domenica, 13 Giugno 2021
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Fu la pretesa della resa incondizionata che spinse la Germania a una resistenza insensata

Fu la pretesa della resa incondizionata che spinse la Germania a una resistenza insensata. Alla conferenza di Casablanca Churchill e Roosevelt stabilirono che la guerra sarebbe stata imposta ai vinti con la resa incondizionata di Francesco Lamendola

Se apriamo una enciclopedia a caso («Atlantica», Milano, European Books) alla voce «Conferenza di Casablanca» troveremo, più o meno, le seguenti informazioni:

«Svoltasi dal 14 al 26 gennaio 1943 fra Churchill e Roosevelt. In questo convegno furono stabiliti i piani per il proseguimento della guerra nel settore mediterraneo e fu annunciato che sarebbe stata imposta ai vinti la resa incondizionata.»

Non si dice che, in quella conferenza, vennero studiati anche piani per il bombardamento aereo sistematico della Germania, con il preciso obiettivo di arrecare il massimo danno non solo alla produzione industriale (che, del resto, si svolgeva in stabilimenti sotterranei, cosa di cui gli Alleati erano perfettamente a conoscenza), ma anche e soprattutto al «morale» della popolazione civile – in pratica, provocando massacri di massa con le bombe al fosforo liquido -, nell’errato convincimento che ciò avrebbe affrettato la propensione alla resa del nemico.

Ma, a parte questa omissione, la Conferenza di Casablanca, in Marocco, svoltasi nel gennaio del 1943, mentre a Stalingrado si stava consumando l’inutile sacrificio della Sesta Armata tedesca del generale von Paulus e, in Nord Africa, l’esercito italo-tedesco era in piena ritirata verso l’ultima roccaforte della Tunisia, dopo la sconfitta «annunciata» di El Alamein, è nota soprattutto per l’annuncio dell’apertura di un prossimo «secondo fronte» nell’Europa meridionale e per l’intimazione della resa incondizionata ai Paesi del Tripartito.

Ciò che la maggior parte del grosso pubblico non sapeva, e che ignora ancora oggi, è che quell’assurdo e scriteriato annuncio, che ebbe l’effetto di prolungare l’insensata resistenza del nemico fino al limite estremo, con un enorme dispendio di vite umane che sarebbe culminato nei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki (si calcola che nel 1944-45 morirono più esseri umani che nella precedente fase della guerra) fu un colpo di testa di Frankin Delano Roosevelt, il quale prese l’iniziativa contro il parere di Churchill e al solo scopo di compiacere lo «zio Joe», vale a dire il dittatore sovietico Josif Stalin.

Si trattava, nelle intenzioni del Presidente statunitense, di una sorta di compenso per il mancato annuncio della prossima apertura di un secondo fronte in Europa occidentale, tale da recare un effettivo sollievo all’Armata Rossa (cosa che lo sbarco nel settore mediterraneo non avrebbe permesso di ottenere in misura apprezzabile, sia che si fosse trattato di un’azione sulle coste della Grecia, in Sardegna o in Sicilia: allora non si sapeva ancora dove).

Tuttavia, ironia della sorte, Stalin non apprezzò affatto l’annuncio unilaterale di Roosevelt, perché egli era convinto che, sul piano propagandistico (altra cosa era, per lui, la politica dei «fatti») l’annuncio di esigere la resa incondizionata avrebbe ottenuto l’effetto contrario a quello sperato, e questo proprio mentre esistevano ragioni per sperare che l’Italia e il Giappone (quest’ultimo, si badi, non era formalmente in guerra contro l’Unione Sovietica, né lo sarebbe stato fin quasi al termine del conflitto, nel 1945) sarebbero stati disposti a prendere in considerazione offerte di pace separata; e la stessa cosa avrebbe potuto fare la Germania, se un colpo di stato militare avesse estromesso Hitler, con il preciso obiettivo di salvare la Patria dagli effetti intollerabili di una resa senza condizioni.

Ha scritto Laslo Havas nella sua interessante ricostruzione del fallito piano nazista per sopprimere i «Tre Grandi» durante la Conferenza di Teheran del 28 novembre – 3 dicembre 1943, «Operazione Lungo Salto» (titolo originale: «Operation Long Yump»; traduzione italiana di Anna La Ragione, Milano, Sugar Editore, 1967, e poi Longanesi & C., 1971, pp. 22-28, passim):

«… nonostante le sue molte diatribe sulla distruzione completa del nemico, Hitler prendeva in esame la possibilità di una pace di compromesso, nel caso le cose si fossero messe male per la Germania.  Avrebbe perso questa illusione soltanto nel gennaio 1943, leggendo la relazione sulla Conferenza di Casablanca.

Il presidente degli Stati Uniti chiedeva l’opinione dei consiglieri su ogni questione minuta, e dava loro ascolto.

Neanche nelle discussioni con i propri alleati si mostrava intransigente; era facile convincerlo, quando erano all’ordine del giorno problemi di secondaria importanza. Solo su alcune questioni d’importanza fondamentale eli era fanaticamente ostinato. Talvolta, tali questioni riguardavano l’esito della guerra ed il futuro del genere umano. Dato che era impossibile smuoverlo quando una delle sue poche idee fisse era in discussione, è molto probabile che mai nel corso della storia un uomo onesto e rispettabile  abbia fatto tanto male all’umanità, quanto questo umanista sentimentale ed espansivo.

Già prima della Conferenza di Casablanca, il Presidente aveva provato a convincere Winston Churchill della necessità di adottare e rendere pubblica una formula, di cui era particolarmente entusiasta, quella cioè della “resa incondizionata”.

In linea generale, il Premier britannico si dichiarò d’accordo con lui, ma pensava che non era il momento adatto per rendere pubblica la cosa. dato che il testo preparato da Roosevelt includeva anche gli italiani e i giapponesi, Churchill riteneva che ciò avrebbe avuto il solo effetto di rafforzare l’unità delle potenze dell’Asse.

Dal momento che non riusciva a convincere Churchill, il Presidente decise di metterlo di fronte al fato compiuto. Il 24 gennaio 1943, ultimo giorno della Conferenza di Casablanca, alla presenza di giornalisti e di un Churchill molto turbato, dichiarò: “Lotteremo fino alla resa incondizionata della Germania, dell’Italia e del Giappone”.

La decisione di Roosevelt era influenzata in larga misura dall’idea fissa che determinò tutta la sua politica durante gli anni di guerra, e che doveva avere più tardi terribili conseguenze per il destino della umanità: il suo desiderio di compiacere i russi, e in particolare Stalin.

Alla vigilia del catastrofico annuncio, egli disse con aria sognante a Harry Hopkins, suo consigliere:

“Naturalmente, è proprio quello che ci vuole per i russi. Non possono desiderare di meglio. Resa incondizionata! Lo zio Joe avrebbe fatto lo stesso!”.

Roosevelt sbagliava. Non solo Churchill tentò più volte di persuaderlo a mitigare l’effetto della sua dichiarazione, usando almeno parole più prudenti, non solo i suoi stessi politici e generali, tra gi altri Eisenhower, cercarono di fargli capire il suo errore, ma perfino la sola persona, la cui opinione egli veramente temeva in considerazione, Stalin, disapprovò quella formulazione.

Alla Conferenza di Teheran, il Presidente avrebbe tristemente riconosciuto che Stalin non aveva minimamente apprezzato  la dichiarazione che egli aveva inteso, in primo luogo, come un gesto di amicizia verso i russi.

Roosevelt, a cui le terribili perdite già sofferte dai russi avevano provocato un vero e proprio complesso, aveva desiderato esprimere loro la propria solidarietà, mostrandosi spietato nei confronti del nemico.

Ma il dittatore georgiano, fondamentalmente spietato, ma astuto e ipocrita, non si lasciava impressionare da gesti inutili. Avrebbe dato istruzioni a Paulus, il quale, sconfitto e catturato a Stalingrado, era diventato il capo del Comitato Nazionale della Germania Libera in Russia, di informare i tedeschi che essi potevano nutrire qualche speranza più dalla Russia che non dai suoi alleati.

Il 21 luglio 1944 Paulus avrebbe informato i suoi compatrioti dalla radio e attraverso lanci di manifestini che Stalin era meglio disposto nei loro confronti che il Presidente degli Stati Uniti:

Che i tedeschi formino un governo che richiami gli eserciti nelle frontiere del Reich e diano inizio a negoziati di pace, rinunciando a tutte le mire imperialistiche. In tal modo la pace potrà essere ristabilita e la Germania negozierà alla pari con le altre nazioni.”

Ma nulla fa recedere Roosevelt dalla sua decisione.  Non può revocare le parole che ha pronunciato, e del resto è troppo tardi per farlo.

La dichiarazione ha colpito il segno.

“Wir capitulieren nie!”, fu la risposta di Goebbels alla dichiarazione di Casablanca.  Il ministro tedesco della Propaganda non riusciva a nascondere il proprio compiacimento. Non si era mai neppure sognato di sperare che uno dei capi nemici avrebbe messo un tale argomento nelle sue mani.

Se fino a quel giorno qualcuno avesse nutrito dubbi circa quello che era riservato ai tedeschi se avessero  perso la guerra, ora gli si erano aperti gli occhi.

La sola opposizione con cui Hitler dovesse misurarsi era quella di parte dello Stato Maggiore, i soli uomini che avevano possibilità di agire. Questa opposizione si indeboliva quando dai fronti giungevano notizie di vittorie tedesche, e si rafforzava quando sembrava che la Germania avesse perso la guerra.

Questi ufficiali rappresentavano la resistenza nazionale tedesca.

Coloro che cospiravano contro Hitler e organizzavano attentati alla sua vita, circa mezza dozzina nel solo 1943, non ribellavano contro l’ideologia  nazionalsocialista, né contro la tesi della superiorità  germanica: non si opponevano alla conquista del mondo  e all’asservimento delle nazioni sconfitte, né protestavano  per i campi di concentramento, le camere a gas, o per il massacro delle popolazioni civili nei paesi nemici.

Agli occhi della maggior parte dei suoi oppositori militari ad Adolf Hitler era addebitabile un solo delitto: avrebbe perso la guerra.»

Vi erano naturalmente delle eccezioni. Klaus von Stauffenberg non era spronato dal timore della sconfitta ma dai pogrom, per lui intollerabili, dal massacro delle popolazioni russe. I membri del cosiddetto “circolo di Kreisau” erano nobili idealisti. Vero è che essi fecero poco più che sognare e ordire complotti.

La resistenza tedesca era composta da “buoni tedeschi”.

Ad un certo momento questi si resero conto che sotto la guida di Hitler l’esercito tedesco  non avrebbe potuto vincere la guerra. Perciò, al principio il piano era di sostituirlo con un uomo che sapesse condurre alla vittoria le armi tedesche.

In seguito, quando ciò risultò militarmente inattuabile, divenne imperativo sbarazzarsi del Führer, perché non solo avrebbe perso la guerra, ma era anche da escludere che egli potesse ottenere termini di pace accettabili.

Naturalmente, non vi era quasi nessuno fra i dissidenti che desiderasse la sconfitta della Germania, non solo per il futuro dell’umanità ma anche per quello del popolo tedesco. I tal modo, oltre a fornire a Goebbels uno slogan propagandistico più persuasivo di ogni altro, la Conferenza di Casablanca tolse la terra sotto i piedi, già vacillanti, della resistenza tedesca.

Perfino nella primavera del 1944, la resistenza tedesca avrebbe proposto le seguenti condizioni agli Alleati:

“Immediato armistizio con tutti gli Alleati occidentali, ma non la resa incondizionata. Ritiro in Germania delle truppe tedesche d’occupazione dell’Ovest…”.

Allen Dulles, capo del servizio segreto americano in Svizzera, che manteneva i contati con i membri della resistenza tedesca,  fu avvertito ripetutamente dai suoi visitatori che se le potenze occidentali avessero rifiutato di prendere in considerazione la stipulazione di una pace decorosa con un governo tedesco che si fosse liberato di Hitler, la resistenza tedesca si sarebbe rivolta alla Russia. (…)

La dichiarazione di Casablanca e i rovesci subiti dalle truppe tedesche sui fronti fornirono eccellenti argomenti anche a coloro che, da molto tempo, si dichiaravano a favore di una “guerra senza scrupoli”…»

Ci sembra che gli storici della seconda guerra mondiale non abbiano tenuto nel debito conto l’effetto che la dichiarazione di Roosevelt a Casablanca ebbe, in termini di prolungamento delle sofferenze e nell’enorme aumento delle perdite di vite umane.

In genere, essi descrivono come «fanatica» la resistenza della Germania e del Giappone nella seconda fase della guerra, dopo El Alamein e Stalingrado, e sottolineano che solo dei regimi sanguinari e irresponsabili potevano agire come fecero i governi di quei Paesi, quando era evidente che la guerra era perduta e che continuare a lottare non avrebbe significato altro che esporre i propri eserciti e le proprie popolazioni a dei sacrifici sostanzialmente inutili.

Ci si dimentica con troppa disinvoltura di tenere nel dovuto conto l’altra faccia della medaglia: ossia che, davanti al “diktat” della resa incondizionata, qualunque regime e qualunque popolo, in condizioni normali, vengono indotti a moltiplicare il proprio sforzo bellico, perché qualunque cosa appare preferibile a una sorte del genere. E lo stesso discorso vale per i bombardamenti aerei indiscriminati sulle città – altro effetto delle scellerate decisioni di Casablanca – che non affievolirono per niente lo spirito combattivo delle popolazioni, ma ottennero l’effetto esattamente contrario. Tanto è vero che furono necessari i roghi spaventosi di Berlino e Dresda e, da ultimo, le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, per indurre alla resa i dirigenti dell’Asse.

Abbiamo detto che, davanti a una simile politica terroristica – perché bisogna pur avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – qualunque regime e qualunque popolo, in condizioni normali, vengono indotti a moltiplicare il proprio sforzo bellico: ed è importante precisare «in condizioni normali». Il governo italiano ed il popolo italiano reagirono diversamente; ma, appunto, si tratta dell’eccezione che conferma la regola.

Oltre alle debolezze strutturali della società italiana, che agirono come fattori di lungo periodo, nel 1943 vennero al pettine due fondamentali nodi irrisolti, che una guerra breve e vittoriosa contro un modesto avversario (come, ad esempio, la guerra d’Etiopia) avrebbe potuto occultare ancora a lungo; ma non lo poté un conflitto delle proporzioni della seconda guerra mondiale, quando il nostro Paese si trovò in guerra contro potenze mondiali del calibro della Gran Bretagna, dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America.

A livello di governo, le numerose congiure che sfociarono nella defenestrazione di Mussolini e nella caduta del fascismo misero in evidenza la totale insipienza delle classi dirigenti, a cominciare dalla monarchia e dagli ambienti che ad essa facevano capo (ad esempio gli alti comandi militari), e la loro incapacità di svolgere dignitosamente il proprio ruolo storico (cfr. il nostro precedente articolo «Fu il progetto di socializzare l’economia italiana a provocare la crisi del 25 luglio 1943?», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Per quanto riguarda il popolo italiano, il «tutti a casa» dell’8 settembre e, poi, l’indecoroso spettacolo delle folle plaudenti all’arrivo dei «liberatori» anglo-americani si possono, almeno in parte, spiegare, tenendo presente l’incapacità del regime fascista di presentare all’opinione pubblica  la seconda guerra mondiale come un evento di portata nazionale, in cui erano coinvolti i suoi interessi vitali, dimostrandosi inferiore perfino al governo liberale di Salandra che, nel 1915, aveva gettato il popolo italiano nell’avventura, altrettanto poco sentita – almeno fino a Caporetto e al Piave – della prima guerra mondiale (cfr. i nostri articoli «Il dualismo tra nazione e fascismo alle origini della disfatta del 1943» e «Nell’Italia del 1943 non vi furono amici né, tanto meno, liberatori: ma soltanto nemici», sempre sul sito di Arianna).

Ma torniamo alla Conferenza di Casablanca.

Roosevelt, che in questo somigliava all’altro presidente americano in guerra, Woodrow Wilson, era un uomo immensamente presuntuoso e irremovibilmente certo di possedere la verità sulle questioni politiche più importanti a livello mondiale; come abbiamo visto, egli era disposto ad accettare di buon grado consigli e suggerimenti da tutti, ma solo su questioni marginali.

A Casablanca, la sua arroganza giunse al punto di mettere l’alleato Churchill davanti al fatto compiuto, scavalcandolo su una questione decisiva – l’annuncio che le potenze dell’Asse potevano ottenere solo una resa incondizionata -, pur sapendo che questi non era affatto d’accordo. Ciò si spiega solo con la coscienza che, fra i due, era lui, l’americano, quello che aveva in mano le carte migliori: la Gran Bretagna, pur con il suo immenso impero coloniale e con l’apporto del Commonwealth, era di fatto il «cugino povero», che aveva bisogno del suo appoggio. Inoltre, da buon democratico, Roosevelt era convinto che, a guerra finita, l’alleato inglese avrebbe dovuto rinunciare al proprio impero e che, quindi, il suo ruolo di potenza mondiale sarebbe presto giunto al capolinea.

Un diverso discorso va fatto per quanto riguarda l’atteggiamento di Roosevelt nei confronti di Stalin, il «convitato di pietra» di Casablanca. Anche se assente, il dittatore sovietico era al centro dei pensieri del presidente americano: si può anzi dire che quest’ultimo ne era letteralmente ossessionato. L’inquilino della Casa Bianca non aveva capito niente della natura dello «zio Joe», né, a quanto pare, della natura del suo sistema politico; pare non avesse alcuna consapevolezza del fatto che il suo principale alleato continentale era il capo assoluto di un regime in tutto e per tutto equiparabile al suo peggiore nemico, la Germania nazista.

Sentendosi in colpa perché gli Stati Uniti non avevano ancora versato una goccia di sangue contro le potenze dell’Asse (con l’eccezione delle Filippine e di Guadalcanal, dove però l’avversario giapponese non era anche un avversario dello «zio Joe»), egli continuava a inviare enormi quantitativi bellici all’Armata Rossa, via Murmansk, via Vladivostok e via Persia, senza chiedersi affatto contro chi sarebbero stati puntati tutti quei cannoni, una volta ottenuta la resa della Germania. Il suo idealismo era una preda sin tropo facile per la cinica astuzia di Stalin; ma era un idealismo totalitario, della stessa pasta ideologica delle dittature che, in teoria, combatteva. Come Wilson prima di lui, Roosevelt aveva trascinato in guerra il proprio Paese ingannando deliberatamente l’opinione pubblica, cui aveva fatto credere che avrebbe proseguito nella politica isolazionista; ed ora era impaziente di mostrare ai bolscevichi che egli era un alleato affidabile e leale, pur essendo il rappresentante di un governo borghese.

In effetti, a Stalingrado e poi a Kursk e in tutta la campagna sul fronte orientale (come già ad El Alamein) furono i carri armati americani e le immense risorse finanziarie americane a vincere: furono vittorie americani realizzate gettando nella mischia la carne da cannone dell’alleato. Come ha osservato Léon Degrelle, veterano della campagna tedesco-sovietica, i Russi non avrebbero mai vinto sul fronte orientale, se non fossero stati supportati dagli immensi rifornimenti di materiale bellico americano.

Così, oggi appare evidente che il prolungamento della seconda guerra mondiale e la fanatica resistenza della Germania e del Giappone, che costarono milioni di morti sia ad essi che agli Alleati, furono in primo luogo un effetto della sconsiderata politica rooseveltiana della «resa senza condizioni», che, oltretutto, tagliò le gambe a quei generali tedeschi i quali fin dai tempi della crisi di Monaco pensavano di eliminare Hitler (qui l’analisi di Laslo Havas è un po’ schematica e ingenerosa): dunque, prima dello scoppio della guerra.

Anche l’idealismo può rivelarsi un cattivo affare, in politica, quando non si accompagna né all’umiltà, né alla lungimiranza. Roosevelt fu un impasto di questi tre elementi: l’idealismo del democratico progressista, bisognoso di camuffare il sostanziale fallimento del tanto sbandierato New Deal (e solo la guerra a oltranza poteva farlo, mobilitando tutte le risorse dell’industria americana); l’arroganza del nuovo ricco, che vuole aver sempre ragione sui suoi alleati più deboli e poveri (i soldati e i civili inglesi mangiavano pane nero, e non pane bianco come quelli americani; per non parlare, poi, dei sovietici, che spesso non mangiavano affatto); e infine l’ingenuità, sconfinante nella stupidità vera e propria, di chi non si accorge che un alleato più astuto si sta servendo di lui ai propri fini, che nulla hanno a che fare con quell’idealismo, ma parecchio con la politica dei «gulag» e della pulizia etnica.

E il bello è che Stalin fu il primo a rimanere contrariato dall’annuncio di Roosevelt a Casablanca circa la resa incondizionata dell’Asse.

Il mondo intero avrebbe pagato quell’idealismo, quell’arroganza e quella stupidità con un ulteriore bagno di sangue, che forse si sarebbe potuto evitare; e, poi, con l’asservimento di mezza Europa al totalitarismo staliniano, e con circa mezzo secolo di disastrosa guerra fredda.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/02/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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