giovedì, 25 Febbraio 2021
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Angelo Del Boca e la “sua” Africa

Angelo Del Boca la sua Africa. Se uno studioso che si autodefinisce anticolonialista e di ciò ne ha fatto una bandiera ideologica ha la serenità necessaria per occuparsi in maniera proficua e oggettiva della materia che tratta? di Francesco Lamendola

Il giornalista e storico Angelo Del Boca (nato a Novara nel 1925) si è fatto un nome come africanista; anzi, grazie alla pubblicazione di opere poderose, come «Gli italiani in Africa orientale», in quattro volumi, e «Gli italiani in Libia», in due volumi, da parte di una grossa casa editrice, è da molti considerato come il nostro maggiore africanista, o meglio, come il massimo esperto del colonialismo italiano in Africa.

Non vogliamo qui discutere se una tale opinione sia giustificata o no; quel che vogliamo discutere è se uno studioso, che si autodefinisce “anticolonialista” e che del proprio anticolonialismo ha fatto una bandiera ideologica, possieda l’equilibrio e la serenità necessari per occuparsi in maniera veramente proficua e oggettiva, sine ira et studio, della materia in questione. Il colonialismo è stato un fenomeno complesso: definirsi anti-colonialisti significa ridurre la complessità a semplicità, la molteplicità a unità, per poter condannare in blocco l’intero fenomeno; il che è storiograficamente scorretto, o, quanto meno, fazioso.

Un esempio della faziosità di Del Boca, che non riesce mai a vedere la benché minima luce nel colonialismo in generale, e in quello italiano in particolare, fino a voler demolire a picconate il mito degli “Italiani brava gente” (e scivolando, senza avvedersene, sulla buccia di banana del mito opposto e speculare: di un colonialismo italiano tutto e solamente brutto e cattivo), è stato offerto dalla polemica a distanza con la studiosa Federica Saini Fasanotti, la quale fece notare che, se gli Italiani avevano adoperato, in Etiopia, i gas asfissianti, come Del Boca aveva più e più volte ricordato, gli Abissini delle bande irregolari avevano condotto una guerriglia estremamente crudele, anche contro i civili italiani: e ciò non per “sminuire” le responsabilità del nostro colonialismo, ma per collocare i fatti all’interno di un contesto più articolato e realistico di quanto, altrimenti, non potrebbe sembrare. Ebbene Del Boca rispose, a chi gli faceva notare che anche gli Abissini si erano macchiati di atrocità, che il suo compito di storico era quello di puntare il dito contro i crimini italiani, dal momento che era stata l’Italia ad aggredire l’Etiopia: e ciascuno può giudicare da sé, crediamo, quale valore abbiamo simili argomentazioni, sul piano di una ricerca storica rigorosa ed imparziale, non asservita ad una tesi ideologica precostituita.

Per capire meglio l’uomo, oltre che lo studioso, ci rivolgiamo all’opera cui Del Boca ha consegnato l’insieme dei suoi ricordi, dall’infanzia ai giorni nostri, passando attraverso la guerra civile (in cui egli militò fra i partigiani, dopo aver disertato dalla divisione alpina “Monterosa” della Repubblica Sociale Italiana), ai grandi viaggi e servizi giornalistici in giro per il mondo, alle interviste con uomini di stato, specialmente del Terzo Mondo, alla sua attività di storico. Si tratta di un libro di 570 pagine, pubblicato nel 2008 dall’editore Neri Pozza di Vicenza.

«Il mio Novecento» è il titolo che il Nostro ha scelto, non troppo modestamente, per la sua monumentale autobiografia, concepita come un monumento a se stesso e  smaccatamente auto-celebrativa. La stessa mole dell’opera la dice lunga sulla capacità dell’autore di spogliarsi, anche solo per un attimo, del proprio ego debordante: come quegli scrittori di seconda fila che, nel raccogliere (o progettare) la loro opera omnia, non sanno staccarsi nemmeno da un foglio che abbiano scritto, magari a quindici ani; che ritengono tutto buono e bello e meritevole di attenzione ciò che hanno scritto, dalla prima all’ultima riga; che, insomma, non possiedono neppure un’ombra di coscienza autocritica, e nemmeno provano a svilupparla, Del Boca accatasta i materiali e le epoche della sua vita senza mai fare un’ombra di ammenda, senza mai dubitare della assoluta giustezza delle proprie scelte, sempre e comunque.

Della sua opera di storico fa un bilancio trionfalistico: elenca il numero dei libri pubblicati e perfino dei testi inediti; sciorina puntigliosamente gli articoli, i testi delle conferenze e tutto quanto è mai passato dalle sue mani, anche sotto forma di collaborazione a volumi scritti a più mani; conta il numero delle pagine edite complessive (circa 2.500: il che, sia detto fra parentesi, non è proprio un record, pur essendo una quantità rispettabile). Circa la qualità dei propri libri, dice, testualmente (pag. 433): «penso che facciano fede le centinaia di recensioni, per la maggior parte favorevoli, e la buona, in qualche caso eccellente, vendita dei miei libri». Un argomento molto fine e molto scientifico, oltre che indice di particolare modestia: ho venduto un sacco di copie, cosa volete: il successo parla da solo. Ottimo ragionamento e particolarmente coerente, da parte di uno studioso che si è sempre detto di sinistra e avverso al capitalismo. Ma, quando si tratta di magnificare sé stesso, Del Boca non conosce pudore: come quando afferma che la sua “vena creativa” non si è inaridita, né ha subito alcun rallentamento, né quando vi fu il tremendo attacco alle Twin Towers di New York, né quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche. Come dire: vedete che roccia che sono? Non mi abbatto se viene giù mezzo mondo; non mi piego se vince le elezioni lo schieramento politico che considero mio nemico. L’eroismo del sublime.

La sua autobiografia diventa anche un’occasione per consumare qualche piccola vendetta: cita per nome e cognome i professori che gli negarono una cattedra universitaria ordinaria, dicendosi convinto che l’avrebbe meritata più di altri, che invece l’hanno avuta; rivendica la propria eccellenza di studioso. Si toglie anche parecchi sassolini dalle scarpe, già a partire dalla propria giovinezza: Cita per nome e cognome una sua professoressa di liceo (della quale un freudiano direbbe che era innamorato cotto), la quale, dopo l’8 settembre del 1943, ebbe il torto imperdonabile, secondo lui, di non aver capito la sua scelta di eludere la chiamata alle armi della Repubblica Sociale: la accusa, a tanti anni di distanza, di insensibilità nei suoi personali riguardi, nonché di fanatismo ideologico. Tanto vale che la nominiamo anche noi:si tratta di Cirilla Fortunato, moglie dell’avvocato Andrea Fortunato, grande invalido di guerra (quella del 1915-18) e pubblico accusatore di Ciano, De Bono, Marinelli e gli altri al processo di Verona del 1944. Del Boca spinge la sua perfidia di ex alunno deluso sino ad affermare di aver riconosciuto, nello stile della requisitoria di Andrea Fortunato, lo zampino della moglie: con il fiuto di un segugio, ma con la correttezza di un elefante in un negozio di porcellana, accusa la sua amata ex professoressa di aver tornito con i suoi svolazzi letterari quel tremendo documento, che condusse Ciano e compagni davanti al plotone d’esecuzione. Quando si dice la gratitudine e la sensibilità di un ex allievo nei confronti del suo vecchio insegnante, dal quale egli stesso afferma di avere ricevuto non poco.

La scelta dei titoli dei capitoli è tutta una programma. “Una, dieci, cento battaglie”, ricorda uno slogan stupido (e a volte criminale) del movimento studentesco; “La mia Africa” rievoca, sempre con pochissima modestia – come, del resto, il titolo dell’intero libro – un film anche troppo famoso, tratto dal romanzo di Karen Blixen; in un altro ancora, egli esalta i suoi “amici” preti, lui non credente. Chi siano questi amici, è presto detto: Ernesto Balducci, Lorenzo Milani, Enzo Bianchi, Alex Zanotelli. Dice di averli ammirati perché “diversi” e un po’ eretici, in polemica con la gerarchia, insomma indisciplinati o ribelli: per questo gli piacciono, per questo li stima. Non gli viene neppure lontanamente in testa, come non viene in testa a nessun intellettuale di sinistra, che, dopotutto, forse è meglio uno che la pensa in altro modo, ma con coerenza e fedeltà rispetto alla propria tradizione e alla propria istituzione di riferimento; e che, invece di dialogare solo con quei preti e quei cattolici che parlano sempre male della loro Chiesa e del loro papa, e che ostentano idee diverse da quelle del cattolicesimo in numerosi ambiti, dall’etica alla dottrina sociale, forse sarebbe preferibile dialogare, sia pure da leali avversari, con quelli che portano avanti la propria identità, senza vergognarsene, senza complessi d’inferiorità, ma con fierezza e a testa alta.

L’auto-incensamento di Del Boca si conclude con l’ultimo capitolo, intitolato, pavesianamente, “Lavorare non stanca”, nel quale, ricordando che il suo primo romanzo, sempre inedito, lo scrisse all’età di sedici anni, sono circa settant’anni che egli martella sulla macchina da scrivere, con ammirevole tenacia e spirito di abnegazione.

Questo è l’uomo, questo lo specchio nel quale egli si riflette. Il lettore dell’autobiografia potrebbe anche mandar giù quel mattone, nella speranza di trovare qualche giudizio acuto e interessante sui personaggi storici incontrati dall’Autore nel corso della sua lunga vita: ma la delusione, a questo proposito, è enorme, e fin dai primi capitoli. Quando descrive il suo secondo faccia a faccia con Mussolini, nel 1944, venuto a salutare la divisione “Monterosa” in procinto di rientrare in patria per andare a combattere, dice di essere rimasto colpito dalla sua stanchezza, dal suo evidente esaurimento, che ne facevano l’ombra dell’uomo di un tempo, il condottiero pieno di vigore e di entusiasmo. Bella scoperta: ci voleva un genio per fare una simile osservazione. Eppure quel vecchio stanco e malato fu ancora capace, nel dicembre di quell’anno, di elettrizzare una folla enorme con il suo ultimo discorso pubblico, al Teatro Lirico di Milano. La città era affamata, infreddolita, martoriata dalle bombe dei “liberatori” anglo-americani; eppure il Duce la percorse tutta, da un capo all’altro, in automobile, con pochissima scorta: e nessun fischio gli venne lanciato contro, nessun partigiano osò mettere fuori il naso per attraversargli la strada. Questo, Del Boca non lo dice: è tipico del suo metodo storico. Usa quel che conviene alla sua tesi precostituita, ignora quel che gli dà fastidio. In questo modo, i conti gli tornano sempre.

Le espressioni di lode a se stesso, di compiacimento, di narcisismo, sono talmente frequenti, nel corso del libro, da risultare, alla lunga, decisamente stucchevoli. Ci si chiede dove trovi tutta quella mancanza di pudore: la si direbbe quasi innocenza. L’innocenza del bambino viziato, abituato ad avere sempre l’ultima parola, perché tutti gli hanno sempre dato ragione. Si vanta di non aver mai subito una denuncia e ne ricava la conclusione che, come storico, deve essere stato una perla di scrupolo e di obiettività. E tuttavia si professa uno storico militante, visto che se la prende con il revisionismo storico di cui Gianpaolo Pansa si è fatto portavoce. Poverino: non sa nemmeno che Pansa è arrivato a cose fatte e che ha sfruttato l’opera di alcuni studiosi, oggi meno noti al grande pubblico, i quali, per primi, agirono come navi rompighiaccio contro la banchisa dei pregiudizi filo-resistenziali, la quale per quasi settant’anni ha permesso agli studiosi “progressisti” e “antifascisti” di scrivere la storia della guerra civile come meglio hanno voluto, trionfalisticamente, senza contraddittorio. Citiamo, fra essi, l’ex parlamentare Antonio Serena, che ruppe il ghiaccio, appunto, con un libro pilota come «I giorni di Caino». Si vede che Del Boca è solito fare come con se stesso: guarda al numero delle copie vendute per decidere chi vada preso sul serio, e chi no.

Se dovessimo consigliare i libri di uno storico del colonialismo italiano ad uno studente desideroso di approfondire l’argomento, non gli consiglieremmo quelli di Del Boca. Sono scritti in maniera politicamente corretta: anche troppo. Fanno piovere sul bagnato. Siccome oggi è di moda, anzi, è assolutamente obbligatorio, dire tutto il male possibile del colonialismo italiano, da Crispi a Giolitti, da Salandra a Mussolini, senza distinguo, senza mai guardare l’altra faccia della medaglia, neppure una sola volta, allora anche Del Boca dice tutto il male possibile di esso. Troppo comodo, troppo facile; e, soprattutto, troppo ideologico. Va bene per scrivere la storia di parte, stile Editori Riuniti o Feltrinelli. Il fatto che le maggiori opere sull’Africa, Del Boca le abbia pubblicate con un grosso editore nazionale, depone mestamente a favore della tesi che, ormai, non ci sono più quasi editori veramente liberi e anticonformisti, nel nostro Paese. Quando mancano i fatti, si ricorre al processo alle intenzioni: l’importante è sostenere la tesi generale che i colonialisti erano, sempre, tutti brutti e cattivi, e le popolazioni indigene, sempre buone e innocenti.

Questo è precisamente il procedimento ideologico, non storico e non attendibile, con il quale si è preteso di creare il mito della Resistenza, e, in parte, anche quello del Risorgimento. Per la storia italiana del XIX e del XX secolo, in effetti, la Vulgata culturale dominante non ha niente di meglio da offrirci che un insieme di mitologie. Se qualcuno osa metterle in dubbio, compie un atto di lesa maestà. Dire che, nell’incidente di Ual Ual, la responsabilità italiana non è provata, più di quanto lo sia la responsabilità abissina, ha il sapore di una bestemmia; così come ha il sapore di una bestemmia, per esempio (ed uscendo dall’ambito della storia italiana) ricordare che Danzica era una città nettamente tedesca, e che la sua rivendicazione da parte della Germania, nel 1939, non era affatto “hitleriana” (cfr. i nostri articoli: «C’era qualcosa di sbagliato nel colonialismo italiano?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/03/2010; «Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l’Italia ad aggredire deliberatamente l’Etiopia?», il 07/06/2011; «Il Corridoio di Danzica fu creato dagli Alleati proprio per rendere inevitabile un nuovo conflitto?», il 10/01/2011; e «Non occorreva certo essere nazisti per dire che Danzica era una città tedesca», il 15/10/2013). Eppur si muove

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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