lunedì, 21 Giugno 2021
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Fecia di Cossato: quello era un uomo

Carlo Fecia di Cossato:”quello era un uomo”. L’insopportabile vergogna per il voltafaccia dell’8 settembre’43. Non fu né fascista, né filo-tedesco; fu semplicemente un ottimo comandante di navi, un soldato d’onore d’altri tempi di Francesco Lamendola 

Prima di togliersi la vita, sparandosi un colpo alla tempia, il trentaseienne capitano di corvetta Carlo Fecia di Cossato (Roma, 25 settembre 1908-Napoli, 27 agosto 1944), eroe della guerra navale, comandante di sommergibili e affondatore di ben diciassette navi nemiche nell’Oceano Atlantico, medaglia d’oro al valor militare, poi condannato per insubordinazione per aver rifiutato di obbedire al governo Bonomi che, a sua volta, non aveva voluto giurare fedeltà al re, scrisse questa toccante lettera a sua madre:

Napoli, 21 agosto 1944.

Mamma carissima,

quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile. Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuravo. Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere baluardo della Monarchia al momento della pace. Tu conosci che cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta ora, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, Mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo alla mia vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro. Spero, Mamma, che mi capirai e che nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. Tu credi in Dio, ma se c’è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, Mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento molto vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

Le ragioni del suo gesto estremo non avevano niente a che fare con la condanna a tre mesi in fortezza per insubordinazione, come un menzognero dispaccio governativo cercò di far credere: liberato in seguito a una vera sollevazione dei suoi uomini, che gli erano devotissimi (una circostanza rilevata anche dal vicecomandante del famoso corsaro Atlantis, Ulrich Mohr, che era stato preso a bordo dal sommergibile Tazzoli di Cossato, insieme a molti altri naufraghi tedeschi), si era visto commutare la pena in tre mesi di licenza forzata. Egli si sentiva leso nell’onore e irrimediabilmente sporcato, non certo per il rifiuto di obbedire a un governo che considerava illegittimo, ma per la squallida vicenda che portò alla resa ignominiosa della Regia marina nel settembre del 1943. Fecia di Cossato non era né fascista, né filo-tedesco; era, semplicemente, un ottimo comandante di navi e un soldato d’onore. Il voltafaccia dell’8 settembre produsse su di lui un’impressione penosissima, e un’impressione ancor peggiore la produsse l’ordine di consegnare la flotta agli alleati, a Malta. Fino all’ultimo volle credere e sperare che le cose stessero altrimenti: obbedì, come tanti altri, solo perché aveva giurato fedeltà al Re, capo dello Stato e delle Forze Armate, e perché questi aveva fatto sapere che l’enorme sacrificio richiesto ai militari era nell’interesse superiore della Patria. Con l’animo gonfio di amarezza, Fecia di Cossato, che si era sempre battuto coraggiosamente e lealmente, diresse verso Malta e s’illuse che la flotta non avrebbe dovuto ammainare la bandiera: che non si sarebbe umiliata davanti a un nemico che non l’aveva sconfitta e contro il quale si era sempre battuta con onore. Ma non fu così: la resa ingloriosa ci fu, e si seppe anche che le bellissime navi, già orgoglio dell’Italia, sarebbero state spartite fra le nazioni alleate, a guerra finita. Fu questa insopportabile vergogna, fu l’onta di aver dovuto obbedire a ordini così infamanti che minò irreparabilmente il suo morale. Il dolore per la morte di tanti suoi bravi marinai non fu la causa del suo gesto, anche se può aver contribuito al suo senso di colpa, perché egli si rendeva conto che essi erano morti per niente, e che tutti i sacrifici sopportati in guerra erano stati gettato via da un governo senza onore. Il rifiuto del governo Bonomi di prestare giuramento davanti al re fu, forse, la goccia che fece traboccare il vaso. Fecia di Cossato aveva mandato giù tutta una serie di bocconi amarissimi solo per fedeltà al legittimo sovrano, Vittorio Emanuele III, che rappresentava la continuità e la perennità dello Stato; ma ora si rendeva conto che quel sovrano, d’altronde già screditatosi con le sue stesse mani per la fuga di Pescara e per l’abbandono di tanti combattenti, lasciato senza ordini né direttive d’alcun genere, non contava più niente. In altre parole, il sacrificio più grande fra tutti quelli sopportati in guerra, il sacrificio del proprio onore di combattente, costretto ad arrendersi imbattuto a un nemico arrogante, che ora si presentava come amico e liberatore, era stato perfettamente inutile.

Il mondo di Fecia di Cossato stava franando a velocità impressionante. Tutto ciò che gli era stato insegnato con religiosa serietà, ora si sfarinava e perdeva significato. Onore, fedeltà, senso del dovere, responsabilità, eroismo, abnegazione, amore incondizionato per la Patria, tutto questo era divenuto moneta svalutata nel giro di pochi mesi. Ammiragli felloni restavano ai loro posti e anzi facevano velocemente carriera, dopo aver trescato col nemico fin dal 10 giugno del 1940. Dissero, poi, d’averlo fatto per amor di Patria, cioè per amore della libertà, soppressa dalla dittatura fascista. Miserabili giustificazioni, indegne di qualsiasi uomo d’onore: se proprio quei signori erano così preoccupati per la libertà dell’Italia, come ha osservato con giusto disprezzo Antonino Trizzino nel suo famoso libro Navi e poltrone, perché non avevano corso qualche rischio personale e non avevano cercato di eliminare Mussolini, come il colonnello Stauffenberg cercò di eliminare Hitler, a rischio della propria vita? Essi, invece, scelsero la via più sicura, ma più spregevole: sabotare lo sforzo bellico della Patria, pregare per la sua sconfitta, e, probabilmente anche qualcosa di più che pregare: sabotare lo sforzo bellico e passare informazioni al nemico. In cambio, a guerra finita, essi ebbero anche alte decorazioni dai governi alleati. Ma Fecia di Cossato non era quel tipo d’uomo: era un vero uomo d’onore, un cavaliere d’altri tempi; uno per il quale la parola data è sacra, e un giuramento va rispettato, sempre e comunque, a costo della vita. Nell’agosto del 1944, con la Patria infangata, schiacciata, e per giunta messa a ferro e fuoco da una ferocissima guerra civile, non vide alcuna ragione per cui avrebbe dovuto continuare a vivere. Un gesto senza dubbio condannabile, da un punto di vista religioso e cristiano; e tuttavia, il suo fu uno dei pochissimi suicidi davanti ai quali non si può fare altro che togliersi il cappello, mettersi sull’attenti e chinare il capo, come è dovere allorché si è in presenza di un valoroso. Ce n’erano pochi, come lui, già allora, nonostante la severa educazione che veniva impartita al corpo degli ufficiali; oggi, purtroppo, abbiamo paura che ce ne siano ancora di meno, se pure ce ne sono ancora. Forse, uomini così non ne sono più nati dopo la guerra. Forse, oggi, nei suoi panni, chiunque altro avrebbe trovato normalissimo obbedire agli ordini e servire il potere di turno, senza fare domande, senza porsi tanti problemi di coscienza. L’onore è diventato una merce più rara dell’uranio; il carrierismo, l’opportunismo, la corruzione si sono diffusi anche fra i servitori dello Stato. Anche se uomini d’onore, senza dubbio, ce ne sono ancora; e anche uomini eroici. I nomi di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino lo testimoniano. Pure, non si può non rammaricarsi che questi uomini d’onore vengano sempre sacrificati da chi sta più in alto, dai membri della classe dirigente, i quali non hanno mai saputo cosa sia l’onore, e sono pronti a servire qualunque padrone, e a vendere i loro servigi a chiunque li ricompensi in maniera adeguata. Quanti servitori dello Stato, quanti magistrati, quanti parlamentari, quanti alti ufficiali delle Forze Armate, benché coinvolti in gravissimi scandali e disonorati dal punto di vista morale prima ancora che giudiziario, hanno avuto la dignità e la decenza, non diciamo di suicidarsi, per lavare nel sangue la propria vergogna, ma neppure di dimettersi e lasciare le amate poltrone? Quanti di loro hanno mostrato una nobiltà di sentire anche solo lontanamente paragonabile a quella di Fecia di Cossato? Eppure, quando uno Stato non ha più un certo numero di uomini così, il suo destino  è segnato: passano i governi, passano le ideologie, passano le mode e le fortune, ma gli uomini restano: e se la stoffa degli uomini è buona, la società può resistere anche in tempi calamitosi; se si rivela mediocre, o cattiva, di quella società si può facilmente predire la prossima rovina. Piaccia o non piaccia, è pur sempre l’uomo l’elemento decisivo nella vita di una nazione; anche nell’ora delle macchine, perché le macchine sono pur sempre utilizzate da esseri umani; e bisogna che sia buona la stoffa di cui sono fatti questi ultimi, non che sia superlativa la qualità delle macchine. Le macchine si possono sostituire, gli uomini no. le macchine sono sempre e solo macchine; soltanto gli uomini possono avere il senso dell’onore.

È molto triste pensare che Fecia di Cossato si uccise per fedeltà ad un re che non aveva mostrato altrettanta fedeltà verso gli ufficiali che avevano giurato nel suo none; un re che al primo pericolo scappò ignominiosamente, e questo dopo aver fatto arrestare in maniera proditoria, in casa sua, il capo del governo che di lui si fidava, e aver gettato il Paese dall’altra parte dei due schieramenti in lotta, provocando il collasso della nazione e lo sbandamento totale delle Forze Armate. Ed è ancora più triste che Fecia di Cossato, prima di uccidersi, chiedesse, ma invano, un colloquio con il principe Umberto: l’erede al trono non ritenne di riceverlo, chiudendo la porta in faccia a un eroe di guerra, che per fedeltà alla dinastia dei Savoia si era giocato la carriera e, forse, la vita davanti a un plotone d’esecuzione. Mentre gli altri alti ufficiali tradivano e consegnavano al nemico le navi e le fortezze, lui si era battuto fino all’ultimo e nel porto di Bastia, in Corsica, con mezzi modesti aveva sconfitto una intera flottiglia tedesca. Se tutti gli ufficiali di marina fossero stati dotati del suo coraggio e della sua fermezza, forse l’8 settembre non sarebbe stato quella catastrofe irreparabile che, purtroppo, fu. Ma resta il fatto che l‘eroismo degli ufficiali subordinati non può mutare il destino di una nazione, se gli alti ufficiali tradiscono e non si curano della salvezza della Patria. Fecia di Cossato fu, probabilmente, uno dei non molti ufficiali italiani che la guerra, nel 1940, la affrontarono con la ferma volontà di combatterla e di vincerla; non di combatterla per finta, come tanti, o addirittura con la segreta speranza di perderla, come altri. Basti dire che sui suoi sommergibili destinati a operare in Atlantico, dalla base di Bordeaux, egli voleva solo equipaggi di volontari: Non voglio nessuno che non si imbarchi con me se non di sua spontanea volontà, ammoniva i nuovi arrivati. E con questo spirito, guidò i suoi uomini in una serie di crociere spettacolari, coprendosi di gloria, ma combattendo sempre con umanità e con spirito profondamente cavalleresco. Povero Vittorio Emanuele III e povero Umberto II: non valevano neanche un’unghia di Fecia di Cossato; non sarebbero stati degni di allacciargli le scarpe. È un vero dramma quando i gregari si sacrificano eroicamente per dei capi che non valgono nulla.

Oggi tutti gli italiani, e specialmente i giovani, dovrebbero conoscere la figura di Fecia di Cossato, dovrebbero sapere chi era e cosa fece. Dovrebbero studiarlo sui libri, sentirlo dai giornali, o almeno apprenderlo dalle labbra dei loro professori. Invece non è così. Tutti gli italiani sanno i nomi di Togliatti, De Mita, Craxi, Berlusconi, Napolitano, Renzi, uomini mediocri di un’Italia mediocre, ma ignorano chi sia stato Fecia di Cossato. Solo i cultori di cose navali conoscono il suo nome, amano e rispettano la sua memoria. E la ragione c’è. Carlo Fecia di Cossato è stato due volte, tre volte politicamente scorretto. Nel 1940 non pregò, come l‘ammiraglio Franco Maugeri, che poi divenne capo di Stato maggiore della Marina, che l’Italia venisse sconfitta, ma fece quanto era in lui perché vincesse. Dunque, amava l’Italia più di quanto odiasse il fascismo: colpa imperdonabile. Nel luglio del 1943 soffrì atrocemente per la resa e la consegna disonorevole della flotta. Evidentemente, non accolse gli angloamericani come liberatori, davanti ai quali scodinzolare festoso, come fecero tanti altri italiani: altra colpa grave. Infine, non volle piegarsi a riconoscere un governo che rifiutava obbedienza alla monarchia, e così mise in imbarazzo il re e suo figlio, due uomini da nulla, che non meritavano tanta fedeltà. Quindi, alla fine, riuscì sgradito a tutti: la sua memoria non era spendibile né dagli antifascisti, né dai fascisti, né dai  monarchici. Tanto valeva dimenticarlo e farlo dimenticare. Ci son quasi riusciti. Ma noi, ai giovani italiani di oggi, vogliamo dirlo: cari ragazzi, vi auguriamo di sviluppare e coltivare la metà del senso dell’onore che ebbe Carlo Fecia di Cossato…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Luglio 2018

Del 01 Novembre 2020

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