoli di quell’epoca. L’una cosa non escludeva l’altra, e ciò sarebbe stato pienamente dimostrato, un secolo più tardi, dall’opera grandiosa di Ferdinand Gregorovius Geschicte der Stadt Rom iin Mittelalter (1859-73). Ma quelli, ormai, erano tempi ben diversi: in cui anche uno storico protestante (luterano, in questo caso) avrebbe potuto mostrarsi più imparziale nei confronti del papato e del cattolicesimo medioevale.

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      La History of America può forse considerarsi, più della History of Charles V, il capolavoro storiografico e letterario di William Robertson. È stato scritto che

      “Lo stile del Robertson, nella sua lucidità e scorrevolezza,  presenta una forte somiglianza con quello di Hume. La sua potenza narrativa è ben mostrata nella sua descrizione del viaggio e dello sbarco di Colombo; e, in generale, la sua America, benché sorpassata dai moderni studi, è un libro di piacevolissima lettura.” (George Sampson, The Concise Cambridge History of English Literature, Cambridge, 1949, p. 543).

      Tuttavia non è soltanto questione di eccellenza letteraria, raggiunta mettendo a frutto le capacità e i tesori d’esperienza affinati nelle opere precedenti; in essa un altro aspetto balza evidente agli occhi del lettore, quello della maggior maturità e consapevolezza conseguite dall’autore in sede di riflessione filosofica.

      Fu questo l’aspetto che dovette colpire Giacomo Leopardi, oltre naturalmente alle descrizioni di terre lontane e di popoli primitivi, che sempre lo affascinarono (come, per un altro verso, le pagine “esotiche” della Storia della Compagnia di Gesù  di Daniello Bartoli, da lui giudicato uno dei maggiori prosatori in lingua italiana). Sappiamo, infatti, che il grande poeta di Recanati lesse la History of America e se ne avvalse, ad esempio, nella descrizione del fenomeno della declinazione magnetica nel celebre Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, uno dei più universalmente noti di tutte le Operette morali.

      Nella stesura della sua grande opera, il Robertson fu grandemente agevolato dall’aiuto di lord Grantham, ambasciatore britannico presso la corte di Madrid, e il suo zelo di ricercatore estese le sue ricerche fino a Vienna, fino a Pietroburgo, per documentarsi sui viaggi degli esploratori russi sui mari e nelle terre artiche d’America. Consultò le fonti originali, i documenti, i carteggi di illustri personaggi, e riuscì a procurarsi copie delle lettere meno note di Cristoforo Colombo. Dovette invece lamentare l’inacessibilità del ricchissimo materiale cartografico custodito nell’archivio di Simanca presso Valladolid, che la gelosia della monarchia spagnola e la diffidenza verso tutti gli stranieri gl’impedirono di consultare.

      Nella prefazione, il Robertson fece una breve esposizione dei criteri di ricerca seguìti, delle fonti consultate, nonché delle sue opinioni di studioso intorno ai problemi generali di metodologia della ricerca storica. In esse, ancora una volta, ci appaiono l’impegno e la serietà professionale dello studioso, il rigore e la meticolosità del ricercatore appassionato della verità, e la premessa indispensabile di tutto ciò: quella serenità si spirito che è sempre stata condizione essenziale per la onesta ricostruzione storiografica.

      Tipicamente razionalista è, del resto, la sua distinzione tra passato recente e passato più remoto, sulle possibilità di conoscere il quale si allungano le ombre del favoloso e del leggendario: non sembra averlo sfiorato l’idea che il mito è una diversa, ma forse anche più completa forma di conoscenza di quella strettamente logico-razionale.

      “Il credito d’uno storico, che racconta gli avvenimenti del suo proprio tempo, è proporzionato alla pubblica opinione che si ha dei mezzi da esso avuti per informarli della veracità di quei fatti. Quello che descrive i fatti d’un tempo remoto non ha il diritto all’altrui credenza, se non produce i documenti per prova delle sue asserzioni. Senza questo ei può scriver una piacevol novella, ma non si potrà dire ch’egli abbia composto un’autentica storia.” (Storia dell’America, 2 voll., Pisa, 1780, pp. XXIV-XXV).

      Voltaire e Gibbon, quindi; “scuola filosofica” e “scuola erudita”; piacevolezza stilistica e rigore documentario sono dunque sintetizzati dallo storico scozzese che, subito dopo, generosamente plaude e perfino ringrazia il nuovo astro nascene della storiografia inglese, Edward Gibbon, la cui History of the Decline and Fall of the Roman Empire sarebbe apparsa in 6 volumi negli anni 1776-1788:

      “Sono stato confermato in questi sentimenti dall’opinione di un autore il [Gibbon]che per l’industria, per l’erudizione, e pel discernimento è stato meritamente collocato in un alto grado tra i più celebri storici del secolo. Animato dal suo consiglio, ho pubblicato un catalogo di libri spagnoli da me consultati.(…)” (Storia dell’America, ibidem).

      Questo rigore metodologico è una costante dell’opera di Robertson. Quando, nell’affrontare una descrizione generale dello stato delle popolazioni americane prima dell’arrivo degli Europei, si troverà faccia a faccia col problema delle età favolose e non documentabili del passato, la sua posizione apparirà ancor più rigorosa, ancor più “humiana” e scettica che nella Storia di Scozia. Al punto da affermare nel modo più reciso:

      “Le congetture e le controversie non appartengono allo storico. La provincia di lui è più limitata e ristretta a ciò che vien suggerito dalle ragioni evidenti o molto probabili.” (Storia dell’America, cit., libro IV; vol. 1, p. 314).

      “Dalle ragioni evidenti o molto probabili”: riprendendo e facendo sue le conclusioni dell’atteggiamento critico di Hume, il Robertson pone questa fondamentale discriminente metodologica per lo studio di un passato storico ove sempre vivo gli pareva il pericolo di smarrirsi nelle nebbie della crrdulità o della congettura arbitraria.

       Non diverso fu il comportamento di David Hume nell’avventurarsi in una “regione delle nebbie”  anche più insidiosa e controversa, quella dell’umana credenza nei miracoli.

      Un uomo saggio proporziona la sua credenza all’evidenza (…) e quando alla fine egli ferma il suo giudizio, l’evidenza non oltrepassa quello che propriamente chiamiamo probabilità.” (David Hume, Ricerche sull’intelletto umano, sez. X, Sui miracoli ; ed. cit., pp. 140-41).

      Né si accorge, lo Hume – e, con lui, tutti gli storici razionalisti – di muoversi all’interno di un circolo vizioso ove i fatti esigono il requisito dell’evidenza, e l’evidenza quello della probabilità: come dire che nulla potrà essere trovato oltre a ciò che nella storia è già stato ammesso, in partenza, dallo storico in base al principio di probabilità. Un criterio che perfino i fisici, oggi, hanno dimostrato essere tutt’altro che infallibile, particolarmente studiando il comportamento delle particelle sub-atomiche; ma che anche nel ‘700 gli storici potevano idolatrare solo a patto di escludere dalla loro disciplina tutto quanto non conforme dalla ragione strumentale e calcolante. Ben poco, secondo queste categorie, diviene comprensibile, ad esempio, della storia della religione, che finisce per ridursi – necessariamente – a una lunga e monotona serie di incidenti della ragione umana, dovuti a fideismo superstizioso se non, addirittura, a impostura deliberata. Ma tali erano i limiti della prospettiva illuministica, e non sarebbe giusto farne carico particolarmente al Robertson, che anzi, per alcuni aspetti, appare più “moderno” di Hume, meno dottrinario, e perfino – talvolta – più aperto alle nuove istanze della fantasia e del sentimento, cioè al pre-Romanticismo che ormai stava per battere alle porte.

      Nello stato di natura in cui vivevano i primitivi abitanti del continente americano, Robertson vedeva soprattutto la dimostrazione dei princìpi universali validi per l’intero genere umano; scopriva, cioè, che un continente vissuto sempre appartato dalle grandi civiltà del Vecchio Mondo, offriva una materia quasi inesauribile di preziose informazioni “dal vero” sulla condizione primitiva della specie umana avanti l’accendersi del barlume della civiltà. Tra paentesi, oggi noi abbiamo compreso che anche questo è un tipico mito illuminista e che non esistono popoli “rimasti allo stato primitivo”, perché tutti i popoli hanno conosciuto una incessante trasformazione (non diciamo evoluzione, che è un concetto molto più scabroso), sia pure caratterizzata da tempi alquanto diversi. Robertson, dunque, vedeva nell’America un gigantesco, inesauribile museo, un museo di forme vivienti ormai scomparse nelle terre di più antica civiltà.

       “Se supponiamo che due popoli, benché nelle più remote regioni del globo, sieno in somiglievoli condizioni di società e di cultura, essi dovran sentire gli stessi bisogni, e porre in uso gli stessi tentativi per soddisfarli. Saranno allettati dai medesimi oggetti, animati dalle stesse passioni, e sorgeranno nei loro spiriti le medesime idee ed i medesimi sentimenti. (…) Una tribù di selvaggi sulle rive del Danubio deve rassomigliare molto ad una sulle pianure bagnate dal Mississippì.” (Storia dell’America, vol. 1, p. 315).

      Queste argomentazioni (che il Frazer de Il ramo d’oro avrebbe pienamente condiviso, mentre noi sappiamo esser basate su presupposti fallaci e su rassomiglianze ingannevoli e puramente esteriori) ci mostrano un Robertson pienamente aderente alla filosofia di Hume, che aveva proclamato esser l’uomo suscettibile delle medesime reazioni qualora sottoposto agli stessi stimoli in condizioni simili, e che ne aveva tratto la conclusione che, dallo studio della storia, fossero deducibili princìpi d’azione universali e costanti.

     Sulla scorta di tali premesse generali, il Robertson sottoponeva ad una dura critica i tentativi fatti da alcuni storici d’inferire una comune origine degli indigeni americani e di popoli del Vecchio Mondo, specialmente i Germani antichi, partendo dalla constatazione di usi simili sulle opposte sponde dell’Oceano Atlantico. Dopo aver tacciato tali supposizioni d’inconsistenza e di credulità, egli così ammoniva:

      “Invece dunque di presumere da queste rassomiglianze che v’è tra essi un’affinità, dovremmo solamente conchiudere che la disposizione ed i costumi degli uomini son formati dalla loro situazione, e  nascono dallo stato di società in cui vivono. Tolto che quella cangia, il carattere ancor del popolo dee cangiare.” (cit., vol. 1, p. 316).

      In conclusione, come rilevò il grande storico tedesco F. Meinecke,

      “Egli rivolse anche qui la sua attenzione a tutto ciò che trovò di particolare, ma il concetto che lo animava era che tutto ciò che  i primitivi abitatori dell’America avevano di particolare era di secondaria importanza di fronte al tipo umano, valevole per tutti i popoli,  che essi rappresentavano.” (Friedrich Meinecke, Le origini dello storicismo, tr. it. Firenze, Sansoni, 1973, p. 195).

      Questo è l’aspetto strettamente razionalista del pensiero storico del Robertson, l’aspetto per il quale egli fu pienamente figlio del proprio tempo. Tuttavia, subito dopo, egli avvertiva che la sociologia non si lasciava circoscrivere e quasi soffocare entro limiti così rigorosamente ristretti e predefiniti; restava una sensazione d’incompletezza, un vago sentimento di disagio che, immediatamente, lo portava a specificare e a precisare, a smorzare certe punte ecessivamente aguzze del paradigma illuminista:

      “Ha veramente ogni popolo alcuni costumi i quali, poiché non son conseguenze d’alcun natural bisogno e d’alcun desiderio particolare alle lor situazioni, posson chiamarsi usi d’arbitraria istituzione.” (cit., vol. 1. P. 317).

      Riemergeva dunque, attraverso questa limitazione e ridefinizione dell’universalismo humiano, l’interesse per il fattore storico contingente e individuale, indipendente da cause generali e, come tale, particolare e irripetibile. Se esistono, infatti, “degli usi d’arbitraria istituzione”, non riconducibili a  cause universali ma storicamente comprensibili solo in un determinato contesto e privi del carattere di predicibilità  oltre che di quello di necessità, non tutta la realtà storica è sempre e comunque catalogabile  in “classi sociologiche” di valore permanente. Qualcosa sfuggiva alla logica strettamente rigorosa del razionalismo, qualcosa non voleva lasciarsi impastoiare nel quadro uniforme e riposante di un universalismo onnicomprensivo.  Era la concezione storicistica della realtà che stava sorgendo lentamente e che qua e là, fra le robuste cortine del razionalismo illuminista, lasciava balenare come degli squarci di presentimento di nuovi tempi, di nuove impostazioni dei problemi umani.

      “Se tra due nazioni stabilite in remote parti della terra si scoprisse un perfetto accordo in tutti gli usi di questa specie [ossia di istituzione arbitraria] potrebbesi sospettare che sono esse congiunte da qualche affinità.” (cit, vol. 1, p. 317).

      Restava così salvo, attraverso questa ulteriore precisazione, il postulato della universalità delle “risposte” umane a sollecitazioni consimili, così come il suo corollario della “storicità” delle istituzioni particolari e indipendenti dallo stato di “necessità” del loro contesto naturale e sociale.

      Per chiarire tale concetto, egli faceva ricorso all’esempio del sabato come giorno di festività religiosa. Supponiamo che nel Nuovo Continente si fosse trovato un popolo che dedicava il giorno del sabato al riposo lavorativo e all’adorazione della divinità. In tal caso, congetturava, sarebbe stato lecito dedurne una derivazione diretta dalla religione ebraica, cioè una comunanza di origini o di provenienza con gli antichi abitatori della Palestina.

      Abbiamo parlato di squarci d’un nuovo modo di intendere il reale, e soltanto di squarci. Ecco infatti lo storico razionalista affrontare il tema della religiosità fra i popoli primitivi, con tutta la sicurezza del più schietto spirito illuministico.

      “Quando l’opinioni religiose d’un popolo non sono il risultato d’un raziocinio investigatore, né – soggiungeva prudentemente il ministro presbiteriano, quasi spaventato dalla sua stessa audacia – derivate dalla rivelazione, non posson esser che stravaganti.” (cit., vol. 1, p. 317-18).

     L’interesse maggiore di uno studio dei primitivi abitatori dell’America, comunque, risiede nello spunto che esso offre alla meditazione filosofica sull’eterna struttura dell’essere umano:

      “La scoperta del Nuovo Mondo aprì un più ampio campo alla meditazione filosofica, e presentò alla nostra vista nazioni assai meno avanzate verso la perfezione di quel che fossero le nazioni europee quando si cominciarono ad osservare.” (vol. 1, p. 333).

     Occorreva però, a giudizio del Robertson, sgombrare il campo da luoghi comuni e da prese di posizione partigiane, prima di accingersi a contemplare col necessario distacco lo spettacolo offerto dall’ infanzia  del genere umano, ossia dall’uomo osservato nelle sue condizioni più spontanee e originali. E lo studioso razionalista non risparmiava le critiche a quei filosofi che si erano avventurati fino ad esaltare quella condizione di vita come la più libera e felice, come la più desiderabile per l’essere umano. Ma in lui era presente, al tempo stesso, un altro elemento, che sarebbe forse eccessivo o piuttosto anacronistico chiamare “pre-romantico”, non tanto per ragioni cronologiche (il Macpherson, più giovane di lui di quindici anni, aveva pubblicato nel 1762-63 i due poemi in prosa cadenzata Fingal Temora), quanto per motivi di sensibilità individuale. Il Robertson era e rimase un uomo del tempo di Hume e di Voltaire; ma più di quelli sembra aver avvertito le inquietudini e i vaghi presentimenti che, apparentemente, non turbarono né lo scettico sorriso del primo, né quello ironico e beffardo del secondo. Perciò egli prendeva ugualmente posizione contro quanti, dall’alto delle conquiste del pensiero settecentesco, ostentavano ripugnanza verso la “barbara” condizione dei popoli meno progrediti.

      Non era tanto, lo ripetiamo, un barlume o una avvisaglia di Romanticismo: fra Robertson e Rousseau vi è uno spazio psicologico troppo grande, vorremmo dire un abisso. Era piuttosto la conseguenza di un atteggiamento professionale estremamente coscienzioso e prudente, alieno da tutto quanto poteva sapere di giudizio affrettato e semplicistico e, soprattutto, di atteggiamento mentale partigiano e preconcetto. La forte sensibilità storica di Robertson si sposava meravigliosamente con la filosofica moderazione propria di un Gibbon o con il temperato scetticismo di Hume, e gli impediva di assumere un atteggiamento poco sereno e obiettivo. Considerava anzi lo sforzo verso l’obiettività come la sola valida garanzia di serietà e buona fede e come la premessa indispensabile alla ricostruzione del passato, senza la quale non si può fare storia. Che poi questo sforzo di imparzialità e di moderazione  fossero da lui attinte al bagaglio di strumenti, teorici e pratici, che il secolo dei Lumi metteva a sua disposizione, questo va da sé: il Robertson non fu veramente uno studioso originale, uno scopritore di prospettive nuove e rivoluzionarie; ma ebbe una personalità ricca e dotata, fu un ricercatore scrupoloso e sereno, nonché un piacevolissimo scrittore. 

     Come ebbe ad osservare un insigne studioso della letteratura inglese, Luois Cazamian:

      Per prima cosa il lettore è colpito dalla sua prudenza e dallo scrupolo di precisione; egli crea l’impressione di una mente assai cauta, perfettamente equipaggiata per la ricerca della verità.” (Emile Legouis- Louis Cazamian, A History of English Literature, 1951, p. 901; la traduzione è nostra).

      La sua insofferenza per ogni forma di estremismo speculativo, il suo amore per il “solido buon senso” dell’età dei Lumi – egualmente lontano dai vecchi come dai nuovi fanatismi – si traduceva sovente in un’esplicita dichiarazione di fede nelle possibilità speculative di un prudente e giudizioso raziocinio:

       “Senza darci alle congetture o mostrarci inclinati per un sistema o per l’altro, dobbiam tenerci egualmente lontani dagli estremi d’una stravagante ammirazione [per le società americane precolombiane] o di un altero disprezzo per quei costumi che descriviamo.” (Storia dell’America, cit., vol. 1, p. 339).

      Era questa, per l’appunto, la posizione teorizzata da Pierre Bayle nel suo Dictionnaire historique  et critique (1697), che fu il maggior veicolo di diffusione del razionalismo illuminista prima dell’Encyclopèdie.

       “Lo storiografo – aveva affermato il Bayle – deve mettersi, pe quanto possibile, nelle condizioni dello storico che non è agitato da nessuna passione. Insensibile a tutte le altre cose, egli deve badare soltanto agl’interessi della verità. (…) Uno storico, in quanto tale, è – come Melchisedec – senza padre, senza madre e senza discendenti. Se gli si domanda di dove viene, deve rispondere: ‘Non sono né francese né tedesco, né inglese né spagnolo; sono cosmopolita; non sono né al servizio dell’imperatore, né al servizio del re di Francia, ma esclusivamente al servizio della verità.” Dictionnaire).

      E il Robertson, che una simile professione di fede aveva già fatta all’inizio della sua carriera di storico, nella History of  Scotland, era tanto più preoccupato di condurre uno studio equanime e spassionato nel momento in cui lo stato degli indigeni d’America offriva al filosofo, per la prima volta, l’opportunità straordinaria di una ricerca – non solo teorica – delle componenti spirituali originarie dell’animo umano. Al punto da affermare:

      “L’uomo esisteva come un puro individuo prima che divenisse membro d’una comunità; e si dovrebbon conoscere le qualità delle quali è capace nel primo stato, avanti di passare all’esame di quelle che sono una conseguenza dell’altro.” (Storia dell’America, vol. 1, pp. 339-40).

      L’osservazione diretta, dunque, prima di qualunque astratta teorizzazione. Tutto ciò è molto conforme allo spirito dell’empirismo britannico, che con Locke, Berkeley e Hume aveva celebrato allora i suoi trionfi; ma a qual genere di testimonianze dirette deve lo studioso prestar fede, non potendosi recare di persona sui luoghi dell’indagine? Non a quelle dei volgari marinai, troppo creduli e millantatori; né a quelle dei bucanieri, avidi soltanto di preda – ammonisce lo storico. E nemmeno a quelle dei commercianti, che vi si recano per scopi grossolanamente materiali; né a quelle – aggiunge subito dopo il ministro presbiteriano – degli stessi missionari: il perché, lo lascia solamente intuire. Noi, conclude, possiamo soltanto fidarci della testimonianza dei filosofi; e nemmeno di tutti i filosofi, ma soltanto di quelli che, con spirito equo e intelligente, si sono preoccupati di verificare scrupolosamente la veracità delle proprie osservazioni.

      Il Robertson inizia la sua descrizione degli abitanti primitivi d’America partendo dall’esame della loro struttura fisica, per giungere poi a quella spirituale e, da ultimo, all’organizzazione sociale. Parlando della costituzione fisica degli indigeni americani, egli è colpito in modo particolare da quegli aspetti che dapprima insinuano, indi suggeriscono e per ultimo danno voce all’impressione di una qualche imperfezione o insufficienza. Quei “selvaggi”, secondo tutti i racconti dei visitatori e dei colonizzatori europei, benché a diretto contatto con la natura, e in condizioni di vita le più semplici e primitive, sono dotati di una complessione piuttosto agile che robusta, non sopportano il lavoro pesante e continuato imposto loro dall’uomo bianco, e hanno un appetito straordinariamente scarso in confronto a quello degli Spagnoli o degli altri Europei che son venuti in contatto con loro. Il loro corpo è privo di peluria; e anche questo fatto, trattandosi della mancanza di uno degli attributi caratteristici della virilità, suggerisce allo storico scozzese la sensazione di una mancanza, di una imperfezione: quasi che la natura (ma questo, naturalmente, non lo dice) sull’opposta sponda dell’Atlantico abbia lasciato la propria opera incompiuta, e questo in ciò che riguarda la specie umana.

      Tuttavia, quel che più richiama l’attenzione del Robertson non sono tanto le deficienze fisiche degli indigeni, quanto piuttosto quelle spirituali. Indolenza e languore sono le caratteristiche comportamentali che maggiormente colpiscono l’Europeo: ed egli, illuministicamente, le spiega in termini essenzialmente climatici e ambientali. Osserva infatti che gli abitanti delle isole, ove la natura più generosamente dispensa i suoi doni e il clima è più caldo, sono più molli, più apatici e incostanti dei loro fratelli che abitano nell’interno del continente. Là, nelle profonde foreste e nelle immense praterie, ove la vita è più difficile, le necessità della cacia e, in genere, della sopravvivenza sono più impegnative e pressanti, anche il carattere dei nativi è più vigoroso e laborioso, e più robusta e resistente alle fatiche la loro struttura fisica. Le condizioni ambientali dell’America Settentrionale e del Cile, i due paesi americani più simili climaticamente al continente europeo, ci presentano infatti un tipo umano sia fisicamente, sia spiritualmente più vicino a quello europeo.

      Ma, dunque, le sole cause ambientali sono sufficienti a spiegare la struttura corporea e spirituale dell’uomo? No: non sono sufficienti, scrive il Robertson; ci sono anche, e non meno importanti, le cause politiche e morali. Ecco il grande passo avanti rispetto a Montesquieu, rispetto ai lati più “meccanicistici” e “anti-storicistici” dell’Illuminismo francese. Nell’Esprit del Lois (1748) Montesquieu era giunto ad affermare:

“Troverete nei paesi settentrionali popoli che hanno pochi vizi, parecchie virtù, molta sincerità e franchezza.  Avvicinatevi ai paesi meridionali, e vi sembrerà addirittura di allontanarvi dalla morale.” (Charles-Louis De Secondat De Montesquieu, lo spirito delle leggi, cap XIV, II; tr.it Milano, Rizzoli, 1967, vol 1, p 294).

Ecco quel che Toynbee avrebbe chiamato, e con piena ragione, un passo “vergognosamente compiaciuto”. Ebbene, lo storico scozzese sembra abbia avuto una sensibilità molto più acuta per la complessità del problema morale, una modernità di intuizioni molto superiore alla rozza concezione del Montesquieu, il quale in sostanza riduceva i problemi economici, giuridici, religiosi, a una questione essenzialmente climatica. Accanto alle cause materiali, sostiene dunque il Robertson, agiscono sull’essere umano quelle politiche e morali, e

“operano queste con non minor efficacia che quelle a cui s’appoggiano molti filosofi persuasi di pienamente spiegar con esse i singolari fenomeni onde abbiamo fatto menzione” (Storia dell’America, cit, vol 1, p 345).

Un tipico esempio dell’influenza esercitata dall’ambiente sul comportamento dell’individuo è quello dell’attrazione sessuale. Egli nota con stupore che tutte le relazioni dei viaggiatori e dei colonizzatori europei (ma non aveva detto che bisogna credere solo ai filosofi?) sottolineano l’apatia sessuale degli indigeni americani, la loro indifferenza per i sentimenti di mutuo e durevole affetto con le donne, l’assenza dell’istinto di piacer loro e di conquistarle con il proprio contegno.

      In un primo tempo sembra propenso a spiegare la cosa – al solito – con l’influenza del clima. Benchè le sue premesse fossero opposte a quelle del Montesquieu, per il quale

“nei climi settentrionali, il lato fisico dell’amore ha appena la forza di rendersi chiaramente sensibile. (…) Nei climi temperati, l’amore, accompagnato da mille accessori, si rende piacevole mediante cose che dapprima sembrano essere l’amore stesso, e non lo sono ancora; nei climi più caldi si ama l’amore per l’amore; esso è l’unica ragione di felicità; è tutta la vita.” Montesquieu, op cit, vol 1, p 194),

anche il Robertson avanza da prima una spiegazione “climatica”. L’indolenza causata dall’eccessivo calore e dalla mancanza delle condizioni per una severa lotta per la vita – afferma – così come si riflette nel lavoro, appare manifesta anche in campo sessuale. Assai più vicino al comportamento europeo era, invece, il comportamento dei popoli americani dei paesi freddi e temperati.

      Ma, accanto all’interpretazione climatica, quella culturale urgeva per farsi strada. Estremamente interessante, anche al punto di vista della capacità di penetrazione sociologica e della riflessione filosofica, è la pagina dedicata all’esame di questo secondo aspetto.

      “In uno stato di gran cultura questa passione accesa vie più dalle restrizioni, raffinata dalla delicatezza, e fomentata dalla moda, occupa il cuore, e se ne impadronisce. Non è più un semplice istinto della natura; il sentimento esalta l’ardore del desiderio, e le più tenere commozioni, onde la nostra macchina è suscettibile, lusingano, ed agitan l’animo.” E subito dopo, prudentemente,  precisava: “Questa descrizione convien però solamente a coloro che per la loro situazione esenti son dalle cure e dalle fatiche della vita.” (Storia dell’America, cit., vol. 1, p. 348).

      Infatti, prosegue il Robertson, anche nelle società “civili” gli uomini di bassa condizione, costantemente occupati dal lavoro e dalle necessità economiche dell’esistenza, non sono né possono esser suscettibili del medesimo tipo di richiamo sessuale, che richiede un tenore di vita elevato e, comunque, un’esistenza libera dalle quotidiane preoccupazioni del vivere. A maggior ragiome, dunque, i “selvaggi” della foresta, perennemente alle prese con il vitale problema della caccia, non possono esser dotati di quella sensibilità che rende l’amore un fatto sentimentale ed estetico, oltre che puramente fisico.

      Veramente c’è qui una contraddizione non ben risolta, giacchè gli abitanti delle isole tropicali americane, ad esempio, a causa delle comode e piacevoli condizioni di vita, dovrebbero tanto maggiormente mostrarsi inclinati verso questa seconda faccia del comportamento sessuale. Tuttavia l’importante è che lo storico scozzese abbia avvertito l’insufficienza delle mecanicistiche spiegazioni fisiche-ambientali per i comportamenti della sfera spirituale, mettendo pienamente in luce l’importanza degli agenti sociali sull’individuo.

       Era pur sempre un gran balzo in avanti rispetto a Montesquieu; e un primo passo, benché ancor timido e incerto, verso il superamento della concezione razionalistica dell’essere umano.

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      Sulla Storia di Scozia, la prima delle grandi opere storiche di Robertson (del 1759) e quella che gli creò una solida e vasta fama di studioso, non ci limiteremo qui che a poche e brevissime osservazioni. Questo libro, che venne subito accolto con tanto favore dai contemporanei, e i cui meriti non sono pochi né piccoli, tuttavia non possiede la vastità di respiro della Storia di Carlo V,  né la maturità filosofica e l’affascinante potenza letteraria della Storia d’America.  Però in essa, e  fin dalle prime pagine, si ritrovano quei concetti di base che più tardi, ampliati e approfonditi nelle opere successive, saranno le linee guida del pensiero storico di William Robertson.

      La Storia di Scozia si apre con una premessa di carattere dichiaratamente scettico. Lo storico vi sostiene che le nazioni giungono per gradi – come gli esseri umani – alla maturità; e che le loro vicende più antiche non possono esser ricostruite. Fin dall’inizio, egli inserisce la vicenda della sua piccola patria scozzese nel contesto più ampio e complesso della storia dell’Europa settentrionale, rivelando quella predisposizione allo studio della storia universale che più tardi, nelle opere seguenti, lo porterà  dall’Europa all’America all’India. La crassa ignoranza che, anticamente, copriva l’Europa settentrionale – egli scrive all’inizio del libro -; le migrazioni continue dei suoi abitanti e le frequenti e disastrose rivoluzioni da esse provocate, rende materialmente impossibile ricostruire le origini dei regni che colà si stabilirono. Ora, tutti gli eventi posti al di là della nostra conoscenza documentata – che copre un periodo storico, in paragone, assai breve – giacciono nelle remote oscurità di un regno senza tempo: uno spazio immenso, lasciato libero allo sbizzarrirsi della fantasia e della vanità umane. Anche della vanità: perché le nazioni, come gli esseri umani, amano inventare l’antichità delle proprie origini per accrescere – com’essi credono – il proprio lustro e prestigio. (Cfr., in proposito, Giuseppe Giarrizzo, Edward Gibbon e la cultura europea del Settecento, Napoli, 1954, p. 96).

      Tuttavia egli, ben presto, non appare in grado di tener fermo ai princìpi tanto rigorosamente enunciati, poiché qualcosa – necessariamente – bisogna pur tentare di ricostruire anche dei tempi più antichi, per poi risalire da essi a quelli storicamente  documentati.  E così, a proposito dell’origine degli Scoti, osserva che essi

      “erano, probabilmente, una colonia de’ Celti o Galli, la loro affinità co’ quali apprisce dal loro liguaggio, da’ loro costumi, e da’ riti religiosi, circostanze molto più decisive per quel che riguarda l’origine delle nazioni, di quel che lo siano le favolose tradizioni de’ male informati e creduli annalisti.” (Storia di Scozia sotto i regni di Maria Stuarda e di Giacomo VI sino all’avvenimento di questo principe alla corona d’Inghilterra – con un compendio della storia di Scozia ne’ tempi che hanno preceduto  queste epoche, tr. it. 1778-79 in 2 voll.; vol. 1, p. 24; tutte le successive citazioni fanno riferimento a questa edizione).

      Questo punto di vista sarebbe stato nuovamente affrontato, ampliato, e in parte – come abbiamo visto – superato dalla Storia d’America,  quando il Robertson si porrà la questione in termini metodologici più generali ( cfr. la Storia d’America, cit., vol. 1, pp. 314-16).

      Un altro argomento che sarà ripreso più tardi, e precisamente nell’introduzione alla Storia di Carlo V, è quello della fondamentale debolezza dei sovrani feudali e dello stato di endemica anarchia provocato dallo strapotere dell’aristocrazia militare. Egli osserva che uno dei principali elementi di forza e indipendenza di quest’ultima nei confronti dell’autorità centrale era il prevalere delle campagne sulla vita cittadina, che in Scozia fu sempre estremamente tenue. E, ancora una volta, la vasta mente del Robertson balza dal contingente all’universale, dalla piccola Scozia al mondo intero, osservando che in tutte le società vita cittadina ed efficiente organizzazione politico-sociale sono sempre andate di pari passo. Là dove gli insediamenti umani si accentrano, si fa sentire imperiosa l’esigenza del mantenimento dell’ordine, della regolarità del governo, e dell’obbedienza dei cittadini verso le autorità costituite. “Le leggi  la subordinazione nascono nelle città – afferma; e fa notare che, nei paesi ove la vita cittadina è scarsa, come la Polonia, o inesistente, come la Tartaria, “poche o nessuna traccia si trovano di buon governo.”

      Che poi lo scarso sviluppo della vita urbana, nella Scozia medioevale, fosse non tanto una causa, quanto piuttosto una conseguenza della potenza della nobiltà e della debolezza dei sovrani, ciò per adesso vien lasciato in ombra. Tuttavia il Robertson ritornerà ampiamente sull’argomento, nella View introduttiva alla storia di Carlo V, quando affronterà il tema della costituzionale debolezza dei regni feudali in Europa.

      Né manca qualche sfumatura indistintamente pre-romantica nella descrizione della vita delle contee meridionali di Scozia, che furono sempre, per tradizione, le più anarchiche e bellicose.

      “Molte ed instabili erano le cagioni di discordia fra i nobili di feroce coraggio e di rozzi costumi, circondati da vassalli arditi e licenziosi.” (Storia di Scozia, cit., vol. 1, p. 71).

      La polemica contro l’anarchia feudale è vigorosa e sincera, ma talvolta lascia appena intravedere, o piuttosto intuire, un accenno di sensibilità romantica, che getta le prime basi per una futura interpretazione storicistica del passato.

      Un’altra questione interessante trattata nella Storia di Scozia  è quella relativa al nesso esistente fra storia e giudizi morali, così come il Robertson – con gli strumenti della cultura del suo tempo, e con la sua particolare personalità e sensibilità di stuodioso, la seppe affrontare. Significative sono, in proposito, le pagine riguardanti il dramma finale di Maria Stuart e la scaltra politica di Elisabetta che, sostenendo entrambi i partiti scozzesi in lotta, asservì di fatto quel paese all’Inghilterra.

     “Le massime della politica, sovente poco coerenti a quelle della buona morale, possono forse giustificare questa condotta [della regina inglese], ma non si può fare alcuna apologia per la maniera in cui trattò la regina Maria, la quale fu una scena di dissimulazione senza necessità, e di severità senza esempio.” (Storia di Scozia, cit., vol. 2, p. 231).

      Certo, era un argomento alquanto delicato, specialmente per uno Scozzese che ambisse a presentarsi come uno studioso imparziale  non solo all’insieme del pubblico britannico, ma altresì a quello europeo. Ma egli seppe mostrarsi all’altezza della difficoltà. Non si può dire che mancasse di una certa qual ingenuità, quando definiva il trattamento riservato a Maria come troppo severo, quando la deposta regina aveva continuato a tramare contro la sicurezza dell’Inghilterra, e aveva invocato tutti i suoi nemici, dalla Santa Sede alla Spagna; oppure quando giudicava inutile la dissimulazione di Elisabetta in quella circostanza. Un’ombra di inconfessato (e inconfessabile) nazionalismo scozzese e di larvato atteggiamento anti-inglese da parte del Robertson? Nulla del genere. Quando, infatti, passa a tracciare un ritratto conclusivo di Maria Stuart, valutando equamente il pro e il contro,  appre chiaro come nessun atteggiamento partigiano, neppure inconscio, abbia alterato la serenità della sua valutazione. Non si può dire che egli abbia censurato Elisabetta per una sorta di fascino retrospettivo esercitato su di lui da Maria; di quest’ultima egli mette in risalto le amabili qualità della donna, ma anche la mancanza di talento politico della regina. In conclusione,

      “…ella non meritò né le lodi esagerate degli uni, né la censura indiscreta degli altri. (…) [Infatti Maria Stuart era] dotata delle qualità che si amano, non di quei talenti che risvegliano l’ammirazione; era piuttosto una donna amabile, che un’illustre regina.” (vol. 2, pp. 84-85).

     Una pacatezza e uno sforzo di obiettività veramente ammirevoli, davanti a un argomento talmento delicato e controverso che ancor oggi non pochi storici – e non solo britannici – si son dimostrati impari al compito di considerarlo con animo sgombro dalle passioni.

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      La critica contemporanea è stata molto severa con William Robertson. Quelle opere, che avevano destato tanta ammirazione e si erano diffuse per l’Europa,  vennero sottoposte a un vaglio minuzioso e inesorabile, e infine abbandonate nel’oblìo. Oggi l’Enciclopedia Britannica dedica allo storico scozzese pochissime righe, limitandosi ad osservare acidamente che la sua fama non ha retto alla prova del tempo; quasi che questa sia una sorta di giudizio di Dio per decidere una volta per tutte il valore di uno studioso.  Sul piano strettamente storiografico, le critiche principali che gli vengono mosse riguardano un impiego non sempre adeguato delle fonti; e, nelle ultime opere, un eccessivo impulso di natura retorica e letteraria (cfr., ad es., Legouis-Cazamian, Op. cit., p. 901).

      Chi ne tentò, invece, una vasta riabilitazione fu il Meinecke, che salutò in lui l’antesignano di una visione “storicistica” delle umane vicende; già venata, qua e là, da lievi sfumature romantiche (cfr. F. Meinecke, Op. cit.,  pp. 191-196). Sotto questo particolare angolo prospettico, l’interesse e l’apprezzamento maggiori dello storico tedesco si rivolgevano alla Storia di Scozia, anche perché in essa l’autore, trattando delle vicende della propria patria, avrebbe accentuato l’analisi dei fattori individuali. Inoltre, specialmente nella trattazione del Medioevo feudale scozzese, “barbarico” e anarchico, l’autore avrebbe saputo delineare un quadro d’insieme più vario e più mosso che in altre opere analoghe, e nelle sue stesse opere successive. Tuttavia, il merito maggiore del Robertson, secondo il Meinecke, consiste nell’essere stato il primo storico britannico ad aver mostrato un consapevole interesse per la storia universale. Con la sua visione storica gradualmente allargantesi dalla piccola patria scozzese, all’Europa tutta e, infine, agli altri continenti, egli compì un grande passo in avanti, cui nemmeno Gibbon e Hume furono in grado di stare alla pari: il primo si limitò al tardo Impero Romano, l’altro alla storia della sua isola natale.

      Un altro merito, che da più parti gli è stato riconosciuto, è la ferma convinzione del concatenamento causale degli avvenimenti storici – un superamento, quindi, della visione piuttosto irrazionalistica di David Hume.

      Dubitiamo, tuttavia, che una discussione accademica sui meriti e sui difetti della sua opera storiografica potrebbe rendergli veramente giustizia. Robertson è uno storico che dimostra, ancora una volta, la superiorità della pratica su qualsiasi teorizzazione. È necessario leggerlo per poter gustare tutte le sfumature del suo grande talento storico e letterario.  Cone Hume e come Gibbon, anch’egli ebbe esplicite ambizioni letterarie, e questo potrebbe essere ancor oggi un ammaestramento per quegli storici che ritengono incompatibili il rigore della ricerca e  la piacevolezza dello stile. I grossi volumi della Storia di Carlo V e della Storia d’America  sono una lettura così affascinante, che appassionano anche il profano e lo introducono, con finezza e serietà,  nel regno arduo e complesso abitualmente riservato ai soli addetti ai lavori.  Non che il Robertson sia stato uno storico “divulgativo”; non, almeno, nel senso che il temine ha acquistato oggi.  Ma per lui, come per Hume e per Gibbon, la distinzione fra storia per specialisti e storia per non specialisti, non si sarebbe posta. L’eleganza letteraria presuppone, e non sostituisce, l’indispensabile erudizione dello storico; ma non se ne lascia mai soffocare. È l’erudizione che si pone al servizio dello scrittore, e non viceversa. Ecco perché le opere di William Robertson, scritte secondo i più alti parametri della storiografia settecentesca, continuano a costituire, anche per noi figli del XXI secolo, una piacevolissima lettura.

      Ma anche questa, come il suo nome, è una lezione che ai nostri tempi pare sia stata dimenticata.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 24/09/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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