lunedì, 21 Giugno 2021
HomeMONDO CRISTIANOSanti e luoghi del CristianesimoIl Canada, Paese immenso, richiedeva uomini grandi come padre Albert Lacombe

Il Canada, Paese immenso, richiedeva uomini grandi come padre Albert Lacombe

Il Canada Paese immenso richiedeva uomini grandi come padre Albert Lacombe. Un uomo grandissimo anche se da noi poco noto è stato padre Lacombe nato nel 1827 a St.-Suplice nel Québec e morto nel 1916 a Midnapore nell’Alberta di Francesco Lamendola

Un paese immenso esige uomini grandi; uomini che sappiano sentire in grande, pensare in grande, agire in grande; uomini con un cuore grande, immenso, e con un coraggio, una pazienza, una dedizione a tutta prova: solo grazie ad uomini così è possibile vincere le distanze, le difficoltà logistiche e climatiche, i tempi lunghissimi per spostarsi da un luogo all’altro, che, un tempo specialmente, dominavano incontrastati.

Il Canada è un Paese immenso: tanto che potrebbe contenere 33 volte l’Italia (poco meno di 10 milioni di kmq.!); e a questa immensità si aggiungono gli ostacoli di una natura stupenda, ma impervia: un clima artico, una barriera di foreste fittissime, di coste gelate, di montagne immense, di tribù guerriere spesso in lotta reciproca senza quartiere, e altrettanto ostili alla penetrazione degli uomini bianchi, fossero pure dei missionari pacifici e inermi, predicanti l’amore e il perdono delle offese. Presso le tribù irochesi vigeva una particolare crudeltà in guerra: il nemico fatto prigioniero era sottoposto alle torture più inumane, più raccapriccianti, preferibilmente sotto gli occhi dei suoi amici e parenti; torture che venivano prolungate il più possibile, magari per giorni e giorni, ma non spinte fino al punto di provocarne una morte pietosa, per non privare la tribù di un così raffinato piacere, come quello di assistere a quella interminabile agonia.

Un uomo grande, grandissimo, anche se da noi poco noto, è stato il padre Albert Lacombe, nato a St.-Suplice, nel Québec, l’anno 1827 e morto a Midnapore, nell’Alberta, nel 1916; così ne riassume la figura e l’opera la «Enciclopedia Treccani»: «Sacerdote dal 1850, dedicò la vita agli Indiani e meticci del Canada nord-occidentale, trattenendoli dalle guerre, rivolte e vendette, avviandoli a mestieri (nel 1884 fondò la prima scuola di artigianato per gli Indiani), salvandoli dallo sterminio. Pubblicò studî di linguistica indiana e un celebre catechismo illustrato».

Fra i tanti episodi che si potrebbero citare, ciascuno dei quali potrebbe fornire la trama di un romanzo d’avventure, ci piace riportare quello della giovane prigioniera indiana liberata per sua intercessione da un gruppo di guerrieri ancora ebbri di sangue, e restituita incolume alla sua famiglia angosciata (da: André Dorval, «La prigioniera riscattata», tradotto e adattato da Nino Bucca, in «Missioni O.M.I.», rivista missionaria fondata nel 1921 con il titolo «La voce di Maria», Frascati,  n. 8-9 del 2009, p. 18):

«Una sera padre Albert Lacombe, soprannominato dagli Indiani dell’Ovest “l’uomo dal cuore buono”, stava chiacchierando e fumando il calumet della pace con i Cri, nei pressi del lago Sainte-Anne in Alberta (Canada). All’improvviso si sentirono lontano grida di vittoria. Poco dopo irruppe nell’accampamento un gruppo di giovani guerrieri,c che iniziarono a danzare in cerchio attorno ad una ragazza, maltrattandola in modo brutale.

La donna, il cui marito era stato scorticato vivo davanti ai suoi occhi, apparteneva alla tribù dei Piedi Neri. Alla vista del sacerdote, la povera prigioniera riuscì a svincolarsi dalle mani dei carnefici, si gettò ai suoi piedi e gridò con le forze che le rimanevano: “Kimotit minna!”, “Salvami, ti supplico!”.

L’Oblato si avvicinò allora al gruppo: “A chi appartiene questa donna?”.

“A me”, rispose un giovane guerriero Cri, facendosi avanti e mettendo la mano sulla spalla della donna, “ho ucciso io il marito e ora lei mi appartiene”.

“Dato che ti appartiene, puoi vendermela?”.

“No, perché so che le vesti nere non hanno donne”.

“Non te la domando per me. Voglio restituirla alla famiglia che piange la sua scomparsa. Tu potrai scegliere una donna del tuo popolo”.

“No, è la mia donna… l’ho vinta e nessuno ha il diritto di togliermela”.

Lontano dal demordere, dopo un breve silenzio, il missionario alzò di nuovo la voce: “Bene, mie cari Cri e tu giovane guerriero, che rifiuti di ascoltare la mia richiesta, me ne ricorderò. Quando ruberanno le vostre donne e i vostri cavalli, quando non sarete capaci di difendervi e verrete a supplicarmi di proteggervi, allora sarò obbligato a rispondervi: Che ci posso fare? I Cri non hanno avuto compassione… Ora non posso fare nulla per loro, poiché – non dimenticatelo mai – il Grande Spirito non ha pietà di coloro che fanno male agli altri… Così ho detto”.

Il breve discorso produsse un effetto sorprendente. Il giovane, temendo la maledizione dell’uomo di Dio, rilasciò subito la prigioniera in cambio di tre cavalli e un fucile.

Non conoscendola lingua dei Cri, la giovane era rimasta al suo posto timorosa e tremante durante tutto il tempo della discussione. Il missionario allora la fece avvicinare, la prese per mano e le disse: “Non temere, figliola, ora mi appartieni, ti ho riscattata. Presto ti riporterò dalla tua gente, che sarà felicissima di rivederti, perché ti credevano perduta per sempre”.

Affidata ad una famiglia di meticci, la ragazza fu iniziata a cristianesimo. Intelligente e piena di venerazione per il proprio salvatore, fu presto battezzata. La primavera successiva, l’Oblato decise di tentare una missione presso i Piedi Neri, ritenuti ostili alla religione dei bianchi. Pensando che l’ex prigioniera potesse facilitargli il compito, la portò con lui. Una volta giunti al’accampamento, però, le raccomandò di tenersi nascosta fin quando non l’avesse chiamata. Si diresse allora verso le tende, sventolando una bandiera bianca.

In pochi minuti tutta la tribù si radunò attorno al missionario, prodiga di saluti secondo gli usi. Una copia, tuttavia, si avvicinò singhiozzando: “Uomo della preghiera, non possiamo rallegrarci come gli altri, perché piangiamo nostra figlia e nostro genero, massacrati dai Cri. La nostra povera figlia! Era tutto quello che avevamo!”.

Allora padre Lacombe gridò ad alta voce: “Margherita!”. Margherita uscì all’istante dal suoi nascondiglio e venne a gettarsi fra le braccia dei genitori, incapaci di trattenere le lacrime. “Cari genitori – esclamò – come sono felice di ritrovarvi! Ringraziate l’uomo della preghiera. È lui che mi ha strappata dalle mani dei Cri. Sappiate che ora sono cristiana”. Conoscendo le sue terribili disavventure, i Piedi Neri non poterono fare a meno di ascoltarla. E il missionario ne approfittò per seminare abbondantemente il Vangelo fra di loro.»

Albert Lacombe, proveniente dalla comunità francofona del Canada orientale (che era divenuta straniera in patria dopo la conquista britannica nella Guerra dei Sette anni, sanzionata dalla pace di Parigi del 1763), era un sacerdote degli oblati di Maria Immacolata e dispiegò una vastissima opera missionaria nelle regioni occidentali dell’immenso Paese, fino alle Montagne Rocciose ed oltre, fino alla costa del Pacifico. Una intera città, Saint Albert, di circa 60.000 abitanti (nella provincia di Alberta; oggi un sobborgo nord-occidentale della più grande città di Edmonton), lungo le rive del fiume Sturgeon) venne da lui fondata, nel 1861, a partire da una chiesa parrocchiale tuttora esistente, anche se in buona parte riedificata.

Quest’uomo energico e coraggioso, dall’attività instancabile, era, contemporaneamente, un uomo d’azione, pronto a rischiare la vita per difendere l’ultima e la più indifesa delle creature, e uno studioso, capace di tradurre le lingue indigene per facilitarne la conoscenza e favorire, così, l’opera dei suoi confratelli missionari e l’integrazione di quelle sfortunate popolazioni nella civiltà dei bianchi, ovunque avanzante nei loro antichi territori di caccia. È per merito suo, e di altri come lui, missionari provenienti da ogni parte d’Europa, alcuni dei quali pagarono con la vita, al palo della tortura degli irochesi, il loro zelo apostolico (si pensi agli otto Santi martiri canadesi, sei sacerdoti gesuiti e due coadiutori, martirizzati fra il 1642 e il 1649, che vengono ricordati collettivamente dalla Chiesa cattolica alla data del 19 ottobre), se la storia della colonizzazione europea del Nuovo Mondo è fatta anche di pagine umane e gentili, e non solo di violenza e sfruttamento.

L’episodio che abbiamo sopra riportato sembra tratto da un romanzo d’avventura e potrebbe essere stato scritto da Emilio Salgari, Gustave Aymard o Karl May: il missionario è incredibilmente coraggioso, incredibilmente abile e incredibilmente fortunato; la sventurata fanciulla indiana viene resa ai suoi cari quando meno il lettore se lo aspetta: ogni cosa sembra perfino troppo bella, edificante e commovente: e invece è tutto vero, anzi, probabilmente, quel che ci viene detto è solo una pare della verità. Albert Lacombe non era uomo da magnificare se stesso, e i suoi biografi avevano già a che fare con una quantità di episodi impressionanti e fuori del comune, da non sentire il bisogno di enfatizzarli ulteriormente. Qualcuno ha detto che la vita sa essere più imprevedibile e più avventurosa dei romanzi: e questo è, senza dubbio, uno di tali casi.

E tuttavia, per strano che sia e quasi paradossale, è proprio la grandezza dell’opera dei missionari canadesi, come di altri Pesi lontani e ancor meno conosciuti, che, in un ceto senso, rappresenta un  ostacolo alla loro diffusione presso il pubblico moderno. Tutti dovrebbero conoscere simili imprese; qualsiasi persona di media cultura dovrebbe aver sentito nominare il padre Damiano De Veuster (1840-1889), l’apostolo dei lebbrosi, che scelse di vivere e di morire, unico bianco e unico essere umano in assoluto che volle condividere la sorte dei malati di lebbra relegati nell’isola di Molokai, nell’arcipelago delle Hawaii: sono uomini e donne che onorano l’umanità, e non solo la religione cristiana; sono pagine di una bellezza morale che ha, semplicemente, del sublime. Eppure poche persone conoscono quei nomi, quelle pagine; mentre tutti, praticamente, conoscono i nomi e i volti degli squallidi vip dello spettacolo, di attori senza talento e presentatrici senza bravura e senza pudore, i loro piccoli scandali, le storie dei loro amori e tradimenti, i pettegolezzi, i fatterelli a base di droga, sesso e corruzione. Che cosa vuol dire questo?

Abbiano iniziato dicendo che un grande paese ha bisogno di uomini grandi; ebbene, aggiungiamo che il paese più grande di tutti è costituito dagli abissi quasi insondabili dell’anima umana: e che chiunque voglia esplorarne le potenzialità positive deve essere un uomo dotato di grande coraggio, di grande sensibilità, di grande fede. Perché, senza la fede, anche l’uomo o la donna più grandi finiscono per smarrire la strada in una regione così vasta, così immensa: non ci sono praticamente confini a quel che si può scoprire nei segreti recessi dell’anima umana; e questo, naturalmente, vale sia nella direzione del bene, che in quella del male. Ecco perché un tale compito richiede il possesso della bussola che non sbaglia mai, e il cui ago magnetico non subisce i capricci di alcun fattore esterno: la fede e l’amore di Dio.

D’altra parte, non è necessario spingersi sino nelle immense foreste del Canada o nelle isole dimenticate del Pacifico, per trovare uomini e donne grandi, che hanno saputo fare delle loro vite una continua ricerca di Dio e un inesauribile dono di amore nei confronti del prossimo. Le nostre città, i nostri paesi, i nostri quartieri, sono letteralmente carichi di storia: della storia di uomini e donne silenziosi, alcuni poi canonizzati dalla Chiesa, altri no, ma tutti santi al cospetto di Dio, che si sono prodigati umilmente, silenziosamente, lontano da qualunque pubblicità, per lenire le piaghe purulente della società, là dove nessun altro osava spingersi: orfani, malati, anziani abbandonati a se stessi, malati, carcerati, ragazzi del riformatorio, ex donne di strada decise a cambiar vita, ciechi, sordi, dementi; tutta una brulicante umanità dei dolori, dimenticata e abbandonata dai sani, dalle istituzioni e perfino dai parenti più stretti.

Non c’è quasi città o paese, per quanto piccolo, in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania, che non abbia dato i natali a qualche persona di buona volontà, che ha saputo fare della propria vita un poema di amore e di fede, senza mai aspirare alla fama, senza aver sollecitato un ricordo adeguato nei posteri, a causa della nostra superficialità e distrazione. Dovremmo conoscere i loro nomi e le loro opere, e invece non sappiamo quasi nulla; se, per caso, ci capita in mano un libro che ne parla, o un discorso di qualche conoscente che vi fa cenno, quasi irritati, quasi infastiditi procediamo oltre, come se quegli esempi ci bruciassero la coscienza. A noi, uomini del terzo millennio, intellettualmente sofisticati e debitamente informati sugli ultimi progressi della scienza e della tecnica, quelle storie procurano un vago senso di noia, ci provocano un moto d’impazienza: abbiamo ben altri modelli a cui ispirarci, e cose ben più importanti alle quali pensare, noi! Quanta ignoranza, pigrizia e conformismo albergano nella nostra anima. Quando ci sveglieremo dal sonno?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments