martedì, 15 Giugno 2021
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Distruggendo un pozzo d’acqua nel deserto il Paraguay vinse la guerra del Chaco (1932-35)

Distruggendo un pozzo d’acqua nel deserto il Paraguay vinse la guerra del Chaco: un contenzioso territoriale esisteva fra la Bolivia e il Paraguay sin da quando le due ex colonie spagnole erano diventate indipendenti di Francesco Lamendola 

Nella primavera-estate del 1935 alcuni inviati della Società delle Nazioni sorvolano il territorio del Gran Chaco, la vasta ma spopolata regione in parte semidesertica, in parte boscosa o paludosa,  che è stata, per tre anni, teatro di uno scontro accanitissimo fra gli eserciti della Bolivia e del Paraguay. Tutto intorno al pozzo di Irindaque, che era stato l’obiettivo di una avanzata boliviana sul rovescio delle linee avversarie, ma che i Paraguayani avevano raggiunto per primi e distrutto, nel raggio di  molti chilometri giacciono insepolti i corpi, ormai calcinati dal sole, di migliaia e migliaia di soldati boliviani.

Si erano dispersi in tutte le direzioni dopo che, trovato asciutto l’unico pozzo della regione, avevano compreso di essere destinati a una terribili morte di sete nel torrido deserto circostante: e così era stato. Quelle migliaia di scheletri stavano lì a testimoniare come la mancanza d’acqua avesse dato la svolta decisiva allo sviluppo delle operazioni, sino a quel momento, nel complesso, favorevoli alle armate boliviane. E quello era stato il fattore decisivo che aveva posto termine al conflitto: il conflitto forse più assurdo dell’intera storia del Sud America, che pure è ricca di guerre di ogni tipo. Un conflitto scoppiato per il possesso del Chaco Boreal, un territorio pressoché desertico, insalubre, infestato da serpenti velenosi, giaguari, coccodrilli e malattie d’ogni tipo; grande quasi quanto l’Italia, ma assolutamente privo di valore economico.

O, forse, non del tutto. Alcune prospezioni minerarie avevano rivelato che esso, forse, conteneva dei preziosi giacimenti petroliferi; giacimenti sui quali, prima ancora che venissero individuati esattamente e ne fosse stato avviato lo sfruttamento, avevano messo gli occhi le più potenti compagnie petrolifere internazionali. Benché il petrolio non fosse stato trovato con certezza né allora, né in seguito, sembra che dietro le quinte vi fossero le oscure manovre di due colossi del settore: la anglo-olandese Royal Dutch Shell e la statunitense Standard Oil.

Ha scritto lo storico Arrigo Petacco (nell’articolo Durò tre anni la guerra del Chaco, in Storia Illustrata, Milano, maggio 1970, pp. 73-74):

«La Bolivia – aveva detto Salamanca al momento dell’investitura, – ha collezionato nella sua storia soltanto disastri militari. Ora è giunto il momento del riscatto. Una strepitosa vittoria cancellerà il nostro triste passato. E questa vittoria la troveremo facendo guerra al Paraguay, l’unico paese che in questo momento siamo sicuri di battere».

Naturalmente, all’ombra del furioso nazionalismo di Salamanca, erano in gioco interessi molto più grossi. In primo luogo la corsa al petrolio e la lotta sorda fra due compagnie petrolifere, una americana, l’altra inglese. In secondo luogo gli interessi dello Stato Maggiore tedesco che voleva collaudare i propri sistemi militari contro l’esercito paraguayano addestrato dai francesi.

La corsa al petrolio fu comunque la causa principale. Il territorio conteso, benché inadatto a ogni forma di vita civile, già da alcuni sondaggi effettuati nel 1927, risultava essere ricco di giacimenti petroliferi. Questa potenziale ricchezza aveva quindi richiamato sul Chaco l’attenzione interessata delle grandi compagnie petrolifere e, in modo particolare, quella dell’americana Standard Oil e della britannica Royal Shell.

Così, prima ancora dell’inizio delle ostilità fra Bolivia e Paraguay, a La Paz già era in corso una lotta privata fra le compagnie rivali che intendevano accaparrarsi i diritti di sfruttamento di un territorio che ancora doveva essere conquistato. La contesa si era poi risolta a favore della Standard e alla Royal Shell non era rimasta altra soluzione che di schierarsi con tutta la sua potenza economica al fianco del Paraguay. La vittoria di questo paese avrebbe infatti offerto alla compagnia britannica la possibilità di prendere il posto della concorrente americana.

In effetti, un contenzioso territoriale esisteva fra la Bolivia e il Paraguay sin da quando le due ex colonie spagnole erano diventate indipendenti, a causa della vaghezza dei confini stabiliti fra le antiche audiencias che facevano capo, rispettivamente, al Vicereame del Perù e a quello del Rio de La Plata. Di tanto in tanto, i due governi rispolveravano quella disputa; ma fu solo alla fine degli anni Venti che ebbero inizio dei veri e propri scontri di frontiera.

Entrambe le nazioni coinvolte avevano le loro frustrazioni nazionalistiche da vendicare: la Bolivia aveva perduto l’accesso all’Oceano Pacifico con la disastrosa guerra contro il Cile del 1879-83 e, per giunta, nel 1903 aveva rinunciato al territorio amazzonico di Acre a favore del Brasile; il Paraguay, schiacciato nella guerra della Triplice Alleanza contro Brasile, Argentina e Uruguay del 1865-70, aveva visto decimata la sua popolazione (erano sopravvissuti solo 28.000 maschi adulti) e distrutte le sue basi economiche.

Sia l’economia della Bolivia che quella del Paraguay avevano subito il duro contraccolpo della grande crisi del 1929. La Bolivia era dominata dal «grande tripode» delle compagnie minerarie per l’estrazione dello stagno, allora molto richiesto sui mercati mondiali: la Patiño, creata da un imprenditore di Cochabamba e sostenuta anche da capitali stranieri di svariata provenienza; la Aramayo, dotata di capitali misti boliviani e britannici; e la Hochschild, associata a interessi svizzeri. Nel 1931 Simon Patiño favorì la salita al potere di Daniel Salamanca, uomo dal fisico debole (camminava appoggiandosi a due bastoni) ma dallo spirito indomito, fervente nazionalista e deciso a cercare in una guerra vittoriosa contro il Paraguay una sorta di riscatto nazionale – e, forse,  personale – dalle precedenti umiliazioni.

Ad Asuncion, la capitale del Paraguay, il presidente Eusebio Ayala godeva del sostegno di una opinione pubblica più compatta. I suoi connazionali, a differenza dei Boliviani, erano tutti di sangue misto, godevano degli stessi diritti e sentivano la guerra come un evento patriottico; mentre in Bolivia una classe dirigente di origine spagnola dominava senza riguardi su una popolazione indiana poverissima e sfruttata.

Già nel dicembre del 1928, pattuglie paraguayane avevano attaccato il forte boliviano di Vanguardia, dando inizio a una lunga serie di scaramucce e provocazioni che fecero salire la febbre nazionalista in entrambi i paesi.

Il 15 giugno del 1932, dopo una faticosissima marcia attraverso il territorio desertico del Chaco, 1.400 soldati della 4a Divisione dell’esercito boliviano attaccarono e conquistarono, in maniera quasi incruenta, il fortino avversario Carlos Antonio Lopez. L’operazione costò una sola vittima; ma quell’episodio segnò l’inizio di una guerra vera e propria, che sarebbe durata più di tre anni e avrebbe visto cadere circa 60.000 soldati boliviani e 40.000 paraguayani.

Quando il conflitto terminò, nel 1935, con la mediazione della diplomazia argentina, il Paraguay poté ingrandirsi con l’annessione di 20.000 miglia quadrate di territorio desertico e incoltivabile; un commentatore osservò, con amara ironia, che ogni miglio conquistato segnava la tomba di tre soldati boliviani e di due paraguayani.

Scrive lo storico americano Hubert Herring nel suo ampio studio Storia dell’America Latina (titolo originale: A History of Latin America from the Beginnings to the Present, New York, 1968; traduzione italiana di Francesco Ricciu, Rizzoli editore, Milano, 1971, pp. 878-79):

Ovvi vantaggi stavano dalla patte della Bolivia: essa aveva il triplo della popolazione del Paraguay ,il suo esercito era stato bene addestrato dal generale Kundt, e aveva armi in abbondanza, comprate con i prestiti dei banchieri americani; ma la Bolivia, come risultò poi, non colse mai un vero successo. Per quanto riguardava il morale c’era una netta disparità tra i due eserciti: gli uomini del Paraguay pensavano di combattere in difesa della loro madrepatria, l’esercito della Bolivia era costituito principalmente da indiani coscritti, spesso arruolati a forza e talvolta trasportati in catene nel Chaco. L’ambiente fisico favoriva il Paraguay, i cui soldati muovevano su un terreno e in un clima familiari, mentre i boliviani, con i polmoni abituati all’aria sottile dell’altiplano, si ammalavano e morivano nei bassipiani densi di vapori. La maggiore eguaglianza sociale del Paraguay dava pure un chiaro vantaggio a questa nazione, poiché il comune soldato e l’ufficiale combattevano fianco a fianco, mentre un abisso divideva gli indiani dell’esercito boliviano e la classe dei comandanti. Le prime linee dell’esercito boliviano erano spesso composte da una massa apatica di indiani, male alloggiati e nutriti, e molte miglia indietro si trovava una seconda linea di difesa in cui i «signori ufficiali» vivevano comodamente, fumando e bevendo in abbondanza, e spesso con il conforto delle loro amanti.

La guerra continuò per tre anni, dal momento che le febbri, la dissenteria, la malaria e le vipere fecero tanti morti quanti ne fecero le armi paraguayane. Almeno 60.000 boliviani, e quasi altrettanti paraguayani, morirono nel contendersi una regione alla quale nessuno di loro aveva un chiaro diritto, e da cui poteva venire poco vantaggio, a meno che, com’è ancora da provarsi, ci fosse davvero il petrolio. Nel frattempo, la situazione all’interno della Bolivia peggiorava continuamente; la disordinata inflazione esigeva pesanti sacrifici dai lavoratori e dalla classe media, e la delusione indeboliva il controllo del presidente. Nel 1934 Salamanca cercò di liquidare il comandante in capo, generale Enrique Peñaranda, ma egli venne deposto da una congiura militare.

Intorno al 1935 la guerra praticamente ebbe fine. Il trattato finale, firmato nel 1938, confermò al Paraguay il possesso della regione contestata, sebbene alla Bolivia si promettesse un corridoio d’accesso al fiume Paraguay e il diritto a costruire un porto. L’economia nazionale era crollata per la mancanza di minatori e agricoltori richiamati al fronte. Nuove voci si aggiunsero alla confusione. I soldati reduci, arrabbiati per il modo gretto in cui erano stati trattati, chiedevano di essere ascoltati…

Le operazioni militari vere e proprie si possono sintetizzare nelle seguenti fasi.

Nei primi tre mesi, dal giugno all’agosto 1932, i Boliviani sono all’attacco e avanzano in profondità, senza però riuscire ad agganciare e a battere sul campo il grosso delle forze avversarie. I Paraguayani adottano la strategia di «difendere il Chaco abbandonandolo», ossia di ritirarsi e attirare in profondità l’invasore, costringendolo ad allungare a dismisura le proprie linee di rifornimento.

Nel settembre il comandante supremo paraguayano, generale José Felix Estegarribia, esegue una controffensiva e riconquista il forte Boqueron, costringendo alla resa la guarnigione boliviana di 1.200 uomini che lo presidia.

Per un paio di mesi i due avversari si dedicano a riorganizzarsi; poi, in novembre, il comandante boliviano, Hans Kundt, pressato da un’opinione pubblica desiderosa di successi, lancia una controffensiva e ne scaturisce la sanguinosa battaglia di Saavedra, che costa circa 1.000 morti a ciascuna delle due parti e che culmina in combattimenti corpo a corpo di violenza inaudita. Ma quando, esausti, i due eserciti sospendono gli attacchi, nessuno dei due è riuscito a riportare la tanto agognata vittoria.

In dicembre sono i Paraguayani a passare all’attacco, ma nemmeno loro riescono a rompere il fronte. Per natale, con la mediazione del papa Pio XI, subentra finalmente una tregua. Intanto si delineano – accanto ad alcuni tentativi di soluzione diplomatica del conflitto, presto falliti per l’intransigenza di entrambe le parti – due schieramenti internazionali alle spalle delle nazioni in guerra, con il Brasile che appoggia la Bolivia e l’Argentina che sostiene il Paraguay.

Nei primi mesi del 1933, dopo il fallimento di una proposta di alcuni Stati americani per un cessate il fuoco sulla linea dello status quo (che, in questa fase, avvantaggerebbe la Bolivia), Kundt cerca di superare l’impasse costringendo l’avversario ad affrontarlo in uno scontro campale. La battaglia  avviene nei pressi di Nanawa, il 14 luglio ed è violentissima, con l’impiego di artiglieria pesante, aerei da caccia e da bombardamento, autoblinde e lanciafiamme. Ancora una volta, il grosso dell’esercito paraguayano riesce a sottrarsi alla stretta, anche se il generale Kundt, rimasto padrone del terreno, annuncia a La Paz la sua «vittoria».

Estegarribia, invece, sta sviluppando una efficace tattica di guerriglia, con colonne agili e veloci le quali – più pratiche del terreno e più assuefatte al cima caldo-umido –  colpiscono i Boliviani sui fianchi, distruggono i pozzi, minacciano le comunicazioni.

Un altro elemento che gioca a favore dei Paraguayani è la svolta politica inaugurata dal presidente americano Roosevelt che, appena eletto, rovescia l’indirizzo del suo predecessore Hoover, ritira l’appoggio degli Stati Uniti alla Bolivia e avvia pressioni diplomatiche per addivenire a una soluzione negoziata del conflitto.

Nel dicembre del 1933 ha inizio la svolta sul campo, con una clamorosa vittoria di Estegarribia nella battaglia di Campo de Vila. La 4a e la 9a Divisione dell’esercito boliviano si arrendono, lasciando sul campo, fra morti, feriti e prigionieri, non meno di 10.000 uomini; il resto delle forze di Kundt è costretto a ripiegare verso i vecchi confini. A questo punto Salamanca sostituisce il generale tedesco con un nuovo comandante in capo, Enrique Peñaranda, che riorganizza l’esercito, lancia una controffensiva e riguadagna parte del terreno perduto.

Nel corso del 1934 la guerra si trascina con alterne vicende, senza che nessuno dei due contendenti, ormai vicini all’esaurimento, riesca a cogliere un successo decisivo. Salamanca, sempre più esasperato dall’andamento insoddisfacente delle operazioni, si reca personalmente al quartier generale dell’esercito, a Villa Montes, per destituire Peñaranda; ma questi, a sua volta, lo arresta e si fa riconfermare nell’incarico.

Tuttavia, solo pochi giorni dopo, Hans Kundt è nuovamente alla guida dell’esercito boliviano. Una leva straordinaria viene indetta in Bolivia, perfino i minatori sono ritirati dalle miniere e, vestita l’uniforme dell’esercito, vengono spediti nel Chaco per una grande offensiva finale. La manovra progettata dal tedesco è la classica manovra a doppio avvolgimento, solo che, nelle vaste estensioni del Chaco – che qualcuno ha paragonato al deserto del Nord Africa durante la seconda guerra mondiale – si tratta di prendere il nemico sul rovescio mediante una operazione a vasto raggio. Il fattore logistico è pur sempre l’elemento decisivo per lo svolgimento della campagna: tutto dipende dalla disponibilità delle poche sorgenti di acqua potabile.

Venuto fortunosamente a conoscenza della manovra avversaria, Estegarribia spedisce la colonna del colonnello Garay a distruggere l’unico pozzo esistente nel settore ove i Boliviani stanno marciando per coglierlo alle spalle. Si ingaggia una gara di velocità, nella quale i Paraguayani, più pratici del terreno e fisicamente più adatti a quel tipo di guerra, battono sul tempo i Boliviani e giungono al pozzo di Irindague con un lieve anticipo, ma sufficiente a distruggere la sorgente. Quando la colonna boliviana giunge a sua volta, gli indios dell’altopiano andino si rendono conto, con disperazione, che non è più possibile attingere una sola goccia d’acqua. E per tutti loro, animali compresi, è la fine: moriranno di sete, dopo essersi sparpagliati alla ricerca di una impossibile salvezza.

A questo punto Estegarribia, libero dalla minaccia alle spalle, lancia una estrema offensiva e riesce a strappare il successo, respingendo passo passo i boliviani verso i vecchi confini. Al principio di aprile del 1935 le truppe paraguayane passano la frontiera e conquistano la prima città nemica, Caragua, proseguendo verso Camiri. I boliviani non sono più in gradi di resistere; ma anche i Paraguayani sono stremati dallo sforzo e hanno dovuto allungare a dismisura le loro linee di rifornimento.

Perciò, quando il presidente argentino Lamas avanza una ennesima proposta di pace a nome della Conferenza Panamericana, inaspettatamente sia la Bolivia che il Paraguay la accolgono. Tuttavia si giungerà alla firma del trattato di pace solo il 21 luglio del 1938, ben tre anni dopo la cessazione delle ostilità, con la cessione di 150.000 kmq. di territorio al Paraguay e con la concessione di alcune agevolazioni commerciali alla Bolivia, per quel che riguarda la navigazione sul Paraguay e sul Pilcomayo.

Mariano Chavero, curatore del volume Bolivia (Feltrinelli editore, Milano, 1967, pp. 163-66) ha così riassunto quella oscura pagina di storia sudamericana:

nel 1927 si verificarono i primi importanti incidenti di frontiera. Il presidente boliviano Siles adottò un atteggiamento conciliante. Ma i due paesi cominciarono a inviare forze militari nel Chaco.  Nel dicembre del 1928, le truppe paraguayane attaccarono ed espugnarono il Forte Vanguardia. La situazione era ormai grave e venne la volta del «panamericanismo». A Washington, nel 1929, cominciò a funzionare un Comitato composto dagli Stati Uniti,, dal Messico, da Cuba, dalla Colombia e dall’Uruguay e destinato a compiti di esortazione retorica alla pace.

Mentre a La Paz saliva al governo un nuovo rappresentante degli interessi oligarchici, Salamanca, e mentre la nazione era scossa dalla crisi del capitalismo mondiale, nessuno, né chi, individualmente, voleva fare il presidente, né gli altri era più in grado di arginare una situazione creata da potenti e abili interessi. Nel 1931 si viveva già in una situazione bellica. Fra il 1932 e il 1935 ci fu la guerra vera e propria. «Durante questi anni – dice angelicamente lo storico imperialista Fagg -, la Società delle Nazioni deplorò la guerra e i fabbricanti di munizioni che la alimentarono, ma non poté far niente per impedirla». E come avrebbe potuto fare qualche cosa? Non solo erano impegnate la Standard e la Shell; ma quale occasione per l’industria bellica mondiale proprio in mezzo alla grande crisi! Il Paraguay e la Bolivia, poveretti, si misero a comperare aerei e carri armati moderni e gli strateghi che si preparavano ai futuri successi su scala mondiale ebbero il modo di verificare le loro idee. «La Bolivia – dice Carleton Beals – fu provvista di potenti bombardieri americani: e i Vickers inglesi entrarono anch’essi nella baraonda».

Un generale tedesco di rinomata capacità tecnica, Hans Kundt, diresse l’addestramento e le campagne dell’esercito boliviano, ma a quanto pare non era molto pratico di guerre nel deserto e nelle foreste. Inoltre i grossi contingenti di coscritti boliviani della grande mobilitazione nazionale scesi dalle alture andine alle pianure tropicali a loro ignote, dove li aspettava una natura inconsueta e ostile, nuove malattie e nemici di provata capacità di resistenza, di mobilità e di lotta in zone simili, si adattavano malissimo. Da entrambe le parti, il desiderio di affermazioni nazionali rese gli eserciti coraggiosi e accaniti.

Nel dicembre del 1932, nella battaglia di Boqueron, il fior fiore delle truppe preparate da Kundt, venne travolto in un bagno di sangue. La disfatta provoca violenti tumulti a La Paz. Un’altra grave disfatta sarà quella del 1933, a Saavedra. Soldati e ufficiali più giovani cominciano a far sapere in un modo o in un altro che l’inefficienza nella lotta è il prodotto della corruzione nel governo boliviano e che la casta militare tradizionale non è capace, nella difesa nazionale, quanto nella repressione del suo stesso popolo. E mentre dirigenti sindacali e folti gruppi di studenti reclamano il risveglio della coscienza nazionale e la lotta contro la miseria e l’asservimento, e mentre le masse in uniforme vanno al macello, i paraguayani continuano ad avanzare. Gli «arbitri internazionali» – tra cui il machiavellico Spruille Braden e, alla ribalta di un «apostolato di pace» cje gli valse uno dei più grotteschi Premi Nobel della storia, il massimo avvocato degli interessi britannici in argentina, il ministro Saavedra Lamas – non fanno altro che prolungare i tempi del massacro per trarne maggior profitto.

Ma allora, la forza della Standard? Il trust americano si era proclamato neutrale, e poco prima dello scoppio delle ostilità aveva trasferito in Argentina molto materiale e molte attrezzature. Così poteva vendere sia alla Bolivia sia al Paraguay il combustibile a prezzi alti e porsi in una posizione che gli permettesse di negoziare col Paraguay se questo vinceva, e fu l’unica impresa della Bolivia che si rifiutasse di pagare il 50% degli stipendi ai suoi lavoratori incorporati all’esercito. Quando si determinò una grande carenza di benzina per gli aerei boliviani, il governo chiese alla Standard di raffinarla nei suoi stabilimenti di Camiri. La Standard disse che ciò era tecnicamente impossibile. Ma il Ministero della Guerra requisì gli impianti e li fece lavorare con tecnici boliviani: era possibile. Questa fu la partecipazione della Standard a una guerra che essa aveva preparato. Ma naturalmente ebbe il suo posto alla Conferenza della Pace: Spruille Braden rappresentava Washington nel consesso internazionale.

La pace venne quando i boliviani avevano lasciato nel Chaco 60.000 cadaveri, e i paraguaiani 40.000. La Bolivia subì inoltre l’ultima mutilazione territoriale e perse la possibilità dello sfocio diretto sui grandi fiumi del bacino del Plata. La maggior porzione del territorio conteso rimase tra le mani del Paraguay. (la vittoria degli interessi britannici fu solo transitoria visto che oggi il Chaco paraguaiano è l’immenso feudo di due grandi imprese americane: l’innocente Standard Oil che sfrutta vastissime concessioni petrolifere e il Pentagono che, com’è quasi certo, vi ha insediato la sua segreta base missilistica sudamericana).

In fondo, il Paraguay come la Bolivia erano giunti a darsi scacco matto nel 1935: le forze delprimo non potevano avanzare di più, lontane com’erano alle loro basi naturali, né la seconda poteva recuperare le zone già occupate dal nemico. La guerra era finita quell’anno. Il patto di pace fu firmato nel 1938. Ma questo episodio luttuoso e vergognoso della storia latinoamericana aveva determinato il grande risveglio nazionale della Bolivia.

Dal punto di vista militare, la guerra aveva insegnato alcune cose che gli Stati Maggiori delle grandi potenze, assorbiti – a quell’epoca -, da altri problemi, in genere non seppero cogliere.

L’esercito boliviano, che – come quasi tutti quelli del Sud America – era organizzato e istruito alla tedesca, con tanto di cannoni Krupp nel suo parco d’artiglieria, era stato inaspettatamente sconfitto da quello paraguayano che, unico, aveva preferito servirsi di istruttori francesi. Estegarribia aveva studiato all’Accademia militare di Saint-Cyr; mentre l’esercito boliviano, prima di Kundt, era stato organizzato niente meno che da Ernst Röhm, il fondatore delle SA o «camicie brune» naziste (in seguito espulso come «persona non grata» per la sua palese omosessualità). Anche sotto il profilo ideologico, le classi dirigenti della Bolivia erano state largamente permeate dall’influsso politico del nazismo (giunto al potere, in Germania, al principio del 1933), a cominciare dal nuovo presidente, Daniel Salamanca.

Ma la guerra del Chaco aveva mostrato che non è sufficiente disporre di battaglioni più grossi e di  armamenti più sofisticati, se il teatro delle operazioni non favorisce le grandi masse o la tecnologia bellica, bensì la perfetta conoscenza del terreno, la capacità di adattamento al clima e alla natura, l’astuzia e la velocità di movimenti.

Un altro insegnamento importante, e passato in gran parte inosservato a livello internazionale, è che la guerra non è mai un fatto solamente tecnico, ma rispecchia pregi e difetti della società che vi è coinvolta. La saldezza del morale delle truppe e la compattezza dell’opinione pubblica, l’efficienza e l’onestà del governo sono fattori altrettanto importanti, per la vittoria – se non di più -, della superiorità numerica e della disponibilità di armi e denaro. Furono questi, in ultima analisi – fattori morali, dunque – che diedero la vittoria al piccolo e poco popolato Paraguay contro il grosso esercito boliviano, guidato da capi esperti, ma più a livello accademico che pratico, e da uomini politici vanitosi e corrotti.

Infine, apparve evidente l’importanza delle comunicazioni e dei rifornimenti, ossia il fattore logistico; e qui, effettivamente, il paragone con le campagne nordafricane della seconda guerra mondiale appare calzante. Kundt, come Rommel, si preoccupò troppo di avanzare quanto più possibile, e non abbastanza dell’inconveniente di allungare a dismisura le proprie vie di comunicazione. Ma un esercito moderno, per vincere, ha bisogno di acqua e benzina non meno che di carri armati, cannoni ed aerei.

Tanto è vero che l’episodio risolutivo della lunga e sanguinosa guerra fu proprio la distruzione del pozzo di Irindague, che provocò il fallimento dell’ultima, e forse decisiva, offensiva boliviana, nel dicembre del 1934.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/08/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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