lunedì, 20 Settembre 2021
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Contro gli operai delle estancias patagoniche parte nel 1921 la spedizione militare di Varela

Gli anni successivi alla prima guerra mondiale furono un periodo difficile per la società argentina, percorsa da fortissime tensioni sociali, cui l’oligarchia al potere non intendeva rispondere se non con la repressione armata di Francesco Lamendola  

Gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale furono un periodo difficile per la società argentina, percorsa da fortissime tensioni sociali, cui l’oligarchia al potere non intendeva rispondere se non con la repressione armata.

Quando la guerra era scoppiata in Europa, nel 1914, l’Argentina stava vivendo una stagione di riforme, culminata nella nuova legge elettorale presentata dal presidente Roque Sáenz Peña e approvata dal Congresso nel 1912, con la quale si concedeva il suffragio elettorale, diretto e segreto, a tutti i cittadini maschi adulti. Le elezioni si tennero in quello stesso anno e diedero la maggioranza all’Unione Civica Radicale, espressione dei nuovi ceti commerciali e industriali emergenti, che divenne il partito di maggioranza ed assunse il controllo dell’Assemblea.

Lo scoppio delle ostilità interruppe le comunicazioni con l’Europa e provocò la chiusura di molte fabbriche, il ristagno del porto di Buenos Aires, il crollo delle esportazioni di carne e grano e la conseguente disoccupazione di grandi masse operaie. Dopo la morte improvvisa di Sáenz Peña, nel 1914, e il breve periodo di successione del vicepresidente, Victorino de La Plaza, nel 1916 si tennero le nuove elezioni che videro il trionfo di Hipólito Yrigoyen, figura carismatica del partito radicale e sostenitore della prosecuzione della neutralità, contro i circoli nazionalisti che avrebbero voluto l’entrata in guerra al fianco degli Alleati.

Figura strana e strano destino, quello di Yrigoyen, che le classi umili chiamavano «il padre dei poveri» e che, personalmente, era non solo onesto e disinteressato, ma anche sinceramente desideroso di perseguire una politica di riforme sociali; ma la cui azione fallì a causa della soggezione della borghesia cittadina, di cui egli era espressione, di fronte all’oligarchia dei grandi proprietari terrieri, che da sempre governava il paese e che già aveva spazzato via sia gli Indiani della Pampa e della Patagonia, sia i gauchos che ne avevano preso inizialmente il posto: classe di allevatori liberi, generosi, individualisti, condannati dall’avvento di una agricoltura e di una zootecnia intensive in funzione del mercato mondiale.

Oltre all’incapacità di liberarsi dalla soggezione ai poteri forti del Paese, esercito compreso, Yrigoyen è stato accusato dai suoi detrattori anche di un’altra grave responsabilità: quella di avere monopolizzato il partito radicale e di averne fatto uno strumento di potere personale, snaturandone la vocazione originaria e sospingendolo verso posizioni politiche moderate che erano, in effetti, l’inevitabile risultato della pressione esercitata dall’oligarchia terriera e della incapacità della giovane borghesia commerciale di emanciparsi dalla sua tutela.

Da questo punto di vista, si potrebbe forse azzardare un parallelo fra la figura e l’opera di Yrigoyen all’interno del partito radicale argentino, e quella di Bettino Craxi come leader potente e prestigioso del partito socialista italiano. Entrambi furono accusati di eccessivo personalismo e portarono i rispettivi partiti al trionfo politico, ma anche al tracollo morale; ed entrambi, muovendo da posizioni teoricamente di sinistra, finirono per svolgere una azione politica equiparabile a quella tradizionalmente esercitata dalla destra.

Il saggista francese R. M. Albéres (titolo originale: Argentine, un monde, une ville, Hachette, Paris,  traduzione di Roberto ortolani, Garzanti, Milano, 1960,p. 125) ha così riassunto l’ambiguità del ruolo esercitato da Yrigoyen nella storia del suo partito e della sua nazione:

La vittoria del partito radicale fu confiscata da Ipolito Irigoyen, chiamato familiarmente el peludo, il barbuto. Era in realtà un politico della razza dei caudillos che governò col suo prestigio il partito degli uomini il cui partito aveva posto fine alla tirannia dei caudillos. Notevole trascinatore, Irigoyen s’impadronì del partito radicale come cent’anni prima avrebbe dominati una provincia; numerosi sino in Argentina coloro che pensano ch’egli sviò il radicalismo, partito di classi medie, dandogli come capo un feudale.

Così sviato al momento stesso in cui accedeva al potere, il partito radicale non tardò a decomporsi. Quando, dopo un interregno, Irigoyen fu rieletto nel 1928, il regime era assai corrotto, gli scioperi si moltiplicavano, la venalità dilagava. L’esercito intervenne e le truppe del Campo di Marte marciarono su Buenos Aires, portando al potere il generale Uruburu, poi il presidente Justo. Nell’insieme, questi governi non riuscirono a sopprimere la corruzione. Rendendosi conto dell’errore commesso nel 1916, una parte dei radicali fondò il partito radicale «antipersonalista»: questo termine era diretto contro Irigoyen e contro la confisca di un partito da parte di un uomo.

È anche vero che i radicali erano andati al potere in un momento di notevoli e crescenti difficoltà economiche.

Impegnati in una lunga guerra d’usura, tanto i Paesi europei che gi Stati Uniti (entrati ufficialmente nel conflitto solo nel 1917, ma, in effetti, schierati finanziariamente a sostegno della Gran Bretagna fin dall’inizio) avevano provveduto a intensificare la loro produzione agricola. Pertanto le esportazioni agricole e zootecniche argentine subirono un drastico calo, che proseguì e si accentuò dopo la fine delle ostilità, causando estesi licenziamenti e una diffusa disoccupazione. In tale congiuntura, le condizioni della classe operaia subirono un giro di vite da parte dei proprietari, fra i quali spiccavano società straniere, specialmente a capitale britannico e – a partire dagli anni Venti- statunitense.

La crisi della politica di Yrigoyen fu sanzionata dalle elezioni del 1922, che videro la sconfitta della corrente da lui capeggiata in seno al partito radicale e, per contro, la vittoria di quella a lui contrapposta, e socialmente più avanzata, di Marcelo Alvear. Ma, se il nuovo presidente avviava una più energica stagione riformista, l’Unione Civica Radicale conobbe un aumento delle tensioni interne che la portò fin sull’orlo della spaccatura fra alvearistas yrigoyenistas, poi ricomposta – nel 1928 – per sbarrare la strada  alla controffensiva dei conservatori.

Così come è controversa la personalità di Yrigoyen, confusa e contraddittoria è un po’ tutta la storia sociale dell’Argentina negli anni Venti, divisa fra spinte riformatrici e dure repressioni militari ai danni del movimento sindacale e delle masse lavoratrici.

La figura e l’azione politica di Hipólito Yrigoyen sono state così descritte dallo storico americano Hubert Herring nel suo ampio studio Storia dell’America Latina (titolo originale: A History of Latin America from the Beginnings to the Present, New York, 1968; traduzione italiana di Francesco Ricciu, Rizzoli editore, Milano, 1971, pp. 1.042-1046):

Quando Irigoyen venne informato della sua designazione, rifiutò seccamente di partecipare alle elezioni, di fatto, barricandosi in casa contro qualsiasi visitatore, e fu con difficoltà che accettò di prendere parte alla competizione. I risultati elettorali gli diedero meno della maggioranza dei voti richiesta, e la sua vittoria non fu assicurata fintanto che il suo antico rivale Lisandro de la Torre di Santa Fe non riversò il suo appoggio su di lui, come il minore male possibile.

Il governo di Irigoyen fu uno strano intermezzo nella storia argentina. L’imbronciato, cupo, vecchio veterano politico, di sessantasei anni, era è paradossalmente il più amato e più profondamente odiato dei presidenti del paese. Era alto, diritto, aveva una carnagione scura che tradiva il sangue indiano, e gli occhi brillanti ma inquieti. Il suo stile nello scrivere e nel parlare era astruso e confuso, venato da uno stranio misticismo. La sua vita personale era impenetrabile agli occhi del pubblico. Continuava a vivere com’era sempre vissuto, in una casa povera, mal vestito, cibandosi parcamente e dando il suo stipendio ai derelitti. Non si sposò mai e le varie donne della sua vita erano di origine umile: una donna di servizio, dalla quale ebbe almeno un figlio, sembra che gli sia stata al fianco durante tutto il periodo della sua lotta e della vittoria. Disprezzava i fronzoli dei politici; quando un amico gli chiese un ricordo personale, Irigoyen gli indicò una scatola di cartone contenente le decorazioni d’oro ornate di pietre preziose di cui gli statisti si compiacciono, e disse: «Serviti».

La condotta ufficiale del presidente Irigoyen era capricciosa. La maggior parte dei suoi dipendenti erano uomini sconosciuti, alcuni erano capaci e onesti, ma molti non erano né l’una né l’altra cosa. Esigendo una fedeltà cieca, l’adulazione e l’accordo immediato, egli licenziò quelli che rifiutavano tale servilismo. Era sospettoso nei confronti dei collaboratori, delegava poca autorità, prendeva sia le maggiori che le minori decisioni e insisteva persino nel voler firmare personalmente le nomine degli inservienti degli edifici pubblici e degli insegnanti nelle scuole rurali. Lettere, comunicati di governi stranieri, e progetti di legge si accumulavano senza essere letti e firmati. Cariche importanti rimanevano vacanti per mesi. Sebbene egli esercitasse quasi un potere assoluto, non sembra che approfittasse della sua posizione per ricavarne profitto personale. Molti dei suoi subordinati meno coscienziosi saccheggiavano il Tesoro pubblico, riscuotendo commissioni da cloro che richiedevano un colloquio col presidente, gratifiche per nomine in uffici pubblici, e regali da commercianti che chiedevano l’approvazione presidenziale dei loro contratti. L’argentino Felix Weil suggerisce che «il caso di Irigoyen dimostra… che un presidente onesto può essere molto più costoso per una nazione con l’andare del tempo di un politico che ha mano libera nel governo».

L’ufficio presidenziale era sempre aperto ai poveri. Un giovane lustrascarpe italiano, il cui banco si trovava di fronte alla casa di Irigoyen, era uno dei pochi che avesse accesso immediato al presidente. Sudati manovali, contadine curve, ragazzi affamati della zona del porto affollavano la sua anticamera, erano ricevuti con grande cortesia e generalmente ottenevano quello che chiedevano. Un posto sul libro paga pubblico era riservato a quasi tutti quelli che lo avvicinavano, senza tener conto dei loro bisogni e delle loro capacità. Irigoyen non vedeva l’assurdità di tali sprechi, perché non era egli «il padre dei poveri»?

Nel frattempo, la gente decente, gente rispettabile – le persone affettate che parlavano il francese, possedevano terreni, dirigevano imprese commerciali, vendevano il grano e la carne – non potevano giungere a vedere il loro presidente al lavoro. Le loro richieste di udienza venivano ignorate per mesi. Le concessioni che essi cercavano o le licenze di cui avevano bisogno, erano ottenuto soltanto con il favoritismo di qualcuno della cerchia vicina al presidente, o con la corruzione. Il loro originario disprezzo di consolidò in odio amaro. Chiamavano la sua casa «la spelonca» e lo soprannominavano «armadillo». La stampa responsabile, ch’egli raramente leggeva, soprattutto La Prensa La Nación, lo accusavano. I socialisti la minoranza più abile, lo attaccava aspramente. I democratici progressisti di Lisandro de La Torre si pentirono dell’aiuto dato all’ultimo momento perché fosse eletto.

La politica economica di Irigoyen stava vacillando. Quando assunse l’incarico l’Argentina stava traendo profitti senza precedenti dalla vendita di carne e di grano alle nazioni belligeranti d’Europa, e la sua industria si stava espandendo al fine di sopperire alla scarsità di manufatti provenienti da mercati stranieri. Ma lo spreco e la corruzione di un’amministrazione caotica condusse a bilanci deficitari, aumentò il debito e i ritardi nel pagamento degli impiegati dello stato. L’ignoranza di Irigoyen delle forze economiche era profonda. Quando ai grossi commercianti di granaglie venne chiesto più frumento, i loro portavoce arguirono che la domanda e l’offerta mondiale fissava i ,oro prezzi, al che il presidente rispose (secondo Felix Weil): «Non vi credo. La legge della domanda e dell’offerta è una vecchia favola. So per certo che vi potete pagare l’agricoltore di più se volere veramente farlo, e lo farete senz’altro».

La politica internazionale di Irigoyen durante la prima guerra mondiale rifletteva a sua ignoranza del mondo e il suo disprezzo per gli stranieri. Dichiarò la neutralità dell’Argentina e la mantenne nonostante l’affondamento di navi argentine da parte di sommergibili tedeschi e la diffusa simpatia popolare per la causa alleata. Fu accusato di sentimenti filotedeschi, ma la sua linea politica è da attribuire più propriamente al suo nazionalismo argentino. Sebbene portasse l’Argentina a far parte della Lega delle nazioni, egli ritirò l’appoggio la sua nazione quando quell’organismo rifiutò di ammettere la Germania e l’Austria.  La sua neutralità fu vantaggiosa: l’Argentina ne emerse come nazione creditrice per la prima volta nella sua storia.

Le simpatie di Irigoyen per i poveri erano genuine e si espressero in una generosa legislazione sociale e in aiuti alle unioni sindacali che divennero ancora più potenti. Tuttavia, i suoi tentativi di accattivarsi la stima della classe lavoratrice vennero rovinati dal suo comportamento privo di scrupoli nei confronti degli di scioperanti del gennaio 1919, che culminò in una settimana di confusone anarchica e sanguinaria. Poi, durante il solenne funerale delle vittime, la polizia sparò verso la fola  e ne seguì un panico generale. Quindi si ebbero disordini e il ricorso indiscriminati delle armi da parte della polizia; e il conflitto si allargò per includere azioni punitive, degli ebrei e di chi fosse sospetto comunista, con il trionfo della illegalità nella città e in gran parte della nazione. Il numero degli uccisi nel corso di quella tragica settimana è calcolato sulla base delle centinaia e persino delle migliaia di morti. L’insuccesso del governo di Irigoyen nel controllo del triste incidente, finì per minare la sua influenza nei confronti delle masse.

Irigoyen, con tutte le sue continue proteste di fede democratica, .impose un regime dittatoriale. Al contrario di Rosas, egli non ordinò l’assassinio degli oppositori, ma in pratica ebbe più potere di quello vantato da Rosas. I mali politici che egli aveva sempre denunziati – il funesto clientelismo politico, le elezioni fraudolente, l’intervento negli affari provinciali – fiorirono con rinnovato rigoglio.

Sotto il controllo di Irigoyen, le elezioni del 1922 diedero la presidenza a Marcelo T. de Alvear. La scelta fu di soddisfazione per i ricchi, perché Alvear era uno di loro. La sua solida tradizione familiare, la sua cultura parigina, e il suo modo di vedere cosmopolita lo rendevano gradito. Veramente egli aveva sposato una cantante lirica che non era ricevuta dalle signore dell’alta società ma quando la donna smise di cantare, le signore l’accettarono. La scelta era gradita ai fedeli radicali, perché Alvear era rimasto accanto a Leandro Alem nel 1890 e si può dire fosse rimasti sempre fedele alla causa.  Oltre a ciò sapeva sorridere, e questo era un sollievo dopo l’imbronciato Irigoyen. Egli era un’irresistibile combinazione politica: un gentleman e un radicale.

Di fatto, gli eventi del gennaio 1919 a Buenos Aires segnarono una cesura nella storia sociale dell’Argentina, perché il movimento sindacalista anarchico – uno dei più forti del mondo – ne uscì praticamente distrutto, così come ne uscirono infrante le speranze della classe lavoratrice di poter trovare ascolto nelle classi dominanti circa la richiesta di miglioramenti. Ironia della sorte, ciò avvenne sotto la presidenza di un uomo che lasciava in anticamera i ricchi e riceveva volentieri la gente umile; un uomo che viveva spartanamente e che era animato dal sincero desiderio di venire incontro alle speranze dei ceti inferiori di una vita più umana.

Tutto ebbe inizio con uno sciopero negli stabilimenti Pedro Vasena, a capitale britannico, iniziato con la richiesta di una riduzione dell’orario lavorativo da 11 ore giornaliere a 8, nonché del riposo domenicale. Il 7 gennaio 1919 ebbero luogo degli scontri fra i 2.500 operai e alcuni crumiri sostenuti dalla polizia, la quale fece fuoco ad altezza d’uomo e provocò morti e feriti tra la folla di uomini, donne e bambini.

La risposta dei lavoratori fu immediata e l’8 gennaio venne proclamato lo sciopero generale per l’indomani, giorno dei funerali delle vittime della repressione. Ma quando il corteo, composto da migliaia di persone, giunse davanti al cimitero, venne preso sotto il tiro di uno schieramento di soldati e poliziotti, lasciando una cinquantina di morti sul terreno.

Allora esplose la collera operaia, con assalti alle armerie e occupazioni delle fabbriche della capitale, difese da poliziotti privati. Il presidente Yrigoyen, «l’amico dei poveri», conferì pieni poteri al generale Luis J. Dellepiane per il ristabilimento dell’ordine. Questi, disponendo di una forza complessiva di circa 30.000 uomini, per prima cosa ordinò lo sgombero degli stabilimenti Varela, da dove era partita l’agitazione, più di un mese prima.

Davanti al profilarsi della repressione governativa, il movimenti sindacale si spaccò quasi subito. La componente socialista, la F.O.R.A. del IX Congresso, accettò un incontro con il generale Varela, presente l’ambasciatore britannico; mentre la componente anarchica, la F.O.R.A. del V Congresso, rifiutò il compromesso, ma fu abbandonata dalla maggioranza degli operai e si trovò isolata.

Intanto, a Buenos Aires si vanno formando dei gruppi di «guardie bianche» in funzione controrivoluzionaria, che fanno riferimento alla Lega Patriottica Argentina e godono dell’appoggio, occulto o palese, dei funzionari di polizia e dei comandi militari. Dal 10 al 12 gennaio, queste forze paramilitari si scatenano, e un’ondata di violenze si abbatte sui quartieri operai, sulle sedi sindacali e sulle minoranze ritenute «sovversive»: ebrei, tedeschi, russi e polacchi. È l’equivalente del red scare, la «paura del rosso» che, negli stessi anni, imperversa negli Stati Uniti d’America, culminando nell’affare di Sacco e Vanzetti.

Quando torna la quiete, il 16 gennaio, il bilancio della repressione è pesantissimo: la stampa dichiara 100 morti e 400 feriti; ma, secondo fonti socialiste, i morti sono 700 e i feriti non meno di 2.000.

Il movimento operaio è uscito gravemente indebolito dalla lotta, mentre si va diffondendo l’idea – specialmente nell’estrema sinistra – che gli operai non riusciranno mai a far valere le loro ragioni, se non ricorrendo alla violenza.

È così che si mettono in luce alcuni leader rivoluzionari di matrice anarchica, che spostano la lotta di classe dal terreno sindacale a quello del terrorismo se non, addirittura, a quello del banditismo sociale: confine peraltro non ben marcato nella tradizione dell’America Latina (cfr. F. Lamendola, Parte dai «cangaceiros» del Brasile la rivolta contro lo Stato, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice). Fra essi ricordiamo alcuni personaggi divenuti leggendari nella storia dell’anarchismo argentino, anche se quasi tutti di recente immigrazione dall’Europa, quali José Aicardi (noto come il «68», dal suo ex numero di matricola), Alfredo Fonte (conosciuto col soprannome spagnolo di El Toscano), Kurt Gustav Wilckens, Severino di Giovanni, Buenaventura Durruti (che diverrà un simbolo di risonanza mondiale durante la guerra civile spagnola del 1936-39), Simón Radowitzky, Gino Gatti, Miguel A. Roscigna, Paulino Scarfó.

In questo clima rovente vanno maturando i terribili fatti della Patagonia del 1921, che si possono considerare come una «coda» sanguinosa  – avvenuta a due anni di distanza – della Settimana Tragica di Buenos Aires.

L’estremo sud dell’Argentina è una vasta regione arida e fredda, battuta dai venti e quasi spopolata; un altopiano che digrada dalle pendici orientali delle Ande verso l’Oceano Atlantico, che era stato inglobato nella nazione a seguito delle spietata campagne militari del presidente Julio Roca (1880-86) contro gli indigeni Tehuelche, inesorabilmente spazzati via mentre si battevano nel disperato tentativo di difendere le loro terre avite.

Tutta la Patagonia è dominata da pochi, enormi latifondi, alcuni dei quali vasti fino a 100.000 ettari; e, durante la prima guerra mondiale, ogni angolo di terra è stato sfruttato per l’allevamento ovino, essendo enormemente cresciuta la richiesta di carne dall’estero. Le estancias sono quasi tutte a capitale straniero, in genere britannico; si può anzi dire che l’intera regione sia una sorta di provincia inglese, ove la lingua d’uso è l’inglese e l’Union Jack sventola sulle scuole.

La condizione di lavoratori di quelle estancias è durissima; chi voglia farsene un’idea, può leggere il bel romanzo dello scrittore argentino Juan Goyanarte, Lago Argentino, tradotto anche in lingua italiana. Per giunta, essa è ulteriormente peggiorata dopo la fine della guerra mondiale e la caduta del prezzo della lana sui mercati internazionali. Costretti a lavorare in condizioni quasi inumane, anche con temperature di venti gradi sotto lo zero, essi lavorano da 12 a 18 ore giornaliere, per 27 giorni al mese. Inoltre devono acquistare i generi di prima necessità, come le candele per l’illuminazione, negli spacci delle estancias, dove costano dieci o anche venti volte più che nei negozi della capitale.

Nel settembre del 1920 le autorità proibiscono una manifestazione organizzata dalla Società Operaia (di tendenza anarchica) per sostenere richieste di miglioramenti nel trattamento dei peones. Sono richieste di commovente semplicità: disporre di letti o pagliericci entro vani non troppo piccoli, avere l’illuminazione gratuita e poter leggere le istruzioni sulle cassette dei medicinali in lingua spagnola anziché in inglese. Ma la Società Rurale, organo dei proprietari terrieri, le rifiuta sprezzantemente.

La risposta operaia è lo sciopero generale, che, nel clima politico ormai surriscaldato, degenera in frequenti assalti alle proprietà e offre il pretesto alla Lega Patriottica per scatenare una dura repressione.

All’inizio del 1921, la situazione è sull’orlo della deflagrazione. Scioperi, manifestazioni, scontri armati sono all’ordine del giorno, e il bilancio è già di alcuni morti, sia tra gli operai che tra le forze dell’ordine. La stampa borghese dipinge un quadro a tinte ancor più fosche, sostenendo che in Patagonia vi sono centinaia e, forse, migliaia di insorti in armi e che è in atto un tentativo di rivoluzione sovietica.

Alla fine il governo decide di intervenire e affida l’incarico di riportare l’ordine al tenente colonnello Héctor Beningo Varela, un militare che si è già (tristemente) distinto, agli ordini del generale Dellepiane, durante la Settimana Tragica di Buenso Aires. Il presidente Yrigoyen lo riceve personalmente alla Casa Rosada prima della partenza, ma le sue istruzioni sono estremamente generiche («Vada, osservi bene quel che succede, e faccia il suo dovere») e, in pratica, gli consentono assoluta mano libera.

Il corpo di spedizione, con  mitragliatrici e cannoni, sbarca a Santa Cruz il 1° febbraio del 1921, in un clima di esaltazione patriottica, come se dovesse andare in guerra contro un esercito armato fino ai denti.

In realtà, gli scioperanti non agiscono in base a una strategia militare, non hanno le idee chiare su un progetto comune e si muovono in piccole bande isolate, con armi di fortuna, ma senza voler giungere a un aperto scontro con le autorità. Sperano ancora di far accettare le loro richieste minime ai proprietari e, almeno all’inizio, disapprovano il ricorso troppo facile alla violenza da parte di alcuni dei capi più decisi e intransigenti. Le loro azioni «militari», sino a questo momento, si sono in genere limitate alla requisizione di cibo, armi e cavalcature per sopravvivere nella disperata situazione in cui si trovano dall’inizio dello sciopero; di solito, rilasciano delle ricevute ai proprietari in cambio dei materiali prelevati.

Varela agisce d’astuzia e, come aveva fatto Dellepiane a Buenos Aires due anni prima, si propone innanzitutto di indebolire il fronte avversario, dividendolo per mezzo di un accordo con la parte «moderata» di esso, per poi scatenare la repressione contro le frange «estremiste». Il 24 febbraio la vertenza sindacale viene composta e i peones dichiarano la cessazione dello sciopero, accettando le proposte del governatore Yza, che prevedono alcuni miglioramenti contrattuali e il pagamento di metà stipendio per tutto il periodo dello sciopero.

Questo accordo viene percepito dalle classi abbienti come un intollerabile cedimento al  sovversivismo e gli organi di stampa riprendono e intensificano la campagna per presentare la Patagonia come una regione in preda all’anarchia, percorsa da bande di razziatori usi a compiere ogni genere di violenze. L’ambasciatore degli Stati Uniti e quello della Gran Bretagna, da parte loro, fanno pressioni sul governo perché prenda misure idonee a proteggere le proprietà dei loro connazionali, mentre anche nei loro rispettivi Paesi la stampa si mobilita.

Stretto fra le imperiose richieste di «ordine» provenienti dall’opinione pubblica interna, sobillata dalla Lega patriottica Argentina, e quelle della diplomazia internazionale, Yrigoyen cede e predispone la partenza di una seconda e più decisa spedizione militare. Anche questa volta il comando delle operazioni è affidato a Varela, il quale è ben deciso a riscattare la sua reputazione dalla taccia di irresolutezza che la destra più estrema gli ha appioppato. Appena sbarcato alla testa delle truppe, al principio dell’autunno, proclama la legge marziale ed emana un bando in cui minaccia la fucilazione per chiunque non si sottometta immediatamente alla legge.

Il movimento dei lavoratori è diviso; El Toscano, fautore – sin dall’inizio – di una strategia di tipo militare, agisce per suo conto con una bada di circa 200 uomini, le cui azioni non sempre si distinguono chiaramente dal banditismo; la maggioranza dei peones non hanno una chiara linea d’azione e non sanno come far fronte alla repressione dell’esercito.

Scrive Cesare Della Pietà nella sua interessante ricostruzione – della quale ci siamo serviti per documentare questo aspetto della vicenda – Faccia a faccia col nemico (Quadragono Libri, Padova, 1974):

Gli operai tentano di resistere, ma risulta chiara la falsità delle voci correnti  sulla temibilità dei rivoltosi, del loro armamento, della loro strategia rivoluzionaria.

Si potrebbero citare moltissime testimonianze, e lo confermano i dispacci dello stesso Varela: più che di combattimenti, si tratta di una caccia da parte di un esercito armato, addestrato e determinato a distruggere, contro gruppi mal collegati, poco armati, per quanto in possesso di grandi energie e disperata volontà, e sostanzialmente incerti sulla strategia da seguire.

Gli scioperanti, infatti, si sono organizzati come esercito: al comando è Ramón Outerelo, uno spagnuolo, un ex mozzo noto come «il colonnello»; un contingente è affidato al dirigente sindacale Antonio Soto; altro capo è un uruguaiano, José Font detto «Facón Grande», cioè «Coltello grande»; ma i gruppi vengono rapidamente isolati, accerchiati, e comincia la loro distruzione.

I più fortunati cadono negli scontri; dei prigioniueri, pochi si salvano.

I proprietari che seguono le truppe indicano, a loro giudizio, i colpevoli e soprattutto i capi e gli attivisti; un certo mister Bond fa fucilare 27 operai, per rappresaglia del furto di 27 cavalli: ogni cavallo, un uomo. Spogliati di ogni oggetto di valore, degli abiti, spesso rapati, gruppi di operai sono costretti a scavare fosse, in cui cadono fucilati, per venire ricoperti, morti e feriti insieme, dal gruppo successivo.

Altri vengono sepolti vivi, bruciati, mitragliati. La stessa sorte attende i capi.

«El Toscano» è catturato col suo gruppo presso il lago Argentino; si dice, anche, ij seguito a delazione di scioperanti, spaventati dai suoi metodi ormai difficilmente distinguibili da quelli di un delinquente comune.

Outerelo cade in un’imboscata con diversi compagni. Alla metà di dicembre, tutta la zona meridionale e centrale della regione è «liberata dai banditi»; poco dopo, più a nord, tocca a «Facón Grande», il quale, dopo aver inflitto a Varela l’unica sconfitta della sua campagna, ed aver deposti le armi dietro garanzia di una amnistia generale e del riconoscimento delle rivendicazioni operaie, si presenta fiducioso e disarmato coi suoi uomini all’incontro con il colonnello. Non uno degli operai si salva dal massacro. La versione ufficiale parla di morte in battaglia; in realtà «Facón Grande» è fucilato contro una staccionata; il suo cadavere viene infilzato su uno spiedo e arrostito, poi sepolto fino a mezzo busto, per servire da bersaglio a ufficiali e sergenti esultanti.

Secondo ricostruzioni successive, 1.000-1.500 operai scompaiono in questa selvaggia repressione.

I salari operai crollano di colpo, da 100-120 pesos mensili a 80, 70, perfino 60 pesos; e per oltre venticinque ani, non si parlerà più nella regione di contratti collettivi di lavoro.

Come si vede, Varela lascia il paese pacificato, prono alla volontà dei padroni, e torna nella capitale a ricevere il premio del suo operato.

Tale è la conclusione della campagna di Varela in Patagonia, una campagna militare poco gloriosa ma assai apprezzata dagli estanceros, dalla Lega Patriottica Argentina e dai governi britannico e statunitense. Il colonnello, come se avesse riportato una vittoria decisiva per la salvezza della patria, è promosso direttore della Scuola di cavalleria di Buenos Aires.

Pure, qualche ombra e qualche dubbio cominciano a trapelare, nella capitale, circa il reale operato di quella campagna di «pacificazione». I deputati socialisti, una sparuta minoranza, chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui fatti della Patagonia. Ma, al termine di un infuocato dibattito nell’aula del Parlamento, la mozione è respinta a maggioranza. Sui massacri perpetrati da  Varela, ufficialmente, scende il silenzio.

C’è uno strascico, però, di tutta questa sanguinosa ed oscura vicenda.

Abbiamo già accennato all’azione, nel corso degli anni Venti, di una serie di terroristi e giustizieri anarchici che scuotono l’Argentina, così come era accaduto in molti paesi d’Europa e negli Stati Unirti d’America, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primissimi del Novecento, con l’assassinio dello spagnolo Cánovas del Castillo, del francese Sadi Carnot, del re d’Italia Umberto I di Savoia e del presidente statunitense Mc Kinley.

Uno di questi giustizieri è il tedesco Kurt Gustav Wilckens, inizialmente un anarchico di idee non violente, che è rimasto sconvolto dai massacri della Patagonia e decide di vendicare personalmente le centinaia di vittime mediante un atto di «giustizia popolare» (è stato girato anche un film su questi fatti, mai distribuito in Italia, Sangue sulla Patagonia). Per giorni e giorni, egli apposta il colonnello Varela, davanti alla sua abitazione in via Fitz Roy a Buenos Aires, in attesa dell’occasione propizia.

Alle otto del mattino del 27 gennaio 1923 Varela esce di casa, in uniforme, la sciabola appesa al cinturone, per recarsi in caserma. Una bambina cammina pochi metti davanti a lui. D’improvviso, Wilckens gli si para davanti, scosta la bambina proteggendola con la sua persona, e lascia cadere una bomba ai piedi del colonnello. Entrambi rimangono feriti dallo scoppio; ciononostante, Varela fa l’atto di estrarre la sciabola dal fodero. Allora Wilckens estrae la pistola e freddamente, da brevissima distanza, scarica cinque colpi sul militare, in rapida successione, fulminandolo.

Catturato poco dopo, processato e condannato per direttissima, l’anarchico viene poi assassinato in carcere da un fanatico di estrema destra, Millán Témperley, che si introduce nella sua cella, travestito da guardia carceraria, e gli spara un colpo di fucile in pieno petto. Scioperi e manifestazioni accompagnano la sua agonia, che dura due giorni; poi le autorità fanno seppellire il suo corpo di nascosto, per evitare ulteriori disordini.

L’assassino se la cava con una condanna minima e il ricovero in ospedale psichiatrico; dove, però – ultimo atto di una scia di sangue e di violenze veramente interminabile – viene raggiunto dalla vendetta del rivoluzionario di origine russa Germán Boris Wladimirovich, già detenuto nelle carceri argentine per scontare una condanna a molti anni di carcere. Fingendosi pazzo, questi riesce a farsi ricoverare nello stesso ospedale in cui si trova Témperley; ma, tropo sorvegliato per poter agire di persona, trova il modo di istigare un altro ricoverato, lo jugoslavo Estéban Lucich, a ucciderlo con un colpo di rivoltella, al grido: «Questo te lo manda Wilckens!».

Seguiranno gli anni del terrorismo anarchico, in cui si mette particolarmente in luce l’italiano Severino di Giovanni.

Ma, ormai, è finita l’epoca delle grandi lotte dei lavoratori argentini; tanto i peones della Patagonia, quanto gli operai della capitale hanno dovuto piegarsi, e rinunciare alle grandi mobilitazioni popolari degli anni precedenti.

Anche se, tra mille incertezze, il partito radicale al potere prosegue nell’opera delle riforme sociali, la classe lavoratrice argentina ha subito un colpo dal quale non si sarebbe mai più ripresa completamente.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/08/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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